Consigli per stare bene

State passando un periodo un po’ così perché siete dall’altra parte del mondo, è arrivato l’autunno, non smette di piovere, e il fidanzato è lontano e magari pure in vacanza in Spagna con gli amici*?

Vita. 2014 – Gabriel Moreno

Ecco i miei consigli per stare meglio.

Funzionano!

  • Fare un bucato di soli bianchi. Il senso di pulito, il profumo e la purezza della composizione appena stesa vi restituirà la pace interiore. Se possibile, stendete i panni di fronte alla finestra sull’Oceano Pacifico. (Di fronte, non sulla terrazza, pena trovare dei resti [e]scatologici dei cocoriti che vi toglieranno la pace dei sensi appena raggiunta)
  • Farvi preparare un tortino di cioccolato da un’amica brava che abita vicino a dove lavorate e autoinvitatevi per il pranzo. La combo cioccolato + amica vi restituirà il sorriso. (Purtroppo poi dovrete tornare a lavoro)

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Ha a che fare con te*

Seduta, gambe incrociate. Anche pensieri incrociati.

Fuori piove da almeno tre settimane. Scroscia la pioggia e si sentono le onde che si infrangono con più forza, il vento che fa sbattere le porte, le finestre, i rami delle palme. Ogni tanto passa una macchina. Fino a qualche ora fa si sentivano anche le urla e le risate dei gruppetti di amici in libera uscita. E’ pur sempre venerdì sera.

Anzi no, non lo è più: è già sabato. Sono le 2:34 di sabato.

Ma lì in Italia è ancora venerdì, è pieno giorno e magari a Milano si vedono anche gli alberi con i primi fiori. Chissà che aria si respira adesso in Italia, con la primavera che sta per arrivare, la gente che inizia ad avere voglia di uscire e andare solo a passeggiare, a fermarsi a chiacchierare o semplicemente guardare i fiori per strada.

Chissà che temperatura c’è adesso in Italia.

Ieri sei partito per Milano, ed è strano, perché non è la prima volta che rimango da sola in terra straniera, ma è come se partendo mi avessero aggiunto il peso di un vuoto.

Nel passato ammetto di aver sentito sollievo quando te ne andavi, a volte avevo proprio bisogno di stare da sola. A volte ho fantasticato di quante cose avrei potuto fare, quali film avrei potuto vedere senza il tuo giudizio, quante maschere per il viso mettermi senza dover chiudermi in bagno per venti minuti.

Questa volta no.

E’ la prima volta che mi trovo così lontana e così da sola.

Non credo di aver mai vissuto male i nostri distacchi, anzi, a volte li ho pure forzati, andandomene. Ma ogni volta sono andata in un posto sicuro, un posto che per me era come “casa”. Sono stata mesi a casa dei miei genitori, mesi a Londra, un mese a Barcellona, senza di te, ma erano tutti, in misura diversa, dei posti in cui mi sentivo sicura, protetta.

Qui no.

Mentre piove fuori io penso che non dovrei scrivere e magari pubblicare, che fa tanto blog su Splinder del 2007, ma non ci posso fare niente: mi manchi.

E non mi manchi perché io non sia più capace di stare da sola, e non mi manchi perché in qualche modo io “abbia bisogno” di te.

Mi manchi perché sei diventato tu “casa” mia.

E adesso mi sento lontana, a casa, ma lontana da casa mia.

 

 

*Questa

Virgawards: personal edition

Siamo al 20 dicembre.

Credo di aver imparato delle cose importanti quest’anno, e vorrei portarmele in valigia per l’anno prossimo.

  • la gratitudine: è successo un mesetto fa.  Era tardo pomeriggio, avevo finito di lavorare e invece di scendere in fretta dall’autobus per fare la spesa e andare a casa, sono andata in spiaggia. Mi sono tolta le scarpe e sono rimasta un’oretta seduta a guardare l’Oceano Pacifico. Ok, non ho il lavoro dei miei sogni, ok, sono lontana dalla famiglia, ok, ok. Ma sono contenta. Sono grata per questa nuova curva nella mia vita, questa opportunità. Non la vivo con ambizione, né con troppa ansia. Sono qui con una persona che mi ama (così sostiene! Incredibile!), in Italia e in Inghilterra ho una famiglia che mi vuole bene, ho amiche che cercano di esserci nonostante la distanza, ho il mare davanti, l’estate addosso come cantava Jovanotti, la spiaggia sotto ai piedi e tutta la vita davanti. Voglio essere grata. Senza dover ricorrere alla falsa modestia. Sono grata perché sono una ragazza fortunata. (Sì, stiamo esagerando con le citazioni di Jovanotti, ma se devo dirla tutta qui non è il paradiso, all’inferno delle verità io mento col sorrisoooo).

 

  • il perdono: è una parola grossa, che porta connotazioni religiose. Negli ultimi mesi mi sono sentita in difficoltà a mantenere i contatti con le mie amiche in Italia. Il fuso orario, gli impegni, sembrava che nessuna avesse mai tempo per me. Ma come? Ma allora ero solo io a tenerci? Mi sono chiesta varie volte da Luglio in poi. Ho ripensato a tanti rapporti e mi sono sentita marginale, esclusa… rifiutata. Poi sono tornata, e le ho riviste per quello che sono: ognuna con i propri pregi e difetti, con la capacità o l’incapacità di mantenere un’amicizia in cui ci si vede pochissimo. Perdono non è rassegnazione, che dentro nasconde il rancore di aver subito un torto. Perdono è analizzare la disparità tra il trattamento desiderato e quello ottenuto e guardarla da dentro questa differenza, capirla, e in fondo abbracciarla. E dopo si può andare avanti più leggeri. Il perdono non è mai un favore che si fa all’altro. E’ un favore che ci si fa a se stessi. (E guardami affrontare questa vita come fossi ancora qui, grazie Tiziano!)

