Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Nothing worse than being moody

Da leggere con questo sottofondo: 

Così mi hanno detto ad un seminario di qualche mese fa.

E ci penso e ripenso, eppure come c***o si fa a non essere moody quando si abita in un posto così a Nord ma così a Nord che la Danimarca, la Polonia, la Germania, l’Inghilterra… sono tutti a Sud?

Tutti i posti che ti possono venire in mente dove fa freddo, ecco, tutti ma tutti quei posti sono a Sud rispetto a sto strac***o di posto dove sono.

E fa così freddo ma così freddo ma così freddo che alla mattina quando esco dalla metropolitano i settecentocinquanta metri che mi separano dal luogo di lavoro sono tutti lastricati di lacrime.

La prima è per il freddo. Si ghiacciano gli occhi, è una reazione naturale.

E la seconda fino alla quarantesima sono tutte di autocommiserazione.

“Ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare” borbotto tra i denti mentre cerco di stare in bilico sul ghiaccio e non cadere.

E poi stasera, stasera è stato il botto.

Andavo ad iscrivermi al corso di svedese (sì, per la quinta volta, e le quattro precedenti non che sia servito un granché eh) e ci potevo andare solo oggi perché non sia mai che l’ufficio apra al pomeriggio, aaaaaaaaaaah, non sia mai.

L’ufficio apre dalle dieci alle dodici e solo il lunedì anche dalle sedici alle diciotto.

Ah beati i tempi in cui mi lamentavo della Segreteria di Lettere che apriva solo TRE pomeriggi a settimana.

Ah, se solo avessi saputo!

Ovviamente c’è la neve, ovviamente segna meno quatt… ah no scusa, quello era stamattina, adesso segna meno cinque, ovviamente l’ufficio si trova dall’altra parte della città rispetto a dove lavoro e ovviamente devo prendere tre mezzi.

Di cui naturalmente uno allo scoperto.

Sì, anche qui hanno gli autobus.

E per aspettarli ci sono le pensiline.

Le pensiline.

Con la tormenta di neve.

Le pensiline.

Io e la signora eravamo dopo dieci minuti due pupazzi di neve. Ci mancava giusto la carota al posto del naso.

E vabbè, che sarà mai, là, l’insegna supertecnologica luminosa (cancella dalla testa che in Spagna le insegne al led per gli autobus ci sono da almeno dieci anni, cancella, qui sono avanzati, qui sono al primo posto in tutto il mondo per benessere e perchè tutti ci si vogliono trasferire) dice dieci minuti!

Undici ne sono passati, ma che sarà mai, ora arriverà.

Dodici minuti e sotto alla pensilina siamo ormai in quattrocento.

Tutti ovviamente coperti di neve che stare sotto la pensilina o stare a fianco della pensilina si ha la stessa probabilità di finire in versione pannacotta.

Un quarto d’ora e vabbè, ma tanto arriverà, vuoi mica che ci lascino qui in mezzo alla tormenta a meno cinque alle sei di sera?

E all’improvviso l’insegna luminosa supertecnologica con nochalance passa dal “Adesso arriva” all’ “arriva tra quindici minuti”.

Io mando un messaggio all’Orso: “che si f***a sto Paese di m***a”, mi scrollo la neve da sopra e mi dirigo verso casa.

Che chiudano l’ufficio, la casa reale, il Paese intero.

Io da qua me ne vado.

E’ il Paese al primo posto nel mondo per gente che ci vuole venire.

 

 

Vi dico una cosa: ve lo lascio tutto.

Tenetevelo.

 

Io vado a morire di fame da qualche parte al Sud Europa dove gli autobus non girano uguale, arrivano in ritardo uguale e gli  uffici pubblici aprono quando pare a loro pure là, però almeno non soffro.

 

(Qué lastima pero…)

Sì, lo so, forse sono domande retoriche e banali e non sarò certo la prima a farsele

Ci sono giorni, come oggi, che ti svegli con un sorriso, non lo sai neanche tu perché.

E neanche vedere che la cioccolata più insaccati di importo dall’Italia e dalla Spagna degli ultimi giorni ti ha generato due nuovi brufoli sul mento ti toglie.

Giorni in cui ti godi finalmente il divano in terrazza con un caffè.

E certo, lo so anch’io che la vita mica è fatta solo di gioie semplici.

