Consigli per stare bene

State passando un periodo un po’ così perché siete dall’altra parte del mondo, è arrivato l’autunno, non smette di piovere, e il fidanzato è lontano e magari pure in vacanza in Spagna con gli amici*?

Vita. 2014 – Gabriel Moreno

Ecco i miei consigli per stare meglio.

Funzionano!

  • Fare un bucato di soli bianchi. Il senso di pulito, il profumo e la purezza della composizione appena stesa vi restituirà la pace interiore. Se possibile, stendete i panni di fronte alla finestra sull’Oceano Pacifico. (Di fronte, non sulla terrazza, pena trovare dei resti [e]scatologici dei cocoriti che vi toglieranno la pace dei sensi appena raggiunta)
  • Farvi preparare un tortino di cioccolato da un’amica brava che abita vicino a dove lavorate e autoinvitatevi per il pranzo. La combo cioccolato + amica vi restituirà il sorriso. (Purtroppo poi dovrete tornare a lavoro)

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Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.

 

Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

Una cosa che non pensavo mi sarebbe piaciuta: il corso prematrimoniale in Australia

Eccomi nel fantastico mondo della preparazione matrimoniale.

La mia faccia quando mi chiedono: “Allora come vanno i preparativi del matrimonio?”

Lo dico subito, io quando ho saputo di dover frequentare il corso prematrimoniale ho pensato all’ennesima scocciatura. Da mettere nello stesso sottoinsieme mentale con il colore dei centrotavola, i nastrini sulle bomboniere, le bomboniere stesse (perché ti sposi un terrone*, perché!?), le quindicimila partecipazioni da consegnare ai parenti lontani (“perché ti sposi un terrone*, perché!?”Parte 2. “Ma voi al Nord non fate le partecipazioni?” mi hanno chiesto stupiti i genitori dell’Orso. “No, chi riceve l’invito è invitato, gli altri non ci interessa neanche che lo sappiano” ha risposto la glaciale polentona, gettando i suoi nello sconforto). Ovvero quella categoria di cose che ti tocca fare, ma che non fai con piacere.

Sono entusiasta all’idea di dover scegliere un oggetto inutile che nessuno degli invitati apprezzerà chiamato bomboniera.

Anzi, a dire la verità, quando il mio parroco in Italia mi ha detto: “Guarda che se non trovate nessuno in Australia che vi faccia il corso prematrimoniale non c’è problema, venite da me una sera e ve ne faccio uno io” avevo tirato un sospiro di sollievo.

E invece, (eccole le meraviglie del matrimonio: non si finisce mai di conoscere una persona!) l’Orso ha dichiarato: “Ma io voglio farlo!”.

Sostenendo che per lui è stato impegnativo decidere di chiedermi di sposarlo, scegliere l’anello, consegnarmelo, aspettare per dieci lunghissimi infiniti minuti la mia risposta, però che solo frequentando il corso prematrimoniale si sarebbe reso conto del passo che stava per compiere.

E va bene.

Io dentro di me pensavo: vengo da una famiglia cattolica praticante di missionari e vescovi (sono pur sempre veneta, e i veneti si sa che sono basabanchi), ho fatto 10 anni di catechismo, 7 anni di fraternità francescana (finché la mia guida spirituale, un frate trentenne simpaticissimo non ha deciso di mollare la Chiesa e sposarsi)… ma insomma, cosa dovrà mai insegnare un corso prematrimoniale a me che io già non sappia?

(Spoiler: La mia spocchiosa arroganza ha trovato una bella mazzata sui denti ad ogni incontro).

Poi ho pensato: massì, in fondo sono tre serate, prendiamole come un corso di inglese avanzato.

(Giuro, l’ho davvero pensato…)

Così sono iniziate le prime sorprese.

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