(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

Mi sono state dette e capitate tante cose in questi giorni, e le devo mettere in fila.

– mi hanno fatto pensare in questi giorni, mi hanno chiesto: ma secondo te perché noi che siamo brave persone, ci comportiamo bene, facciamo il nostro dovere, siamo gentili e viviamo come tutti dobbiamo sentirci dire che “siamo violenti perché siamo mussulmani?”

– ho pensato che se un giorno facessi qualcosa di assurdo o criminale e nei giornali invece di scrivere il mio nome si scrivesse “cattolica bianca” forse chi legge farebbe caso alla mia religione e al mio colore e sarebbe spinta ad associarli al crimine che ho commesso

– mi hanno detto: “pensano che i mussulmani siano violenti, e allora vogliono  farci una guerra contro”

– confesso che non ho trovato il nesso, io se penso che uno sia violento me ne sto volentieri alla larga, mica vado a casa sua a picchiarlo, no?

 

 

Tutti questi pensieri mi hanno un po’ confuso e hanno contribuito a far vacillare un po’ quelle riflessioni generali che facevo da tempo.

Una di queste riflessioni consisteva sulla riduzione.

La riduzione o sottrazione mi sembra che sia il meccanismo applicato negli ultimi decenni dai Paesi che ho conosciuto più a fondo con solide radici storiche cristiane davanti ad immigrati di altre religioni.

E lo vedo tutti i giorni a mensa.

A mensa l’unica carne cucinata è il pollo.

Il maiale offende mussulmani ed ebrei e la mucca offende gli indiani.

Il buffet in genere comprende: pollo, pesce, piatto vegano, piatto senza glutine, piatto senza lattosio, verdure e insalate.

Qualche mese fa un signore è venuto da me a lamentarsi perché non servivamo cibo “Helal“.

Questo è l’esempio più vicino a me di quello che intendo per “sottrazione”. Ovvero io potrei mangiare qualsiasi cosa, in quanto la mia salute (non ho allergie né intolleranze) e la mia religione non mi proibiscono di ingerire cibi o bevande, ma siccome so che di tutti i cento cibi che io posso mangiare tu ne puoi mangiare settanta, allora dico vabbè dai, ne mangio anch’io settanta che male fa.

Poi arriva anche un altro e di quei settanta che io e te possiamo mangiare ne può mangiare cinquanta, e allora io e te ci guardiamo e diciamo ok, dai, cinquanta, dai, l’importante è che non litighiamo.

Poi ne arriva un altro e dice che lui di quei cinquanta ne può mangiare venti, e allora noi tre alziamo il sopracciglio però va bene, venti.

Io dai miei cento cibi sono passata a venti, che va bene, eh, tanto gennaio è il periodo delle diete.

Ma la mia domanda è: poi gli altri ottanta quando sono da sola me li potrò mangiare?

E questo per me si estende a tantissime altri campi.

Noi, con una cultura ben radicata da secoli siamo diversi e abbiamo abitudini e riti diversi.

Nell’ultimo secolo abbiamo smesso di crederci e un po’ alla volta abbiamo lasciato andare un sacco di comportamenti che prima erano all’ordine del giorno (il velo in chiesa, partecipazione comunitaria agli eventi religiosi, senso di comunità…) per insofferenza, individualismo o pigrizia.

E ora ci troviamo davanti a qualcun altro che invece i suoi riti e i suoi doveri verso la propria comunità ce li ha ben presenti che ci mette in difficoltà.

Ci mette in difficoltà perché ci sentiamo in colpa, perché ci sembra che forse anche noi dovremmo avere una comunità di riferimento alle spalle ma ci voltiamo e vediamo solo persone impegnate a scorrere la schermata di whatsapp.

E allora optiamo per la strategia “quieto vivere”: vabbè dai, se a te offende tanto allora io tolgo questo e questo, tanto vivo lo stesso.

