Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Virgawards: personal edition

Siamo al 20 dicembre.

Credo di aver imparato delle cose importanti quest’anno, e vorrei portarmele in valigia per l’anno prossimo.

  • la gratitudine: è successo un mesetto fa.  Era tardo pomeriggio, avevo finito di lavorare e invece di scendere in fretta dall’autobus per fare la spesa e andare a casa, sono andata in spiaggia. Mi sono tolta le scarpe e sono rimasta un’oretta seduta a guardare l’Oceano Pacifico. Ok, non ho il lavoro dei miei sogni, ok, sono lontana dalla famiglia, ok, ok. Ma sono contenta. Sono grata per questa nuova curva nella mia vita, questa opportunità. Non la vivo con ambizione, né con troppa ansia. Sono qui con una persona che mi ama (così sostiene! Incredibile!), in Italia e in Inghilterra ho una famiglia che mi vuole bene, ho amiche che cercano di esserci nonostante la distanza, ho il mare davanti, l’estate addosso come cantava Jovanotti, la spiaggia sotto ai piedi e tutta la vita davanti. Voglio essere grata. Senza dover ricorrere alla falsa modestia. Sono grata perché sono una ragazza fortunata. (Sì, stiamo esagerando con le citazioni di Jovanotti, ma se devo dirla tutta qui non è il paradiso, all’inferno delle verità io mento col sorrisoooo).

 

  • il perdono: è una parola grossa, che porta connotazioni religiose. Negli ultimi mesi mi sono sentita in difficoltà a mantenere i contatti con le mie amiche in Italia. Il fuso orario, gli impegni, sembrava che nessuna avesse mai tempo per me. Ma come? Ma allora ero solo io a tenerci? Mi sono chiesta varie volte da Luglio in poi. Ho ripensato a tanti rapporti e mi sono sentita marginale, esclusa… rifiutata. Poi sono tornata, e le ho riviste per quello che sono: ognuna con i propri pregi e difetti, con la capacità o l’incapacità di mantenere un’amicizia in cui ci si vede pochissimo. Perdono non è rassegnazione, che dentro nasconde il rancore di aver subito un torto. Perdono è analizzare la disparità tra il trattamento desiderato e quello ottenuto e guardarla da dentro questa differenza, capirla, e in fondo abbracciarla. E dopo si può andare avanti più leggeri. Il perdono non è mai un favore che si fa all’altro. E’ un favore che ci si fa a se stessi. (E guardami affrontare questa vita come fossi ancora qui, grazie Tiziano!)

 

  • il perdonarsi: certo, avrei dovuto fare il master in Inghilterra. Avrei potuto andarmene prima dalla Svezia, avrei potuto rifiutare questo ennesimo trasferimento e impuntare i piedi. Avrei potuto tenermi il contratto a tempo indeterminato in una scuola che tutto sommato mi piaceva. Avrei potuto stare meno tempo a zonzo l’ultimo anno e concentrarmi su progetti più redditizi e più spendibili sul curriculum di”passare tempo con la mia famiglia”. Però ad un certo punto bisogna fare pace con se stessi. Guardarsi a fondo e riuscire ad accettarsi. Ad accettare che la vita non è una linea retta precisa. Che le cose potevano essere fatte meglio, più in fretta, ma che in fondo non è importante. Non ci sono traguardi. Bisogna solo volersi bene: essere amici, madri di se stessi e accettarsi. (Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola. […] Di ogni giorno prendo il buono, […] é troppo presuntuosa la previsione di una verità, grazie Arisa)

 

E voi? Cosa vi mettete nello zainetto per il 2017?

 

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Chissà cosa ci sarà dietro questa curva? (Foto scattata in Nuova Zelanda, sì, lo so, non mi vengono tanto bene le foto e infatti non ne pubblico mai)

 

 

 

 

Come rendere questo tempo produttivo?

“Devi dimostrare qualcosa a qualcuno?” mi aveva chiesto mio fratello un giorno al parco, durante il periodo inglese.

