E allora?

Casa nuova, vita nuova“, si dice.

E’ da dieci giorni che abbiamo cambiato casa. Siamo passati da un bilocale minuscolo arredato nella zona più ambita della città (quella con i locali, i ristoranti bio, le caffetterie con le sedie in alluminio, le lavagne grandi, i camerieri con le bretelle e i caffé dai quattro dollari in su, le palestre di pilates, gli alimentari con prezzi da gioiellerie, i bistrot vegani, i bar che fanno solo insalate,  la fauna locale composta da italiani, francesi e brasiliani sotto i venticinque anni che sfrecciano sul lungomare in skate e che stanno living the dream – e spending the money of il papà-) ad un appartamento con cinque stanze, terrazza con vista sul mare in un quartiere fuori dal centro. Non arredato.

Sì, lo so a cosa state pensando. No, non è così…

 

“E chi ve l’ha fatta fare ‘sta pazzia?”

Io.

Sono io la responsabile.

Ho pensato che non potevo aver fatto tutta sta strada per venire in Australia per poi ritrovarmi a vivere “all’europea”. A ‘sto punto, vado a stare in Europa.

“Beh, ma spenderai un sacco ad arredare casa, se poi non avete intenzione di abitarci per sempre, non sono soldi buttati via?”

Sì. No.. Insomma, forse.

(Ma quant’è bvutto e volgave parlare di soldi?)

Fuori dal quartiereambito case ammobiliate non se ne trovavano proprio. Quindi, sfruttando il locale mercato fiorente dell’usato, abbiamo comprato subito un letto e una lavatrice. E un paio di sgabelli.

E bon.

E siamo rimasti così.

Profughi a casa nostra.

(Così sono d’accordo sia i leghisti che i socialisti  – ah no, che adesso si chiamano modempro, vabbè io al massimo seguo il Movimento Arturo– ).

Ne è valsa la pena?

“Qué mala suerte” ha commentato la collega spagnola quando le ho detto che non ce la facevo più a sopportare i ragazzi italiani dell’appartamento a fianco che urlavano ad ogni ora del giorno e della notte e picchiavano la porta in continuazione (ma le chiavi!?) nel quartiereambito.

Lei, che come molti europei, ci abita, ha sempre pensato che fosse il luogo ideale dove vivere. Magari ha ragione, ho solo avuto la sfortuna di avere vicini maleducati.

Però volevo provare qualcosa di nuovo, provare ad abitare in un quartiere non turistico. Chissà per quanto tempo staremo qui in Australia, quindi perché non sfruttare quest’occasione per provare a vedere com’è veramente? Certo, siamo in un quartiere semi centrale di una grande città. Sicuramente gli australiani veraci vanno scovati altrove:nel bush, nella campagna assolata ed estrema… ma nel nostro piccolo ci proviamo.

Dal primo giorno di “casa nuova, vita nuova” me ne sono resa conto. Dovevo andare alla posta a ritirare il nuovo modem e in fila c’erano: signora maori quattrostagioni (nel senso di armadio), giovane dall’accento slavo, signora bionda presumibilmente polacca, signore australiano (o perlomeno senza accento riconoscibile), due signore anziane che andavano a pagare l’affitto credo australiane -senza accento-. Agli sportelli capa tailandese e dipendente australiano.

E una veneta che sbirciava incuriosita tutti gli altri…

Ci sono ristoranti e bar aperti fino a tardi (nel quartiereambito chiudevano tutti presto, a parte l’hotel, che da tradizione rimane l’unico autorizzato a servire alcolici fino a tardi) e un autobus che porta alla stazione.

L’attesa dell’autobus è diventata il mio passatempo. Nel quartiereambito gli autobus passavano sempre, scaricavano turisti o giovani europei con i valigioni e caricavano qualche giovane professionista in abito da ufficio e mandrie di tipi da spiaggia con canottiera, infradito e cappellino.

Non so se rendo l’idea. Foto presa da internet.

 

Qui invece no.

All’attesa dell’autobus si è sostituita la speranza dell’autobus.

Ci sono degli orari indicati ma… vengono puntualmente disattesi.

Io quindi ho capito che quando sono pronta scendo e mi metto comoda ad aspettare. Prima o poi passerà.

Alla fermata (visto che nell’attesa posso osservare gli altri con tutto l’agio del mondo) ho confermato le mie impressioni: la zona è a maggioranza bianca, australiani di origine europea, altri di origine filippina e qualche maori. Lo so che questa non è una rappresentazione fedele dell’Australia vera e propria, ma mi sento già più “dentro” l’Australia di prima. E anche le facce pazienti e per niente scocciate che aspettano lo stesso bus mi ricordano che questa parte di mondo è più simile all’Italia di quanto riesca a riconoscere…

Lui è diventato il mio migliore amico.

