Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

Cerco un po’ di blu*

In questi ultimi giorni non è facile mettere in ordine i pensieri, quindi eccoli sparsi:

– il cambiamento non è da temere, e lo sto aspettando a braccia aperte. Forse non è abbastanza, devo anche andarci incontro

– essere in coppia pensavo duplicasse le possibilità di futuro, invece sembra dimezzarle. Invece di quattro strade diverse (mia, sua, mia+sua, sua+mia), mi sembra ce ne sia mezza.

– un paio di mesi fa ho fatto una giornata intera alla spa. Accappatoio tutto il giorno, bagnetti vari in piscina, idromassaggi, tisane, infusi, frutta, coccole. Essendo un posto in centro in una delle capitali più care del mondo la giornata non mi è stata propriamente “regalata”.

Riflettevo su tutto questo, con in mano il mio bicchiere di carta e la bustina di té in infusione: ce n’è davvero bisogno? Abbiamo davvero bisogno di stressarci a lavorare come muli, per guadagnare soldi che poi ci serviranno a pagarci il relax in un posto finto e caro? Non capisco il senso mi sfugge completamente.

 

– Un mese fa siamo andati in Messico. Avevo trovato un volo economicissimo per Miami e poi cerca che ti ricerca avevo trovato che con solo un’ora extra di volo potevamo essere al caldo, al mare, in spiaggia. Che chiedere di più?

Ho avuto sensazioni stranissime e discordanti in quei giorni. Mentre noi stavamo sdraiati o ci bagnavamo, centinaia (e non esagero, centinaia) di inservienti si occupavano di tutto: pulire le camere, mantenere i giardini, mantenere pulite le piscine, organizzare i barbecue, organizzare le prenotazioni e le escursioni, gestire le cucine e i vari ristoranti del complesso…

Sì, lo so, sono troppo stupida. Io vado in vacanza e non mi posso aspettare che tutti siano in vacanza come me. La gente attorno a me lavora, grazie. E non mi posso aspettare di andare con una valuta “potente” in uno Stato dove c’è forte disparità economica, alto tasso di analfabetismo, narcotraffico, mafia e corruzione; e non notare le contraddizioni.

– Stasera vado a Londra, a trovare tutta la mia famiglia riunita. Un avvenimento così non succedeva dal Settembre 2013. Ci saranno tutte le persone che contano: mamma, papà, fratello, sorella, io, Orso, morosa fratello, sposo sorella. Orso ha proposto di noleggiare un pulmino. Saranno almeno sette anni che non siamo assieme per Pasqua.

Sì, lo ammetto: è emozionante. (Per l’Orso naturalmente molto ma molto meno)

– Oggi è da sempre il giorno della meditazione. Per il momento ho fatto un simbolico digiuno (tutta quaresima no caffè, no cioccolato e no alcol, il Venerdì Santo secondo me posso anche mangiare qualcosa…) e cercato case in home swap. Speriamo di trovare due brave persone che abbiano voglia di passarsi luglio into the wild, cioè Scandinavia. Non ci credo molto…

– Buone meditazioni, buoni pulmini, buone uova di cioccolato, buone indigestioni di caffè, buoni abbracci con le persone care

 

 

*Qui

Come quando fuori piove*

Insomma, mi sono messa a dieta.

Che uno dice, non ti bastava la pioggia, il freddo, la disoccupazione e la depressione?

Evidentemente no, non mi bastava; e poi io sono una persona positiva, so che ce la posso fare.

Quindi ho iniziato ad occuparmi le giornate in attività del tutto sconosciute come il peso degli alimenti sulla bilancia.

Cioè voi lo sapevate che la pagnottina di pane integrale minuscola che potresti chiudere in un pugno pesa ben 56 grammi? Cinquantasei.

E questo che vuol dire? Pensano gli altri.

Io no, io invece ci devo pensare perché per me cinquantasei grammi di pane integrale son ventisei grammi in più di quelli che mi sono concessi per pranzo.

Sia chiaro, io non sono una fissata del peso.

Sono anni che vivo senza una bilancia. Pesapersone intendo, manco sapevo dell’esistenza della bilancia pesa alimenti fino a un mese fa!

L’unico ricordo di bilancia usata in cucina è quella di mamma bianca con la lancetta che usava quando faceva la pasta fatta a mano quand’ero piccola.

Ora sa tutte le dosi a memoria, va a occhio e sono anni che non gliela vedo più usare.

Quand’ero piccola mangiavo, mangiavo e mangiavo.

Ma mica per (come sono sicura che la psicologia spicciola da asporto dei nostri tempi porta subito a pensare) per “compensare carenze affettive”. A me piaceva mangiare.

In salotto dai miei ci sono le foto di noi tre figli da piccoli.