Anche perché le cosiddette “gioie semplici” bisogna guadagnarsele: avere un terrazzo significa pagare un mutuo, avere un divano significa averlo comprato, avere del caffè significa poter disporre di almeno almeno almeno almeno una tazza, un fornello e del caffè in polvere di proprietà. Avere, anzi sarebbe meglio dire: possedere tutte queste cose significa aver lavorato, aver guadagnato, aver investito, aver anche litigato (“ma che ce ne facciamo di una casa col terrazzo? C’è bella stagione solo due mesi l’anno!” “Fidati che ad aprile inizi ad apprezzarla”, aveva ribattuto lui non più di otto mesi fa) e alla fine aver alzato le mani alle responsabilità che aumentano e ai pensieri che non sono più della gravità di “ho un esame la settimana prossima e mi mancano cinque libri di 400 pagine” ma dell’ordine di “ho un mutuo in un Paese a duemila chilometri da casa mia con una persona con cui non sono neanche ufficiosamente coniugata in una banca in cui nessuno parla la mia lingua e sono disoccupata”.

Già, le gioie semplici, così come le chiamano le riviste e i blog new age, non sono altro che il frutto di lavoro.

Vorrei, ci ho pure provato se per quello, combattere questa forma mentis per cui soffriamo in prospettiva di godere e passiamo molto più tempo a costruire e faticare alla creazione del nostro bene che non nell’effettivo godimento.

Di una settimana passiamo cinque giorni a lavorare come muli aspettando il sabato e la domenica: due giorni di pace come premio per cinque giorni di fatica e stress.

Di un anno passiamo mesi e mesi e mesi ad abbassare la testa e ad alzarci la mattina svogliati, ad infilarci in mezzi di trasporto stracolmi all’ora di punta di gente e di frustrazioni, prendiamo critiche e corsi per migliorare, a guardare l’orologio per non perdere la pausa pranzo e l’ora di uscita per avere in cambio cosa? Quindici, venti giorni di ferie.

Ferie, non vacanze.

Delle cinquantaquattro settimane che ci sono in un anno ne passiamo praticamente cinquanta a lavorare per averne quattro di riposo.

C’è qualcosa che non va.

Passiamo anni e anni e anni e anni a lavorare, ingoiando rospi e facendo sacrifici e risparmiando per poi arrivare stremati dopo quaranta, quarantadue, quarantacinque anni a goderci la pensione. Che se la vita ci dice culo* ci durerà dieci, quindic’anni.

Degli ottanta anni di vita che abbiamo ne passiamo quindici, venti a prepararci per un lavoro, quarantacinque ad eseguirlo e quindici per riposarci di quel lavoro.

C’è qualcosa che non va.

Lo so che non posso essere io che scrivo dal divano di casa mia a cambiare l’ordine del mondo. Lo so che non sono la prima a pensarci.

Ma io non so quanto starò al mondo.

Non voglio arrivare la sera stanca e spenta dal lavoro. Così stanca e spenta da non avere voglia o tempo o energie per dare un bacio, fare un sorriso, cucinare un piatto che mi piace, fare una passeggiata, fare le coccole a chi amo.

Vorrei essere serena anche il mercoledì, il martedì. Perché no, anche il lunedì.

A che mi servirà una vita di fatiche? A riposarmi a settant’anni?

Ma chi ce lo fa fare di correre?

Nel mio piccolo ho trascorso sette mesi a lavorare una media di tredici ore al giorno.

Concentrandomi sul fatto che a febbraio sarei stata di nuovo libera, di nuovo tranquilla, almeno per un po’. E ora, a fine aprile, sono due mesi che sono in giro, ho fatto un sacco di viaggi che desideravo da tempo (sono stata a Cipro, sono tornata due volte in Spagna, sono stata in Armenia, sono tornata a Budapest, ho visto tanti posti nuovi e conosciuto tante persone, ho preso tantissimi aerei), ho fatto tante cose che mi fanno stare bene. Certo.

Me le sono dovute sudare.

Ma non è questo il punto.

E’ che dopo due mesi di viaggi e riposo non mi sono ancora ripresa.

E mi chiedo: ha senso lavorare per accumulare? Quando quello che ci interessa è accumulare tempo per noi stessi?

 

* (elegante espressione francese)

Decidi tu per me

Sono nel bel mezzo di una decisione.

(Ah, per la cronaca, il viaggio è andato benissimo, l’orsacchiotto era super contento – e voglio vedere! Quando gli ricapita una fidanzata che lo coccola così? Mai, la risposta è mai, visto che dopo di me non crescerà più l’erba- la città meravigliosa come sempre, e anche se il cielo è stato un po’ grigietto i primi giorni ci ha regalato venticinque gradi e il sole, abbiamo fatto tutte le cose romantiche che potevamo -no, ci manca l’Opera, ma dopo la giornata alle terme con massaggio deluxe di un’ora ascoltare l’orchestra sinfonica per due ore non ci è sembrato effettivamente il momento adeguato per apprezzarla al meglio (quindi ci torneremo, mi pare evidente! Non ho neanche potuto mettere i miei bellissimi stivali portati apposta) (sì lo so, all’Opera non si va con gli stivali, si va con le décolletté, ma questo lo dite solo perchè non avete mai visto i miei bellissimi stivali, invidiosi che non siete altro) – tipo la cena in battello, la giornata alle terme, il massaggio romantico, la bottiglia in camera e tutte le cose sbudriose che ci venivano in mente tipo il giro -e acquisti- quimangiato in ogni bancarella che proponesse carnazza, girato per i bar più malfamati e magnato e bevuto tutto quello che ci capitava a tiro… insomma, pieni, innamorati e soddisfatti – beh innamorati lo eravamo anche prima di partire! Ed ora non ho nessunissimissima voglia di andare in Spagna lunedì e ri-abbandonarlo per un’altra settimana. Uff, che complicazione questa di essere innamorati)

