Consigli per stare bene

State passando un periodo un po’ così perché siete dall’altra parte del mondo, è arrivato l’autunno, non smette di piovere, e il fidanzato è lontano e magari pure in vacanza in Spagna con gli amici*?

Vita. 2014 – Gabriel Moreno

Ecco i miei consigli per stare meglio.

Funzionano!

  • Fare un bucato di soli bianchi. Il senso di pulito, il profumo e la purezza della composizione appena stesa vi restituirà la pace interiore. Se possibile, stendete i panni di fronte alla finestra sull’Oceano Pacifico. (Di fronte, non sulla terrazza, pena trovare dei resti [e]scatologici dei cocoriti che vi toglieranno la pace dei sensi appena raggiunta)
  • Farvi preparare un tortino di cioccolato da un’amica brava che abita vicino a dove lavorate e autoinvitatevi per il pranzo. La combo cioccolato + amica vi restituirà il sorriso. (Purtroppo poi dovrete tornare a lavoro)

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Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.

 

5 Cose che ho imparato: per vivere meglio al lavoro e fuori dal lavoro (più bonus)

(Questo è uno di quei post in cui faccio finta di saperla lunga).

A me piace sbattere la testa contro il muro.

Non ci posso fare niente: a me non servono le persone che me lo dicono, perché di solito annuisco con un convinto “sì sì” ma poi devo essere io a scontrarmi con il muro della realtà.

E’ così.

Negli ultimi anni, mi sono resa conto di varie cose che prima mi venivano soltanto dette e io facevo “sì sì” senza ascoltare veramente.

Quindi sono andata incontro a braccia spalancate a: stress da superlavoro, insonnia, debolezza fisica e mentale, paura paralizzante.

(Sono sciocchezze, certo.)

Ma ci sono piccole cose che mi hanno aiutato a stare meglio.

[Ma questa lista per chi la scrivo, se chi legge il blog fosse fatto esattamente come me (e quindi avesse bisogno di scontrarsi con la realtà senza nessun consiglio)?]

Beh, diciamo che la userò come promemoria personale, per quando nel futuro mi sentirò di dover fare dei cambiamenti alla routine per stare meglio.

PRONTI? VIA.

  1. Non leggere né rispondere a mail di lavoro o telefonate di lavoro prima delle 08:00 e dopo le 18:00.

Questo può valere solo per me, per il mio tipo di lavoro (NON salvo vite umane e quello che faccio lo posso tranquillamente rimandare alle 08:00 del giorno successivo) o solo qui, dove gli orari di lavoro sono un po’ diversi. Ma anche adattando l’orario ne esce una consapevolezza che io prima non avevo. Il tempo libero è importante. Ci rende più produttivi rispondere alle 23:13 con “Non lo so, lo verifico non appena arrivo in ufficio” o una mail alle 08:15 con la risposta precisa e verificata? Il fatto è che io LAVORO per te non significa IO SONO A TUA COMPLETA DISPOSIZIONE.

2. Risposte sincere a domande invasive di gente stressata.

Esempio: “Cooooomeeee mai non hai risposto al telefono??? Cosa stavi facendooooo???” Risposta: “Stavo trombando”.

Difficilmente l’interlocutore si sentirà di fare altre domande dello stesso genere in futuro.

3. Le faccende piccole non vanno rimandate.

Tipo scaricare la lavatrice, rispondere a quell’invito a cena, mandare un messaggio alla mamma, prenotare la seduta di palestra/spa/parrucchiera, scrivere la lista della spesa, rispondere a quella mail collettiva, correggere i compiti, prenotare il prossimo volo…

Ci saranno sicuramente compiti enormi con scadenze improvvise che si prenderanno tutto il nostro weekend e che vorremmo rimandare all’infinito. Meglio che quelle cose enormi (che comunque non capitano più di una volta a trimestre) abbiano tutta la priorità e si possano spalmare su tutto il nostro weekend mugugnante. Per me si tratta per esempio delle pagelle. Vanno compilate con attenzione e riviste e corrette mille volte. Ci vuole un fine settimana intero che parte il venerdì pomeriggio e dura fino alla domenica notte. E’ così, punto. Ma se io ho corretto i compiti ogni volta il giorno stesso in cui venivano fatti senza rimandare al giorno dopo, se ho programmato le interrogazioni e i compiti in modo da avere tutti i voti almeno due settimane prima delle pagelle, allora quel week end dovrò solo ed esclusivamente dedicarmi alle pagelle. Punto.

Questo l’ho imparato sulla mia pelle. Non parlo da nessun pulpito sopraelevato. Ho passato il primo anno a non dormire e a non passare MAI fine settimana fuori con l’Orso per il semplice fatto che il lavoro mi assorbiva.