Mia sorella, è minuscola nella sua immensa frangetta a due/tre anni in braccio a mia mamma che indossa un vestito estivo  splendido bianco, con uno scialle bianco sopra e i capelli neri e ricci al vento. (Sì, mia mamma è sempre stata bellissima, per fortuna sua, però, non nostra, visto che la sua candida bellezza è passata in parti uguali a me e a mia sorella, a me i capelli ricci e a mia sorella la magrezza. Ma si poteva fare che una delle due era bella intera invece di essere due belle a metà? Dico io) Mia sorella in quella foto sorride spavaldissima nei suoi tre anni in braccio a mamma.

Mio fratello è ritratto sul divano di zia alla festa della befana. C’è lui con un super sorrisone sdentato (aveva appena perso il dente davanti e c’ha questo sorriso a quindici denti simpaticissimo) e tutta la baldanza dei suoi tre anni, seduto sul divano tutto felice con i suoi regali nuovi e mia zia a fianco vestita da befana (zia, però anche tu… poi come ti fai ricordare dalla gente, eh!? Un po’ te la cerchi, con affetto, sia) . Circondato da regali e da affetto mio fratello è un bambino sereno e sorridente.

E poi c’è la mia foto.

In piedi, davanti a casa di nonna, con i capelli ancora biondi e i boccoli come avevo fino ad otto anni, in una improbabile tuta fucsia (ma erano gli anni ottanta, primi anni novanta, non ci si andava troppo per il sottile con i colori impresentabili) con un sorrisone a tutta pagina e cos’ho?

Cosa mi distingue?

Mia sorella ha mia mamma, mio fratello ha mia zia… e io?

 

Io ho uno splendido paninazzo al salame in mano.

 

Cioè con tutte le foto simpatiche che puoi fare ad una bambina bella come ero io da piccola (poi con l’età ci si corrompe, ma da piccola, un fiorellino proprio), con la famiglia numerosissima che abbiamo, con le feste che facevamo ogni mese, cioè l’unico momento che ti viene in mente d’incorniciare sono io con un panino.

Probabilmente il mio migliore amico dell’infanzia, niente da dire.

C’è stato un periodo in cui ero piccolissima, dai tre, quattro anni credo che ogni estate andavo in montagna con mamma. Mamma faceva la cuoca per i camposcuola e io, troppo piccola per fare la partecipante e poco ingombrante (mi piaceva andare a raccogliere i fiori e cambiarmi vestito cinque volte al giorno, insomma, rompevo veramente poco per essere una bambina di quell’età) mi godevo la vacanza.

Alla merenda tutti i ragazzini agguantavano con voluttà il panino alla nutella e io… eh, e io chiedevo il panino con il salame.

Cioè, sì, rompevo poco, ma anche da piccola avevo le mie priorità.

Sane ed inviolabili.

 

Questa settimana stavo facendo colazione (con due fette biscottate e un cucchiaino di zucchero nel caffè, come prevede la dieta) e mi hanno telefonato.

Ho alzato il sopracciglio e ho visto che il numero non era riconosciuto dalla mia rubrica (e visto che ho appena cambiato telefono la cosa succede abbastanza spesso) e ho continuato a fare colazione.

Perché nella vita una deve avere dei principi, dei valori morali su cui non transige.

Uno cresce, cambia, prende direzioni strane, fa inversioni a u, sospende il giudizio, impara nuovi punti di vista, ritratta ma soprattutto scende a compromessi, è impossibile rimanere puri nella propria coerenza.

Non è un male, si tratta del normale processo di crescita, poi ci si riguarda indietro e si sorride di certe posizioni radicali che si assumevano senza voler sentire ragioni, di certe critiche spietate e di certi impuntamenti inamovibili. Si cresce, si matura, si cambia.

Ma nella vita uno deve avere dei capisaldi, dei valori fissi, magari pochi, magari uno solo, su cui non è disposto a scendere a patti e ad accettare compromessi.

 

Il mio è che quando faccio colazione non voglio che mi si rompano i cogl*oni.

 

Oh là.

(E tanti altri, ovviamente)

Comunque il mio pensiero è: se mi vogliono, se hanno bisogno di me per qualcosa di urgente e necessario, allora mi mandano una mail.

Se è qualcuno di importante per me allora ho il numero salvato in rubrica.

Sennò, pazienza.

 

E quindi, dopo aver fatto colazione accendo il pc, controllo le mail, ed ecco svelato il mistero.

A colazione volevano offrirmi un lavoro.

E così  è stato: m’hanno offerto un lavoro.

 

Quindi visto che nonostante il freddo, la pioggia e la dieta le cose belle succedono?

