Una cosa che non pensavo mi sarebbe piaciuta: il corso prematrimoniale in Australia

Eccomi nel fantastico mondo della preparazione matrimoniale.

La mia faccia quando mi chiedono: “Allora come vanno i preparativi del matrimonio?”

Lo dico subito, io quando ho saputo di dover frequentare il corso prematrimoniale ho pensato all’ennesima scocciatura. Da mettere nello stesso sottoinsieme mentale con il colore dei centrotavola, i nastrini sulle bomboniere, le bomboniere stesse (perché ti sposi un terrone*, perché!?), le quindicimila partecipazioni da consegnare ai parenti lontani (“perché ti sposi un terrone*, perché!?”Parte 2. “Ma voi al Nord non fate le partecipazioni?” mi hanno chiesto stupiti i genitori dell’Orso. “No, chi riceve l’invito è invitato, gli altri non ci interessa neanche che lo sappiano” ha risposto la glaciale polentona, gettando i suoi nello sconforto). Ovvero quella categoria di cose che ti tocca fare, ma che non fai con piacere.

Sono entusiasta all’idea di dover scegliere un oggetto inutile che nessuno degli invitati apprezzerà chiamato bomboniera.

Anzi, a dire la verità, quando il mio parroco in Italia mi ha detto: “Guarda che se non trovate nessuno in Australia che vi faccia il corso prematrimoniale non c’è problema, venite da me una sera e ve ne faccio uno io” avevo tirato un sospiro di sollievo.

E invece, (eccole le meraviglie del matrimonio: non si finisce mai di conoscere una persona!) l’Orso ha dichiarato: “Ma io voglio farlo!”.

Sostenendo che per lui è stato impegnativo decidere di chiedermi di sposarlo, scegliere l’anello, consegnarmelo, aspettare per dieci lunghissimi infiniti minuti la mia risposta, però che solo frequentando il corso prematrimoniale si sarebbe reso conto del passo che stava per compiere.

E va bene.

Io dentro di me pensavo: vengo da una famiglia cattolica praticante di missionari e vescovi (sono pur sempre veneta, e i veneti si sa che sono basabanchi), ho fatto 10 anni di catechismo, 7 anni di fraternità francescana (finché la mia guida spirituale, un frate trentenne simpaticissimo non ha deciso di mollare la Chiesa e sposarsi)… ma insomma, cosa dovrà mai insegnare un corso prematrimoniale a me che io già non sappia?

(Spoiler: La mia spocchiosa arroganza ha trovato una bella mazzata sui denti ad ogni incontro).

Poi ho pensato: massì, in fondo sono tre serate, prendiamole come un corso di inglese avanzato.

(Giuro, l’ho davvero pensato…)

Così sono iniziate le prime sorprese.

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E il bentornata della Spagna

“Ma lo sapevi che hanno aperto questo posto con le birre a 40 centesimi?”

 

(Chi mi può rispiegare un attimo perché me n’ero andata da questo Paese magnifico?)

Riflettendo e sperando che non si rompa lo specchio

– Tempo fa ri-bloggavo dopo mesi un post sulla pigrizia degli utenti medi di internet disoccupati e alla ricerca di un lavoro. Sulla scarsa propensione a cercare notizie certe, leggere i bandi, trovare gli indirizzi e le modalità per partecipare ad una selezione e la invece ben maggiore propensione alla lamentela, al commento disincantato, deluso, abbaiante sui social network. Sono considerazioni che faccio ancora.
In particolare, raccontavo di come mi capitò una volta di partecipare ad un concorso e di aver ascoltato nell’attesa della prova orale una notevole quantità di lamentele dagli altri candidati su presunte raccomandazioni e sull’inutilità di stare lì che mi avevano amareggiato e demoralizzato non poco. Fatto sta che ebbi il posto. Raccomandazioni non ne avevo (e anche volendo, non saprei neanche da dove cominciare: la mia famiglia è modesta e senza conoscenze importanti, il concorso era in una regione distante dalla mia, il mio cognome neanche lontanamente simile ad uno famoso…) e non ne ho mai avute.
Da lì partivo per fare considerazioni su quanto ci piangiamo addosso (e la rete ha amplificato questo pianto in un una lamentazione collettiva che se avessi l’audio acceso ogni volta che accendo il pc dovrebbe partire questo) e su quanta invece poca voglia abbiamo di rimboccarci le maniche, preferendo le scuse che ci hanno insegnato (vincono solo i raccomandati, il tuo cv non lo guardano nemmeno, vogliono tutti che tu abbia esperienza ma come si fa se non te la fanno mai fare etc etc).
E un commento mi ha sferzata: “sì, ma non sui vinti che ci dovremme concentrare, bensì sui vincitori. Se guardiamo alle cariche alte: chi occupa quei posti? E’ perché se lo merita?”.
Io penso ancora che parte della disoccupazione ed in generale della situazione attuale dipenda dal disfattismo generale.
Però è anche vero che metterla sul piano “la colpa è dei vinti” non solo non è la soluzione del problema, ma è un modo per affondarli ancora di più.
E con il carico di lupini affondiamo tutti.

