Consigli per stare bene

State passando un periodo un po’ così perché siete dall’altra parte del mondo, è arrivato l’autunno, non smette di piovere, e il fidanzato è lontano e magari pure in vacanza in Spagna con gli amici*?

Vita. 2014 – Gabriel Moreno

Ecco i miei consigli per stare meglio.

Funzionano!

  • Fare un bucato di soli bianchi. Il senso di pulito, il profumo e la purezza della composizione appena stesa vi restituirà la pace interiore. Se possibile, stendete i panni di fronte alla finestra sull’Oceano Pacifico. (Di fronte, non sulla terrazza, pena trovare dei resti [e]scatologici dei cocoriti che vi toglieranno la pace dei sensi appena raggiunta)
  • Farvi preparare un tortino di cioccolato da un’amica brava che abita vicino a dove lavorate e autoinvitatevi per il pranzo. La combo cioccolato + amica vi restituirà il sorriso. (Purtroppo poi dovrete tornare a lavoro)

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Non sapevo di dovermi sposare. Puntata n°2 “Creature fantastiche e dove trovarle”

Dopo il travolgente  (?) successo (?) della puntata pilota, ecco l’attesissimo (?) nuovo appuntamento con il format che ha fatto impazzire (?) milioni di italiani (?) ma soprattutto di italiane:

Non sapevo di dovermi sposare.

In onda su Virgh Real Time.

(Nella precedente puntata eravamo giovani e fieri, pieni di belle idee e di presuntuosi “io non farò così“, com’è andata?

E’ andata che a forza di organizzare tanto giovani non siamo più…)

Questa puntata si concentrerà sulle creature fantastiche in cui vi imbatterete nel meraviglioso viaggio verso le pubblicazioni. (Sì, perché io con le pubblicazioni ritengo adempiuto il mio dovere di organizzatrice, dal momento della firma in comune e dal parroco, mi ritengo assolutamente de-responsabilizzata da qualsiasi altro impiccio riguardante ‘sto matrimonio).

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Le creature.

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo aver detto E va bene, dai, ok, ti sposo (con un entusiasmo evidente) io e l’Orso ci siamo guardati un po’ perplessi.

“E mò che si fa?”

Io ero persa in alte elucubrazioni filosofiche (“Ma tipo adesso gliela dovrei dare? Per ringraziare? E’ tradizione?”) invece l’Orso era smarrito nella contemplazione dell’avvenire (“E mò sò c*zzi!”).

Ci siamo guardati, abbiamo riso imbarazzati. Ci sposiamo. Ah. Ah. Che bomba. Ah.

E siamo usciti a fare un brunch in un bistrot francese. La cameriera era probabilmente una modella part-time, alta, sorridente, capelli lucenti e stupenda. Io l’ho guardata, ho ordinato le mie uova con il salmone e ho pensato “Ma come mai, con f*ghe del genere in giro, questo ha deciso di sposare me!?“. L’Orso l’ha guardata, ha ordinato, e ha pensato molto probabilmente: “E con f*ghe del genere in giro, io ho appena chiesto di sposarmi a questa qua!” e avrà guardato nella direzione di una con i capelli crespi, ancora mezza addormentata, vestita dal famoso Fashion brand Scappatadicasa (io).

Ma siccome siamo persone relativamente pratiche, siamo ben presto scesi a terra e abbiamo deciso le linee guida.

Quando e dove sono venuti subito. La lista degli invitati è stata pronta nel giro di un paio di giorni.

Siccome io non mi sono mai sposata (prima d’ora, e con questa maddabastà dice l’Orso), tante cose non le sapevo.

Quindi, una volta decisi quando, dove, chi e abbastanza chiaro il come, ho usato l’approccio della bambina secchiona che sono stata: ho iniziato a studiare.

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(Non proprio come nell’immagine a sinistra, più come nell’immagine a destra…)

  • Mi sono attaccata a TLC (rete televisiva di quaggiù, simile a Real Time) e ho visto tutte le puntate di Say Yes to the Dress, Say Yes to the Dress Atlanta, Say Yes to the Dress Canada, Say Yes to the Dress UK, I found the Gown, Say Yes to the Dress Over size, i consigli di Randy, il fashionista di Say Yes to the Dress, e come se non bastasse pure tutte le repliche di Say Yes to the Dress Australia. Più volte.

 

 

  • Mi sono fideizzata a tutti i siti di oggettistica varia di matrimonio come Etsy, Ebay, Amazon

Ma non ero sola.

