Sanremo dall’estero (Perché Sanremo è Sanremo)

Questo è il primo anno in cui TUTTA la mia famiglia è fuori dall’Italia durante il Festival di Sanremo.

Io, che sono la più piccola di tutti, come spesso succede sono anche quella più legata alle tradizioni. E Sanremo non me lo sono mai persa, MAI.

Ricordo quando ero piccolina, avrò avuto otto anni circa, e mia mamma aveva contravvenuto alla inscalfibile regola “alle nove tutti a dormire” (sì, è stata un’infanzia sotto dittatura) (quando all’università ho scoperto che esisteva mezzanotte ed esistevano l’una, le due, le tre di notte è stata una sorpresa così grata che non le ho più abbandonate. Mai più) per logoramento perpetrato da me e mia sorella (allora dodicenne e all’epoca già famosa per l’insopportabile stakanovismo nel lavoro ai fianchi) che volevamo guardare i superospiti di Sanremo: i Take That.

L’accordo era che saremmo andate a dormire e poi mia mamma ci avrebbe svegliate quando arrivavano sul palco dell’Ariston.

Quando ci svegliò ovviamente erano già scesi dalla scalinata e avevano già iniziato a cantare. Ma era stato bello comunque.

Per due minuti, perché poi la canzone era finita e Pippo Baudo si era avvicinato per intervistarli, regalandoci la prima delusione dello showbiz della nostra prepubertà.

I Take That, che erano tutti bellissimi, bravissimi, intonatissimi e altissimi erano in realtà dei nanerottoli.

(Sì ok, a riguardare ora quelle immagini si nota anche un dubbio gusto nel vestire, ma vorrei ricordare che gli anni erano questi: in televisione girava gente così, o così, insomma era quest’anno qua e se ancora questa foto non vi dice niente e vi sembra che boh, fosse in fondo ieri, beh, era anche quest’anno qua. Vestirsi di quadri e maglioni larghi mi sembra il meno.)

 

E poi mi ricordo quell’anno di allegra disperazione, tra il ritorno dalla Spagna e la partenza per la Turchia in cui tutto mi sembrava conosciuto ma inafferrabile, e stavo in quella stanzina minuscola tra aspirapolvere e valigie a guardare la Clerici inguainata di nero che ballava con Sinclair

Oppure di quell’anno in cui me lo sono guardato dal divano con mamma, e siccome mi sembrava noioso seguivo i commenti sul Daveblog per farmi due risate.

Insomma per me è vero lo slogan: Perché Sanremo è Sanremo.

Molte delle mie canzoni preferite di tutti i tempi vengono da Sanremo, e le mie canzoni preferite di quando ero piccolina sono proprio sanremesi.

Detto questo, da quando vivo all’estero, quindi da nove anni circa con pause di passaggio in Italia, per me Sanremo non è sempre facile da seguire. (Grazie mamma Rai che pensi a noi italiani all’estero, e io non ce la faccio ma quando Conti ha detto un velocissimo “Salutiamo gli italiani che ci guardano dall’estero!” mi sono commossa, ma vabbè, sono io che sono una ragazzina fragile!)

E comunque siccome anch’io sono un’abile lavoratrice ai fianchi, ho convinto il resto della mia famiglia sperduta a guardarselo pure quest’anno, e poi commento con loro.

Sanremo dà anche il via a cambiamenti inaspettati.

I ruoli si invertono:

Io: “Ma la Tatangelo s’è rifatta?”

Orso: “Uh guarda si è tagliata i capelli!”

Il rapporti familiari si invertono:

Io che mando messaggio al fratello (presso cui alloggiano i miei genitori)

“Dì ai TUOI genitori che non provino più a chiamarmi DURANTE Sanremo, ma dico, stiamo scherzando!?”

Fratello: ” i genitori si scusano”

 

L’Orso rispolvera il dialetto madrelingua:

– E mò chisti chi ssò?  Parono ù frate dù cazz’!

(Erano I Soliti idioti)

Oppure di rinfrescare le sue conoscenze musicali:

Orso: “Ma chi è Nesli?”

Io: “Il fratello di Fabri Fibra”

Orso: “Mannaggia, m’aggio perso”

Seconda serata

Orso: “E chi è stù Nesli?”

Io: “Sempre il fratello di Fabri Fibra, Orso”

Orso: “Mannaggia m’aggio perso n’ata vota”

L’Orso fa scoperte:

Orso: “ma è morto pure Faletti?”

L’Orso fa pronostici:

“Questo qua in mezzo [al trio Il Volo] finirà devastato dalle droghe”

Insomma, come dice Carlo Conti…

Tutti amano Sanremo.

Laurea in giornalismo offresi, sconti fino al 70%

Ma io mi chiedo: ma i giornalisti italiani sono in grado di fare qualcosa di diverso dalle metafore?

Un giornalista dovrebbe essere colui che spiega il mondo alla gente e invece gli articoli che leggo sono di gente che cerca di convincere altra gente delle proprie metafore storiche, spingendo continuamente il pedale su “così un giorno dirai che io l’avevo detto!”, senza pensare che la gente non vuole sentirsi dire cosa accadrá da un quotidiano, ma vuole sentirsi dire cosa accade ora.