La decisione consiste in (facciamola breve ed usiamo termini generici e comprensibili):

a) continuo a  fare quello che faccio, ogni tanto quando il tempo me lo permette faccio un corso di specializzazione, un master magari, e continuo a professionalizzarmi in modo diciamo “artigianale”, a seconda delle esigenze di approfondimento che sento in quello specifico momento.

Questa scelta non richiede pianificazione ed è compatibile con gli spostamenti. Inoltre, nel breve periodo mi permette di guadagnare (non male).

 

b) mi iscrivo ad un corso universitario qui, per il quale un giorno quando lo finirò (tra tre anni) avrò porte aperte ovunque, anche in altri Paesi.

Questa opzione implica non lavorare o lavorare poco per i prossimi anni (che potrebbe anche non essere un problema, con la mia voglia di lavorare poi, no dai scherzo, in generale diciamo che potrebbe non essere un grosso problema) ma soprattutto implica NON SPOSTARSI da qui per i prossimi tre anni.

Il gioco vale la candela?

Fare questo corso mi permetterebbe un lavoro non meglio retribuito (sempre quelle cifre stiamo, anzi, forse nell’opzione “A” guadagnerei di più, ma veramente non è questo il conto che mi interessa) (non ora almeno, che non ho una famiglia a cui pensare e che poche centinaia di euro in più non cambiano il mio tenore di vita – sì, a me per vivere basta molto poco, non soffro di dipendenze e l’unica spesa che ho sono i viaggi, spesa che però riesco sempre a tenere relativamente bassa-) ma continuativo e “forse” (dico forse ma dovrebbe effettivamente essere così) meno stressante. Diciamo che con quello che faccio ora (opzione “a”) è come lavorare in proprio: io decido, io pianifico, io mi godo i frutti o mi prendo le mazzate, con l’opzione “b” io passo ad essere una dipendente, creativa quanto vuoi, ma che viaggia su un binario deciso da altri. Significa meno stress e meno ansia.

E di questi tempi, non è poco.

 

Per come le ho poste mi rendo conto che chiunque mi direbbe “ci stai ancora a pensare? E’ evidente che la scelta giusta è la A!” ma il fatto è che il discrimine lo fa la frase “rimanere qui ALTRI tre anni”.

So che l’opzione B sarebbe la più lungimirante.

A me piace quello che faccio, lo faccio volentieri, ci sono i lati negativi, come in tutti i mestieri del mondo, ma mi piace la risposta immediata: se ho creato qualcosa che funziona lo vedo subito, davanti a me.

Ma mi chiedo: ora sono entusiasta, lo sono da otto anni circa, che in declinazioni diverse e collaborando con enti diversi faccio sempre la stessa cosa, la faccio con passione e ottengo buoni risultati (feedback positivi, dichiarazioni di stima e retribuzioni interessanti) ma lo sarò anche in futuro?

Arriverà il momento in cui sarò stufa, la sera e il weekend non avrò più voglia di pianificare e inventare e invocherò a gran voce di avere qualcuno che lo faccia per me? Rimpiangerò di non aver seguito quel corso di tre anni?

E’ uno stare male ora (tre anni qui treanniqui treanniqui, ALTRI treanniqui) per stare meglio in futuro?

O sceglierò la “A” che mi permetterà di stare un pochino “male” sempre (la stanchezza la sera e i weekend e dover fare finta di non sentirla perchè c’è del lavoro da fare) ma di muovermi e andarmene presto da qui?

Che dice l’Orso?

L’Orso che deve dire? Dice che non mi devo preoccupare, che devo scegliere quello che mi fa stare meglio, che capisce la mia posizione e che non mi spinge a scegliere l’una o l’altra, l’importante è che io stia bene. Che non mi devo preoccupare soprattutto.

Il fatto è che, oltre  a stare con un orsetto adorabile, ma questo lo sapevo già da un po’, se tra un anno (quindi il tempo che ci siamo dati qui al Nord sarebbe in scadenza) a lui offrissero una posizione molto buona in un Paese dove vogliamo andare io che faccio? Mica rimango qua! Ma col c***o!!!

Anche perchè l’opzione B prevede un anno e mezzo di corso intensivo di lingua e un anno e mezzo di corso universitario vero e proprio.