2. Ho letto la Jobs Act. Tralascio i commenti sull’inglese spicciolo e sulla forma, più adatta ad un’orazione che non ad un testo argomentativo… tralascio tutto.
Visto che il mio buon proposito per il 2014 è ottimismo e positività, io prenderei il buono. Visto che dice che gli possiamo mandare i nostri suggerimenti… ecco, io lo inonderei di email.
Come all’epoca inondai di email l’ufficio della Gelmini. (Allora non servì, ma vuoi mai sapere…)

3. C’è una cosa che il 2013 mi ha fatto capire ed è il valore della famiglia. Non mi stancherò mai di ripeterlo.
Ma nel mio caso (fortunato sicuramente, rispetto a tanti coetanei e conterranei) non è perché i miei mi abbiano prestato dei soldi o mantenuta, no. Ma perché mi hanno fatto capire che mi vogliono bene. E che è bello volersene. Guardo loro, dopo trentacinque anni ancora a battibeccarsi e ad essere innamorati e penso che l’amore, quelli che scrivono i romanzi o le frasi dei baci perugina dovrebbero venirselo ad imparare a casa mia.

4. Io sono la prima ad ammetterlo, il 2013 non è stato un anno facile. Con questo non voglio dire che sia stato un anno da buttare, anzi, ci sono state tantissime cose positive ed eventi degni di essere ricordati.
Una settimana fa sono andata dal mio medico curante, che non è (almeno credo) esattamente un cretino, mi cura da una decina d’anni e cura pure la mia famiglia. Ci conosce e mi fido. Abbiamo chiacchierato, mi ha chiesto della vita in Svezia, parlato del più e del meno, deciso le prossime visite e mi ha prescritto un farmaco.
Quando sono andata in farmacia ero molto tranquilla.
Quando sono tornata a casa ero un po’ inquieta. Quel nome mi diceva qualcosa ma non sapevo cosa.
Ho cercato e letto tutte le informazioni riguardanti quel farmaco.
Ed ho deciso di non prenderlo.
Io sono la prima ad ammettere di essere stata molto triste durante il 2013. Sono la prima ad ammettere che il trasferimento in Svezia abbia risvegliato una certa propensione al mutismo e alla solitudine. Ma sono ancora una persona che scherza e ride più volte al giorno.
Tutti i giorni.
Una persona che è molto innamorata e che in generale, nella vita è molto fortunata. Sia per le cose materiali che per gli incontri che ho fatto e che faccio continuamente.

Io ho deciso che non prenderò mai un antidepressivo.
Non mi importa niente del parere medico.
Punto.

Ripeto, come diceva Catone: ciò che ti servirà, prendilo da te stesso.
Questo mantra mi ha guidata sempre, e non ho ancora finito le scorte.

Buon 2014 a tutti, di nuovo, ne abbiamo tutti bisogno, di auguri, di speranza e di grinta.
Ciò che ci mancherà ce lo prenderemo da noi stessi.