Ho anche iniziato a lavorare. Non so se si può considerare un lavoro vero, visto che non ho orari fissi e che sono impegnata solo due o tre ore al giorno ma… mi sento fortunata. E’ bello andare a dormire con la sensazione di aver prodotto qualcosa durante la giornata. E del mio ambito. Mi sento meno alienata di quando stavamo nel quartiereambito, inoccupata, circondata da gente in vacanza perenne e con esigenze -forse- diverse dalle mie.

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Per esempio, per essere come loro a me manca… il selfie stick!

Forse sono diventata vecchia, forse mi sono imborghesita, (Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome, a tutte le paure che ci fan tremare…), forse tra qualche settimana maledirò le attese dell’autobus, rimpiangerò le case arredate di tutto punto, me la prenderò con l’Orso che mi ha assecondata…

Ma chi se ne frega, tra qualche settimana sarò in Italia, a fare la prova del menù e del vino, a mettere la firma sulle pubblicazioni e a quel punto…

Chi avrà voglia di lamentarsi?

 

 

 

 

 

 

Perché siete così ostili?

Seguo varia gente su Twitter e non ho potuto fare a meno di notare come nei 140 caratteri sia molto più facile scrivere in modo ostile.

Chi ha molti seguaci è in genere qualcuno che ce l’ha con il mondo.

E per emergere non devi solo “avercela” con il mondo, devi anche usare l’esagerazione, l’ironia e, possibilmente, parole che non c’entrano niente.

E poi la cattiveria verso tutti, o quasi.

Per esempio*:

Continua a leggere “Perché siete così ostili?”

Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.

L’ansia di mettere ✓

A marzo, in Armenia ho conosciuto un ragazzo spagnolo.

Io con gli spagnoli, “per fortuna purtroppo” (come diceva Irene Grandi) vado d’accordo.

(Sì, lo so, solo citazioni d’alto livello in questo blog).

E così, passeggiando per Yerevan il tizio mi dice che ha l’ansia di vedere più cose possibili in quella settimana in Armenia.

Ora, per chi non lo sapesse (io per esempio, non l’ho saputo fino a quando mi è capitato di doverci andare, quindi magari non è così scontato) noi comunitari possiamo andare in Armenia e non abbiamo bisogno di visto. Sì, la Spagna fa parte della Comunità Europea.

No, non è tra i fondatori. NOI siamo tra i fondatori, la Spagna è arrivata parecchio dopo. (Dai, non fa almeno un pochino di piacere sapere che c’è stato un periodo in cui noi sedevamo allo stesso tavolo di Germania e Francia e quando arrivava la Spagna a chiedere l’elemosina potevamo dire uhm, non so, ripassa dopo? Ma soprattutto, che a quel tavolo dove stavamo seduti noi, è venuta la Gran Bretagna a chiederci se per favore poteva essere invitata? Dai, per un attimo.

Poi passa.)

Sì, sono cose che fanno male allo spagnolo medio, meno della storia di Colombo che è italiano (il navigatore, non l’ispettore!), ma comunque fanno male.

Insomma, io sono lì, mi godo il momento: sono in Armenia, I am happy, life is beautiful, sono in un Paese dove ho sempre sognato di venire fin da bambina. Un Paese che mi affascina da anni. Voglio camminare, sorridere alla gente, entrare nei negozi, parlare con gli abitanti, annusare i profumi, contrattare sui prezzi, mangiare il cibo di strada, farmi lanciare una secchiata di acqua gelida in testa perché sto cantando fuori da una discoteca (no vabbè, questa è un’altra storia…), e questo mi dice “voglio vedere il più possibile”.

Lì per lì potrebbe sembrare un desiderio innocente da viaggiatore. Sei in un posto che ti piace e vuoi vedere il più possibile.

Ma lo guardo meglio.

Ventisette anni, parla anche inglese, sveglio, senza vincoli di visto…

Potresti tornarci quando vuoi in Armenia. E’ a due passi dall’Europa. Anzi, è proprio attaccata. La vita in Armenia poi, per i nostri standard europei è così economica che di un eventuale viaggio dovresti seriamente preoccuparti solo del biglietto.

Goditi il momento, entra, esplora, parla con la gente, mangia, bevi, balla, annusa, divertiti.

E invece no.

E così, mi scoccia ma glielo chiedo.