Ammesso che a me (scusa Pippi Calzelunghe) dello svedese non me ne frega niente, se non un puro interesse da linguista, né vedo alcuna applicazione futura (non ho – e neanche l’Orso, per fortuna, ha- intenzione di rimanere a lungo qui) correrei il rischio di impararmi una lingua per un anno e mezzo, studiando come una scema (non si impara una lingua in un anno e mezzo, la lingua che parlo meglio dopo l’italiano ci ho messo otto anni di cui due nel Paese parlandola esclusivamente tutti i giorni, ed è forse la lingua più facile per un italiano; chiunque vi dica il contrario, mente. Si impara ad un livello intermedio, ma se si vuole imparare BENE una lingua, e per bene intendo saper usare la lingua parlata come i madrelingua e scrivere senza errori di ortografia in modo comprensibile sia un sms veloce che una lettera di referenza, allora un anno e mezzo non basta, e se si vuole farselo bastare bisogna fare gli operai dello studio: turni di otto ore al giorno con solo la pausa caffè… e io quella fase l’avrei passata da un pezzo) e poi neanche avere il tempo di iniziare il corso che veramente mi interessa.

Ovviamente nella vita le opzioni sono sempre più di due, nulla mi vieta di trasferirmi con l’Orso dove sarà (non è escluso che invece l’occasione capiti a me) e vedere in loco come funziona, fare un master (quindi metterci molto meno di tre anni, magari in una lingua UTILE) e ottenere, forse, gli stessi risultati; certo, ma io questa possibilità ce l’ho qui ed ora, prima di compiere trent’anni.

Non so come sarà il futuro, ma so che posso decidere adesso.

Cosa fare?

Dal divano è tutto, passo la linea a voi studio!

Qualche anno fa, in un periodo non particolarmente felice una mia amica per esorcizzare le varie sfi*he che le capitavano ripeteva ogni sera: “domani è il primo giorno della mia nuova vita”.
Lo diceva con convinzione e lo diceva ogni giorno, sapendo di averlo detto anche il giorno precedente.
Siccome sia io che lei siamo molto consapevoli che le sfortune e le disgrazie non ti capitano perché le vuoi, ma ti capitano e basta, e non dipendono dalla tua forza di volontà, sia io che lei siamo state sempre molto concordi che quello che invece dipende da noi, bisogna per forza farlo andare bene.
Questa introduzione per dire che avrei potuto mettere “oggi è il primo giorno della mia nuova vita” come titolo del post ma senza la doverosa premessa sarebbe sembrata solo una banale dichiarazione di intenti da blog femmineo ed ego(ri)ferito.

Il fatto è che non c’è un titolo abbastanza azzeccato per far capire quanto, ma quanto mi senta bene ora che ho finito quel macello di lavoro che ho fatto senza respirare per gli ultimi otto mesi.
Quanto bene mi sia sentita svegliandomi alle otto e non alle sei, quanto mi senta in pace con me stessa e quanto senta di meritarmelo.
Siccome questo è un blog scritto in italiano e non in inglese o in norvegese non è che posso fare però “la faccia da bella vita” senza rendermi conto che il Paese in cui verrà letto non sopporta facilmente la gente che si compiace ma soprattutto che questo non è il momento per andare a sbandierare la propria nullafacenza.
Me ne rendo conto.
E infatti da domani ricomincio a lavorare, che vi credete?
Ma non più con questi ritmi, non più con queste sveglie, non più (e vabbé, pazienza!) con questi stipendi.
Ma sono contenta, era un’esperienza che andava fatta: lavorare anche dodici ore al giorno, parlare quattro lingue ogni giorno, avere il cervello diviso in files, dover calcolare il tempo anche per fare una doccia o per cenare per evitare di dormire solo quattro ore, rimandare tutto e rimandare tutti…
E’ stata una faticaccia.
E ora mi godo questa giornata seduta sul mio divano.

Medico: cura te stesso (in teipsum redi: in interiore homine habitat veritas)