E siamo così abituati a vivere in un Mondo in cui il lavoro è TUTTO, e tutti sono stressati per via del lavoro che neanche ce ne accorgiamo che esiste un’altra via possibile.

Quando ho finito il mio primo anno full-time (anzi, più che full-time, visto che oltre a lavorare full-time per una scuola lavoravo part-time per altre tre), l’Orso mi ha confessato: “Mi sembra di non averti mai visto negli ultimi mesi”.

E vivevamo assieme.

4. Priorità e urgenza sono qualità diverse. Ci sono cose prioritarie da fare, e altre urgenti. E’ solo quando una cosa prioritaria diventa urgente che dobbiamo preoccuparci.

In linea generale, se sappiamo riconoscerle questo evento si verifica molto di rado.

(Fonte: http://www.rainmakerlawyer.com/site/print/remove_the_pain_part_5_agitate )

Ad un seminario mi hanno insegnato questo schemino e l’ho trovato utilissimo.

Nel mio caso specifico l’urgenza si può manifestare in ogni momento, forse più che in altri tipi di lavoro. L’eventualità che un bambino vada a giocare a calcio sul tetto è -purtroppo- REALE (e per niente inverosimile).

Però se uno sa riconoscere la priorità delle cose importanti e occuparsi di quelle per prime (sempre nel mio caso: preparare le lezioni successive, correggere subito i compiti, informare subito genitori e insegnanti se qualcosa di straordinario è successo etc etc) avrò lo spazio mentale per occuparmi dell’urgenza quando si verifica in modo imprevedibile (e quindi accorrere sul tetto o chiamare la sicurezza, invece di aggiungere stress perché non so/ non posso occuparmi della situazione/ devo delegare e far vedere di non essere in grado). Ma non solo per le cose negative. L’urgenza imprevedibile può anche essere un’alunna che bussa alla porta perché vuole ringraziarmi per una lezione che le è piaciuta, o raccontarmi un  fatto che le è capitato. Se io non ho preparato le lezioni successive/ corretto i compiti/ chiamato i genitori etc in quel momento non sarò disponibile e le sembrerò una “troppo impegnata per occuparsi di lei”.

Invece anche questi momenti sono parte del lavoro, e solo assecondandoli posso sentire di aver fatto un buon lavoro.

5. Prendersi delle piccolissime vacanze (anche di un’ora) proprio quando NON PUOI/ NON POTRESTI e soprattutto quando “uff, non ne ho voglia

Correva l’anno 2011. Ero nella mia città preferita, insomma la mia città del cuore. Stavo scrivendo la tesi specialistica in apnea. Non facevo movimenti diversi dal digitare escluso lavarmi la faccia e prepararmi un panino ogni tanto. Quando proprio volevo strafare e prendere una boccata d’aria facevo cento metri ed andavo al supermercato. PUNTO. Digitavo sera e mattina, sempre chiusa in casa.

Una sera mi scrive una mia amica e mi dice: “Ci vediamo? Dai non esci mai, ci prendiamo una birretta…”, il tempo di chiederle dove e nella mia testa si materializza un pensiero: “E’ troppo lontano, no dai, e poi ho la tesi…”. Rifiuto.

Lei mi vuole bene (spero) e ha capito la situazione. Ma adesso che vivo dove vivo, e tutto quello che succede e la difficoltà di vederci e sentirci… a quella birretta ci penso.

Naturalmente poi ne abbiamo bevute altre, ma forse quella sera io ne avevo bisogno più che mai.

Il fatto è che è molto più facile sedersi sul divano, leggiucchiare qualcosa e pensare “no, rimango a casa, farò moltissimo stasera, sarò molto produttiva” e finire per non fare assolutamente niente.

Uscire un po’, stare un’oretta a chiacchierare di stupidaggini, bere qualcosa, osservare la gente, essersi truccate un po’, sorridere al barista… sono tutte cose che fanno bene. E poi quando torni a casa non ti senti scarica, anzi.

Molto meglio che farsi dei “buuuh” interiori da soli sul divano. La volontà va forzata, soprattutto per le cose belle.

(BONUS!)

5 + 1. Evitare i colleghi pettegoli.