Mai.

Anzi….

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Una cosa che non pensavo mi sarebbe piaciuta: il corso prematrimoniale in Australia

Eccomi nel fantastico mondo della preparazione matrimoniale.

La mia faccia quando mi chiedono: “Allora come vanno i preparativi del matrimonio?”

Lo dico subito, io quando ho saputo di dover frequentare il corso prematrimoniale ho pensato all’ennesima scocciatura. Da mettere nello stesso sottoinsieme mentale con il colore dei centrotavola, i nastrini sulle bomboniere, le bomboniere stesse (perché ti sposi un terrone*, perché!?), le quindicimila partecipazioni da consegnare ai parenti lontani (“perché ti sposi un terrone*, perché!?”Parte 2. “Ma voi al Nord non fate le partecipazioni?” mi hanno chiesto stupiti i genitori dell’Orso. “No, chi riceve l’invito è invitato, gli altri non ci interessa neanche che lo sappiano” ha risposto la glaciale polentona, gettando i suoi nello sconforto). Ovvero quella categoria di cose che ti tocca fare, ma che non fai con piacere.

Sono entusiasta all’idea di dover scegliere un oggetto inutile che nessuno degli invitati apprezzerà chiamato bomboniera.

Anzi, a dire la verità, quando il mio parroco in Italia mi ha detto: “Guarda che se non trovate nessuno in Australia che vi faccia il corso prematrimoniale non c’è problema, venite da me una sera e ve ne faccio uno io” avevo tirato un sospiro di sollievo.

E invece, (eccole le meraviglie del matrimonio: non si finisce mai di conoscere una persona!) l’Orso ha dichiarato: “Ma io voglio farlo!”.

Sostenendo che per lui è stato impegnativo decidere di chiedermi di sposarlo, scegliere l’anello, consegnarmelo, aspettare per dieci lunghissimi infiniti minuti la mia risposta, però che solo frequentando il corso prematrimoniale si sarebbe reso conto del passo che stava per compiere.

E va bene.

Io dentro di me pensavo: vengo da una famiglia cattolica praticante di missionari e vescovi (sono pur sempre veneta, e i veneti si sa che sono basabanchi), ho fatto 10 anni di catechismo, 7 anni di fraternità francescana (finché la mia guida spirituale, un frate trentenne simpaticissimo non ha deciso di mollare la Chiesa e sposarsi)… ma insomma, cosa dovrà mai insegnare un corso prematrimoniale a me che io già non sappia?

(Spoiler: La mia spocchiosa arroganza ha trovato una bella mazzata sui denti ad ogni incontro).

Poi ho pensato: massì, in fondo sono tre serate, prendiamole come un corso di inglese avanzato.

(Giuro, l’ho davvero pensato…)

Così sono iniziate le prime sorprese.

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Post it mentali: cosa ho imparato nel 2016 (più selfie)

  • Ricorda di portarti sempre una cremina solare in borsa. Perché in Nuova Zelanda FA freddo. Certo. Fa freddo tutte le settimane dell’anno, esclusa quella in cui ci vai tu.

Un mio selfie al ritorno dalla Nuova Zelanda.

  • Abbi sempre rispetto di chi ha studiato matematica, ha frequentato il liceo scientifico, si è iscritto ad una facoltà che prevedesse esami di matematica, analisi, o comunque fa calcoli. Studiare matematica è difficile. Lo è di più se hai trent’anni e l’ultimo giorno del liceo (classico-linguistico) hai buttato il libro di matematica dicendogli: “MAI PIU’!”. Ci ho messo tre mesi a preparare un esame di ammissione all’università di soli calcoli e grafici. Corollario: siccome poi non mi sono iscritta al corso di laurea previsto, almeno questa opinione l’ho confermata -> la matematica non serve a niente (ed è faticosa).

Ecco un mio selfie dopo aver scoperto di essermi chiusa in casa tre mesi a studiare matematica per un corso a cui non mi sono mai iscritta.

 

  • Abbi sempre un vestitino carino o almeno dei gioielli in valigia, anche per i viaggi in mezzo alla natura. Potrebbe darsi che lo stesso fidanzato che a casa poche ore prima ti ha detto: “Metti solo felpe e scarpe comode in valigia, tanto staremo solo in giro per parchi“, una volta giunti all’aeroporto ti dica: “Ah, mi ero dimenticato di dirti che una di queste sere siamo invitati a cena dal mio capo nel suo ristorante preferito”.
Un mio selfie dall’aeroporto mentre cerco il self control in borsa.

