Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Sube la adrenalina – Tamarrolandia

Domenica mattina, ancora un po’ intorpidita dai due voli e dal trascinarmi la valigia (cercherò di non farlo più, scusate…) sono stata svegliata dal vicino che con impaziente desiderio di svegliare se stesso e gli altri metteva senza soluzione di continuità questa, questa e questa a tutto volume.

Non c’è niente da fare, sto riscoprendo il lato tamarro di me stessa.

Oggi  è una settimana da quando sono arrivata.

E non escludo di rimanerci per sempre.

 

L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

Ci sono giorni in cui mi chiedo se questo continuo movimento non ci stia facendo più male che bene.

Venerdì sera, all’aeroporto mi sono seduta nell’attesa della chiamata d’imbarco.

Era un volo Svezia – Germania, due Paesi le cui lingue sono per me incomprensibili (sì, lo so, lo so) e il mio cervello aveva già selezionato la  modalità “volo”.

Mentre ero seduta mi guardavo intorno, come sempre, cercando di essere discreta (ma senza riuscirci, naturalmente).

E vedevo cappotti costosi, scarpe molto pulite (io sono l’unica a quanto pare che si muove senza autista e senza addetto al tappeto rosso portatile a quanto sembra, perché in una città dove piove tutti i giorni da almeno due mesi le uniche suole sporche di fango sono quelle dei miei stivali), fronti ampie e stempiature, portatili appoggiati sulle gambe, cellulari attaccati alle orecchie.

Che io mi chiedo: ma cosa avrai di così urgente ed importante che deve essere discusso alle sette di venerdì sera? Di così urgente ed importante che non sia un aperitivo intendo?

E all’improvviso mi si sono aperte le orecchie.

Nel ticchettio di tastiere, nel rimestare di carte nelle borse da ufficio ecco che sento una voce italiana.

La ragazza vestita bene (sì, ci faccio caso, sì lo so, ma è perché per quanto mi sforzi a sembrare professionale… paro sempre una scappata di casa) con la borsa del portatile appoggiata sulle gambe e l’agendina alla mano parla in italiano. Parecchio ad alta voce, direi.

E davanti a me, il ciccio stempiato pure. Tra una cartella e una lisciatura al giubbotto firmato, si sta lamentando al telefono con non so quale collega che come va l’azienda no, non va bene, ma proprio no.

E dietro, il tizio stretto nel cappotto anche lui, al telefono, sta parlando italiano.

E’ come se mi si aprissero le orecchie, ogni volta.

E così poi all’aeroporto di Monaco, dopo una giornata sbattuta a scuola a cercare di consolare i ragazzi dell’ultimo anno così preoccupati per i loro voti, ho cercato di darmi una sistemata alla faccia, a Milano sarebbe arrivato l’Orso a prendermi e anche se non ci vedevamo solo da due giorni non volevo che si pentisse subito di essere venuto a prendere me e non una di quelle modelle dalle gambe chilometriche che si vedono sbarcare nella capitale della muuoda.

Mentre cercavo di non disturbare nessuno nelle mie patetiche operazioni di restauro (a fondo perduto) nel bagno dell’aeroporto del terminal bavarese, ecco che alle spalle sento tutto un grido. Un po’ mi spavento, ed è così che ci troviamo travolti (io e il bagno) da un’orda di ragazzine italiane in gita scolastica che si urlano da una parte all’altra del bagno.

Avevo già fatto questa riflessione quando ad Aprile avevo accompagnato la classe in gita in Spagna.

Ma la riformulo: fino ai dieci/undici anni i bambini italiani (ma mettiamo pure mediterranei in generali) jé danno due piste ai colleghi svedesi.

Frequentano scuole in cui bisogna tutti i giorni dimostrare di essere brillanti, attivi, svegli. Mentre i colleghi svedesi devono semplicemente dimostrare di essere presenti.

Esserci, scrivere il nome, non stressarsi. Giocare, ma essere tranquillo, rispettare le regole e non esagerare.

A partire dalla fase della pubertà gli italiani è come se perdessero posizioni. L’insicurezza esce sottoforma di sbrufonaggine, arroganza, esibizionismo, volume, volgarità.

La consapevolezza del proprio corpo che si trasforma viene gestita molto meglio dai coetanei svedesi*.