Era un giorno in cui non mi sentivo molto in forze, o, forse, ne sentivo fin troppe, ma tutte opposte e nello stomaco.

Il pensiero dell’anno universitario da frequentare in Inghilterra, il trasloco dalla Svezia, il bisogno di trovare qualcosa da fare, la necessità urgente di non sentire di sprecare il mio tempo.

Guardavo il Tamigi, bevevo acqua a piccoli sorsi e mi sembrava di scoppiare dalla gola in giù. Non riuscivo a fermare i pensieri, mi sembravano tutti ugualmente prioritari.

Ed ora eccomi, sono passati (li devo contare, che neanche me ne rendo conto, mi sembra sia passato un millennio e mezzo) tre mesi. Tre miseri mesucci.

Il trasloco dalla Svezia è stato fatto, la rinuncia al corso di studi in Inghilterra è appena stata inviata (lacrimina), le decisioni sono state prese.

E adesso?

 

E adesso mi ritrovo in questa terra di nessuno che è il periodo in cui attendi il visto nuovo, che me lo immagino in oro zecchino scolpito a mano intarsiato di zaffiri e rubini per quanto ci sta mettendo ad arrivare. Con quel brillantissimo pezzo di gioielleria potrò finalmente lavorare.

Per il momento sto buona buona.

Per come sono le leggi qui (ovvero: sono cattivi cattivi cattivi che mia mamma quando mi spegneva la televisione mentre guardavo Dawson’s Creek per mandarmi a fare i compiti urlando al confronto è un agnellino) non potrei neanche mandare curriculum in giro.

 

Quindi da qui il titolo: come rendere produttivo questo tempo?

A scuola non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente), a lavorare non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente): iscriversi a corsi o master o fare un tirocinio non retribuito (espressione che aborro, se lavoro mi paghi e sennò non lavoro e sto a casa mia) quindi è fuori discussione.

Oltretutto c’è quell’aspetto irrisorio per cui se non lavoro i soldi non entrano, per cui sperperare quelli che ho in corsi “solo per tenermi impegnata” non mi sembra il caso.

Lavorare on line? Sempre per il discorso delle leggi meglio evitare.

Studiare on line? Con la connessione a manovella anche no…

Quindi: fidati ed illuminati lettori silenti che passate ogni tanto di qui… me lo volete dare un consiglio?

 

(Sentitamente ringrazio)

By the river: inconcludenza

O anche: “Si vede che non sei ricca, perché hai sempre dei sogni realizzabili”*.

 

(Modo elegante per dire: “molto piccoli”).

(Da leggere con questa che accompagna)**.

 

Sono a casa da una settimana.

Il che non è propriamente vero, visto che è da Ottobre che vengo qui sempre più frequentemente per periodi sempre più lunghi.

I miei trattengono una domanda legittima che farebbe più o meno così: “Ma quando te ne vai?”.

Io mi sento in un modo difficile da descrivere. Sedentaria, svogliata, stanca, a tratti triste, inconcludente. Mi sento dentro ad una bolla. Qui sono protetta e viziata. Fuori mi sembra tutto vago ed impreciso.

I miei rimedi soliti (segnare le date nel calendario, stilare su un foglio senza righe i progetti per i prossimi giorni e mesi, uscire a ridere con le amiche, bere, prendere aria, bere caffé, disegnare…) non hanno sortito l’effetto sperato.

Domani saranno cinque mesi da quando mi sono licenziata. E anche se non è proprio vero che sia rimasta con le mani in mano, mi sembra di non avere più voglia di niente.

Anzi, non è vero.

Mi sembra di avere desideri che non avevo mai avuto prima, e del tutto distanti da quelli che mi hanno animato finora.

La mia guida spirituale di quando avevo vent’anni mi aveva descritta come “determinata”. La specialista con cui ho parlato a settembre mi aveva definita “una che vuole fare tutto il possibile perché gli altri non abbiano da rinfacciarle nulla”.