 

  • il perdonarsi: certo, avrei dovuto fare il master in Inghilterra. Avrei potuto andarmene prima dalla Svezia, avrei potuto rifiutare questo ennesimo trasferimento e impuntare i piedi. Avrei potuto tenermi il contratto a tempo indeterminato in una scuola che tutto sommato mi piaceva. Avrei potuto stare meno tempo a zonzo l’ultimo anno e concentrarmi su progetti più redditizi e più spendibili sul curriculum di”passare tempo con la mia famiglia”. Però ad un certo punto bisogna fare pace con se stessi. Guardarsi a fondo e riuscire ad accettarsi. Ad accettare che la vita non è una linea retta precisa. Che le cose potevano essere fatte meglio, più in fretta, ma che in fondo non è importante. Non ci sono traguardi. Bisogna solo volersi bene: essere amici, madri di se stessi e accettarsi. (Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola. […] Di ogni giorno prendo il buono, […] é troppo presuntuosa la previsione di una verità, grazie Arisa)

 

E voi? Cosa vi mettete nello zainetto per il 2017?

 

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Chissà cosa ci sarà dietro questa curva? (Foto scattata in Nuova Zelanda, sì, lo so, non mi vengono tanto bene le foto e infatti non ne pubblico mai)

 

 

 

 

Sei piena di vita

Ho passato quarantotto ore molto articolate, in cui ne ho dormite sei in totale con in mezzo: una festa molto alcolica, tre ore di treno, un trasloco, una cena al ristorante argentino, una passeggiata per Milano, tre ore di macchina,  un pranzo con il nonno, una conversazione profonda con l’Orso.

Era da un po’ che non passavo due notti in bianco consecutive per trascorrerle di festa, con un sacco di gente, a chiacchierare e cantare. Mi sembra incredibile ed allo stesso tempo è una stanchezza positiva quella che sento.

Dicono che dopo una partita, i giocatori delle squadre avversarie abbiano la stessa quantità di stanchezza (hanno corso e faticato per lo stesso numero di minuti), ma gli atleti della squadra vincente si sentiranno meno stremati degli altri.

E così ieri sera, dopo l’ennesima pizza con gli amici (in quattordici giorni siamo a quota otto, e non ho preso neanche un grammo – non ho neanche perso peso, naturalmente, ma l’importante è che non l’ho preso-) all’amica che mi riaccompagnava a casa dicevo: “Nelle ultime quarantotto ore ne ho dormite sei” e lei mi rispondeva: “Sei piena di vita”.

Come definizione mi è sembrata calzante.

E ora ci sono degli scatoloni che aspettano di essere aperti, un armadio che trabocca e deve essere ulteriormente riempito (non comprerò più vestiti fino all’anno prossimo, giurin giurello!) , migliaia di documenti da completare prima di giovedì e poi via: inizierà questo viaggio. Il venti luglio sembrava tanto lontano, e invece, come il Supercafone di Er Piotta, eccolo qua.

Ah sì, questo fine settimana ho anche sentito la frase d’amore più bella di tutti i tempi: “Tu sei più intelligente di me”.

Me, Myself and I...:

(E di questa verità siamo consapevoli – fortunatamente- entrambi).

 

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Virgawards – 10

Rassegna di post e articoli che mi hanno colpito.

Non sono in ordine di tempo, alcuni sono vecchi di anni. Ma, come lessi una volta su un tavolo di una biblioteca universitaria: “per girare la pagina bisogna prima averla letta tutta“.

  • Gli uomini guarderanno sempre le altre – Antonia Di Lorenzo: un post ironico che ci aiuta a capire perché prendersela quando il nostro amico/ fidanzato/compagno/marito si gira a guardare un’altra è un inutile spreco di tempo.
  • Miracoli – Splendidi Quarantenni: un post vecchissimo, del 2011, che ogni volta che rileggo dico “Oh! Quanto c’ha ragione!“. Spiega (dall’alto di un matrimonio più che ventennale e riuscito) in semplici punti essenziali cosa ci vuole per far durare una coppia.
  • Come si veste un boss – RivistaStudio intervista Veronica Fragola, la costumista di Gomorra: spiega uno dei motivi per cui ci piace tanto una serie che parla di criminali che seguono gerarchie di valori ormai svuotate (rispetto, orgoglio, senso della famiglia sono ben diversi da quello che sembrano credere loro). Qual è? La realtà.
  • Gesù prende in giro – Pillole di Jenus (Jenus di Nazareth): non c’è bisogno di commento, risposta definitiva a quelli che non vedono l’ora che muoia una persona conosciuta per piangerla e dolersene sui social network.

Per oggi basta, devo scappare.

Mi aspetta il momento sommo della convivialità festosa svedese (sì in questo sintagma ci sono almeno due controsensi): la grigliata in giardino. (Sommar grill).

E’ per cena, infatti è prevista alle 17:00.

Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.