E’ per questo che mi vedi fare il duro, in mezzo al mondo per sentirmi più sicuro*

Ragionavo (ok, non esageriamo) sui rapporti di coppia. Un’amica si sfoga: ha trovato sul cellulare del fidanzato delle prove tangibili di tradimento. Pochi giorni fa, un’altra amica mi racconta sfiduciata di come una coppia molto vicina -l’emblema della coppia perfetta, solida e innamorata- stia crollando sotto il peso dei continui, insospettabili, tradimenti di lei.

Così mi è venuta in mente una sera sul divano con l’Orso. Parlavamo dei nostri difetti e delle nostre qualità: quelle che ci avevano colpito da subito dell’altro.

Quando ho conosciuto l’Orso avevo appena trascorso alcuni mesi ad arrovellarmi sul perché un paio di storielle non avessero avuto il seguito sperato, pur partendo da buoni presupposti. Poco prima di queste due “conoscenze” inconcludenti, avevo avuto due storie importanti: una di tre anni, seguita da un’altra molto più saltellante di quasi due.

Con il tempo e la distanza una vede dei punti in comune, o forse li ho voluti vedere io per darmi pace e mettere ordine in un cassetto del passato.

Queste quattro persone della fase pre-orsiaca sono quanto di più diverso si possa immaginare:

  • gran lavoratore, famiglia umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, tendenza alle grandi prove d’amore e ai discorsi romantici di progettualità futura. Amante della lettura e delle passeggiate in montagna. Persona molto concreta. Lo chiameremo Vecchioni.
  • figlio di papà, famiglia molto benestante, appartamento in centro regalato dai genitori, laurea con calma a trent’anni, lavoro importante con politici. Persona restia a fare progetti di tipo romantico, amante della lettura e dei giochi di ruolo. Lo chiameremo Papichulo. (In realtà Gafapasta sarebbe più azzeccato, ma so che se dovesse mai leggere il blog, Papichulo gli darebbe molto più fastidio, visto che odia-va- il reggaeton).
  • Lavoratore, famiglia normale con passato hippie, imprigionato nella provincia a fare un lavoro monotono, spende quello che può nei viaggi e per acculturarsi il più possibile. Allergico ai social, alla tecnologia e ad ogni discorso che preveda progetti al di là di stasera, vanta una schiera di fans adoranti e amici accondiscendenti. Lo chiameremo “Grande però che  grande figlio di“.
  • Lavoratore, famiglia molto umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, che lo assecondano adoranti. Molto attivo sui social, si spinge a grandissime dichiarazioni e promesse di progettualità con estrema facilità. Non pensa di meritare di più della sua vita in provincia a fare un lavoro monotono, scrivendo aneddoti sull’ultima sbronza al pub con gli amici di una vita o sulla giornata in palestra. Lo chiameremo Max Pezzali.

Svolgimento:

Vecchioni, dopo tre anni di storia è scoppiato e mi ha confessato: ti ho detto tantissime bugie, non è vero che sono iscritto all’università, che faccio gli esami, che prendo trenta, che sono prossimo alla laurea. Non volevo sentirmi inferiore.

Papichulo, dopo un anno di storia in cui faceva lo sfuggente mi ha disinvoltamente proposto una relazione a tre con la sua ex inclusa.

Grande però che grande figlio di, dopo alcuni mesi di film al cinema, uscite a parlare della vita, del mondo, della società e inviti a casa sua a provare la sua collezione di té (ebbene sì) mi ha detto che ci saremmo sentiti, visti, chiamati, usciti, che mi avrebbe chiamato martedì. Dopo quattro mesi ho capito che quel martedì non sarebbe mai arrivato.

Max Pezzali dopo due mesi di corteggiamento serrato mi ha scritto una lunga mail privata su Facebook per scusarsi di quanto non ci potesse essere più di una semplice amicizia (in quella provincia le amicizie si sanciscono a letto assieme, evidentemente) perché lui non  se la sentiva di avere a che fare con una che viaggiava per il mondo mentre lui non voleva allontanarsi dalla sua provincia.

Come sono finiti?

Vecchioni convive con una di dieci anni più giovane nello stesso paesino dei genitori, che è anche lo stesso paesino di lei. Lei non è famosa per essere una sveglia, ma è molto bella.

Papichulo si è sposato con la sua ex. (Quella che avrebbe dovuto far parte del ridicolo ménage à trois)

Grande però che grande figlio di, in quello stesso periodo (il periodo del “ti chiamo martedì”) ha ospitato la moglie di un amico, come favore all’amico, nel difficile periodo di separazione dopo anni di matrimonio. Da quel momento fanno coppia fissa.

Max Pezzali: boh. L’ho cancellato dai social. Credo conviva con un’amica d’infanzia o ex fidanzata che nel frattempo è ritornata ad essere fidanzata in carica.

Naturalmente, tutti, in base al tempo trascorso assieme e all’interesse reciproco mi hanno dato qualcosa, e non è mia intenzione parlarne male. Ci sono stata io con loro, non un’altra persona, e anche se per poco, mi hanno fatta sorridere, ridere, trascorrere dei momenti divertenti e profondi.