Io ora non ho più la determinazione di un tempo (se mai ce l’ho avuta veramente). Quella che mi faceva sognare di girare il mondo e puntare in alto.

Ho abbassato la mira.

Ora come ora vorrei una casettina, piccola, piccola, stare con l’Orso, avere magari qualche orsetto qua e là, lavorare poco, vivere di poco, essere in salute, godere di una temperatura superiore ai 20 gradi, non aver bisogno di nulla.

Chi l’avrebbe mai detto?

Mi piacerebbe tutto questo, già.

E proprio in uno stato d’animo del genere mi devo buttare nella metropoli più frenetica d’Europa, sgambettare e sgomitare per posti di lavoro che non conosco, buttarmi nella mischia per conoscere persone nuove che passeranno il tempo a far finta di divertirsi per poi pubblicare le foto e riconoscere di essersi divertiti solo in base al numero di “like” (che se ci togli una “k” si capisce invece cosa siano).

Non ne ho voglia.

Avevo diviso il mio anno in trimestri, e alla fine di ogni trimestre avrei dovuto raggiungere un risultato. Quindi entro Marzo: Inghilterra.

Ma io non ne ho voglia.

Guardo le mie librerie qui a casa, ce n’è una dove riposano i libri dell’università, in ordine per esame, da Filologia Italiana (primo) a Storia Romana (l’ultimo). Li guardo cercando di farmi coraggio, se ce l’ho fatta allora, che ero un’ignorante campagnola che non sapeva nulla dell’università e aveva solo una maturità classica linguistica in tasca (e tanti sogni), a maggior ragione ce la farò oggi che sono sempre un’ignorante campagnola ma che in tasca ho altre due lauree e corsi di formazione e dieci anni di esperienza docente in Europa.

Ma loro mi guardano sconsolati.

Si vede che ho sogni troppo piccoli.

__________

*Frase con cui mi ha ribattuto l’Orso qualche settimana fa mentre passeggiavamo per Milano e io indicavo attici dicendogli: “un giorno sarebbe bello abitare lì”.

** Per chi ascoltandola l’avesse riconosciuta, per via di Nanni Moretti, devo ammettere che per me è soprattutto questo il film che a cui mi fa pensare (No hay nada mas dificil que vivir sin ti).

Do you need somebody? E c’è ancora cielo*

Stare a casa da soli aiuta.

A pensare.

Io per esempio ho fatto un sacco di progetti per i mesi venturi e, ops, la Svezia non è inclusa.

Esempi:

– cammino di Santiago a giugno

– corso intensivo a luglio (da decidere il luogo, ma English-speaking)

– corsetto veloce di una settimana ad agosto (da decidere il luogo, ma French-speaking)

– iscrizione a Master a distanza nei prossimi giorni

– iscrizione al test di inglese per il prossimo mese

– preparazione di carte, cartine, scartoffie per iniziare a Settembre un nuovo Master, altrove

– forse da qui a Settembre non ci saranno più vacanzone lunghe e distanti e giornate in cui l’unica parola che sentirò ripetere dall’Orso in posizione stella sulla sdraio sarà “schiattàààà’t” [ schiattato sotto al sole, per i non orsoparlanti], forse neanche fino all’anno prossimo.

Ma chi se ne frega.

Se la tua vita non ti piace, devi avere il coraggio di prenderla in mano e sbatterla, scuoterla, farle fare il ruttino, farle fare una capriola, darle due schiaffetti in faccia e toh, cambiarla.

 

* E dai che è da cinque minuti che la state cantando

Sì, lo so, forse sono domande retoriche e banali e non sarò certo la prima a farsele

Ci sono giorni, come oggi, che ti svegli con un sorriso, non lo sai neanche tu perché.

E neanche vedere che la cioccolata più insaccati di importo dall’Italia e dalla Spagna degli ultimi giorni ti ha generato due nuovi brufoli sul mento ti toglie.

Giorni in cui ti godi finalmente il divano in terrazza con un caffè.