 

  • Rompi pure le scatole agli hotel quando non si comportano come dovrebbero. Nella vita ho sempre evitato i conflitti, e da brava Proletaria mi sono sempre messa dalla parte dei lavoratori (“Poverini, sarà capitato…“). L’Orso invece no, in quanto Piccolo Lord dentro. Nell’appartamento che avevamo prenotato il primo week end in Australia ci hanno fatto entrare tre ore dopo perché si erano dimenticati di fare le pulizie. Io ho detto “Massì, poverini, lascia perdere“, il Piccolo Lord invece ha chiamato la Reception e ha detto che non è possibile far aspettare tre ore. La mattina dopo, che casualmente coincideva anche con la mattina in cui l’Orso mi ha fatto la Proposta con cofanetto, ginocchio, anello e domandona, abbiamo trovato una bottiglia di vino ad aspettarci con un biglietto di scuse, omaggio dell’albergo.
Mio selfie quella mattina.

 

  • Su Airbnb prendi solo appartamenti. Se prendi una stanza in un appartamento in cui c’è anche il proprietario, potrebbe capitarti di essere svegliata quattro volte nel corso della notte dagli amici Vladimir, Igor, Darko e Boris ubriachi della proprietaria che hanno scambiato la tua camera da letto per il bagno. Ripeto, su Airbnb prendi solo appartamenti e mai stanze.
Selfie mio quando alle quattro di notte uno slavo ubriaco ha spalancato la porta della camera dove stavo dormendo.

E voi: cosa avete imparato di fondamentale nel 2016?

 

 

 

Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!

E’ per questo che mi vedi fare il duro, in mezzo al mondo per sentirmi più sicuro*

Ragionavo (ok, non esageriamo) sui rapporti di coppia. Un’amica si sfoga: ha trovato sul cellulare del fidanzato delle prove tangibili di tradimento. Pochi giorni fa, un’altra amica mi racconta sfiduciata di come una coppia molto vicina -l’emblema della coppia perfetta, solida e innamorata- stia crollando sotto il peso dei continui, insospettabili, tradimenti di lei.

Così mi è venuta in mente una sera sul divano con l’Orso. Parlavamo dei nostri difetti e delle nostre qualità: quelle che ci avevano colpito da subito dell’altro.

Quando ho conosciuto l’Orso avevo appena trascorso alcuni mesi ad arrovellarmi sul perché un paio di storielle non avessero avuto il seguito sperato, pur partendo da buoni presupposti. Poco prima di queste due “conoscenze” inconcludenti, avevo avuto due storie importanti: una di tre anni, seguita da un’altra molto più saltellante di quasi due.

Con il tempo e la distanza una vede dei punti in comune, o forse li ho voluti vedere io per darmi pace e mettere ordine in un cassetto del passato.

Queste quattro persone della fase pre-orsiaca sono quanto di più diverso si possa immaginare:

  • gran lavoratore, famiglia umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, tendenza alle grandi prove d’amore e ai discorsi romantici di progettualità futura. Amante della lettura e delle passeggiate in montagna. Persona molto concreta. Lo chiameremo Vecchioni.
  • figlio di papà, famiglia molto benestante, appartamento in centro regalato dai genitori, laurea con calma a trent’anni, lavoro importante con politici. Persona restia a fare progetti di tipo romantico, amante della lettura e dei giochi di ruolo. Lo chiameremo Papichulo. (In realtà Gafapasta sarebbe più azzeccato, ma so che se dovesse mai leggere il blog, Papichulo gli darebbe molto più fastidio, visto che odia-va- il reggaeton).
  • Lavoratore, famiglia normale con passato hippie, imprigionato nella provincia a fare un lavoro monotono, spende quello che può nei viaggi e per acculturarsi il più possibile. Allergico ai social, alla tecnologia e ad ogni discorso che preveda progetti al di là di stasera, vanta una schiera di fans adoranti e amici accondiscendenti. Lo chiameremo “Grande però che  grande figlio di“.
  • Lavoratore, famiglia molto umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, che lo assecondano adoranti. Molto attivo sui social, si spinge a grandissime dichiarazioni e promesse di progettualità con estrema facilità. Non pensa di meritare di più della sua vita in provincia a fare un lavoro monotono, scrivendo aneddoti sull’ultima sbronza al pub con gli amici di una vita o sulla giornata in palestra. Lo chiameremo Max Pezzali.