Li tiro in ballo perché queste persone diversissime tra loro per provenienza geografica (Nord, Centro, Spagna), per possibilità (chi lavorava dai diciotto anni, chi si era trovato il tappeto rosso appena nato) avevano in comune qualcosa.

A tutti loro ero piaciuta io.

Evidentemente, non abbastanza.

Sennò saremmo qui a scrivere epiloghi ben diversi.

Tutti, nella fase iniziale della conoscenza e della reciproca frequentazione sostenevano (con parole diverse e fini – forse- distinti, ma era lo stesso concetto) che di me gli piaceva l’indipendenza – che mi aveva fatto girare più di loro – e l’intelligenza – che mi aveva fatto raggiungere più “titoli” di loro.

Perché ne sono così sicura? Per superbia? Perché mi piace menarmela e dirmi che ero “troppo” per loro?

Non esattamente.

Questo concetto in queste quattro storie (o storielle) era ripetuto quasi ossessivamente. Facevamo un discorso serio e io partivo con qualche riflessione? “Eeeeh, ma tu hai studiato…” si schermivano Grande Figlio e Max Pezzali. “Quanto sei intelligente” mi diceva ammirato, tra una punta di invidia e un malcelato timore, Vecchioni. “Sei così guapa che non dovresti essere anche intelligente” chiosava Papichulo.

In quel momento erano commenti che mi facevano piacere. Esco con uno che non mi considera una bambolina, wow.

Tutti però sono giunti alla stessa conclusione: io non andavo bene per loro.

Nonostante sia stata io a mettere la parola fine (con Vecchioni e Papichulo naturalmente, con gli altri due non ce n’era neanche bisogno), sono stati i loro comportamenti a farmelo capire.

Sicuramente loro non erano persone giuste per me né io per loro, non voglio giustificare né fare della dietrologia inutile.

Ma più ci penso più vedo delle scene in cui tutti e quattro, con parole e atteggiamenti diversi mi dicevano: tu sei intelligente in un modo che non va bene per me, hai viaggiato, hai girato da sola senza aver bisogno di un uomo, non sei indifesa, non sei una gattamorta che mi cade tra le braccia, vuoi un futuro di viaggi, cambiamenti e miglioramenti che io non ho e che non mi sento di offrirti. Quello che sei mi attrae, perché sei diversa da me, ma io non sono come te e non lo sarò mai. 

Io so di essere anche fragile e indifesa, ma so che loro erano rimasti colpiti da quello che volevano vedere di me, da quella parte, che forse gli sembrava insolita per le loro abitudini.

Con questo non voglio dire di essere migliore né peggiore delle loro fidanzate, mogli, conviventi, amiche. Semplicemente che riguardando indietro mi rendo conto che loro hanno voluto vedere una parte di me che forse li ha attratti.

Tutti e quattro hanno reagito a questa diversità che vedevano in me, cercando di “mettersi in pari”.

Per farlo hanno usato questi metodi:

  • umiliare (tradirmi, nascondermi le prove, negare l’evidenza, costringere altre persone a mentirmi per coprirli…);
  • maltrattare (insultando, cercando di ricattarmi e manipolarmi per ottenere una certa sottomissione, chiedendomi di rinunciare alla famiglia, al blog, al lavoro, ai progetti…);
  • mentire (inventandosi una vita diversa da quella che nella realtà vivevano, per farla sembrare più simile alla mia).

Io non voglio sembrare una martire: ho scelto io di stare con queste persone. Sono stata io a permettere di farmi fare del male, fino ad un certo punto. Almeno fino a quando non mi sono accorta che era insopportabile e che il gioco non valeva la candela.

Per esempio, Papichulo è quello che mi ha maltratta ed umiliata di più e se non avessi conosciuto “Grande Figlio di” ci avrei messo molto più tempo ad accorgermene e finire il tutto (grazie Grande figlio di).

Vecchioni mi ha detto una tale quantità di balle che credo di essere a posto con i bugiardi, dovessi campare fino a cent’anni. Ma è stato lui a farmi scoprire una relazione seria, “da grandi” (grazie Vecchioni).

Insomma, pur con i loro difetti hanno avuto una parte importante nella mia vita e mi hanno comunque insegnato qualcosa. (Sai penso che non sia stato inutile stare insieme a te…)

Il mio ragionamento non si vuole soffermare su di loro e su quello che è stato (e per fortuna che è passato, altrimenti non avrei conosciuto l’Orso o forse non mi sarebbe mai piaciuto, chissà!) ma sulle strategie messe in atto per “livellare” questa differenza percepita.

Umiliare, maltrattare, mentire, tradire.

Per sentire che anche tu hai qualcosa di più, anche tu sei “alla pari” nel rapporto. Che la tua compagna non è quella intelligente o quella bella o quella che gli amici ti chiedono “ma come fa a stare con te!?”. No, tu la tratti male, tu ti neghi, tu la tradisci con una più brutta e più stupida. Tu sei quello che vince. E lei, quella che studiato, quella che ha girato, lei, è lì, che piange. E sei stato tu a farla piangere.

Quanto ti senti vincitore, eh?

 

 

Cosa mi è piaciuto di te? Che eri un mio pari.

