Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

Compilation delle mie peggiori gaffes linguistiche

Nei momenti di pace e relax (per esempio l’ora prima di dormire) cosa fanno le persone? Escono e vanno a correre o si riposano dedicandosi ai loro hobbies, o si applicano una crema idratante alle erbe malesi.

Io penso alle figuracce che ho fatto nella mia vita.

E visto che ogni descrizione di me a sconosciuti da parte di conoscenti include sempre la frase “parla tante lingue” detta con ammirazione, ecco il lato B. Ovvero le figuracce peggiori che ho fatto (o almeno quelle che mi ricordo) parlando foresto.

  • In Spagna sono stata convinta per un bel pezzo che il nome proprio “Iker” (un portatore famoso è per esempio Iker Casillas) fosse inglese. Visto che anche in Italia c’è un sacco di gente italianissima che chiama i figli Kevin, Michelle, Brandon… non mi ha scalfita neanche un dubbio quando continuavano a presentarmi gente che si chiamava Iker e lo pronunciava “Icher”. Anzi, pensavo fossero dei buzzurri che non avevano neanche avuto voglia di informarsi sulla pronuncia straniera del proprio nome. Quindi per molti mesi li ho chiamati fieramente tutti AICHER.

Salvo poi scoprire che Iker è un nome basco, quindi perfettamente spagnolissimo.

(Questa la faccia che fa Iker quando un’italiana cretina lo chiama Aicher per la quindicesima volta).

 

  • Uno dei miei primi approcci con l’altro sesso parlando un altra lingua è stato con un irlandesino amico di amici che conobbi in Francia. Lui per sciogliere il ghiaccio mi chiese che tipo di gruppi musicali mi piacessero (sì, avevo ancora quell’età in cui parli di musica e ti infervori e ti sembra un buon criterio per conoscere le persone…) e mi disse qualcosa tipo: “What kind of BANDS do you like?” che io compresi imbarazzata e balbettante come una richiesta su che tipo di indumenti intimi mi piacessero (“What kind of pants do you like?”)

Bands vs Pants

 

 

 

 

 

 

  • In Svezia. Un giorno una nuova collega si presentò, alla domanda di dove fosse mi disse qualcosa come SCALLA. Siccome era parecchio biancuccia e parlava inglese da madrelingua esclusi mentalmente venisse dall’Africa o dall’Asia. Ma anche così mi rimanevano molti Paesi. Le dissi “Scusa, non ho capito, da dov’è che vieni?” e lei: “Scalla, Scalla!”. Al che, continuando a non capire le chiesi: “E IN QUALE PARTE DEL MONDO si trova?”.

Lei offesissima, mi disse che era incredibile che non lo sapessi.

Dopo qualche mese, aprendo la pagina aziendale e trovando le descrizioni del nuovo personale assunto vidi vicino al suo nome la bandierina e capii.

Aveva detto: “Scotland” tutto il tempo.

From Scalla with love.
  • Sempre in Svezia un collega di Manchester una mattina mi saluta dicendo: “Hi darling, how are you?” e io “Fine, thanks, what about you?“.

E si mette a ridere. Spiegandomi: “Tesoro, quando chiediamo come stai non vogliamo veramente sapere come stai. E’ da considerarsi parte del saluto.”

(Ma perché non dire semplicemente CIAO, allora?)

  • In Spagna, tornata dopo quattro anni senza più parlare spagnolo né studiarlo, inizio a non ricordarmi più le parole e i loro significati. Alcune espressioni mi sembravano familiari, ma non mi ricordavo più la loro traduzione in italiano. Uno dei primi giorni sono al ristorante con un’amica nutrizionista, con un passato alimentare turbolento, particolarmente attenta a quello che mangia. Mi chiede cosa sia questo pesce “con aceite” che vede sul menù. E io: “Uhm, credo aceto!”. “Sei sicura?” “Certo!!!”. Lo ordina. E le arriva una vasca jacuzzi piena fino all’orlo di olio extravergine d’oliva in cui nuotano alcuni pezzettini di pesce.
“Aceite” in spagnolo

 

Io e il mio “parla tante lingue” siamo andati a sotterrarci lì vicino…

  • Per molto tempo sono stata convinta che “aka“, l’acronimo che si usa per chi è conosciuto con un altro nome (per esempio Valentina Parlabenelelingue, aka – also known as – Virginiamanda) fosse una parola giapponese.

 

  • Per molto tempo sono stata convinta che il granchio in inglese invece di chiamarsi “crab” si dicesse “crap“. Quindi lodavo dei buonissimi piatti alla… pupù.
Crab linguine vs crap linguine

 

Qui dalla Repubblica della Vergogna dell’Ora Prima di Andare a Dormire è tutto, passo la line a voi Studio.