 

(Ora finalmente posso usare il periodo di disoccupazione che mi rimane per elaborare il prossimo viaggio, che sarà uno di quei viaggioni da quattro settimane, uno di quei viaggioni “di una vita” di quelli che parti e quando torni o ti lasci o… boh, però ci siamo capiti, anzi capite)

 

 

* Io avevo pensato a questa, ma poi Youtube mi ha proposto questa, che non conoscevo ma che trovo davvero adatta, e pure questa

We cannot reach any higher

Dopo circa 700 km macinati in un giorno (beh? cos’è quella faccia? Anche i co – piloti si stancano! Mica facile trovare sempre argomenti nuovi di conversazione, cambiare le stazioni radio, chiedere soste all’autogrill…), dopo cinque giorni trascorsi nella Campania Ridens a casa della family in law (e che sarà mai, mi sembra di sentire, capirai, sopportare due genitori… sè, dilettanti. La family in law è composta non solo da genitori ma anche da due fratelli, quattro zii, amici del compare d’anello del padre, il salumiere di famiglia, il macellaio di fiducia, quello delle mozzarelle, quello del vino, la rava, la fava…), dopo aver ricevuto complimenti improbabili (il padre del mio ragazzo mi presenta alla figlia di non so chi e questa, stringendomi la mano e guardando mio suocero: “complimenti, complimenti per la scelta!!! Che bella ragazza!!!” ma dico io: ma che merito ne ha lui? Mi prudeva rispondere: ” pensi che mi ha scelto per l’intelligenza!!!”) e aver declinato reiterate offerte di cibo in modi sempre più rocamboleschi (“io no grazie, ma sono certa che lui -indicando il mio ragazzo- ne vuole ancora, vero amore?” Rovesciandogli la roba sul piatto ed obbligandolo a mangiare; “adesso no, grazie, ma sicuramente stasera sì ne prenderò un pezzetto”; “oh certo ne vorrei ancora, ma prima vorrei sapere gli ingredienti, vorrei tanto prepararne uno uguale…” iniziando a parlare a ruota e poi lasciandolo sul piatto; alzandomi facendo finta di sparecchiare; girarmi di scatto verso la televisione appena la madre intercettava il mio sguardo con il piatto da portata in mano etc etc etc), dopo aver schivato il capitone, dopo aver difeso la nomenclatura del cotechino, eccomi finalmente a casa mia.
Ovviamente mamma del nord, per non sfigurare con mamma del sud ci ha presentato una cena con antipasti, primo, tre secondi, contorni, frutta dolce e caffè.
Risultato: siamo due palle rotolanti e le vacanze non sono ancora finite. Gli amici della mia dolce tre quarti millantano grigliatone e aperitivi a venire…
Detto questo, sto bene.
L’anno appena trascorso mi ha fatto venire le lacrime ieri sera, è stato un anno difficile sotto molti aspetti, ma anche pieno di cose nuove e belle: mia sorella si è sposata, abbiamo comprato casa, l’abbiamo arredata, ho trovato lavoro, la fine del mese arriva prima della fine dello stipendio, ho conosciuto la famiglia del mio orso adorato e sembrano volermi bene, mio fratello finalmente se n’è andato da un posto che lo aveva reso stanco e vecchio e io ho capito che la famiglia è la cosa più importante al mondo.
Inoltre ho iniziato a guardare con armonia e non con rassegnazione all’età.
Questo, per quanto manchino ancora undici mesi, sarà l’anno dei trenta. Una cifra tonda che può far paura.
Ma ho imparato a guardarla con affetto quella cifra: ho imparato tante cose in questi anni. E’ una cifra che segna il confine: fino ai trenta si vive per se stessi. Dai trenta in poi si può vivere mettendo se stessi in relazione con gli altri. Sono grande. E voglio non aver più paura di esserlo.
L’orso del mio cuore un giorno mi ha detto “non aver paura delle responsabilità. SONO BELLE le responsabilità”.
Ed io adesso ci credo, ma non solo: io adesso voglio crederci.
Non bisogna aver paura di non essere più quello che eravamo. Da adesso in poi possiamo solo migliorare.

Buon anno a tutti!