Che non ti ha spaventato quello che ero, o quello che avevo fatto. Che non ti sei spaventato quando ti ho detto che tre mesi dopo sarei partita per un anno in Turchia, che non ti sei lasciato abbattere dal fatto che fossi un po’ diversa dalle tipe che frequentavi.

Mi è piaciuto di te che eri sicuro di te stesso, che sapevi quello che volevi e che se volevi stare con me, non ti saresti fatto abbattere da niente. Che non tentavi di umiliarmi per “abbassarmi al tuo livello”, perché sapevi di non essere ad un livello inferiore.

Che non avevi bisogno di fare il duro in mezzo al mondo per dimostrarti più sicuro. Perché sicuro eri già di tuo.

 

(Io non posso mettere la mano sul fuoco per il futuro. Non lo so se un giorno ci saranno tradimenti o conclusioni di questa storia.
Ma so che non sarà per “punirmi” di non essere come te.)

 

Sette cose da dire ai bambini ma anche ai fidanzati e alle fidanzate. Per un sereno rapporto di coppia.

 

[* Dai che lo so che la state cantando da dieci minuti.]

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini

In gita

Oggi sono andata in gita.

Sì. Ebbene sì.

Visto che il corso inizia domani (ci dispiace Mademoiselle ma questa settimana lunedì è festivo in Francia! – Certo perchè gli altri giorni invece vi ammazzate di lavoro…) oggi avevo tutto il giorno per andare dove mi pareva, agli orari che piacciono a me, mangiando quello che pare a me, insomma, in due parole: da sola.

L’Orso è rimasto nel magico Regno di Svezia, dove i fatti più eccitanti degli ultimi giorni si possono riassumere così: battesimo della figlia della terza figlia del Re. (Rappresentanti reali d’alto livello giustamente abbigliati come si confà alle grandi occasioni)

V’è venuta voglia di andare, vero? Uh sì, anche a me.

Considerazioni sulla gita di oggi, a parte che ho fatto bene a non leggere niente (come al solito) prima di andare perché Nîmes è bellissima e va vista stupendosi liberamente, e che ho fatto male a portarmi una baguette (per puro caso cedendo alla lungimiranza, di solito non programmo niente, figurarsi il mangiare) visto che (senza saperlo) sono arrivata nel bel mezzo della feria con bancarelle ovunque di cibo ma non si cibo qualsiasi, proprio del mio piatto preferito.

– in Francia con le corride in testa, le pentole gonfie di paella, le caraffe di sangria scontata a due euro, ventagli ovunque e disegnini di tori e i gruppi che suonano canzoni spagnole… ma siete sicuri della vostra identità, sì?

– qui siamo a Sud, e non solo siamo a Sud, siamo sul Mediterraneo. Quindi si verificano quei fenomeni da mediterroni* comuni a tutte le aree da Bilbao in giù, aree unite dalle indicazioni pedonali messe à la càz, marciapiedi dei binari esageratamente troppo stretti stracolmi di viaggiatori che non sanno dove e come ma soprattutto quando passeranno, tavolini in ogni dove con gente che fa l’aperitivo, fa colazione, fa due chiacchiere, si fa un caffè, camioncini dell’immondizia che passano di giorno, incuranti della folla di turisti, vetrine scheggiate da una sassata? uno sparo? chi lo sa, sole a picco, orari dei servizi pubblici ristretti, non continuati e con luuuunghe pause pranzo, ragazzi che si siedono sulle scalinate delle chiese a prendere il fresco e a guardare chi passa, diffidenza gratuita sui soldi e sui conti, bambini che sciacquattano ciabattando nelle fontane pubbliche, alcolismo giovanile sollecitato ed incoraggiato da prezzi eccessivamente bassi e ben pubblicizzati, mercati ovunque, sputacchio libero per terra, volume alto delle conversazioni, scritte sui muri, gruppi di amici che si spostano ridendo, scarse conversazioni al telefono e maggioranza di conversazioni faccia a faccia, giostre con la musica alta, signore in vestaglia che si affacciano al balcone al secondo piano e urlano al figlio di rincasare presto in pieno centro città, assenza di certezza negli orari dei treni e degli autobus, panni stesi alle finestre, palazzi meravigliosi anche solo per le poste, venditori ambulanti di gelati, occhiali da sole, cappelli di paglia ovunque, gente che si ferma per strada e intavola conversazioni inutili su come si sta ma si sta bene e sì, cibo in ogni angolo, in ogni ristorante, in ogni bancarella, ovunque sempre scontato, sempre in offerta, sempre pronto, gente che ride, complimenti fatti per strada**.

E io non ci sono più abituata.

 

**(Quando ho riferito all’Orso che oggi oltre a principessa e très charmante mi sono beccata anche un “io ti vorrei mettere a novanta” l’Orso mi è sembrato prenderla meno a ridere di come pensavo)

 

*termine di cui proclamerò sempre orgogliosamente la maternità

“Manco te fé, manco te farissi”

Questa massima è di mamma, una delle donne più sagge della famiglia (ehm ehm).