In gita avendo davanti vari esemplari di sedicenni svedesi e spagnoli avevo potuto confrontarli bene, in un terreno simile.

I sedicenni svedesi sapevano gestire la presenza dell’altro sesso con maggior consapevolezza.

Erano un gruppo di compagni di classe che si trovava in Spagna in gita. Facevano cose assieme e non hanno mai creato problemi (magari siamo anche stati molto fortunati, eh!). Nel nostro gruppo ci saranno sicuramente state coppiette, così come c’erano quelli che si allontanavano per fumare, ma nel complesso, a parte l’energia e la vitalità tipiche di quell’età e quel contesto, non ho trovato niente di preoccupante nel loro modo di rapportarsi tra ragazze e ragazzi. Erano “amici”. Si facevano battute, si sedevano vicini se capitava, si aiutavano se serviva.

I ragazzi spagnoli, dello stessa età, che ci accompagnavano in quei giorni venivano da una scuola simile (una di quelle dove ci si tiene molto alla disciplina e le famiglie sono attivamente coinvolte) ed erano compagni di classe da anni.

Anzi, erano avvantaggiati perché loro si trovavano “a casa loro”, nel loro Paese, mentre noi eravamo gli ospiti.

Ecco, nelle attività assieme che facevamo al mattino e poi durante la giornata, la dinamica che più notavo tra ragazza e ragazzo (spagnoli) era quella della malizia.

Dello scherzo con la parola a doppio senso, del tocco del corpo dell’altro o dell’altra per gioco ma anche no, del risolino imbarazzato ma eccitato.

Non c’era serenità dello stare assieme “tra amici” di sesso diverso ma quasi imbarazzo di dover aver vicino qualcuno di conosciuto in un contesto diverso dal solito.

 

La spiegazione che io mi sono data e che da quello che ho raccontato è ormai lampante è che nel modo di educare i ragazzi in quella tappa delicata che è l’adolescenza si dia un valore eccessivamente negativo al sesso nelle nostre società mediterranee meridionali, mentre qui in Svezia (per quello che mi è sembrato di capire) l’argomento sia trattato con più familiarità.

Di conseguenza, se uno è sempre “oppresso” e controllato, e gli parlano dell’incontro con l’altro come di una cosa oscura, difficile e piena di insidie, nel momento in cui è “libero” e meno controllato tenderà a ricercare proprio quello. Coperto dal fascino del “proibito”.

Mentre, la mia impressione era che i coetanei svedesi avessero una vita sessuale già “alla luce del sole”, probabilmente alcuni già portavano la fidanzatina o il fidanzatino a casa e i genitori davano per scontato che fossero già attivi.

Questa “libertà” a casa loro, non li rendeva scatenati nel momento di libertà fuori da casa loro.

Negli adolescenti spagnoli ho rivisto dei tratti molto simili agli adolescenti italiani.

Ma sicuramente si tratta anche del fatto che mentre all’estero ho sempre lavorato con adolescenti e quindi ho potuto osservarli dall’esterno ma da vicino, in Italia gli adolescenti li ho vissuti e l’unica adolescenza che posso comparare era la mia, vista dall’interno e senza nessun distacco.

Non posso analizzare bene, ovviamente.

Ma sulla base di queste considerazioni, ogni volta che torno in Italia mi sembra che questa “scarsa chiarezza” riguardo al sesso in adolescenza si ripercuota su tantissime dinamiche adulte.

Ma magari mi sbaglio.

E devo solo andare a dormire.

O magari sono solo diventata molto più adulta di quanto volessi ammettere.

 

 

* Qui, come nel resto del post e nel resto del blog, esprimo opinioni del tutto personali, basate sulla mia esperienza e  sulle mie riflessioni

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini

L’addition, s’il vous plaît

Stasera, mentre cenavo da sola circondata da camerieri superservizievoli che mi spostavano la sedia, mi chiedevano se andava tutto bene dopo ogni piatto, se ero soddisfatta, se volevo ancora, se desideravo il caffè etc etc etc…

mi sono sentita una di quelle signore di mezz’età che va a farsi la vacanza nel Sud della Francia che fa tanto chic.

 

 

Non ho fatto a tempo a  firmare un contratto a tempo indeterminato che già sono pronta per la pensione.