Sono stata a Londra e mi sono venuti tanti pensieri

Eccomi tornata, oh come ti vedo rilassata mi ha detto l’irlandese con cui parlo ogni settimana ore 14 orario di Greenwich .
Ho fatto un giro proprio bello, non è andato storto niente, c’è stato il sole a Matera, il sole il giorno che abbiamo deciso di andare al mare, abbiamo fatto il bagno (“Com’è l’acqua? – Fredda, ha risposto l’amico materano e dopo cinque secondi si è girato a guardare una che scompariva a dieci, venti, trenta, quaranta metri dalla riva -ero io, in piena funzione vichinga che vede acqua e mare superiori ai 15° sente il dovere morale di entrare in acqua per lei e per tutti i sudditi di Sua Maestà il Re di Vichinghialandia) (“Ma come” mi ha urlato l’Orsetto, “tu che sei sempre freddolosa, che ti avvolgi in mille coperte e hai il piumone anche ad agosto?!” trafelato per starmi dietro, mentre io ridevo. “Chitticcapisc’ àttè!!!” si è messo a ridere e mi ha seguito in posizione stile libero alla vichinga ovvero “ho freddo ma non posso dimostrarlo, ne va della mia integrità”) (e gli amici materani a riva sentendosi sfidati nell’intimo ci hanno seguiti in acqua un po’ inebetiti un po’ “ma ti pare che ci facciamo battere dagli svedesi nelle acque di casa nostra?!”) (“risultato: noi ci siamo divertiti come bambini, ma eravamo gli unici in acqua nel raggio di ehm quindici chilometri). E c’è stata la pioggia a Londra, il caldino umidiccio che ci deve essere nella città più bella del mondo e tante foto nelle piazze e tra i ponti di quella che è anche un po’ la mia città ma che non smette mai di stupirmi per quanto è bella e piena di persone a cui voglio bene e a cui è facile volere bene (vi voglio tanto bene amici miei, e lo sapete e se non lo sapete appuntatevelo in testa, anche da lontano, anche quando faccio la distante sulle bacheche di Facebook, vi penso e per voi batte forte forte il mio cuoricino e non vedo l’ora di tornare, che belli che siete) e piena di incontri fortuiti che uno dice ” e come fai a incastrare montones con cabras tutti in un pomeriggio e una sera, come riuscirai a vedere tutta la gente che vuoi vedere e prendere il caffè con una e l’aperitivo con quell’altro e fare la cena con quegli altri?” E invece lì si può, perché anche se durante la giornata sei riuscita a vederne solo due, poi alla sera per magia ti appaiono gli altri, senza averli convocati e con un carico di fruttata amicizia che poi mi viene da esplodere se penso a quanto stia diventando sdolcinata (sarà l’età) e che invece questo doveva essere un post serio sulle scoperte che ho fatto meditando a Londra.
(Famoso luogo dove ci si raccoglie in meditazione).
Insomma, è andato tutto bene, ma non dirò: è andato tutto come previsto, perché, sostanzialmente: non avevo previsto niente.
Fino al giorno prima della partenza non sapevo neanche l’orario del primo volo (e dire che ce ne sarebbero stati altri cinque dopo, in dieci giorni) ma ero tranquilla. Manco avevo fatto la valigia per dire.
(Che poi, che la faccio a fare? In Italia i vestiti costano di meno e sono più belli: quale migliore occasione per dimenticarsi roba a casa?)
Sapevo solo le tappe: saremmo stati a casa di uno sconosciuto nel Sud della Svezia (“qui la vita è più rilassata” mi ha detto il tizio ” rispetto alla capitale” e mi è venuto da credergli, quando mi sono vista circondata da fricchettoni e punkettoni che credevo finora fossero solo una leggenda metropolitana sulla Svezia ed invece no, ci sono, e hanno le stesse facce che nel resto d’Europa, evviva evviva! Non ci sono solo i mutanti da fantascienza in questo Paese! Viva il Re! E che poi saremmo partiti per il Centro Italia, avremmo fatto capatina (ina ina ina -> ventiquattro ore contate non una di più) e poi avremmo preso un Pisa – Bari di mattina presto e da lì boh, in qualche modo, saremmo arrivati a Matera, forse saremmo pure riusciti ad andare il mare (ma tanto lo sappiamo tutti che in Basilicata ci sono due coasts, quindi ci saremmo riusciti per forza!) e poi forse avremmo fatto una capatina in Campania dalla Signora Mamma e dal Signor Papà (amen!) e poi saremmo ripartiti alla volta del fantastico mondo anglofono madrelingua, e dopo qualche giorno saremmo ritornati qui: dove splende il sole, i vicini se lo prendono tutto sul terrazzo (ma con la copertina sulle gambe) e c’è la bicicletta attaccata alla grondaia (e lì rimane, per il momento).
E tutto è andato bene. Non abbiamo perso neanche un volo (e chi l’avrebbe detto) e quel paio di voli che abbiamo preso senza dormire ci hanno fatto sentire come sotto effetto di qualche droga pesante.
Io mi devo ancora riprendere, per dire.
Comunque, questa era solo l’introduzione.

