Perché siete così ostili?

Seguo varia gente su Twitter e non ho potuto fare a meno di notare come nei 140 caratteri sia molto più facile scrivere in modo ostile.

Chi ha molti seguaci è in genere qualcuno che ce l’ha con il mondo.

E per emergere non devi solo “avercela” con il mondo, devi anche usare l’esagerazione, l’ironia e, possibilmente, parole che non c’entrano niente.

E poi la cattiveria verso tutti, o quasi.

Per esempio*:

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Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini

L’addition, s’il vous plaît

Stasera, mentre cenavo da sola circondata da camerieri superservizievoli che mi spostavano la sedia, mi chiedevano se andava tutto bene dopo ogni piatto, se ero soddisfatta, se volevo ancora, se desideravo il caffè etc etc etc…

mi sono sentita una di quelle signore di mezz’età che va a farsi la vacanza nel Sud della Francia che fa tanto chic.

 

 

Non ho fatto a tempo a  firmare un contratto a tempo indeterminato che già sono pronta per la pensione.

 

 

Decidi tu per me

Sono nel bel mezzo di una decisione.

(Ah, per la cronaca, il viaggio è andato benissimo, l’orsacchiotto era super contento – e voglio vedere! Quando gli ricapita una fidanzata che lo coccola così? Mai, la risposta è mai, visto che dopo di me non crescerà più l’erba- la città meravigliosa come sempre, e anche se il cielo è stato un po’ grigietto i primi giorni ci ha regalato venticinque gradi e il sole, abbiamo fatto tutte le cose romantiche che potevamo -no, ci manca l’Opera, ma dopo la giornata alle terme con massaggio deluxe di un’ora ascoltare l’orchestra sinfonica per due ore non ci è sembrato effettivamente il momento adeguato per apprezzarla al meglio (quindi ci torneremo, mi pare evidente! Non ho neanche potuto mettere i miei bellissimi stivali portati apposta) (sì lo so, all’Opera non si va con gli stivali, si va con le décolletté, ma questo lo dite solo perchè non avete mai visto i miei bellissimi stivali, invidiosi che non siete altro) – tipo la cena in battello, la giornata alle terme, il massaggio romantico, la bottiglia in camera e tutte le cose sbudriose che ci venivano in mente tipo il giro -e acquisti- quimangiato in ogni bancarella che proponesse carnazza, girato per i bar più malfamati e magnato e bevuto tutto quello che ci capitava a tiro… insomma, pieni, innamorati e soddisfatti – beh innamorati lo eravamo anche prima di partire! Ed ora non ho nessunissimissima voglia di andare in Spagna lunedì e ri-abbandonarlo per un’altra settimana. Uff, che complicazione questa di essere innamorati)

La decisione consiste in (facciamola breve ed usiamo termini generici e comprensibili):

a) continuo a  fare quello che faccio, ogni tanto quando il tempo me lo permette faccio un corso di specializzazione, un master magari, e continuo a professionalizzarmi in modo diciamo “artigianale”, a seconda delle esigenze di approfondimento che sento in quello specifico momento.

Questa scelta non richiede pianificazione ed è compatibile con gli spostamenti. Inoltre, nel breve periodo mi permette di guadagnare (non male).

 

b) mi iscrivo ad un corso universitario qui, per il quale un giorno quando lo finirò (tra tre anni) avrò porte aperte ovunque, anche in altri Paesi.

Questa opzione implica non lavorare o lavorare poco per i prossimi anni (che potrebbe anche non essere un problema, con la mia voglia di lavorare poi, no dai scherzo, in generale diciamo che potrebbe non essere un grosso problema) ma soprattutto implica NON SPOSTARSI da qui per i prossimi tre anni.

Il gioco vale la candela?

Fare questo corso mi permetterebbe un lavoro non meglio retribuito (sempre quelle cifre stiamo, anzi, forse nell’opzione “A” guadagnerei di più, ma veramente non è questo il conto che mi interessa) (non ora almeno, che non ho una famiglia a cui pensare e che poche centinaia di euro in più non cambiano il mio tenore di vita – sì, a me per vivere basta molto poco, non soffro di dipendenze e l’unica spesa che ho sono i viaggi, spesa che però riesco sempre a tenere relativamente bassa-) ma continuativo e “forse” (dico forse ma dovrebbe effettivamente essere così) meno stressante. Diciamo che con quello che faccio ora (opzione “a”) è come lavorare in proprio: io decido, io pianifico, io mi godo i frutti o mi prendo le mazzate, con l’opzione “b” io passo ad essere una dipendente, creativa quanto vuoi, ma che viaggia su un binario deciso da altri. Significa meno stress e meno ansia.

E di questi tempi, non è poco.