Il fatto è che da quando non lavoro più passo i giorni a guardare la natura. Sì, perché da qui dove sono inizia un bosco dove la gente (gli altri, sempre gli altri, non confondiamoci) fanno sport, portano a passeggio il cane, camminano.

Ieri mattina per esempio ho notato che le nuvole correvano, si spostavano velocemente, un po’ troppo velocemente.

Quando l’uomo che condivide il mio letto ed il mio mutuo è venuto a portarmi la tazza di caffè (sì, ho un uomo che la mattina mi porta la tazza di caffè, ma mica si comprano così, lo devi prendere ed educare ma farlo con gentilezza in modo tale che finisca sempre per credere che sia una sua personale scelta e non una tua imposizione anche se tu sotto sotto sai il contrario – mi viene in mente quella storia del papà e della mamma di una mia amica che adesso ha superato i quarant’anni. La mamma e il papà si sono conosciuti ovviamente in un’altra epoca, cinquant’anni fa più o meno. Gli uomini ci giravano attorno molto di più con le parole e le donne cercavano di non dire mai quello che veramente pensavano, perché veniva insegnato così. In quel caso però la mamma della mia amica ebbe l’audacia di dire quello che voleva, eccome. Alla proposta timida e impacciata di lui di sposarlo lei, molto ferma e diretta, rispose: “io ti sposo, ma tu mi porterai il caffè tutte le mattine”.

Da cinquant’anni lui ogni mattina si sveglia, prepara il caffè e lo porta a letto a sua moglie.

E’ o non è uno dei motivi per sorridere anche oggi?)

l’ho ringraziato per il caffé e gli ho fatto notare le nuvole che correvano sopra di noi.

Lui mi ha risposto che era il vento che le faceva muovere così. Allora ho abbassato lo sguardo e ho visto che effettivamente gli alberi del bosco si muovevano molto.

Questa storia può avere molte morali, per esempio che se ci si concentra solo sulle cose alte, astratte, spirituali, si rischia di perdere il contatto con le cose reali, tangibili, che ci sono davanti.

Oppure che c’è sempre bisogno di un punto di vista esterno per vedere le cose ovvie, anche se ci sono davanti agli occhi.

 

Ma quello che io ho pensato, invece,  vedendo le nuvole correre sopra il cielo svedese, prima che entrasse lui con la tazza in mano, è stato, due punti: “vedi, anche loro vogliono scappare via di qua”.

Dev’essere terribile

Insomma è passata una settimana da quando ho iniziato a fare (per niente) frequenti spostamenti dal cuscino uno al cuscino due del divano fino al letto, dal letto al cuscino uno del divano, così, senza soluzione di continuità.
Stavo benissimo.
Ma giovedì sera, a soli quattro giorni dall’inizio del mio personal training in fancaz*ismo (non avevo ancora finito di leggere tutti i blog che avevo in arretrato per dire) eccomi piombare sulla testa l’apocalittica disgrazia: l’Orso torna a casa stanco, molto stanco.
Non è una cosa tanto normale, perché in casa quella che si lamenta per la stanchezza di solito sono io che sono pigra e antisportiva (no perchè il training sul divano aveva fatto pensare qualcosa di diverso, per caso?). Il Vichingo del Sud invece no, è sempre arzillo, attivo e preso da mille cose.
Per giustificarmi potrei dire che lui fa con le mani quello che io faccio con la testa ma, a parte di dare immagini più porno che altro, questa sarebbe appunto una giustificazione (peraltro pure falsa perché il lavoro più di concetto dei due lo fa lui – effettivamente a chiamare “lavoro di concetto” il posare le chiappette sul divano ce ne vuole) e questo blog è mio e io non ho bisogno di giustificarmi.
Insomma, il Vichingo meridionale dice di essere stanco. Uhm, iniziano i primi sospetti.
Ceniamo e dopo poco (il Vichingo non viene mai a dormire prima dell’1, normalmente) dice che vuole andare a dormire.
Uhm uhm uhm, la faccenda sembra seria.
Mi dice che ha freddo (il Vichingo gira con magliette a maniche corte tutto l’inverno. Tra l’altro siccome le magliette che usa per stare in casa sono quelle ricordo degli addii al celibato dei suoi amici io ogni volta mi trovo a giustificare con i miei su Skype di abitare con uno che gira con magliette con scritte come “Matrimonio!? Ripensaci Caz*o!!!”, oppure “Matrimonio? No no no no no no no” o la più sottile “Stasera seratina tranquilla…”) e qui mi scattano tutti gli allarmi.
L’Orso del mio cuoricino sta male.
Lo metto a letto e si misura la febbre.
Tin tin tin, risposta del termometro: 38°.
Bene, anzi, male.
Gli dò qualche aspirina presa a caso dal mio magico cassetto dei medicinali (sempre benedetta sia la volta in cui ho puntato i piedi per avere dei comodini VERI con dei cassetti veri in camera da letto e non quelle robe trasparenti di design che ci volevano regalare i suoi altrimenti simpatici genitori) (chiusa parentesi, ma amò, serve per non fartelo dimenticare: quando pensi che io non abbia ragione, tu semplicemente FIDATI perché arriverà un momento in cui i fatti me la daranno) e inizio a farmi mille film mentali.
La mattina successiva, vado a chiedere consiglio alla farmacista di sotto: “signò, io sono un’immigrata il mio boyfriend sta male!” e la dottorè, con fare sornione: “chi, non ho capito, il tuo “husband”?” E io: “ma signò proprio adesso dobbiamo metterci a parlare del mio stato civile? Manco fossi il profilo di Facebook! Mi servono consigli precisi: questo ha la febbre, noi siamo immigrati ma comunitari, che faccio se non gli scende? Lo drogo? Gli dò una botta in testa così smette di soffrire? Lo butto di sotto?” E la signò, sempre sorniona mi spiega come devo fare ma soprattutto mi tranquillizza: “guarda cara, gli dai questo questo e questo e vedrai che la febbre si abbassa! E se non si dovesse abbassare, tra tre giorni lo devi portare dal medico. Ma tanto si abbasserà di sicuro!” . Ringrazio e me ne vado.
L’uomo che mi rubò il cuore si appresta ora a rubarmi pure la pena e la pietà perché è a casa, sotto a mille coperte e non ha neanche la forza di lamentarsi, mi fa solo degli occhioni così.
Lo rincuoro, faccio quella che sta tranquilla, che gli passerà, che non si preoccupi. Di nascosto mando messaggi alla mamma per avere qualche rimedio fai da te, la mamma ne sa sempre di più e, sempre di nascosto, maledico di non avere un bel bottiglione di grappa in casa.
Da me, i malanni di stagione si sono sempre curati così (ed ecco spiegate le generazioni di persone longeve e sanissime a casa mia!). (Aneddoto: una decina di anni fa era venuta a trovarci la zia missionaria che abita in Ecuador da circa sessant’anni – ne ha quasi ottanta, suppergiù-. Io avevo i primi esami all’università ma -diciamocelo- non una gran voglia quel giorno. Come al solito dissi che non mi sentivo bene, mah, un malessere, mah non saprei spiegare… e la zia (che parla perfettamente spagnolo ma in Italia si esprime meglio in veneto) mi disse: “alà alà [ma và, và] te bevi un bicierìn de grappa e te vedi come ca te passa tutto! Mi ae suore, quando chee stà mae gheo digo sempre! Un bicerìn e via! E te vedi che dopo le stà mejo sì!”). (Per dire).