“Dì la verità, non pensi di tornarci più in Armenia, vero?”

E lui: “Beh, una volta che ho fatto ✓ sull’Armenia, che senso avrebbe per me tornarci?”

 

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini

Fugit. Eccome se fugit. Ma forse l’importante non è il tempo. E’ volersi bene nel frattempo. Mientrastanto.

Tempus fugit, dicevano gli antichi.
Ok, dato per assodato che non si può fare a meno di farlo fuggire, ci sarà pure un modo per goderne?
Ti insegnano tutta la vita che non è importante quanto guadagni, che non è importante quello che puoi permetterti, che non devi vivere pensando ma quando avrò finito di studiare, lavorare allora, che devi cogliere l’attimo, che devi vivere come se ogni secondo fosse l’ultimo, che ahi le rose che non colsi etc etc.

Beh, il fatto è che quello che non dicono è invece quello che fanno: si alzano quando fa buio, lavorano come dei muli, controllano l’estratto conto e si fanno venire due goccine di sudore ad ogni bolletta, cercano il più possibile di costruire sicurezza, e la costruiscono sulla base del proprio lavoro, dei propri risparmi, della fatica e dell’assenza dalle cose divertenti.
Lo fanno perché pensano che quella sicurezza in un futuro servirà a te, ti farà stare meglio, ti farà ringraziarli, anche se non ci saranno più, ti farà svegliare magari un po’ più tardi, magari con meno sudore davanti alle bollette, magari ti farà, insomma, vivere meglio.

Non te lo insegnano questo, non te lo insegnano le frasette zen che vedi in giro.
Però è quello che vedi, se solo apri gli occhi.

Perché tutto questo nostro correre in realtà ha un obbiettivo e non è accelerare la morte, né masochismo, né sete di potere o di ricchezza.
E’ costruire un mondo migliore per le persone a cui vogliamo bene.
E forse è questo quello che le frasette zen ci dovrebbero insegnare.
Non di prendere tutto e subito perché tanto arriva la morte.
MA di volere veramente bene alle persone che abbiamo attorno, curarle, farle sorridere.
Questo è quello che ci dovrebbero insegnare quando cresciamo.
Altro che le frasette zen e i discorsi dei guru.

Lista di cose da fare prima dei 30 anni: Virgh risponde

Già.
A quanto pare ben trentasette persone sono arrivate sul mio blog cercando questa fantomatica lista. E, come al solito dato il buon cuore, rispondo*.

1) Un trio.
So che è la risposta che state cercando e quindi non giriamoci intorno. La metto al primo posto così state tranquilli.

2) Un figlio.
Ammettiamolo: i papà sotto i trenta sono molto più carini è meglio diventare genitori prima, si è più flessibili e almeno si acquista un BUON motivo per le occhiaie.

3) L’inter-rail
Dai. Seriamente. Se a trent’anni non l’hai ancora fatto, allora non lo farai mai. Non diventare la copia sbiadita del te stesso che avresti voluto essere a vent’anni. Faresti pena. Soprattutto al te stesso ventenne, fidati.

4) Farsi fermare per schiamazzi notturni/sostanze psicotrope/guida in stato d’eb di fanta
No, davvero. Dopo i trent’anni, fare aprire la porta a mamma e farle trovare davanti i carabinieri non è una buona idea. Per la mamma. Certo. Ma anche per voi.

5) Andare a vivere da soli.
Ok, avete studiato all’università vicino a casa. Oppure avete inziato a lavorare subito. O avete la stessa fidanzatina dal liceo che vive nello stesso condominio. No. Se prima valevano queste scuse, adesso non più. I vostri genitori hanno il diritto ad una casa senza di voi. Non fateli arrivare al punto di dovervelo spiegare con valigie pronte sull’uscio.

6) Ubriacarsi mettendo in ridicolo se stessi
Questo non è un must. Non dovete ubriacarvi per forza fino a quel punto. No.
Però, se proprio lo dovete fare, evitate di arrivare ai trent’anni da sobri e riversare in una serata tutto l’alcol che non colsi.

7) Il giro del Sudamerica.
Once again, dire ai vostri coetanei trentenni alle prese con mutui, poppanti e matrimoni che partite per il Sudamerica potrebbe farvi apparire come i più fighi del Pianeta.
Amici, ricordatelo bene: solo a voi.

8) Andare qualche mese a Londra a fare il cameriere per migliorare l’inglese.
E’ unacosì no-no situation che non saprei neanche da dove iniziare a spiegarla. Facciamo così: a trent’anni non avete più la flessibilità di un ventenne per vivere in appartamenti condivisi, fare le lotte sulle bollette, imparare una nuova lingua… mettervi ad imparare un mestiere. E poi, se non avete avuto il coraggio di farlo finora, ci sarà stato un motivo, no? Conosci te stesso, dicevano gli antichi.