 

Per come le ho poste mi rendo conto che chiunque mi direbbe “ci stai ancora a pensare? E’ evidente che la scelta giusta è la A!” ma il fatto è che il discrimine lo fa la frase “rimanere qui ALTRI tre anni”.

So che l’opzione B sarebbe la più lungimirante.

A me piace quello che faccio, lo faccio volentieri, ci sono i lati negativi, come in tutti i mestieri del mondo, ma mi piace la risposta immediata: se ho creato qualcosa che funziona lo vedo subito, davanti a me.

Ma mi chiedo: ora sono entusiasta, lo sono da otto anni circa, che in declinazioni diverse e collaborando con enti diversi faccio sempre la stessa cosa, la faccio con passione e ottengo buoni risultati (feedback positivi, dichiarazioni di stima e retribuzioni interessanti) ma lo sarò anche in futuro?

Arriverà il momento in cui sarò stufa, la sera e il weekend non avrò più voglia di pianificare e inventare e invocherò a gran voce di avere qualcuno che lo faccia per me? Rimpiangerò di non aver seguito quel corso di tre anni?

E’ uno stare male ora (tre anni qui treanniqui treanniqui, ALTRI treanniqui) per stare meglio in futuro?

O sceglierò la “A” che mi permetterà di stare un pochino “male” sempre (la stanchezza la sera e i weekend e dover fare finta di non sentirla perchè c’è del lavoro da fare) ma di muovermi e andarmene presto da qui?

Che dice l’Orso?

L’Orso che deve dire? Dice che non mi devo preoccupare, che devo scegliere quello che mi fa stare meglio, che capisce la mia posizione e che non mi spinge a scegliere l’una o l’altra, l’importante è che io stia bene. Che non mi devo preoccupare soprattutto.

Il fatto è che, oltre  a stare con un orsetto adorabile, ma questo lo sapevo già da un po’, se tra un anno (quindi il tempo che ci siamo dati qui al Nord sarebbe in scadenza) a lui offrissero una posizione molto buona in un Paese dove vogliamo andare io che faccio? Mica rimango qua! Ma col c***o!!!

Anche perchè l’opzione B prevede un anno e mezzo di corso intensivo di lingua e un anno e mezzo di corso universitario vero e proprio.

Ammesso che a me (scusa Pippi Calzelunghe) dello svedese non me ne frega niente, se non un puro interesse da linguista, né vedo alcuna applicazione futura (non ho – e neanche l’Orso, per fortuna, ha- intenzione di rimanere a lungo qui) correrei il rischio di impararmi una lingua per un anno e mezzo, studiando come una scema (non si impara una lingua in un anno e mezzo, la lingua che parlo meglio dopo l’italiano ci ho messo otto anni di cui due nel Paese parlandola esclusivamente tutti i giorni, ed è forse la lingua più facile per un italiano; chiunque vi dica il contrario, mente. Si impara ad un livello intermedio, ma se si vuole imparare BENE una lingua, e per bene intendo saper usare la lingua parlata come i madrelingua e scrivere senza errori di ortografia in modo comprensibile sia un sms veloce che una lettera di referenza, allora un anno e mezzo non basta, e se si vuole farselo bastare bisogna fare gli operai dello studio: turni di otto ore al giorno con solo la pausa caffè… e io quella fase l’avrei passata da un pezzo) e poi neanche avere il tempo di iniziare il corso che veramente mi interessa.

Ovviamente nella vita le opzioni sono sempre più di due, nulla mi vieta di trasferirmi con l’Orso dove sarà (non è escluso che invece l’occasione capiti a me) e vedere in loco come funziona, fare un master (quindi metterci molto meno di tre anni, magari in una lingua UTILE) e ottenere, forse, gli stessi risultati; certo, ma io questa possibilità ce l’ho qui ed ora, prima di compiere trent’anni.

Non so come sarà il futuro, ma so che posso decidere adesso.

Cosa fare?