Passano due giorni e l’Orsacchiotto del mio cuore non migliora.
Allora affronto il sistema sanitario svedese e vado in avanscoperta (“tu rimani a casa, non muoverti, non aprire a nessuno e soprattutto non fumareeee!!!”). Siccome sono le dieci di domenica mattina effettivamente non c’è coda e mi accoglie con il sorriso una simpatica matrona bionda che per comodità chiamerò Vanna.
La Vanna mi dice Kon il suo Forte aKen-tòn che posso prenotare una visita per il pomeriggio e se il mio “husband” potrà venire. Dico di sì (ma che non è il mio “husband”) (già c’abbiamo abbastanza problemi, signora Vanna…).
Torno a casa e trovo l’Orsacchiotto con gli occhioni di cui sopra in versione però “cane che vuole essere portato fuori“.
Per farlo stare tranquillo in attesa della visita gli porto due bomboloni. Magari si tira su.
Alle ore due eccoci all’accettazione.
La Vanna si alza con una voglia di lavorare che manco mi ea me prima stimana de ferie sul divano dimostro, e dopo aver controllato i documenti chiede: cash or card?
Eccerto, perché il primo che mi viene a dire che (aspetta che prendo fiato e la dico tutta di seguito): “in Svezia le tasse sono alte perché il contribuente viene ripagato dai servizi” gli sputo in un occhio il pessimo vino del Sistem Bolaget (che in questo Paese non c’è manco la libertà d’ebbrezza).
Dopo aver mollato allo Stato Svedese nella persona della Vanna 25 euro (circa, arrotondiamo al cambio) ci possiamo accomodare in sala d’attesa. Dove ci troviamo noi, sporchi immigrati italiani, un bulgaro (nativo bulgaro, visto che non parlava svedese con il personale) e una mamma tailandese con il bambino dal capello a scodella.
Mi viene da pensare che gli svedesi non si ammalino.
O vadano in un centro per soli purosangue.
Chissà.
Passano dieci minuti circa e ci chiama il simpatico dottor Zaaaaunchunchù (insomma, non mi ricordo il cognome ma uno per niente svedese) dalla simpatica faccia e simpatica provenienza cinese.
E io mi rincuoro, bòn, mal che vada gli fa l’agopuntura e vedi come gli passa tutto.
Il dottore ride un sacco (si vede che siamo simpatici, o che ha una bottiglia di grappa nascosta sotto alla scrivania) e visita il mio orsetto. Il quale si dimentica di riferire al medico di essere uno “smoker” incallito. Ma non ti preoccupare amore, per sfancularti ci sono qui io, che provvedo bene di farglielo sapere.
Il Dottore della terra dei Ming continua a ridere e dice che non ci dobbiamo preoccupare. Ah ah ah.
(Rido anch’io, così, per farlo sentire a suo agio, non si sa mai, metti che ci sganci davvero un grappino se entriamo in amicizia…)
E che si trattava di un’infezione alla gola (ah, e quindi secondo lui dovremmo star tranquilli!?) ma che stava guarendo.
E ride.
Vabbè bona ea grappa, an?