Ci sono notti in cui vorresti dormire. In cui va tutto bene, va tutto benissimo.
Sei sempre in un posto dove non dovresti, sei sempre dentro un corpo che non vorresti, sei sempre accompagnata da pensieri che non dovrebbero stare lì.
Qualche anno fa, davanti ad un’amica in crisi con il fidanzato dopo tre anni di rapporto altalenante e discontinuo chiedevo: “perché continui a starci?”. Avevo tante risposte, allora, e tanti consigli. Le dicevo che non doveva aver paura di restare da sola, non doveva aggrapparsi all’idea di “stare con qualcuno” visto che la maggior parte del tempo lo passava da sola e senza poter fare affidamento sull’altro. Le dicevo che non doveva aver paura di quello che avrebbe scoperto rimanendo da sola, che forse aveva solo paura di ascoltarsi, di conoscersi.
Oggi si sono lasciati da tanto tempo, lei è sbocciata, fiorita.
Ma questo non c’entra.
Quello che c’entra è che sono sempre piena di buoni consigli per gli altri, perché i miei consigli partono da quello millenario e non mio che fa così: “conosci te stesso”.
E come tutte le persone che ad un certo punto si incontrano, ci si conosce e con cui si passano anni, non si finisce mai di sorprendersi, di scoprire cose nuove.
Sì, certo.
Ma io è una vita che adopero questo motto come segnale nella tempesta e quello che so dell’animo umano lo so solo in base al mio di animo, solo rapportato a me.
Non so niente del mondo esterno, perché tutte le volte che ho cambiato ubicazione ero troppo attenta alle “mie” reazioni a quelle nuove sollecitazioni e circostanze.
E non so niente neanche delle persone che hanno condiviso tratti di vita con me.
Perché mi è toccato in sorte di avere vicino persone che mi assecondassero e mi ascoltassero.
Le domande “chi sono” e “dove vado” me le sono poste già così tante volte e in tanti momenti diversi che ormai parte la risposta in automatico dopo il bip.
Certo, non sono rimasta uguale a me stessa, sono cambiata e cresciuta.
Però sono stanca, di essere, alla fine della fiera, da sola e di essermi fatta compagnia tante di quelle volte da trovarla ormai noiosa e scontata.

Sono stata a Londra e mi sono venuti tanti pensieri

Eccomi tornata, oh come ti vedo rilassata mi ha detto l’irlandese con cui parlo ogni settimana ore 14 orario di Greenwich .
Ho fatto un giro proprio bello, non è andato storto niente, c’è stato il sole a Matera, il sole il giorno che abbiamo deciso di andare al mare, abbiamo fatto il bagno (“Com’è l’acqua? – Fredda, ha risposto l’amico materano e dopo cinque secondi si è girato a guardare una che scompariva a dieci, venti, trenta, quaranta metri dalla riva -ero io, in piena funzione vichinga che vede acqua e mare superiori ai 15° sente il dovere morale di entrare in acqua per lei e per tutti i sudditi di Sua Maestà il Re di Vichinghialandia) (“Ma come” mi ha urlato l’Orsetto, “tu che sei sempre freddolosa, che ti avvolgi in mille coperte e hai il piumone anche ad agosto?!” trafelato per starmi dietro, mentre io ridevo. “Chitticcapisc’ àttè!!!” si è messo a ridere e mi ha seguito in posizione stile libero alla vichinga ovvero “ho freddo ma non posso dimostrarlo, ne va della mia integrità”) (e gli amici materani a riva sentendosi sfidati nell’intimo ci hanno seguiti in acqua un po’ inebetiti un po’ “ma ti pare che ci facciamo battere dagli svedesi nelle acque di casa nostra?!”) (“risultato: noi ci siamo divertiti come bambini, ma eravamo gli unici in acqua nel raggio di ehm quindici chilometri). E c’è stata la pioggia a Londra, il caldino umidiccio che ci deve essere nella città più bella del mondo e tante foto nelle piazze e tra i ponti di quella che è anche un po’ la mia città ma che non smette mai di stupirmi per quanto è bella e piena di persone a cui voglio bene e a cui è facile volere bene (vi voglio tanto bene amici miei, e lo sapete e se non lo sapete appuntatevelo in testa, anche da lontano, anche quando faccio la distante sulle bacheche di Facebook, vi penso e per voi batte forte forte il mio cuoricino e non vedo l’ora di tornare, che belli che siete) e piena di incontri fortuiti che uno dice ” e come fai a incastrare montones con cabras tutti in un pomeriggio e una sera, come riuscirai a vedere tutta la gente che vuoi vedere e prendere il caffè con una e l’aperitivo con quell’altro e fare la cena con quegli altri?” E invece lì si può, perché anche se durante la giornata sei riuscita a vederne solo due, poi alla sera per magia ti appaiono gli altri, senza averli convocati e con un carico di fruttata amicizia che poi mi viene da esplodere se penso a quanto stia diventando sdolcinata (sarà l’età) e che invece questo doveva essere un post serio sulle scoperte che ho fatto meditando a Londra.
(Famoso luogo dove ci si raccoglie in meditazione).
Insomma, è andato tutto bene, ma non dirò: è andato tutto come previsto, perché, sostanzialmente: non avevo previsto niente.
Fino al giorno prima della partenza non sapevo neanche l’orario del primo volo (e dire che ce ne sarebbero stati altri cinque dopo, in dieci giorni) ma ero tranquilla. Manco avevo fatto la valigia per dire.
(Che poi, che la faccio a fare? In Italia i vestiti costano di meno e sono più belli: quale migliore occasione per dimenticarsi roba a casa?)
Sapevo solo le tappe: saremmo stati a casa di uno sconosciuto nel Sud della Svezia (“qui la vita è più rilassata” mi ha detto il tizio ” rispetto alla capitale” e mi è venuto da credergli, quando mi sono vista circondata da fricchettoni e punkettoni che credevo finora fossero solo una leggenda metropolitana sulla Svezia ed invece no, ci sono, e hanno le stesse facce che nel resto d’Europa, evviva evviva! Non ci sono solo i mutanti da fantascienza in questo Paese! Viva il Re! E che poi saremmo partiti per il Centro Italia, avremmo fatto capatina (ina ina ina -> ventiquattro ore contate non una di più) e poi avremmo preso un Pisa – Bari di mattina presto e da lì boh, in qualche modo, saremmo arrivati a Matera, forse saremmo pure riusciti ad andare il mare (ma tanto lo sappiamo tutti che in Basilicata ci sono due coasts, quindi ci saremmo riusciti per forza!) e poi forse avremmo fatto una capatina in Campania dalla Signora Mamma e dal Signor Papà (amen!) e poi saremmo ripartiti alla volta del fantastico mondo anglofono madrelingua, e dopo qualche giorno saremmo ritornati qui: dove splende il sole, i vicini se lo prendono tutto sul terrazzo (ma con la copertina sulle gambe) e c’è la bicicletta attaccata alla grondaia (e lì rimane, per il momento).
E tutto è andato bene. Non abbiamo perso neanche un volo (e chi l’avrebbe detto) e quel paio di voli che abbiamo preso senza dormire ci hanno fatto sentire come sotto effetto di qualche droga pesante.
Io mi devo ancora riprendere, per dire.
Comunque, questa era solo l’introduzione.