Cosa fare quando sei triste

(Torniamo al motivo principale per cui la bellezza di nove – e passa- anni fa ho aperto un blog. Cioè trovare le risposte che non trovavo da nessuna parte. Scrivere quello che mi sarebbe piaciuto leggere. )

  1. Esci a fare una passeggiata. Potresti tornare con un lavoro (fatto realmente successo a me, lunedì)
  2. Invece di parlare del motivo per cui sei triste, inizia ad ascoltare gli altri (potresti scoprire un sacco di cose nuove, come è successo a me, martedì)
  3. Prova strade alternative alla solita. Ma non in senso figurato, veramente prova a non tornare a casa per la stessa strada, ma a cambiare mezzo, cambiare via, girare all’incrocio prima. (Potresti scoprire un sentiero pieno di draghi d’acqua, come è successo a me mercoledì)
  4. Non concentrarti sul passato, evita frasi come “ero”, “facevo”, “stavo”. Sostituiscile con “sono”, “faccio”, “sto”. Fosse anche per dire solo “sto… bene”.
  5. Fatti un’ora extra di sonno con la copertina riscaldante. (Questa è solo per intenditori freddolosi). E al risveglio scaldati un croissant e farciscilo con la Nutella (questa solo per intenditori buongustai).
  6. Inventati un motivo per brindare, anche se fittizio (potresti brindare alla macchina che vogliamo comprare e non compreremo mai, per esempio) oppure non inventarti niente e brinda a un motivo reale (potresti brindare al fatto che dopo cinque anni vi amate più di prima, chi l’avrebbe mai detto?)
  7. Scrivi. Le emozioni negative sono delle fetentone, si coalizzano tra di loro e si istallano con le loro valigie tutte nel petto. Bloccando il passaggio a quelle positive, che non escono più, né via bocca (voce) né via mani (scittura). Sbloccale distraendole, scrivendo per esempio un decalogo sulle cose da fare quando sei triste. E poi zac! Infliggi il colpo finale di buttarle fuori con un bel calcione*!
  8. Gira la frittata. In senso figurato -ma se ti piace mangiare la frittata, anche in senso reale!-. Potresti trovarti non più a rattristarti del fatto che diventi zia mentre sei dall’altra parte del mondo ma a rallegrarti del fatto che chi l’avrebbe mai detto diventi zia, e che la mamma sembra stare bene  e non essere affatto preoccupata.
  9. Non pensare ai soldi. I soldi non fanno la felicità, dice un famoso detto popolare, e di questo non ne sono completamente certa, ma pensarci e basta non li farà aumentare. Esci, divertiti, sorridi, parla. (Potresti incontrare uno che ti vuole offrire un lavoro).
  10. Inizia a pensare alla tua situazione come ad un’opportunità. Indietro non si può tornare, quindi perché non rendere il futuro ancora meglio? (Potrebbe capitarti sul serio).

Foto:

(Perché sennò il post era troppo serio)

 

 

 

 

*Un bel calcione è espressione copyright di quella fine di mia mamma

Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

L’ansia di mettere ✓

A marzo, in Armenia ho conosciuto un ragazzo spagnolo.

Io con gli spagnoli, “per fortuna purtroppo” (come diceva Irene Grandi) vado d’accordo.

(Sì, lo so, solo citazioni d’alto livello in questo blog).

E così, passeggiando per Yerevan il tizio mi dice che ha l’ansia di vedere più cose possibili in quella settimana in Armenia.

Ora, per chi non lo sapesse (io per esempio, non l’ho saputo fino a quando mi è capitato di doverci andare, quindi magari non è così scontato) noi comunitari possiamo andare in Armenia e non abbiamo bisogno di visto. Sì, la Spagna fa parte della Comunità Europea.

No, non è tra i fondatori. NOI siamo tra i fondatori, la Spagna è arrivata parecchio dopo. (Dai, non fa almeno un pochino di piacere sapere che c’è stato un periodo in cui noi sedevamo allo stesso tavolo di Germania e Francia e quando arrivava la Spagna a chiedere l’elemosina potevamo dire uhm, non so, ripassa dopo? Ma soprattutto, che a quel tavolo dove stavamo seduti noi, è venuta la Gran Bretagna a chiederci se per favore poteva essere invitata? Dai, per un attimo.

Poi passa.)

Sì, sono cose che fanno male allo spagnolo medio, meno della storia di Colombo che è italiano (il navigatore, non l’ispettore!), ma comunque fanno male.

Insomma, io sono lì, mi godo il momento: sono in Armenia, I am happy, life is beautiful, sono in un Paese dove ho sempre sognato di venire fin da bambina. Un Paese che mi affascina da anni. Voglio camminare, sorridere alla gente, entrare nei negozi, parlare con gli abitanti, annusare i profumi, contrattare sui prezzi, mangiare il cibo di strada, farmi lanciare una secchiata di acqua gelida in testa perché sto cantando fuori da una discoteca (no vabbè, questa è un’altra storia…), e questo mi dice “voglio vedere il più possibile”.

Lì per lì potrebbe sembrare un desiderio innocente da viaggiatore. Sei in un posto che ti piace e vuoi vedere il più possibile.

Ma lo guardo meglio.

Ventisette anni, parla anche inglese, sveglio, senza vincoli di visto…

Potresti tornarci quando vuoi in Armenia. E’ a due passi dall’Europa. Anzi, è proprio attaccata. La vita in Armenia poi, per i nostri standard europei è così economica che di un eventuale viaggio dovresti seriamente preoccuparti solo del biglietto.

Goditi il momento, entra, esplora, parla con la gente, mangia, bevi, balla, annusa, divertiti.

E invece no.

E così, mi scoccia ma glielo chiedo.

“Dì la verità, non pensi di tornarci più in Armenia, vero?”

E lui: “Beh, una volta che ho fatto ✓ sull’Armenia, che senso avrebbe per me tornarci?”