All’arrivo in Inghilterra sono stata accolta da questa considerazione: nonostante a Londra ci sia già stata, ogni volta faccio considerazioni diverse.
La prima volta ci sono arrivata dalla Francia. Era un fine settimana e papà aveva avuto questa bella ideona di farci riunire a Londra, io dalla Francia e lui dall’Italia, con la Sorellondra (che a Londra abitava e abita ancora, per l’appunto).
Io ero nel primo periodo prolungato all’estero: venivo pagata per fare il lavoro che mi piaceva e non mi ero ancora laureata della prima laurea, per dire quanto tempo è passato, mi ero lasciata da qualche mese con quello che avrebbe dovuto essere (o almeno, così s’era spacciato negli ultimi tre anni) l’uomo della mia vita, insomma, stavo “in grazia di Dio”. In quanto a fine mese, e ancora non consapevole del maneggio dei soldi, ero però: (due punti) povera.
Ma confidavo nell’arrivo del Papi (e della di li moneta pesante per le sue bambine).
Mia sorella era anche lei alla fine del mese, e quindi anche lei (due punti): povera.
Arrivai a Stansted (sì, l’aeroporto dei poveri, e l’unico di Londra che io abbia mai frequentato dovendo pagare io) e puntualissimo come l’aggiornamento dei voli sul pannello aeroportuale ecco arrivare un messaggio da mamma: Papà è bloccato dalla nebbia: il suo volo non parte.
Deglutii e cambiai i (pochi) euro che avevo in sterline e presi l’autobus proletario.
Raggiunsi mia sorella e nei due/tre giorni seguenti scoprii Londra per la prima volta.
Ero da sola, ed ero senza soldi: il modo migliore per scoprire una città.
Mi piacque, mi rimase impressa la Southbank, visitai i musei, vidi i posti principali e conobbi pure uno di Miami davanti a Buckingam Palace che mi disse di abitare a Granada e si offrì di accompagnarmi a Victoria, dove presi l’autobus (dei proletari) per tornare a Stansted e poi in Francia.

La seconda volta fu dopo qualche mese: partii con i miei dall’Italia. British Airways e aeroporto di Gatwich, sì, lo so, si capisce che non pagassi io. Feci pure il giro sul London Eye. Visitai un altro po’ di musei, era Pasqua, c’era il sole e andammo pure alla messa in italiano.

Poi passò un sacco di tempo, Sorellondra si trasferì quasi in Scozia ed andai a trovarla là. Era un posto dove c’erano così poche attrattive che per intrattenermi mi portò a correre al parco.
Io.
Correre.
Al parco.

Ovviamente da allora (era il 2008) non ho più svolto tale attività.

Sorellondra tornò a Londra ma prese a tornare in Italia con più frequenza ed a venirmi a trovare spesso: venne in Spagna due volte, a trovarmi dove studiavo in Italia almeno tre volte e in Turchia una.

Inoltre, la vedevo alle feste comandate in Italia a casa dei miei.

Poi: la Pasqua di quest’anno. Tutta la famiglia del mio coinquilino nonché tenutario del mio cuore, decide di venire in visita in quel di Svezia.
Sono nel panico.
Una settimana a fare finta d’essere la fidanzata perfetta può essere troppo. Perfino per me.
Urge piano B.

Che arriva con una telefonata del papi: su Skype mi comunica che l’husband-to-be di Sorellondra in vista del matrimonio ha pensato bene di iscriversi a catechismo (corso accelarato per upper-intermediate dal momento che è ortodosso) e che il prete Padre George (non mi ricordo il nome, ma a Londra ci sarà pure un Padre George, voglio ben sperare!) gli ha promesso non uno, non due, ma TUTTI i sacramenti in una botta sola!
(Prego pagare)

Ovviamente estrema unzione esclusa.

E la cerimonia quand’è?
Il Sabato Santo!!!

E possiamo noi, sua future family-to-be mancare all’appuntamento? (Visto che tutto questo lo fa al solo scopo di maritarsi- anzi, ammogliarsi- mia sorella, nonchè figlia primogenita dei miei genitori-in-be?)

Prima che io possa rispondere: Sono già all’aeroporto, papi aggiunge: il volo te lo pago io! (Forse si sente ancora in colpa per il volo annullato causa nebbia e le due figlie in versione punkabbestia a vagare per Londra con venti sterline nel 2007…)

Di conseguenza il sabato mattina saluto Orsetto e la Signora Famiglia Associata e me ne vado a Londra. Dopo sei anni.

Ma sono due giorni intensi e con un sacco di racconti (e tre ore -TRE!- di cerimonia in inglese in cui io faccio la traduzione inglese ecclesiastico-veneto dei campi sull’orecchio del papi “Let us pray – Desso preghemo” “Desso el prete toe ea candea e ne dà ea benediziòn”). Londra fa solo da sfondo.

Ed arriviamo a questa volta.
Atterro carica di sole e di amore (essì, pure di amore!) in un posto dove fa freddo, è grigio e piove la maggior parte del tempo.
Nelle tre ore di aereo assisto nolente ma purtroppo presente ad una sfilza infinita di luoghi comuni, sfornati senza sosta e senza abbassare il volume della voce da una ragazza barese seduta due file dietro di me che cerca di farsi carina agli occhi del tizio che le si è (malauguratamente per lui) seduto accanto.