A volte

Ci sono volte in cui c’è il sole (e la nebbia alla mattina appena mi sveglio), esci e la gente è sorridente perché non se lo aspetta il caldo e il sole al venti di Settembre e lo vive come i bambini la mattina di Natale quando scartano i regali, tu passeggi e trovi i musicisti di strada che cantano bene e anche a te viene voglia di sorridere e pensare che abitare qui, certi giorni soleggiati di Settembre, in fondo non è così male…

Case, libri, auto, fogli di giornale […] se sto così sarà la primavera, ma non regge più la scusa. (Un post a cui sarebbe piaciuto chiamarsi: “la tua bianca schiena”)

Stavo aspettando una canzone per iniziare a scrivere e toh, è spuntata questa, che guarda caso, potrebbe pure c’entrare con quello che voglio dire.
Questa sera tornavo in metro con la signora Silvana, che io chiamo signora perché sì, è una signora, ha quarantacinque anni, ma è pur sempre vero che neanche io sono più una ragazzina.
L’ho conosciuta per caso, quel caso che dopo le presentazioni in inglese senti un nome che ti fa chiedere all’unisono “italiana?”.
E prima di andare a prendere la metro e prima di conoscerla, la signora Silvana, stavo pensando proprio a questa italianità sospesa.
Ormai sono quasi cinque mesi che non vedo l’Italia.
E’ il periodo più lungo che io abbia mai passato lontana dal mio Paese.
Il mio Paese, la mia famiglia… diceva in una scena famosissima Lo Cascio, ma non c’entra. O forse sì. Ma molto obliquamente.
Sono stata in posti caldi, però in quei posti sono crollata a piangere in mezzo alla strada e nessuno mi ha mai chiesto perché. Ma forse sono solo stata sfortunata.
Ricordo uno dei miei primi giorni all’estero. Avevo una stanza in affitto nel “quartiere malfamato” della città francese dove mi trovavo, e la sera in cui ero arrivata il tassista accompagnandomi mi aveva consigliato paternamente ma perentoriamente:”Trovati una stanza da un’altra parte prima di subito, qui pochi mesi fa bruciavano le macchine per strada”.
Per arrivarci dal centro dovevo prendere il tram e poi l’autobus. All’epoca mi sembrava una sciocchezza. (Sì, tanto una sciocchezza che prendendo l’autobus sbagliato mi trovai in Germania, una volta) (e una volta prendendo il treno sbagliato mi trovai nel mezzo del Nowhere, il posto dove tutto era scritto in tedesco e nessuno parlava inglese – nemmeno io se ci penso ora- e c’era un binario solo, di andata e di ritorno e il treno passava una volta all’ora. E sì, l’avevo appena perso per chiedere informazioni ad una signora che rispondendomi in teutonico mi aveva detto qualcosa come “Arrangiati” ma cordialmente) Uno dei primi giorni mi trovavo sul tram e stavo andando a prendere l’autobus. Ero alla penultima fermata, in piedi vicino alle porte. Ed ecco entrare una ragazza. Si mette vicino a me e inizia a singhiozzare. Si aggrappa al palo e continua a piangere. Io rimango immobile, vorrei chiederle qualcosa, dirle che non si deve preoccupare, io da lì avrei perso un sacco di treni e di autobus, sarei pure finita in Germania per sbaglio, dopo poche settimane avrei lasciato l’amore della mia vita, avrei sofferto, avrei trovato una sfilza di cretini che mi avrebbero buttato tra le braccia del meno peggio che mi avrebbe ridotta a pezzettini in un marciapiede di una strada lastricata di Spagna in pieno agosto mandandomi email nei giorni pari dall’India promettendo un amore che ogni volta dopo due giorni non era più sicuro di poter mantenere, avrei pianto disperata sotto il sole nel mio vestito arancione, sarei stata sorda agli amici e mi sarei dimenticata di mangiare per dieci giorni consecutivi, sarei atterrata a Venezia e sarei scoppiata a piangere tra le braccia di mio padre. Ma avrei potuto dirle che dopo sarei sopravvissuta, avrei incontrato altre liti e altre persone, avrei deciso di lasciare la Spagna dopo due anni e avrei impiantato una nuova vita in una stanza di legno d’ottobre in Italia, che mi sarei sentita spaesata, nullatenente ma cuorcontento, che poi le cose sarebbero migliorate e che dopo qualche mese mi sarebbe arrivata una lettera di ammissione per la Turchia e che dopo pochi giorni avrei incontrato una camicia con dentro uno che mi avrebbe chiesto: ma come mai in Turchia? E che sarebbe rimasto ad aspettarmi e che dopo avermi annusata e fiutata e allargato le braccia alle zone incomprensibili mi avrebbe amata senza disperazione e senza sofferenze, e che saremmo venuti insieme a vivere in Svezia, dove il cielo è buio ma solo per permetterti di godere quando decide di non far più scendere il sole.
Avrei potuto dirle tutto questo, ma avevo paura che mi uscisse un accento troppo italiano, che le persone attorno a me mi sentissero e mi qualificassero come “la solita italiana che non si fa gli affari suoi” ed ero appena arrivata all’estero e tutto mi sembrava strano, difficile e mi sentivo braccata.
Una signora vicina mise la mano in borsa, prese il pacchetto di fazzoletti e ne porse uno alla ragazza.
La ragazza in lacrime sorrise.

E da allora è quello il gesto che faccio anch’io ogni volta che vicino a me uno sconosciuto piange.