We cannot reach any higher

Dopo circa 700 km macinati in un giorno (beh? cos’è quella faccia? Anche i co – piloti si stancano! Mica facile trovare sempre argomenti nuovi di conversazione, cambiare le stazioni radio, chiedere soste all’autogrill…), dopo cinque giorni trascorsi nella Campania Ridens a casa della family in law (e che sarà mai, mi sembra di sentire, capirai, sopportare due genitori… sè, dilettanti. La family in law è composta non solo da genitori ma anche da due fratelli, quattro zii, amici del compare d’anello del padre, il salumiere di famiglia, il macellaio di fiducia, quello delle mozzarelle, quello del vino, la rava, la fava…), dopo aver ricevuto complimenti improbabili (il padre del mio ragazzo mi presenta alla figlia di non so chi e questa, stringendomi la mano e guardando mio suocero: “complimenti, complimenti per la scelta!!! Che bella ragazza!!!” ma dico io: ma che merito ne ha lui? Mi prudeva rispondere: ” pensi che mi ha scelto per l’intelligenza!!!”) e aver declinato reiterate offerte di cibo in modi sempre più rocamboleschi (“io no grazie, ma sono certa che lui -indicando il mio ragazzo- ne vuole ancora, vero amore?” Rovesciandogli la roba sul piatto ed obbligandolo a mangiare; “adesso no, grazie, ma sicuramente stasera sì ne prenderò un pezzetto”; “oh certo ne vorrei ancora, ma prima vorrei sapere gli ingredienti, vorrei tanto prepararne uno uguale…” iniziando a parlare a ruota e poi lasciandolo sul piatto; alzandomi facendo finta di sparecchiare; girarmi di scatto verso la televisione appena la madre intercettava il mio sguardo con il piatto da portata in mano etc etc etc), dopo aver schivato il capitone, dopo aver difeso la nomenclatura del cotechino, eccomi finalmente a casa mia.
Ovviamente mamma del nord, per non sfigurare con mamma del sud ci ha presentato una cena con antipasti, primo, tre secondi, contorni, frutta dolce e caffè.
Risultato: siamo due palle rotolanti e le vacanze non sono ancora finite. Gli amici della mia dolce tre quarti millantano grigliatone e aperitivi a venire…
Detto questo, sto bene.
L’anno appena trascorso mi ha fatto venire le lacrime ieri sera, è stato un anno difficile sotto molti aspetti, ma anche pieno di cose nuove e belle: mia sorella si è sposata, abbiamo comprato casa, l’abbiamo arredata, ho trovato lavoro, la fine del mese arriva prima della fine dello stipendio, ho conosciuto la famiglia del mio orso adorato e sembrano volermi bene, mio fratello finalmente se n’è andato da un posto che lo aveva reso stanco e vecchio e io ho capito che la famiglia è la cosa più importante al mondo.
Inoltre ho iniziato a guardare con armonia e non con rassegnazione all’età.
Questo, per quanto manchino ancora undici mesi, sarà l’anno dei trenta. Una cifra tonda che può far paura.
Ma ho imparato a guardarla con affetto quella cifra: ho imparato tante cose in questi anni. E’ una cifra che segna il confine: fino ai trenta si vive per se stessi. Dai trenta in poi si può vivere mettendo se stessi in relazione con gli altri. Sono grande. E voglio non aver più paura di esserlo.
L’orso del mio cuore un giorno mi ha detto “non aver paura delle responsabilità. SONO BELLE le responsabilità”.
Ed io adesso ci credo, ma non solo: io adesso voglio crederci.
Non bisogna aver paura di non essere più quello che eravamo. Da adesso in poi possiamo solo migliorare.

Buon anno a tutti!

Ho chiesto a Google cosa fosse un MAN e mi ha risposto: “Museo d’Arte di Nuoro”

Ci sono state delle chiacchiere con le amiche, un articolo che ho letto e una puntata che ho appena visto. Forse ho associato queste tre cose solo per analogia, forse solo perché in questo periodo, con la testa relativamente vuota sono più ricettiva.

La mia amica parlava del suo ragazzo, sì, ci sono dei problemi, sì, lui è una persona introversa e a cui non va a genio che lei abbia tante attività e tanti impegni, ma lei lo vuole lo stesso (perché, mi chiedo io) e anzi, pensa che le piacerebbe sposarlo ed avere dei bambini da lui.