Domitilla, la chiameremo così, è convinta di parlare un perfetto inglese e che TUTTO (ripeto TUTTO a Londra sia meglio). Nelle tre ore di aereo e nelle quasi due di autobus (indovinate dove si è seduta nell’autobus Stansted-Victoria?) (Esatto, dietro di me) informa me e tutti gli altri passeggeri che le università in Inghilterra sono un po’ più care (SOLO SETTEMILA EURO ALL’ANNO) ma che ti danno una formazione che in Italia ce la scordiamo, che molto meglio fare un Master a Londra che in Italia, che alla fine iscriversi all’Università in Italia MENO DI TREMILA EURO L’ANNO non ti costa (ma dove?) (Quella pubblica, sostiene lei!) e quindi è molto meglio farla in Inghilterra, che in Inghilterra è MOLTO PIU’ FACILE OTTENERE UNA BORSA DI STUDIO, altro che in Italia, dove le danno solo agli stranieri, e che lei, che si è laureata in inglese (in Italia, suppongo, visto che l’Università in Inghilterra era tanto meglio) queste cose le sa e poi gliele ha pure dette un amico suo.
Il vicino ne ha di meglio: dice che lui non ha fatto l’università perché non gli sarebbe mai servita, che in Inghilterra si va avanti solo con le raccomandazioni, che in Italia c’è la mafia, che UNO CHE ERA IN CLASSE CON LUI era tanto bravo a scuola ma PER RAGIONI ECONOMICHE non ha potuto iscriversi all’università e che invece ci sono altri che ERANO IN CLASSE CON LUI che perché non avevano voglia di lavorare si sono iscritti, pensa un po’, ad INGEGNERIA e sono ancora là all’università perché dicono che è troppo difficile.
Interviene una seduta lì (la punkkabbestia che era in fila con noi al checkin e che temevamo collassasse da un momento all’altro) e dice che Londra è una città che ti dà UN SACCO DI OPPORTUNITA’. Lei, per esempio, lavora per una catena dove fanno i panini (ipse dixit) e la pagano ben sette sterline all’ora.
Sfiorano la rissa quando si danno degli ignoranti a vicenda per aver insultato in modo forbito uno che prima sull’aereo aveva osato intervenire. (Ed ora si sarà guardato bene dal prendere lo stesso autobus, penso io).

Arriviamo da Sorellondra straniti e un po’ sconvolti.
Non sappiamo se sia la botta di freddo o la botta di chiacchiere a cui siamo stati involontariamente sottoposti.
(Pure l’orsetto, celebre per il suo proverbiale aplomb, mi sussurra nell’orecchio di non aver mai sentito “tante strunzat’ tutt’ insieme”).
Il giorno dopo prendiamo la metro, la prima di varie ed inizio ad osservare.

Le pubblicità recitano:
“vuoi conoscere la persona giusta? Iscriviti al sito balblablablapunto com, qui Jenna e Justin hanno trovato l’amore a marzo 2013!” (E TRE MESI sono abbastanza per definirlo amore? Veloci, stì londinesi!)

“Per riuscire a lavorare in modo efficiente anche nei tempi di trasporto: scarica l’applicazione per i grafici a blablabla, per essere efficiente anche quando viaggi!” (Manco quando sono in autobus mi posso rilassare? Devo sempre pensare al lavoro?)

“Hai bisogno di un donatore di sperma? Rivolgiti a nfibrgbgbky, specializzata dal…”

“Temi che tuo figlio sia sfruttato sessualmente? Primo: guarda se si comporta in modo strano, Secondo: fagli delle domande, terzo: rivolgiti a noi!”

Mi guardo intorno: ci sono tante persone, troppe persone. Spingono, strepitano. Ci sono mamme troppo grasse con bambini troppo annoiati che ogni tanto mugugnano o blaterano solo per attirare l’attenzione a cui le mamme ficcano in bocca cioccolatini (“dai che diventi come à mamma” sottolinea con fare didascalico l’orsetto). Ci sono persone troppo stanche, a qualsiasi ora del giorno e della notte, conducenti di autobus troppo sgarbati e ragazze che vanno al lavoro vestite troppo male. Abiti troppo consumati, ballerine troppo economiche e calze troppo strappate e lise.
Gli onnipresenti trench, carini e modaioli in qualsiasi altra parte d’Europa, qui sono l’ennesima pennellata di grigio, ad un grigiore quasi insopportabile.