Svolgimento:

Vecchioni, dopo tre anni di storia è scoppiato e mi ha confessato: ti ho detto tantissime bugie, non è vero che sono iscritto all’università, che faccio gli esami, che prendo trenta, che sono prossimo alla laurea. Non volevo sentirmi inferiore.

Papichulo, dopo un anno di storia in cui faceva lo sfuggente mi ha disinvoltamente proposto una relazione a tre con la sua ex inclusa.

Grande però che grande figlio di, dopo alcuni mesi di film al cinema, uscite a parlare della vita, del mondo, della società e inviti a casa sua a provare la sua collezione di té (ebbene sì) mi ha detto che ci saremmo sentiti, visti, chiamati, usciti, che mi avrebbe chiamato martedì. Dopo quattro mesi ho capito che quel martedì non sarebbe mai arrivato.

Max Pezzali dopo due mesi di corteggiamento serrato mi ha scritto una lunga mail privata su Facebook per scusarsi di quanto non ci potesse essere più di una semplice amicizia (in quella provincia le amicizie si sanciscono a letto assieme, evidentemente) perché lui non  se la sentiva di avere a che fare con una che viaggiava per il mondo mentre lui non voleva allontanarsi dalla sua provincia.

Come sono finiti?

Vecchioni convive con una di dieci anni più giovane nello stesso paesino dei genitori, che è anche lo stesso paesino di lei. Lei non è famosa per essere una sveglia, ma è molto bella.

Papichulo si è sposato con la sua ex. (Quella che avrebbe dovuto far parte del ridicolo ménage à trois)

Grande però che grande figlio di, in quello stesso periodo (il periodo del “ti chiamo martedì”) ha ospitato la moglie di un amico, come favore all’amico, nel difficile periodo di separazione dopo anni di matrimonio. Da quel momento fanno coppia fissa.

Max Pezzali: boh. L’ho cancellato dai social. Credo conviva con un’amica d’infanzia o ex fidanzata che nel frattempo è ritornata ad essere fidanzata in carica.

Naturalmente, tutti, in base al tempo trascorso assieme e all’interesse reciproco mi hanno dato qualcosa, e non è mia intenzione parlarne male. Ci sono stata io con loro, non un’altra persona, e anche se per poco, mi hanno fatta sorridere, ridere, trascorrere dei momenti divertenti e profondi.

Li tiro in ballo perché queste persone diversissime tra loro per provenienza geografica (Nord, Centro, Spagna), per possibilità (chi lavorava dai diciotto anni, chi si era trovato il tappeto rosso appena nato) avevano in comune qualcosa.

A tutti loro ero piaciuta io.

Evidentemente, non abbastanza.

Sennò saremmo qui a scrivere epiloghi ben diversi.

Tutti, nella fase iniziale della conoscenza e della reciproca frequentazione sostenevano (con parole diverse e fini – forse- distinti, ma era lo stesso concetto) che di me gli piaceva l’indipendenza – che mi aveva fatto girare più di loro – e l’intelligenza – che mi aveva fatto raggiungere più “titoli” di loro.

Perché ne sono così sicura? Per superbia? Perché mi piace menarmela e dirmi che ero “troppo” per loro?

Non esattamente.

Questo concetto in queste quattro storie (o storielle) era ripetuto quasi ossessivamente. Facevamo un discorso serio e io partivo con qualche riflessione? “Eeeeh, ma tu hai studiato…” si schermivano Grande Figlio e Max Pezzali. “Quanto sei intelligente” mi diceva ammirato, tra una punta di invidia e un malcelato timore, Vecchioni. “Sei così guapa che non dovresti essere anche intelligente” chiosava Papichulo.

In quel momento erano commenti che mi facevano piacere. Esco con uno che non mi considera una bambolina, wow.

Tutti però sono giunti alla stessa conclusione: io non andavo bene per loro.

Nonostante sia stata io a mettere la parola fine (con Vecchioni e Papichulo naturalmente, con gli altri due non ce n’era neanche bisogno), sono stati i loro comportamenti a farmelo capire.

Sicuramente loro non erano persone giuste per me né io per loro, non voglio giustificare né fare della dietrologia inutile.