All’arrivo in Inghilterra sono stata accolta da questa considerazione: nonostante a Londra ci sia già stata, ogni volta faccio considerazioni diverse.
La prima volta ci sono arrivata dalla Francia. Era un fine settimana e papà aveva avuto questa bella ideona di farci riunire a Londra, io dalla Francia e lui dall’Italia, con la Sorellondra (che a Londra abitava e abita ancora, per l’appunto).
Io ero nel primo periodo prolungato all’estero: venivo pagata per fare il lavoro che mi piaceva e non mi ero ancora laureata della prima laurea, per dire quanto tempo è passato, mi ero lasciata da qualche mese con quello che avrebbe dovuto essere (o almeno, così s’era spacciato negli ultimi tre anni) l’uomo della mia vita, insomma, stavo “in grazia di Dio”. In quanto a fine mese, e ancora non consapevole del maneggio dei soldi, ero però: (due punti) povera.
Ma confidavo nell’arrivo del Papi (e della di li moneta pesante per le sue bambine).
Mia sorella era anche lei alla fine del mese, e quindi anche lei (due punti): povera.
Arrivai a Stansted (sì, l’aeroporto dei poveri, e l’unico di Londra che io abbia mai frequentato dovendo pagare io) e puntualissimo come l’aggiornamento dei voli sul pannello aeroportuale ecco arrivare un messaggio da mamma: Papà è bloccato dalla nebbia: il suo volo non parte.
Deglutii e cambiai i (pochi) euro che avevo in sterline e presi l’autobus proletario.
Raggiunsi mia sorella e nei due/tre giorni seguenti scoprii Londra per la prima volta.
Ero da sola, ed ero senza soldi: il modo migliore per scoprire una città.
Mi piacque, mi rimase impressa la Southbank, visitai i musei, vidi i posti principali e conobbi pure uno di Miami davanti a Buckingam Palace che mi disse di abitare a Granada e si offrì di accompagnarmi a Victoria, dove presi l’autobus (dei proletari) per tornare a Stansted e poi in Francia.

La seconda volta fu dopo qualche mese: partii con i miei dall’Italia. British Airways e aeroporto di Gatwich, sì, lo so, si capisce che non pagassi io. Feci pure il giro sul London Eye. Visitai un altro po’ di musei, era Pasqua, c’era il sole e andammo pure alla messa in italiano.

Poi passò un sacco di tempo, Sorellondra si trasferì quasi in Scozia ed andai a trovarla là. Era un posto dove c’erano così poche attrattive che per intrattenermi mi portò a correre al parco.
Io.
Correre.
Al parco.

Ovviamente da allora (era il 2008) non ho più svolto tale attività.

Sorellondra tornò a Londra ma prese a tornare in Italia con più frequenza ed a venirmi a trovare spesso: venne in Spagna due volte, a trovarmi dove studiavo in Italia almeno tre volte e in Turchia una.

Inoltre, la vedevo alle feste comandate in Italia a casa dei miei.

Poi: la Pasqua di quest’anno. Tutta la famiglia del mio coinquilino nonché tenutario del mio cuore, decide di venire in visita in quel di Svezia.
Sono nel panico.
Una settimana a fare finta d’essere la fidanzata perfetta può essere troppo. Perfino per me.
Urge piano B.