Gli chiedo se c’è una dieta particolare da osservare, e lui ride.
Dice che dovrebbe evitare gli alcolici (il paziente, mi sembra evidente che invece il medico ne può fare tranquillamente uso) e che non deve assolutamente fumare (punto per me!).
E poi, “let your wife take care of you!”.
(Arridaje!)
E ride.

Dice che sta inoltrando la ricetta alla farmacia al primo piano e che possiamo andare a ritirare i due sciroppi da prendere tre volte al giorno.
Scendiamo alla farmacia al primo piano, numero, ecco. Due sciroppi per il signore.

Sono settanta euro in tutto.
(E vedi che ci conveniva VERAMENTE la grappa???)

Comunque tutta questa storia per dire che essendo il mio coinquilino completamente debilitato, in questi giorni a casa non ha fatto niente.
No vabbè, ha giocato un po’ alla playstation.
E ha guardato la partita.

Ma per il resto non ha mosso un dito.
E ovviamente, mi viene da dire, ci mancherebbe, stava male, poverino.

Ma la cosa mi ha fatto pensare a quante cose in casa faccia effettivamente lui e solo lui.
La mattina fa sempre la lavastoviglie della sera e sistema la cucina.
Il sabato fa le lavatrici.
Le stende.
Aggiusta le lampadine che io -puntualmente- fulmino (ah, il bollitore ha fatto saltare la corrente, l’aggiusti tu amore?).
Monta i mobili.
Porta le buste della spesa.
Butta la spazzatura.
Pure nella differenziata.

Ed invece tutte queste cose negli ultimi quattro giorni ho dovuto farle io.
Non che mi dispiaccia essere ogni tanto la parte attiva della coppia (ehm ehm) e non che mi dispiaccia farle ma mi sono resa conto che tutte queste cose, sommate a quelle che di solito sono di mia competenza (cucinare, aspirare la polvere, camera da letto) diventano una mole non indifferente di lavoro.
(E io che pensavo di riposarmi)

E mi è venuto da pensare a quelle coppie dove lui è SEMPRE sul divano a giocare alla playstation, dove per lui il massimo del supporto è SOLO sintonizzare Skygo sulla partita, dove lui è quello che si ostina a non fare MAI niente e lei invece gestisce la casa, la cucina, la pulizia, l’ordine, la rava e la fava.

Ed ho pensato al titolo di questo post.

Consigli (non richiesti) a donne che viaggiano da sole (o in compagnia)

[Era da tanto tempo che volevo scrivere questo post, ma è stato il post della Zit a darmi la stura, come si suol dire, in linguaggio aulico…
Le stavo scrivendo queste perle in un commento ma ad un certo punto mi sono resa conto che il commento stava diventando più lungo del suo post ed ho deciso di fare un post a parte.
Sì, lo so che se ne sentiva il bisogno.]

Buongiorno a tutte, giovani donne che state organizzando un viaggio. Abbiamo scollinato luglio e non c’è niente da fare: si pensa alle vacanze.
La prima cosa che mi sento di dirvi è “beate voi!” visto che causa lavoro nuovo di pacca io le mie vacanze non le farò (fischietto della tristezza* per me).
Questo però non mi fa indietreggiare di una virgola dal mio proposito di rendere il mondo un posto migliore, grazie a anni (coff coff) di viaggi e spostamenti.
Ecco qui i miei consigli (non richiesti, e ci mancherebbe altro) a donne che viaggiano.
Sono pensati per donne che viaggiano da sole, con budget relativamente limitato (effettivamente, non credo che una che può spendersi diecimila euro in una vacanza di dieci giorni abbia bisogno di consigli ma solo di adulazione e ammirazione. Più di adulazione però. Vuoi essere mia amica? Sorriso a 78 denti incorporato), non hanno fobie di nessun genere e parlano discretamente una lingua straniera, no il dialetto non vale.
Pronti? Via!

Allora amica Zit, e amiche tutte: prima di tutto: buon viaggio, ma prima ancora “buon pre-viaggio!”