Ma più ci penso più vedo delle scene in cui tutti e quattro, con parole e atteggiamenti diversi mi dicevano: tu sei intelligente in un modo che non va bene per me, hai viaggiato, hai girato da sola senza aver bisogno di un uomo, non sei indifesa, non sei una gattamorta che mi cade tra le braccia, vuoi un futuro di viaggi, cambiamenti e miglioramenti che io non ho e che non mi sento di offrirti. Quello che sei mi attrae, perché sei diversa da me, ma io non sono come te e non lo sarò mai. 

Io so di essere anche fragile e indifesa, ma so che loro erano rimasti colpiti da quello che volevano vedere di me, da quella parte, che forse gli sembrava insolita per le loro abitudini.

Con questo non voglio dire di essere migliore né peggiore delle loro fidanzate, mogli, conviventi, amiche. Semplicemente che riguardando indietro mi rendo conto che loro hanno voluto vedere una parte di me che forse li ha attratti.

Tutti e quattro hanno reagito a questa diversità che vedevano in me, cercando di “mettersi in pari”.

Per farlo hanno usato questi metodi:

  • umiliare (tradirmi, nascondermi le prove, negare l’evidenza, costringere altre persone a mentirmi per coprirli…);
  • maltrattare (insultando, cercando di ricattarmi e manipolarmi per ottenere una certa sottomissione, chiedendomi di rinunciare alla famiglia, al blog, al lavoro, ai progetti…);
  • mentire (inventandosi una vita diversa da quella che nella realtà vivevano, per farla sembrare più simile alla mia).

Io non voglio sembrare una martire: ho scelto io di stare con queste persone. Sono stata io a permettere di farmi fare del male, fino ad un certo punto. Almeno fino a quando non mi sono accorta che era insopportabile e che il gioco non valeva la candela.

Per esempio, Papichulo è quello che mi ha maltratta ed umiliata di più e se non avessi conosciuto “Grande Figlio di” ci avrei messo molto più tempo ad accorgermene e finire il tutto (grazie Grande figlio di).

Vecchioni mi ha detto una tale quantità di balle che credo di essere a posto con i bugiardi, dovessi campare fino a cent’anni. Ma è stato lui a farmi scoprire una relazione seria, “da grandi” (grazie Vecchioni).

Insomma, pur con i loro difetti hanno avuto una parte importante nella mia vita e mi hanno comunque insegnato qualcosa. (Sai penso che non sia stato inutile stare insieme a te…)

Il mio ragionamento non si vuole soffermare su di loro e su quello che è stato (e per fortuna che è passato, altrimenti non avrei conosciuto l’Orso o forse non mi sarebbe mai piaciuto, chissà!) ma sulle strategie messe in atto per “livellare” questa differenza percepita.

Umiliare, maltrattare, mentire, tradire.

Per sentire che anche tu hai qualcosa di più, anche tu sei “alla pari” nel rapporto. Che la tua compagna non è quella intelligente o quella bella o quella che gli amici ti chiedono “ma come fa a stare con te!?”. No, tu la tratti male, tu ti neghi, tu la tradisci con una più brutta e più stupida. Tu sei quello che vince. E lei, quella che studiato, quella che ha girato, lei, è lì, che piange. E sei stato tu a farla piangere.

Quanto ti senti vincitore, eh?

 

 

Cosa mi è piaciuto di te? Che eri un mio pari.

Che non ti ha spaventato quello che ero, o quello che avevo fatto. Che non ti sei spaventato quando ti ho detto che tre mesi dopo sarei partita per un anno in Turchia, che non ti sei lasciato abbattere dal fatto che fossi un po’ diversa dalle tipe che frequentavi.

Mi è piaciuto di te che eri sicuro di te stesso, che sapevi quello che volevi e che se volevi stare con me, non ti saresti fatto abbattere da niente. Che non tentavi di umiliarmi per “abbassarmi al tuo livello”, perché sapevi di non essere ad un livello inferiore.

Che non avevi bisogno di fare il duro in mezzo al mondo per dimostrarti più sicuro. Perché sicuro eri già di tuo.

 

(Io non posso mettere la mano sul fuoco per il futuro. Non lo so se un giorno ci saranno tradimenti o conclusioni di questa storia.
Ma so che non sarà per “punirmi” di non essere come te.)

 

Sette cose da dire ai bambini ma anche ai fidanzati e alle fidanzate. Per un sereno rapporto di coppia.

 

[* Dai che lo so che la state cantando da dieci minuti.]

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).