Tutta la nostra comunità è ormai fondata su questo principio di base: “la sottrazione”.

E, secondo me, non è nemmeno del tutto consapevole. Rimane solo un retrogusto amaro che poi gli ubriaconi da bar o chi non ha voglia e tempo di approfondire (c’è una crisi economica mondiale, siamo governati da corrotti che non hanno nessun interesse a far riprendere il mercato del lavoro stagnante, la gente si muove molto più di una volta, le dogane in Europa non ci sono più, in Italia è facile entrare e non essere controllati, esiste un fiorente mercato del lavoro nero che permette di mantenersi senza dichiarare niente di sé a nessuna autorità e quindi di non essere rintracciabili e quindi espulsi anche se clandestini, a noi piace scendere in piazza per saltare la scuola e per sventolare le bandiere però non siamo abituati ad andare dal capo e discutere del nostro contratto sentendoci alla pari, demandiamo tutto ai sindacati, ci siamo disinteressati della politica e abbiamo votato “per protesta” senza nessuna lungimiranza, chi lavora duro non ha tempo per discutere o per far politica e l’unico obbiettivo che vede è mantenersi a galla etc etc…) dà la colpa agli immigrati e sente un atavico livore per il diverso venuto da fuori “a rubare lavoro”.

Tutte queste considerazioni in questi giorni mi frullano in testa mischiate alla domanda: “perché a me che sono onesto e non faccio male a nessuno hanno bruciato la moschea?”.

Quando scendiamo in piazza a difendere i nostri diritti, le nostre libertà la nostra “comunità” e la nostra “cultura” sappiamo  veramente cosa stiamo difendendo?

 

 

Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

Ci sono giorni in cui mi chiedo se questo continuo movimento non ci stia facendo più male che bene.

Venerdì sera, all’aeroporto mi sono seduta nell’attesa della chiamata d’imbarco.

Era un volo Svezia – Germania, due Paesi le cui lingue sono per me incomprensibili (sì, lo so, lo so) e il mio cervello aveva già selezionato la  modalità “volo”.

Mentre ero seduta mi guardavo intorno, come sempre, cercando di essere discreta (ma senza riuscirci, naturalmente).

E vedevo cappotti costosi, scarpe molto pulite (io sono l’unica a quanto pare che si muove senza autista e senza addetto al tappeto rosso portatile a quanto sembra, perché in una città dove piove tutti i giorni da almeno due mesi le uniche suole sporche di fango sono quelle dei miei stivali), fronti ampie e stempiature, portatili appoggiati sulle gambe, cellulari attaccati alle orecchie.

Che io mi chiedo: ma cosa avrai di così urgente ed importante che deve essere discusso alle sette di venerdì sera? Di così urgente ed importante che non sia un aperitivo intendo?

E all’improvviso mi si sono aperte le orecchie.

Nel ticchettio di tastiere, nel rimestare di carte nelle borse da ufficio ecco che sento una voce italiana.

La ragazza vestita bene (sì, ci faccio caso, sì lo so, ma è perché per quanto mi sforzi a sembrare professionale… paro sempre una scappata di casa) con la borsa del portatile appoggiata sulle gambe e l’agendina alla mano parla in italiano. Parecchio ad alta voce, direi.

E davanti a me, il ciccio stempiato pure. Tra una cartella e una lisciatura al giubbotto firmato, si sta lamentando al telefono con non so quale collega che come va l’azienda no, non va bene, ma proprio no.

E dietro, il tizio stretto nel cappotto anche lui, al telefono, sta parlando italiano.

E’ come se mi si aprissero le orecchie, ogni volta.

E così poi all’aeroporto di Monaco, dopo una giornata sbattuta a scuola a cercare di consolare i ragazzi dell’ultimo anno così preoccupati per i loro voti, ho cercato di darmi una sistemata alla faccia, a Milano sarebbe arrivato l’Orso a prendermi e anche se non ci vedevamo solo da due giorni non volevo che si pentisse subito di essere venuto a prendere me e non una di quelle modelle dalle gambe chilometriche che si vedono sbarcare nella capitale della muuoda.