1) LA PREPARAZIONE:
A me la preparazione piace tantissimo, compilo mille liste (a mano, sui foglietti bianchi che trovo in giro, sull’agenda, sul blocco, sulle bozze di gmail, sul retro degli scontrini…) e mi ritrovo SEMPRE e puntualmente a fare la valigia alle tre di notte dei giorno STESSO della partenza, dimenticandomi almeno un terzo delle cose segnate.
Anche la preparazione è cambiata con il tempo e (magari) l’abitudine (ma non è vero, non credetemi: non ci si abitua mai al nervosismo divertente dei giorni prima di un viaggio!). Una volta prima di partire facevo il giro delle librerie e compravo la Lonely Planet: leggevo sempre almeno l’introduzione e… basta. Però la compravo. Prima di partire per l’inter-rail, il mio primo viaggio all’estero prolungato a diciannove anni, comprai un mese prima Lonely di Spagna sud, Spagna nord e Guida Verde del Portogallo (ebbene sì, all’epoca non c’era la Lonely del Portogallo, sì, sono vecchia, ma Laura -tu sai chi sei- non ti preoccupare, ora esiste!). L’anno scorso, per il giro Lubecca-Scandinavia-Olanda ho preso in prestito due/tre guide sciancatissime e datatissime dalla biblioteca tre giorni prima di partire, solo per sedare il senso di colpa.
E vabbè, una volta non c’erano gli ipad e le connessioni ovunque.
Anzi, nel treno Lisbona-Parigi (un comodissimo viaggio di trentasei ore -sì, non sto esagerando-) nello scompartimento c’erano due tedeschi (uno dei quali aveva la nonna che svernava a Abano Terme) che osservavano entusiasti un oggettino bianco in mano a due australiane.
Era il primo i-POD che vedevo.
Sì, con la O, per dire quanto tempo sia passato.
Ma non sentiamoci vecchie e andiamo avanti.
La preparazione prevede di aver “capito” o perlomeno avere un’idea di massima sulla destinazione o almeno sull’aeroporto d’atterraggio. Questo non sempre è possibile. Potreste trovarvi anche nella condizione in cui mi trovo io adess si trova una mia cara amica con un fidanzato che fa i biglietti aerei e si dimentica la data e la città d’arrivo di riferirvi quando e per dove partite.
Amiche, questo è il mio consiglio per sempre valido: i biglietti FATELI VOI.
Per vari motivi, il primo è: contenere l’ansia.
Fateli e stampateli.

2) DA METTERE IN VALIGIA:
Ovviamente questo dipende dal tipo di destinazione: al mare ci si porta costume, telo e crema (se viaggiate col solo bagaglio a mano scorporatela nelle boccette da 100 ml l’una che poi vi fanno storie al controllo di sicurezza e no, non valgono gli occhioni, soprattutto quando in divisa c’è una vichingona stazza armadio quattro stagioni), in montagna ci si porta (non ne ho la più pallida idea. Le uniche volte che sono andata in montagna ho sempre sbagliato tutto) qualcos’altro, nella prima vacanza con la vostra metà tanti completini, lamette e babydoll trasparenti. Ma non è questo il punto. Ognuna mette in valigia quello che le pare.
Ci sono però delle cose fondamentali che non vanno lasciate a casa.
Con il tempo, al fine di evitare di esaurire il compagno/a di viaggio ogni dieci minuti a suon di pacche sulla fronte e “ho dimenticato il/la …”, ho elaborato una minilista di cose che NON posso dimenticare.
Sono: carte di credito, calzini e passaporto.
In ordine alfabetico: calzini, carte di credito, passaporto.
In ordine inverso: passaporto, carte di credito, calzini.
Manco il cellulare c’è nella lista. Anche perché, per quello che lo uso…
Sono arrivata alla conclusione che per quanto mi prepari, mi dimenticherò sempre qualcosa. Ma non c’è niente di cui io mi possa dimenticare che sia così fondamentale da non poter essere comprato.
I calzini invece sono un casino: me ne servono sempre di più di quanti pensavo e col tempo ho capito che devo sempre prevederne in più. Anche quelli si possono comprare comunque.
Ah, e la pinzetta cavaciglia.
Quella che viaggia con me l’ho comprata a Dublino dopo tre ore di vagabondaggio alla ricerca di un posto dove le vendessero e ora viaggia sempre con me. Nella taschina della borsa assieme alle carte di credito.
Ah, e se fate un viaggio itinerante: cuscino a 4 euro di Decatlon (quello comprimibile che diventa dieci cm cubi) e copertina (io ho quella che mi regalarono Fratello e morosa dieci anni fa, pile e vai col liscio… quella coperta si è fatta migliaia di km e resiste ancora benissimo). In aereo, in autobus e in treno tutti (e dico tutti) vi guarderanno storto ma voi starete comodissime e vi farete dei gran sonni alla faccia loro.