Dev’essere terribile

Insomma è passata una settimana da quando ho iniziato a fare (per niente) frequenti spostamenti dal cuscino uno al cuscino due del divano fino al letto, dal letto al cuscino uno del divano, così, senza soluzione di continuità.
Stavo benissimo.
Ma giovedì sera, a soli quattro giorni dall’inizio del mio personal training in fancaz*ismo (non avevo ancora finito di leggere tutti i blog che avevo in arretrato per dire) eccomi piombare sulla testa l’apocalittica disgrazia: l’Orso torna a casa stanco, molto stanco.
Non è una cosa tanto normale, perché in casa quella che si lamenta per la stanchezza di solito sono io che sono pigra e antisportiva (no perchè il training sul divano aveva fatto pensare qualcosa di diverso, per caso?). Il Vichingo del Sud invece no, è sempre arzillo, attivo e preso da mille cose.
Per giustificarmi potrei dire che lui fa con le mani quello che io faccio con la testa ma, a parte di dare immagini più porno che altro, questa sarebbe appunto una giustificazione (peraltro pure falsa perché il lavoro più di concetto dei due lo fa lui – effettivamente a chiamare “lavoro di concetto” il posare le chiappette sul divano ce ne vuole) e questo blog è mio e io non ho bisogno di giustificarmi.
Insomma, il Vichingo meridionale dice di essere stanco. Uhm, iniziano i primi sospetti.
Ceniamo e dopo poco (il Vichingo non viene mai a dormire prima dell’1, normalmente) dice che vuole andare a dormire.
Uhm uhm uhm, la faccenda sembra seria.
Mi dice che ha freddo (il Vichingo gira con magliette a maniche corte tutto l’inverno. Tra l’altro siccome le magliette che usa per stare in casa sono quelle ricordo degli addii al celibato dei suoi amici io ogni volta mi trovo a giustificare con i miei su Skype di abitare con uno che gira con magliette con scritte come “Matrimonio!? Ripensaci Caz*o!!!”, oppure “Matrimonio? No no no no no no no” o la più sottile “Stasera seratina tranquilla…”) e qui mi scattano tutti gli allarmi.
L’Orso del mio cuoricino sta male.
Lo metto a letto e si misura la febbre.
Tin tin tin, risposta del termometro: 38°.
Bene, anzi, male.
Gli dò qualche aspirina presa a caso dal mio magico cassetto dei medicinali (sempre benedetta sia la volta in cui ho puntato i piedi per avere dei comodini VERI con dei cassetti veri in camera da letto e non quelle robe trasparenti di design che ci volevano regalare i suoi altrimenti simpatici genitori) (chiusa parentesi, ma amò, serve per non fartelo dimenticare: quando pensi che io non abbia ragione, tu semplicemente FIDATI perché arriverà un momento in cui i fatti me la daranno) e inizio a farmi mille film mentali.
La mattina successiva, vado a chiedere consiglio alla farmacista di sotto: “signò, io sono un’immigrata il mio boyfriend sta male!” e la dottorè, con fare sornione: “chi, non ho capito, il tuo “husband”?” E io: “ma signò proprio adesso dobbiamo metterci a parlare del mio stato civile? Manco fossi il profilo di Facebook! Mi servono consigli precisi: questo ha la febbre, noi siamo immigrati ma comunitari, che faccio se non gli scende? Lo drogo? Gli dò una botta in testa così smette di soffrire? Lo butto di sotto?” E la signò, sempre sorniona mi spiega come devo fare ma soprattutto mi tranquillizza: “guarda cara, gli dai questo questo e questo e vedrai che la febbre si abbassa! E se non si dovesse abbassare, tra tre giorni lo devi portare dal medico. Ma tanto si abbasserà di sicuro!” . Ringrazio e me ne vado.
L’uomo che mi rubò il cuore si appresta ora a rubarmi pure la pena e la pietà perché è a casa, sotto a mille coperte e non ha neanche la forza di lamentarsi, mi fa solo degli occhioni così.
Lo rincuoro, faccio quella che sta tranquilla, che gli passerà, che non si preoccupi. Di nascosto mando messaggi alla mamma per avere qualche rimedio fai da te, la mamma ne sa sempre di più e, sempre di nascosto, maledico di non avere un bel bottiglione di grappa in casa.
Da me, i malanni di stagione si sono sempre curati così (ed ecco spiegate le generazioni di persone longeve e sanissime a casa mia!). (Aneddoto: una decina di anni fa era venuta a trovarci la zia missionaria che abita in Ecuador da circa sessant’anni – ne ha quasi ottanta, suppergiù-. Io avevo i primi esami all’università ma -diciamocelo- non una gran voglia quel giorno. Come al solito dissi che non mi sentivo bene, mah, un malessere, mah non saprei spiegare… e la zia (che parla perfettamente spagnolo ma in Italia si esprime meglio in veneto) mi disse: “alà alà [ma và, và] te bevi un bicierìn de grappa e te vedi come ca te passa tutto! Mi ae suore, quando chee stà mae gheo digo sempre! Un bicerìn e via! E te vedi che dopo le stà mejo sì!”). (Per dire).