Che arriva con una telefonata del papi: su Skype mi comunica che l’husband-to-be di Sorellondra in vista del matrimonio ha pensato bene di iscriversi a catechismo (corso accelarato per upper-intermediate dal momento che è ortodosso) e che il prete Padre George (non mi ricordo il nome, ma a Londra ci sarà pure un Padre George, voglio ben sperare!) gli ha promesso non uno, non due, ma TUTTI i sacramenti in una botta sola!
(Prego pagare)

Ovviamente estrema unzione esclusa.

E la cerimonia quand’è?
Il Sabato Santo!!!

E possiamo noi, sua future family-to-be mancare all’appuntamento? (Visto che tutto questo lo fa al solo scopo di maritarsi- anzi, ammogliarsi- mia sorella, nonchè figlia primogenita dei miei genitori-in-be?)

Prima che io possa rispondere: Sono già all’aeroporto, papi aggiunge: il volo te lo pago io! (Forse si sente ancora in colpa per il volo annullato causa nebbia e le due figlie in versione punkabbestia a vagare per Londra con venti sterline nel 2007…)

Di conseguenza il sabato mattina saluto Orsetto e la Signora Famiglia Associata e me ne vado a Londra. Dopo sei anni.

Ma sono due giorni intensi e con un sacco di racconti (e tre ore -TRE!- di cerimonia in inglese in cui io faccio la traduzione inglese ecclesiastico-veneto dei campi sull’orecchio del papi “Let us pray – Desso preghemo” “Desso el prete toe ea candea e ne dà ea benediziòn”). Londra fa solo da sfondo.

Ed arriviamo a questa volta.
Atterro carica di sole e di amore (essì, pure di amore!) in un posto dove fa freddo, è grigio e piove la maggior parte del tempo.
Nelle tre ore di aereo assisto nolente ma purtroppo presente ad una sfilza infinita di luoghi comuni, sfornati senza sosta e senza abbassare il volume della voce da una ragazza barese seduta due file dietro di me che cerca di farsi carina agli occhi del tizio che le si è (malauguratamente per lui) seduto accanto.

Domitilla, la chiameremo così, è convinta di parlare un perfetto inglese e che TUTTO (ripeto TUTTO a Londra sia meglio). Nelle tre ore di aereo e nelle quasi due di autobus (indovinate dove si è seduta nell’autobus Stansted-Victoria?) (Esatto, dietro di me) informa me e tutti gli altri passeggeri che le università in Inghilterra sono un po’ più care (SOLO SETTEMILA EURO ALL’ANNO) ma che ti danno una formazione che in Italia ce la scordiamo, che molto meglio fare un Master a Londra che in Italia, che alla fine iscriversi all’Università in Italia MENO DI TREMILA EURO L’ANNO non ti costa (ma dove?) (Quella pubblica, sostiene lei!) e quindi è molto meglio farla in Inghilterra, che in Inghilterra è MOLTO PIU’ FACILE OTTENERE UNA BORSA DI STUDIO, altro che in Italia, dove le danno solo agli stranieri, e che lei, che si è laureata in inglese (in Italia, suppongo, visto che l’Università in Inghilterra era tanto meglio) queste cose le sa e poi gliele ha pure dette un amico suo.
Il vicino ne ha di meglio: dice che lui non ha fatto l’università perché non gli sarebbe mai servita, che in Inghilterra si va avanti solo con le raccomandazioni, che in Italia c’è la mafia, che UNO CHE ERA IN CLASSE CON LUI era tanto bravo a scuola ma PER RAGIONI ECONOMICHE non ha potuto iscriversi all’università e che invece ci sono altri che ERANO IN CLASSE CON LUI che perché non avevano voglia di lavorare si sono iscritti, pensa un po’, ad INGEGNERIA e sono ancora là all’università perché dicono che è troppo difficile.
Interviene una seduta lì (la punkkabbestia che era in fila con noi al checkin e che temevamo collassasse da un momento all’altro) e dice che Londra è una città che ti dà UN SACCO DI OPPORTUNITA’. Lei, per esempio, lavora per una catena dove fanno i panini (ipse dixit) e la pagano ben sette sterline all’ora.
Sfiorano la rissa quando si danno degli ignoranti a vicenda per aver insultato in modo forbito uno che prima sull’aereo aveva osato intervenire. (Ed ora si sarà guardato bene dal prendere lo stesso autobus, penso io).

Arriviamo da Sorellondra straniti e un po’ sconvolti.
Non sappiamo se sia la botta di freddo o la botta di chiacchiere a cui siamo stati involontariamente sottoposti.
(Pure l’orsetto, celebre per il suo proverbiale aplomb, mi sussurra nell’orecchio di non aver mai sentito “tante strunzat’ tutt’ insieme”).
Il giorno dopo prendiamo la metro, la prima di varie ed inizio ad osservare.