E certo, lo so anch’io che la vita mica è fatta solo di gioie semplici.

Anche perché le cosiddette “gioie semplici” bisogna guadagnarsele: avere un terrazzo significa pagare un mutuo, avere un divano significa averlo comprato, avere del caffè significa poter disporre di almeno almeno almeno almeno una tazza, un fornello e del caffè in polvere di proprietà. Avere, anzi sarebbe meglio dire: possedere tutte queste cose significa aver lavorato, aver guadagnato, aver investito, aver anche litigato (“ma che ce ne facciamo di una casa col terrazzo? C’è bella stagione solo due mesi l’anno!” “Fidati che ad aprile inizi ad apprezzarla”, aveva ribattuto lui non più di otto mesi fa) e alla fine aver alzato le mani alle responsabilità che aumentano e ai pensieri che non sono più della gravità di “ho un esame la settimana prossima e mi mancano cinque libri di 400 pagine” ma dell’ordine di “ho un mutuo in un Paese a duemila chilometri da casa mia con una persona con cui non sono neanche ufficiosamente coniugata in una banca in cui nessuno parla la mia lingua e sono disoccupata”.

Già, le gioie semplici, così come le chiamano le riviste e i blog new age, non sono altro che il frutto di lavoro.

Vorrei, ci ho pure provato se per quello, combattere questa forma mentis per cui soffriamo in prospettiva di godere e passiamo molto più tempo a costruire e faticare alla creazione del nostro bene che non nell’effettivo godimento.

Di una settimana passiamo cinque giorni a lavorare come muli aspettando il sabato e la domenica: due giorni di pace come premio per cinque giorni di fatica e stress.

Di un anno passiamo mesi e mesi e mesi ad abbassare la testa e ad alzarci la mattina svogliati, ad infilarci in mezzi di trasporto stracolmi all’ora di punta di gente e di frustrazioni, prendiamo critiche e corsi per migliorare, a guardare l’orologio per non perdere la pausa pranzo e l’ora di uscita per avere in cambio cosa? Quindici, venti giorni di ferie.

Ferie, non vacanze.

Delle cinquantaquattro settimane che ci sono in un anno ne passiamo praticamente cinquanta a lavorare per averne quattro di riposo.

C’è qualcosa che non va.

Passiamo anni e anni e anni e anni a lavorare, ingoiando rospi e facendo sacrifici e risparmiando per poi arrivare stremati dopo quaranta, quarantadue, quarantacinque anni a goderci la pensione. Che se la vita ci dice culo* ci durerà dieci, quindic’anni.

Degli ottanta anni di vita che abbiamo ne passiamo quindici, venti a prepararci per un lavoro, quarantacinque ad eseguirlo e quindici per riposarci di quel lavoro.

C’è qualcosa che non va.

Lo so che non posso essere io che scrivo dal divano di casa mia a cambiare l’ordine del mondo. Lo so che non sono la prima a pensarci.

Ma io non so quanto starò al mondo.

Non voglio arrivare la sera stanca e spenta dal lavoro. Così stanca e spenta da non avere voglia o tempo o energie per dare un bacio, fare un sorriso, cucinare un piatto che mi piace, fare una passeggiata, fare le coccole a chi amo.

Vorrei essere serena anche il mercoledì, il martedì. Perché no, anche il lunedì.

A che mi servirà una vita di fatiche? A riposarmi a settant’anni?

Ma chi ce lo fa fare di correre?

Nel mio piccolo ho trascorso sette mesi a lavorare una media di tredici ore al giorno.

Concentrandomi sul fatto che a febbraio sarei stata di nuovo libera, di nuovo tranquilla, almeno per un po’. E ora, a fine aprile, sono due mesi che sono in giro, ho fatto un sacco di viaggi che desideravo da tempo (sono stata a Cipro, sono tornata due volte in Spagna, sono stata in Armenia, sono tornata a Budapest, ho visto tanti posti nuovi e conosciuto tante persone, ho preso tantissimi aerei), ho fatto tante cose che mi fanno stare bene. Certo.