E’ la prima volta che vengo a Londra e che ci sto qualche giorno potendola osservare senza ansia e senza fretta.
Entrambi ci siamo già stati, entrambi abbiamo già visto le “cose da vedere”, entrambi abbiamo già fatto “vacanza” nei giorni precedenti. Siamo lì per vedere se possibile qualcosa di nuovo ma non è importante. La cosa importante è stare un po’ con Sorellondra e l’husband-to-be e “vivere” un po’ questa città.

Il tempo passato con Sorellondra e Salàmìn è stato quality time, manco a dirlo.

Ma quello che ho visto di Londra mi ha lasciato un po’ di amarezza.
E mi chiedo: perché tutti questi italiani vogliono andare a vivere il London-dream?

Capisco il primo impatto: Londra è diversa dalle città italiane. E’ grande e ciò nonostante i trasporti funzionano. Capisco anche che per il ventenne trovarsi annunci di ricerca personale ad ogni bar sia oro che cola. Dà l’idea di un posto dove domani, se voglio, posso iniziare a lavorare, inserirmi nel sistema, imparare la lingua, essere a contatto con madrelingua, destreggiarmi in inglese.

Sì. E’ vero.
Ma dopo?

Davvero i nostri ventenni, venticinquenni, trentenni aspirano a fare i camerieri a Londra tutta la vita?

E’ una città veloce, pensata per andare veloce. Questa massa di persone che ogni giorno si deve muovere per andare a lavorare, per guadagnare in modo da poter spendere in affitti molto alti, in vestiti molto brutti ed in cibo molto scadente fagocita tutto, anche le cose belle, e le divide, tagliuzza e rivende in piccole confezioni acquistabili con pochi pounds.
Puoi innamorarti, al prezzo dell’iscrizione al sito di incontri.
Puoi avere un figlio, al prezzo dell’ammissione alla banca del seme.
Puoi anche gestire le tue ansie e i tuoi dubbi, al prezzo del consultorio o dell’analista.

Tutto è lì, a portata di mano, devi solo guadagnare un po’ di più, lavorare un po’ di più, massimizzare il tuo tempo.
Non è previsto che ti annoi, in città come queste.
Non è previsto che non capisci, in città come queste.

Devi tenere il passo, devi correre anche tu, sennò la città, con il suo eterno rumore di locomotiva incessante e sbuffante, ti calpesta.

Questo non mi è piaciuto di Londra.
Forse sarò l’ennesima a dirlo.
Forse un tempo avrei avuto paura ad esprimere questa opinione, perché la mia generazione (e quella prima) è cresciuta con il mito di Londra.

Ma una volta che anche il desiderio di uscire da una casa che sembra quella dei film di Hugh Grant è stato esaudito, cosa resta?

Il gioco vale davvero la candela?
Per quanto tempo uno scappato dall’Italia si accontenterà di lavorare a sette sterline all’ora e di spenderne duecento a settimana d’affitto?
E’ davvero il Regno delle Opportunità così come lo dipingono?

Io non ci credo.

Londra, non mi hai convinta.

All I wanna do is have some fun, un post che parla molto di dentro e parecchio di fuori, e di come a volte il dentro non possa sentirsi messo in discussione da ciò che accade fuori

Ieri mi arriva un messaggio privato su Facebook, è un’amica che non vedo da qualche anno. Eravamo inseparabili da bambine, durante l’adolescenza ci siamo scoperte un po’ diverse (idee religiose/politiche/comportamenti sociali) durante l’università ci siamo allontanate del tutto. Fisicamente, certo, ma anche affettivamente. Poche litigate, ma insomma, le voglio bene, eh, è solo che c’est la vie. E se la mia dev’essere breve, almeno che la passi con le persone che voglio, non con quelle che devo.

Detto questo, ieri ricevo una sua mail. Mi scrive che a marzo si sposa. E’ un po’ strano ricevere questa mail da una come lei, soprattutto perché il ricordo che ne ho io rimane fermo alla lei adolescente: molto indipendente ed orgogliosissima di esserlo, a volte un po’ troppo bisognosa di approvazione, soprattutto sentimentale, ma una che voleva spaccare ogni convenzione sociale e culturale, essere libera, diventare qualcuno, scrivere, avere un’idea che stravolgesse le esistenze degli altri… insomma, questo genere di personaggio. Ora si sposa, dice che non farà niente di che, una cosa in comune con pochissimi invitati ma che ci teneva a farmelo sapere.

E così faccio il conto: nell’ultimo anno persone vicine, molto vicine o vicine solo per affetto legato al passato hanno deciso di sposarsi.

La cosa mi lascia perplessa.

Credo ci siano due motivi.

Il primo: le stesse persone, interrogate a riguardo fino a pochissimo tempo fa (un anno magari? O anche meno) parlavano del matrimonio come una remota possibilità che non avevano mai preso in considerazione.

Lei stessa per dire, l’ultima volta che ci siamo viste (un paio d’anni fa) si era dichiarata scocciata delle pressioni continue di sua madre ” e sposati no? Cosa convivi a fare da anni? Sposati sposati sposati sposati!”.