Le pubblicità recitano:
“vuoi conoscere la persona giusta? Iscriviti al sito balblablablapunto com, qui Jenna e Justin hanno trovato l’amore a marzo 2013!” (E TRE MESI sono abbastanza per definirlo amore? Veloci, stì londinesi!)

“Per riuscire a lavorare in modo efficiente anche nei tempi di trasporto: scarica l’applicazione per i grafici a blablabla, per essere efficiente anche quando viaggi!” (Manco quando sono in autobus mi posso rilassare? Devo sempre pensare al lavoro?)

“Hai bisogno di un donatore di sperma? Rivolgiti a nfibrgbgbky, specializzata dal…”

“Temi che tuo figlio sia sfruttato sessualmente? Primo: guarda se si comporta in modo strano, Secondo: fagli delle domande, terzo: rivolgiti a noi!”

Mi guardo intorno: ci sono tante persone, troppe persone. Spingono, strepitano. Ci sono mamme troppo grasse con bambini troppo annoiati che ogni tanto mugugnano o blaterano solo per attirare l’attenzione a cui le mamme ficcano in bocca cioccolatini (“dai che diventi come à mamma” sottolinea con fare didascalico l’orsetto). Ci sono persone troppo stanche, a qualsiasi ora del giorno e della notte, conducenti di autobus troppo sgarbati e ragazze che vanno al lavoro vestite troppo male. Abiti troppo consumati, ballerine troppo economiche e calze troppo strappate e lise.
Gli onnipresenti trench, carini e modaioli in qualsiasi altra parte d’Europa, qui sono l’ennesima pennellata di grigio, ad un grigiore quasi insopportabile.

E’ la prima volta che vengo a Londra e che ci sto qualche giorno potendola osservare senza ansia e senza fretta.
Entrambi ci siamo già stati, entrambi abbiamo già visto le “cose da vedere”, entrambi abbiamo già fatto “vacanza” nei giorni precedenti. Siamo lì per vedere se possibile qualcosa di nuovo ma non è importante. La cosa importante è stare un po’ con Sorellondra e l’husband-to-be e “vivere” un po’ questa città.

Il tempo passato con Sorellondra e Salàmìn è stato quality time, manco a dirlo.

Ma quello che ho visto di Londra mi ha lasciato un po’ di amarezza.
E mi chiedo: perché tutti questi italiani vogliono andare a vivere il London-dream?

Capisco il primo impatto: Londra è diversa dalle città italiane. E’ grande e ciò nonostante i trasporti funzionano. Capisco anche che per il ventenne trovarsi annunci di ricerca personale ad ogni bar sia oro che cola. Dà l’idea di un posto dove domani, se voglio, posso iniziare a lavorare, inserirmi nel sistema, imparare la lingua, essere a contatto con madrelingua, destreggiarmi in inglese.

Sì. E’ vero.
Ma dopo?

Davvero i nostri ventenni, venticinquenni, trentenni aspirano a fare i camerieri a Londra tutta la vita?

E’ una città veloce, pensata per andare veloce. Questa massa di persone che ogni giorno si deve muovere per andare a lavorare, per guadagnare in modo da poter spendere in affitti molto alti, in vestiti molto brutti ed in cibo molto scadente fagocita tutto, anche le cose belle, e le divide, tagliuzza e rivende in piccole confezioni acquistabili con pochi pounds.
Puoi innamorarti, al prezzo dell’iscrizione al sito di incontri.
Puoi avere un figlio, al prezzo dell’ammissione alla banca del seme.
Puoi anche gestire le tue ansie e i tuoi dubbi, al prezzo del consultorio o dell’analista.

Tutto è lì, a portata di mano, devi solo guadagnare un po’ di più, lavorare un po’ di più, massimizzare il tuo tempo.
Non è previsto che ti annoi, in città come queste.
Non è previsto che non capisci, in città come queste.

Devi tenere il passo, devi correre anche tu, sennò la città, con il suo eterno rumore di locomotiva incessante e sbuffante, ti calpesta.

Questo non mi è piaciuto di Londra.
Forse sarò l’ennesima a dirlo.
Forse un tempo avrei avuto paura ad esprimere questa opinione, perché la mia generazione (e quella prima) è cresciuta con il mito di Londra.

Ma una volta che anche il desiderio di uscire da una casa che sembra quella dei film di Hugh Grant è stato esaudito, cosa resta?

Il gioco vale davvero la candela?
Per quanto tempo uno scappato dall’Italia si accontenterà di lavorare a sette sterline all’ora e di spenderne duecento a settimana d’affitto?
E’ davvero il Regno delle Opportunità così come lo dipingono?

Io non ci credo.

Londra, non mi hai convinta.