Me le sono dovute sudare.

Ma non è questo il punto.

E’ che dopo due mesi di viaggi e riposo non mi sono ancora ripresa.

E mi chiedo: ha senso lavorare per accumulare? Quando quello che ci interessa è accumulare tempo per noi stessi?

 

* (elegante espressione francese)

Decidi tu per me

Sono nel bel mezzo di una decisione.

(Ah, per la cronaca, il viaggio è andato benissimo, l’orsacchiotto era super contento – e voglio vedere! Quando gli ricapita una fidanzata che lo coccola così? Mai, la risposta è mai, visto che dopo di me non crescerà più l’erba- la città meravigliosa come sempre, e anche se il cielo è stato un po’ grigietto i primi giorni ci ha regalato venticinque gradi e il sole, abbiamo fatto tutte le cose romantiche che potevamo -no, ci manca l’Opera, ma dopo la giornata alle terme con massaggio deluxe di un’ora ascoltare l’orchestra sinfonica per due ore non ci è sembrato effettivamente il momento adeguato per apprezzarla al meglio (quindi ci torneremo, mi pare evidente! Non ho neanche potuto mettere i miei bellissimi stivali portati apposta) (sì lo so, all’Opera non si va con gli stivali, si va con le décolletté, ma questo lo dite solo perchè non avete mai visto i miei bellissimi stivali, invidiosi che non siete altro) – tipo la cena in battello, la giornata alle terme, il massaggio romantico, la bottiglia in camera e tutte le cose sbudriose che ci venivano in mente tipo il giro -e acquisti- quimangiato in ogni bancarella che proponesse carnazza, girato per i bar più malfamati e magnato e bevuto tutto quello che ci capitava a tiro… insomma, pieni, innamorati e soddisfatti – beh innamorati lo eravamo anche prima di partire! Ed ora non ho nessunissimissima voglia di andare in Spagna lunedì e ri-abbandonarlo per un’altra settimana. Uff, che complicazione questa di essere innamorati)

La decisione consiste in (facciamola breve ed usiamo termini generici e comprensibili):

a) continuo a  fare quello che faccio, ogni tanto quando il tempo me lo permette faccio un corso di specializzazione, un master magari, e continuo a professionalizzarmi in modo diciamo “artigianale”, a seconda delle esigenze di approfondimento che sento in quello specifico momento.

Questa scelta non richiede pianificazione ed è compatibile con gli spostamenti. Inoltre, nel breve periodo mi permette di guadagnare (non male).

 

b) mi iscrivo ad un corso universitario qui, per il quale un giorno quando lo finirò (tra tre anni) avrò porte aperte ovunque, anche in altri Paesi.

Questa opzione implica non lavorare o lavorare poco per i prossimi anni (che potrebbe anche non essere un problema, con la mia voglia di lavorare poi, no dai scherzo, in generale diciamo che potrebbe non essere un grosso problema) ma soprattutto implica NON SPOSTARSI da qui per i prossimi tre anni.

Il gioco vale la candela?

Fare questo corso mi permetterebbe un lavoro non meglio retribuito (sempre quelle cifre stiamo, anzi, forse nell’opzione “A” guadagnerei di più, ma veramente non è questo il conto che mi interessa) (non ora almeno, che non ho una famiglia a cui pensare e che poche centinaia di euro in più non cambiano il mio tenore di vita – sì, a me per vivere basta molto poco, non soffro di dipendenze e l’unica spesa che ho sono i viaggi, spesa che però riesco sempre a tenere relativamente bassa-) ma continuativo e “forse” (dico forse ma dovrebbe effettivamente essere così) meno stressante. Diciamo che con quello che faccio ora (opzione “a”) è come lavorare in proprio: io decido, io pianifico, io mi godo i frutti o mi prendo le mazzate, con l’opzione “b” io passo ad essere una dipendente, creativa quanto vuoi, ma che viaggia su un binario deciso da altri. Significa meno stress e meno ansia.