Si vede che ora ha cambiato idea. Quest’anno si sposerà lei, mia sorella (ebbene sì, il matrimonio ha deciso di irrompere in famiglia, nella mia, tra l’altro!), un’amica del liceo, una mia amica ucraina della Turchia; e se ripenso al gruppo di amichette con cui mi trovavo al campetto nei pomeriggi estivi tra le medie e le superiori il panorama è: una sposata con tre figli (due propri), una ha appena avuto un figlio, una appena sposata, una (lei) ha un figlio e si sposerà tra poco…

Eccoci quindi al secondo punto della mia perplessità: questi eventi mi coinvolgono.

Mi coinvolgono emotivamente e mi fanno pensare di essere io quella strana. 

Chi l’avrebbe mai detto? All’epoca dei pomeriggi al campetto io ero quella più seria, la più tradizionalista forse… sono passati dieci, quindic’anni e per tutte la ruota ha girato.

Per tutte tranne che per me.

Durante la preadolescenza ero molto rigida, e cercavo di convincere tutti, con serrate discussioni, che dovessero pensarla come me, credere come me, avere le mie stesse convinzioni.

Poi, ma non saprei dire precisamente quando, ho invertito i miei sforzi, dall’esterno all’interno. Ho smesso di essere quella che convinceva e mi sono assicurata di mettere delle belle fortezze solide al mio animo e alle mie idee, per evitare che gli altri le attaccassero. Sono diventata devota alla causa vivi e lascia vivere, ed ho cercato di rallegrarmi per gli altri, sempre lasciando ben chiaro che non dovevano cercare di convincermi che fosse giusto il loro modo di vivere , semplicemente che ero contenta se loro erano contenti e che il patto era: io non convinco te e tu non convinci me.

Solo così, mi sembrava, si poteva continuare ad avere un rapporto, che non era più fondato sullo scambio di opinioni politiche e religiose che avevamo dentro di noi, ma sull’affetto che ci legava e sul mondo che cambiava attorno a noi.

Però ora questa fortezza vacilla: le loro decisioni sono eventi sociali. E della società faccio parte anch’io.

Sono sempre stata la più piccola dei gruppi di cui facevo parte. Questo mi ha sempre permesso di sentirmi dentro ma anche esterna, posizionata dove il punto di vista era di quella che non aveva ancora bisogno di pensarci.

E così, ora le persone che avevo attorno allora e che ho attorno in questo momento hanno deciso di prendere delle risoluzioni definitive (più definitivo di finché morte non ci separi non riesce a venirmi in mente niente) per la propria vita e mi sento in mezzo ad una folla che spinge da tutte le parti e che alla fine prende una direzione e ti obbliga a prenderla perchè non ti puoi muovere se non seguendo il flusso.

Continuo a pensare che non sia la mia strada, ma inizio ad aver paura che questa sia una presa di posizione e un’infantile fetta di soppressa calata a forza negli occhi.

To be continu… wondering.

Welcome to the South

Ieri sera ho visto “Benvenuti al Sud”.

Io forse non valgo come buon esempio di settentrionale, visto che sono più realista del re (Virgh piccolina piena di spirito di contraddizione a mamma-Virgh: “Mamma mamma! Un giorno mi sposerò con un napoletano!” Mamma sgrana gli occhi e Virgh piccolina riprende: Vabbè mamma, o un napoletano o un nero!” Mamma: “Forse meglio il nero”… e poi crescendo ho capito che ero circondata da persone per cui c’erano un po’ di pregiudizi da abbattere – o da avvallare, chissà, o meglio, chi sapeva ancora-  perché poi a diciott’anni ho detto a papà: “L’università la voglio fare a Napoli!” e papà rispose qualcosa che era la versione fine ed educata di “col caz*o!!!”. Poi, infine, l’anno scorso ho iniziato ad uscire con un campano, e quando l’ho detto a papà, papà ha commentato, con grande filantropia: “Vabbé dai, in fondo anche i terroni sono persone come noi” anche se ora so che va a dispiacersi in giro dai suoi amici dicendo: “di due figlie, tutte e due con extracomunitari!!!” – il ragazzo di mia sorella è ungherese), e quindi ho una visione un po’ distorta.

(Ah sì, poi c’è mio fratello che quando gliel’ho detto mi ha chiesto: “Ma fa il pizzaiolo?” ed alla mia risposta negativa, ha borbottato pieno di sdegno: “io non so perché prendersi un napoletano se poi non fa neanche il pizzaiolo”)

Quindi volevo dire che sì, il film è divertente (me l’aspettavo molto peggio) ma che i pregiudizi e gli stereotipi su cui si basa sono ormai del tutto superati.