9) Leggere libri come Il piccolo Principe, L’alchimista e Siddharta.
Prima dei trenta (ma diciamo pure prima dei venti) fate tenerezza.
Dopo fate pena.

10) Sposarsi.
Questa è come per il punto 2. Se fin da piccoli avete saputo che il vostro futuro sarebbe stato in coppia e con prole, perché aspettare? Non aspettate di “sentirvi sicurissimi”, il mutuo, la rava, la fava. Fatelo! Dopo i trenta, ovvio che potete ancora. Ma la freschezza del book fotografico non ve la restituisce nessuno.

11) Fare bunjee-jumping o come si scrive
Se volete farlo, meglio prima di iniziare la lista degli acciacchi.

12) Farsi spezzare il cuore.
Va fatto presto, il prima possibile. Nel caso, prima dei quindic’anni. Se avete tardato, cercate di farvelo spezzare ora, adesso, subito. Dopo i trent’anni, se non ve l’hanno mai spezzato prima… non si rimargina più.

13) Votare Radicali.
Non c’è bisogno di commentare.

14) Andare nel posto che avete sempre sognato.
Ognuno di noi ha una passione segreta per un posto. Chi l’Australia, chi Zanzibar, chi Israele, chi Parigi, chi la Giamaica, chi Venezia. Mettete i soldini da parte ed andateci. Prendete un volo fuori stagione, fate una triangolazione strana, ma andateci. Arrivare ai trent’anni con il cuore troppo pieno di desiderata da compiere aumenta il rischio di frustrazione.

15) Fare regali di un certo livello ai genitori.
Siete ancora i loro bambini e li apprezzeranno di più rispetto a quando sarete solo quelli che li vogliono mandare alla casa di riposo per prendersi il loro appartamento.

16) Laurearsi.
Questo dovrebbe essere fatto prima dei venticinque, ma proprio proprio proprio, con tutte le sf*ghe del mondo, i trenta sono una buona età per capire che l’università non era una cosa per voi, se ancora non l’avete finita.

17) Cambiare idea.
Se lo fate spesso e con passione prima dei trent’anni nessuno troverà niente da ridire. Provate a farlo dopo, se avete avuto tutta una vita coerente e vedrete le reazioni. Auguri.

18) Provare.
Se ci sono cose che vi destano curiosità, provatele. Togliersi lo sfizio ora è molto meglio che quando manda in cancrena tutto.

19) Imparare una lingua straniera.
Dopo, quando dovrete farlo per necessità, sarà difficilissimo.

20) Provare a far pubblicare quel libro nel cassetto.
Fatelo ora. Prendete la lista delle case editrici ed inviatelo. Ricevere porte in faccia ora, fa meno male che a cinquant’anni, convinti di aver scritto il capolavoro del secolo.

21) Accettare serenamente le incomprensioni di coppia.
Dopo i trent’anni, fare il geloso possessivo sedicenne è da immaturi, oltre che pericoloso.

22) Imparare a fare la lavatrice.
La povera crista o il povero figliolo che vi si prenderà ha diritto a non trovarsi le maglie gialle o verdi. Soprattutto se in origine erano bianche.

23) Imparare a rispettare l’autorità.
Non importa se a casa vostra i genitori ve le hanno sempre date tutte vinte, non importa se siete l’elemento dominante nella coppia. Al lavoro, il capo è il capo. Punto.

24) Cambiare.
Casa. Lavoro. Città. Non importa. Abituatevi ai cambiamenti ora, che farlo con un bambino in braccio e un sacco di ore d’aereo non è l’ideale.

25) Cene con gli ex-compagni di classe.
A voi non piacerà vedere le stempiature sulla testa di quello carino della classe, o la panza di quella bella della scuola. Fate le cene prima del patatrac. Conservate bei ricordi di gente che tra un po’ non sarete più in grado di riconoscere.

* Quando ho iniziato a compilare la lista ho scritto: “Poi qualcuno mi spiega cosa c’è di male nel farle a trentanni e un giorno o cosa cambia dall’avere trent’anni all’averne 29, ma ecco, io finché ne ho ventotto… insomma, non sono problemi miei.” In realtà mentre scrivevo mi sono resa conto che corre una linea sui nostri trent’anni: quello che era tollerato non lo sarà più, e ciò che era divertente diventa patetico.