Passano due giorni e l’Orsacchiotto del mio cuore non migliora.
Allora affronto il sistema sanitario svedese e vado in avanscoperta (“tu rimani a casa, non muoverti, non aprire a nessuno e soprattutto non fumareeee!!!”). Siccome sono le dieci di domenica mattina effettivamente non c’è coda e mi accoglie con il sorriso una simpatica matrona bionda che per comodità chiamerò Vanna.
La Vanna mi dice Kon il suo Forte aKen-tòn che posso prenotare una visita per il pomeriggio e se il mio “husband” potrà venire. Dico di sì (ma che non è il mio “husband”) (già c’abbiamo abbastanza problemi, signora Vanna…).
Torno a casa e trovo l’Orsacchiotto con gli occhioni di cui sopra in versione però “cane che vuole essere portato fuori“.
Per farlo stare tranquillo in attesa della visita gli porto due bomboloni. Magari si tira su.
Alle ore due eccoci all’accettazione.
La Vanna si alza con una voglia di lavorare che manco mi ea me prima stimana de ferie sul divano dimostro, e dopo aver controllato i documenti chiede: cash or card?
Eccerto, perché il primo che mi viene a dire che (aspetta che prendo fiato e la dico tutta di seguito): “in Svezia le tasse sono alte perché il contribuente viene ripagato dai servizi” gli sputo in un occhio il pessimo vino del Sistem Bolaget (che in questo Paese non c’è manco la libertà d’ebbrezza).
Dopo aver mollato allo Stato Svedese nella persona della Vanna 25 euro (circa, arrotondiamo al cambio) ci possiamo accomodare in sala d’attesa. Dove ci troviamo noi, sporchi immigrati italiani, un bulgaro (nativo bulgaro, visto che non parlava svedese con il personale) e una mamma tailandese con il bambino dal capello a scodella.
Mi viene da pensare che gli svedesi non si ammalino.
O vadano in un centro per soli purosangue.
Chissà.
Passano dieci minuti circa e ci chiama il simpatico dottor Zaaaaunchunchù (insomma, non mi ricordo il cognome ma uno per niente svedese) dalla simpatica faccia e simpatica provenienza cinese.
E io mi rincuoro, bòn, mal che vada gli fa l’agopuntura e vedi come gli passa tutto.
Il dottore ride un sacco (si vede che siamo simpatici, o che ha una bottiglia di grappa nascosta sotto alla scrivania) e visita il mio orsetto. Il quale si dimentica di riferire al medico di essere uno “smoker” incallito. Ma non ti preoccupare amore, per sfancularti ci sono qui io, che provvedo bene di farglielo sapere.
Il Dottore della terra dei Ming continua a ridere e dice che non ci dobbiamo preoccupare. Ah ah ah.
(Rido anch’io, così, per farlo sentire a suo agio, non si sa mai, metti che ci sganci davvero un grappino se entriamo in amicizia…)
E che si trattava di un’infezione alla gola (ah, e quindi secondo lui dovremmo star tranquilli!?) ma che stava guarendo.
E ride.
Vabbè bona ea grappa, an?

Gli chiedo se c’è una dieta particolare da osservare, e lui ride.
Dice che dovrebbe evitare gli alcolici (il paziente, mi sembra evidente che invece il medico ne può fare tranquillamente uso) e che non deve assolutamente fumare (punto per me!).
E poi, “let your wife take care of you!”.
(Arridaje!)
E ride.

Dice che sta inoltrando la ricetta alla farmacia al primo piano e che possiamo andare a ritirare i due sciroppi da prendere tre volte al giorno.
Scendiamo alla farmacia al primo piano, numero, ecco. Due sciroppi per il signore.

Sono settanta euro in tutto.
(E vedi che ci conveniva VERAMENTE la grappa???)

Comunque tutta questa storia per dire che essendo il mio coinquilino completamente debilitato, in questi giorni a casa non ha fatto niente.
No vabbè, ha giocato un po’ alla playstation.
E ha guardato la partita.

Ma per il resto non ha mosso un dito.
E ovviamente, mi viene da dire, ci mancherebbe, stava male, poverino.

Ma la cosa mi ha fatto pensare a quante cose in casa faccia effettivamente lui e solo lui.
La mattina fa sempre la lavastoviglie della sera e sistema la cucina.
Il sabato fa le lavatrici.
Le stende.
Aggiusta le lampadine che io -puntualmente- fulmino (ah, il bollitore ha fatto saltare la corrente, l’aggiusti tu amore?).
Monta i mobili.
Porta le buste della spesa.
Butta la spazzatura.
Pure nella differenziata.

Ed invece tutte queste cose negli ultimi quattro giorni ho dovuto farle io.
Non che mi dispiaccia essere ogni tanto la parte attiva della coppia (ehm ehm) e non che mi dispiaccia farle ma mi sono resa conto che tutte queste cose, sommate a quelle che di solito sono di mia competenza (cucinare, aspirare la polvere, camera da letto) diventano una mole non indifferente di lavoro.
(E io che pensavo di riposarmi)

E mi è venuto da pensare a quelle coppie dove lui è SEMPRE sul divano a giocare alla playstation, dove per lui il massimo del supporto è SOLO sintonizzare Skygo sulla partita, dove lui è quello che si ostina a non fare MAI niente e lei invece gestisce la casa, la cucina, la pulizia, l’ordine, la rava e la fava.

Ed ho pensato al titolo di questo post.