E di questi tempi, non è poco.

 

Per come le ho poste mi rendo conto che chiunque mi direbbe “ci stai ancora a pensare? E’ evidente che la scelta giusta è la A!” ma il fatto è che il discrimine lo fa la frase “rimanere qui ALTRI tre anni”.

So che l’opzione B sarebbe la più lungimirante.

A me piace quello che faccio, lo faccio volentieri, ci sono i lati negativi, come in tutti i mestieri del mondo, ma mi piace la risposta immediata: se ho creato qualcosa che funziona lo vedo subito, davanti a me.

Ma mi chiedo: ora sono entusiasta, lo sono da otto anni circa, che in declinazioni diverse e collaborando con enti diversi faccio sempre la stessa cosa, la faccio con passione e ottengo buoni risultati (feedback positivi, dichiarazioni di stima e retribuzioni interessanti) ma lo sarò anche in futuro?

Arriverà il momento in cui sarò stufa, la sera e il weekend non avrò più voglia di pianificare e inventare e invocherò a gran voce di avere qualcuno che lo faccia per me? Rimpiangerò di non aver seguito quel corso di tre anni?

E’ uno stare male ora (tre anni qui treanniqui treanniqui, ALTRI treanniqui) per stare meglio in futuro?

O sceglierò la “A” che mi permetterà di stare un pochino “male” sempre (la stanchezza la sera e i weekend e dover fare finta di non sentirla perchè c’è del lavoro da fare) ma di muovermi e andarmene presto da qui?

Che dice l’Orso?

L’Orso che deve dire? Dice che non mi devo preoccupare, che devo scegliere quello che mi fa stare meglio, che capisce la mia posizione e che non mi spinge a scegliere l’una o l’altra, l’importante è che io stia bene. Che non mi devo preoccupare soprattutto.

Il fatto è che, oltre  a stare con un orsetto adorabile, ma questo lo sapevo già da un po’, se tra un anno (quindi il tempo che ci siamo dati qui al Nord sarebbe in scadenza) a lui offrissero una posizione molto buona in un Paese dove vogliamo andare io che faccio? Mica rimango qua! Ma col c***o!!!

Anche perchè l’opzione B prevede un anno e mezzo di corso intensivo di lingua e un anno e mezzo di corso universitario vero e proprio.

Ammesso che a me (scusa Pippi Calzelunghe) dello svedese non me ne frega niente, se non un puro interesse da linguista, né vedo alcuna applicazione futura (non ho – e neanche l’Orso, per fortuna, ha- intenzione di rimanere a lungo qui) correrei il rischio di impararmi una lingua per un anno e mezzo, studiando come una scema (non si impara una lingua in un anno e mezzo, la lingua che parlo meglio dopo l’italiano ci ho messo otto anni di cui due nel Paese parlandola esclusivamente tutti i giorni, ed è forse la lingua più facile per un italiano; chiunque vi dica il contrario, mente. Si impara ad un livello intermedio, ma se si vuole imparare BENE una lingua, e per bene intendo saper usare la lingua parlata come i madrelingua e scrivere senza errori di ortografia in modo comprensibile sia un sms veloce che una lettera di referenza, allora un anno e mezzo non basta, e se si vuole farselo bastare bisogna fare gli operai dello studio: turni di otto ore al giorno con solo la pausa caffè… e io quella fase l’avrei passata da un pezzo) e poi neanche avere il tempo di iniziare il corso che veramente mi interessa.

Ovviamente nella vita le opzioni sono sempre più di due, nulla mi vieta di trasferirmi con l’Orso dove sarà (non è escluso che invece l’occasione capiti a me) e vedere in loco come funziona, fare un master (quindi metterci molto meno di tre anni, magari in una lingua UTILE) e ottenere, forse, gli stessi risultati; certo, ma io questa possibilità ce l’ho qui ed ora, prima di compiere trent’anni.

Non so come sarà il futuro, ma so che posso decidere adesso.

Cosa fare?