Il post che ho letto era scritto da un uomo che si chiedeva cosa pensassero le donne sulle donne. Aveva fatto una ricerca tra le sue lettrici chiedendo tre difetti e tre qualità delle donne.

Era emerso che quelli che erano difetti venivano visti anche come pregi. L’alta competitività era un difetto ma la tenacia una qualità, sacrificarsi era un difetto ma se per amore diventava un vanto, la bellezza per ottenere qualcosa era vista come un difetto ma la bellezza naturale o con pochi accorgimenti diventava una qualità. Ma tutte si soffermavano sul primo punto: la competitività che rende le donne cattive tra di loro e pronte ad azzannarsi. L’autore (poi quando ritrovo il post lo linko) dal suo pulpito di uomo ed omosessuale parlava del perché le donne siano spinte a sbranarsi così e lo faceva discendere dall’esigenza primordiale di accaparrarsi il maschio protettivo che salvasse la prole. Quando lo si individua, non lo si lascia scappare e se qualche altra femmina si avvicina, la si sbrana.

La puntata del telefilm (che non so come si chiami, è la prima volta che lo vedo) parlava di come sia difficile definire gli uomini, dal momento che gli uomini sono tutti molto diversi tra loro. Eppure, iniziando a “pensare da uomo” si capiscono molte cose. Per esempio che debbano decidere quando e se assumersi delle responsabilità ed esserne sicuri, non farlo mai a metà. Perché da loro dipende molto e anche se non dipendesse molto, almeno dipendono i loro figli.

Allora mi chiedo: siamo ancora tutti così legati ai nostri bisogni ancestrali?

Cerchiamo in un uomo la protezione, la sicurezza perché pensiamo di voler riprodurci?

Nonostante anni e decenni di femminismo, siamo ancora lì che ci scanniamo (metaforicamente) perché quello che vogliamo, in fondo, per quanto stiamo a raccontarcela, è fare figli?

Mah.

Quando. In cui. Ma no. Ma si. Ma su. Ma dai.

Le due settimane successive ad essersi laureata sono quelle in cui:

– scopri solo dopo mezz’ora che e’ mezz’ora che stai guardando Luca Sardella blaterare di arachidi con la Volpe, e non ti senti in colpa. Al massimo in imbarazzo.

– ti presenti agli amici di amici inserendo nelle prime tre frasi almeno una volta parole come: “appena laureata”, “centodieci”, “contentissima”.

– in cui ti strafoghi di carboidrati perche’ ti fanno felice ( ops, questa e’ valida anche in altre fasi della vita)

– Vai da nonna e discuti sul colore di capelli della conduttrice Saluzzi

– Prima di prendere un treno ti prendi un giornale e non ti senti in colpa

– Leggi le mail con il sorriso e senza la ruga d’ansia

– Mandi domande di partecipazione a bandi senza crederci affatto, ma con grandissima serenita’

– Porti mazzi di fiori alle Prof senza sentirti una lecchina perche’ tanto “ti sei gia’ laureata” (ah, l’avevo gia’ detto, per caso?)

– Ti svegli tardi, e ti giri dall’altra parte

– Vai a fare gli aperitivi in anticipo e non trafelata con i libri in borsa

– Ti commuovi a guardare le spose su realtime (quella pero’ dev’essere la stagione, mi sono commossa davanti ad una pornostar che si dichiarava al marito)

– Vai al mercato con mamma senza arrabbiarti col mondo e/o con mamma

 

 

 

Insomma: laurearsi rende piu’ frivoli, sentimentali ma fondamentalmente piu’ buoni.

Andate e laureatevi!

La botta in testa

Tantissimi anni fa, papà prese una botta in testa e perse la memoria.

Stavolta papà ha preso, sì,  una botta in testa, è stato in coma due giorni ma NON ha perso la memoria.

Di ciò non è del tutto convinta mamma, che approfittandosene cinicamente ha oggi cercato di convincerlo all’acquisto di:

– un suv BMW per lei

– se non si può un suv BMW, può andar bene anche porche, basta che facciano suv

– una smart per me

(al che sono intervenuta con un: “mamma, a che mi serve la smart che non guido e mi muovo solo in treno?”)

– un treno per me