2) IL VIAGGIO VERO E PROPRIO:
L’unico vero consiglio è: rilassatevi.
Ho passato un bel po’ di viaggi a preoccuparmi di veder tutto il possibile, a farmi file ai musei, ad agitarmi perché trovavo chiuso, in fila agli sportelli delle stazioni a chiedere, a discutere, a ponderare, a fare conti su quanti giorni rimanevano per vedere questa o quell’altra città etc etc.
Ma adesso basta.
Mi sembra evidente che (avendo pure in programma di lasciare questa vita tra qualche anno) non riuscirò mai a vedere tutto quello che prevedo e che vorrei. E pazienza, questo non lo posso controllare. Il mondo è tanto grande e difficilmente lo vedrò tutto. Ci provo, eh. Però bisogna essere realisti.
E le parti che mi sono piaciute di più delle mie vacanze sono io e la mia amica che ci piegavamo dalle risate e dal peso degli zaini davanti alla stazione di Avignone, il dialogo surreale con un cuoco romano nel giardino dell’ostello di Perpignan, io e l’altra a farci le foto buffe davanti alle grotte in Cappadocia, le canzoni cantate sull’autobus che non arrivava mai a Istanbul, la lotta dentro al mare Egeo, dove anche a due metri vedi perfettamente i tuoi piedi, l’ansia quando si entra sotto l’acqua nel ponte a Copenaghen, io che mi mangio la tortilla e mi bevo una cana con limon alla Bercelloneta, il festival della birra trovato per caso a Lubecca, mio fratello che mi impreca in tutte le lingue del mondo perché ho sbagliato stazione d’arrivo in Marocco e sono arrivata in un posto dimenticato da Allah e dal Re in cui ci sono solo malesi e venditori ambulanti e pure i marocchini evitano, l’albergo a Sofia trovato per caso, la colazione che un amico d’infanzia del futuro marito di mia sorella mi ha fatto trovare la mattina dopo a Galata, il tizio che ci inseguiva a Porto, la spiaggetta spagnola dal pranzo a cinque euro raggiunta con la corriera consigliata dalla mia corrispondente spagnola di quarta liceo che sembrava di stare in California, gli occhi sgranati davanti ai trancioni di salmone la prima volta in assoluto che mettevo piede a Stoccolma, il mercatino di Natale trovato per caso il giorno in cui abbiamo deciso in un pomeriggio noioso francese di fare un salto a Basilea e la tazza blu che è ancora a casa dei miei, le viette incantevoli e piene di gente e la friggitoria che friggeva qualsiasi cosa trovata per caso e per fame a Maastricht che neanche dovevamo fermarci lì…
E nessuna di questa include un museo o un’attrazione “da vedere” di quelle scritte sulla guida.
Certo, all’Alhambra, ai Musei Vaticani, al Thyssen, al Louvre, alla National Gallery e a Capodimonte ho voluto andarci. Sì. Ovvio.
Ma solo perché sapevo che dentro c’erano quadri che io volevo vedere da una vita.
Punto.
Quindi il mio consiglio è: non c’è niente che bisogna fare ASSOLUTAMENTE in una vacanza. Non c’è niente che BISOGNA vedere per forza in una vacanza.
L’importante è aver scelto la compagnia giusta (anche se si tratta solo di se stessi) e volersi bene. Volere bene al mondo che ci circonda, essere bendisposti.

Ma ora, ecco il consiglio supremo che mi sento di darvi, giovani donne che partite.
3) IL GIORNO DELLA PARTENZA
Il giorno della partenza (non importa se la partenza della vacanza o una partenza PUNTO A PUNTO durante la vacanza) BISOGNA ESSERE FIGHE.
Soprattutto se non si parte con la dolce metà.
Non è vero che bisogna essere comode. Questo è il più grande inganno dopo Tracy Chapman che non è un uomo (anni prima di scoprirlo e ancora mi devo riprendere).
La donna che viaggia, sia anche per prendere il treno in Italia da una città all’altra, deve essere figa. E perché dico questo, proprio io che non mi trucco quasi mai e mi metto la prima roba che capita? Perché mi trasformo il primo giorno del viaggio? Eh, perché?
Per un semplice motivo.
Anni e anni di frequentazione di stazioni ed aeroporti mi hanno portato a questa insindacabile e cristallina conclusione:

se hai i tacchi e sei tirata da gara, gli uomini intorno sentono il dovere morale di portarti la valigia.

E ora andate in vacanza e divertitevi.
(Anche per me)

*Questa la capiamo sì e no in cinque: ciao amici!

Registrazione delle frequenze anomale

Se esistesse un rilevatore di frequenza d’uso per parole ed espressioni usate/sentite nei giorni tra Toscana/Puglia/Basilicata/Campania/RiBasilicata/RiPuglia (da giovedì notte a stanotte, troppo pochi giorni per così tanti chilometri) avrebbe rilevato l’aumento sconsiderato delle seguenti:
– caffè
– ceniamo/dove andiamo a cena/facciamo una cena
– mangiamo/cosa mangiamo/dove andiamo a mangiare/vi porto a mangiare in/ siamo invitati a mangiare da
– assaggia/assaggiare/prova/ hai mai assaggiato/ hai mai provato/ eri già stata in questo ristorante/ bar/ enoteca/ trattoria/ macelleria
– ne vuoi ancora/ ne vuoi/ senti questo/ ma non hai mangiato niente/ adesso ti faccio portare
– devi assolutamente sentire/ provare/ assaggiare questo/ questa delicatissimo/ delicatissima pizza/ focaccia/ crostone/ carboidrato a scelta
– ma in Svezia questo non lo trovate/ mangialo/ bevilo ora che poi chissà quando sarà la prossima volta
– ma se non avete mai provato/ bevuto/ mangiato il gelato/ il dolce/ il croissasnt crema ed amarena/ il tartufo di Pizzo/ lipide a scelta/ allora ve ne faccio portare una selezione

Sono stata benissimo.
Poi ieri ho preso l’autobus Matera- Aeroporto di Bari (ma l’hanno intitolato a Modugno per via di Volare oh oh?!) e memtre guardavo fuori dall’autoradio Irene Grandi cantava “io ti dico addio, tu mi dici ciao” e io non so se devo prenderla come una minaccia per il mio fegato…