Mentre cercavo di non disturbare nessuno nelle mie patetiche operazioni di restauro (a fondo perduto) nel bagno dell’aeroporto del terminal bavarese, ecco che alle spalle sento tutto un grido. Un po’ mi spavento, ed è così che ci troviamo travolti (io e il bagno) da un’orda di ragazzine italiane in gita scolastica che si urlano da una parte all’altra del bagno.

Avevo già fatto questa riflessione quando ad Aprile avevo accompagnato la classe in gita in Spagna.

Ma la riformulo: fino ai dieci/undici anni i bambini italiani (ma mettiamo pure mediterranei in generali) jé danno due piste ai colleghi svedesi.

Frequentano scuole in cui bisogna tutti i giorni dimostrare di essere brillanti, attivi, svegli. Mentre i colleghi svedesi devono semplicemente dimostrare di essere presenti.

Esserci, scrivere il nome, non stressarsi. Giocare, ma essere tranquillo, rispettare le regole e non esagerare.

A partire dalla fase della pubertà gli italiani è come se perdessero posizioni. L’insicurezza esce sottoforma di sbrufonaggine, arroganza, esibizionismo, volume, volgarità.

La consapevolezza del proprio corpo che si trasforma viene gestita molto meglio dai coetanei svedesi*.

In gita avendo davanti vari esemplari di sedicenni svedesi e spagnoli avevo potuto confrontarli bene, in un terreno simile.

I sedicenni svedesi sapevano gestire la presenza dell’altro sesso con maggior consapevolezza.

Erano un gruppo di compagni di classe che si trovava in Spagna in gita. Facevano cose assieme e non hanno mai creato problemi (magari siamo anche stati molto fortunati, eh!). Nel nostro gruppo ci saranno sicuramente state coppiette, così come c’erano quelli che si allontanavano per fumare, ma nel complesso, a parte l’energia e la vitalità tipiche di quell’età e quel contesto, non ho trovato niente di preoccupante nel loro modo di rapportarsi tra ragazze e ragazzi. Erano “amici”. Si facevano battute, si sedevano vicini se capitava, si aiutavano se serviva.

I ragazzi spagnoli, dello stessa età, che ci accompagnavano in quei giorni venivano da una scuola simile (una di quelle dove ci si tiene molto alla disciplina e le famiglie sono attivamente coinvolte) ed erano compagni di classe da anni.

Anzi, erano avvantaggiati perché loro si trovavano “a casa loro”, nel loro Paese, mentre noi eravamo gli ospiti.

Ecco, nelle attività assieme che facevamo al mattino e poi durante la giornata, la dinamica che più notavo tra ragazza e ragazzo (spagnoli) era quella della malizia.

Dello scherzo con la parola a doppio senso, del tocco del corpo dell’altro o dell’altra per gioco ma anche no, del risolino imbarazzato ma eccitato.

Non c’era serenità dello stare assieme “tra amici” di sesso diverso ma quasi imbarazzo di dover aver vicino qualcuno di conosciuto in un contesto diverso dal solito.

 

La spiegazione che io mi sono data e che da quello che ho raccontato è ormai lampante è che nel modo di educare i ragazzi in quella tappa delicata che è l’adolescenza si dia un valore eccessivamente negativo al sesso nelle nostre società mediterranee meridionali, mentre qui in Svezia (per quello che mi è sembrato di capire) l’argomento sia trattato con più familiarità.

Di conseguenza, se uno è sempre “oppresso” e controllato, e gli parlano dell’incontro con l’altro come di una cosa oscura, difficile e piena di insidie, nel momento in cui è “libero” e meno controllato tenderà a ricercare proprio quello. Coperto dal fascino del “proibito”.

Mentre, la mia impressione era che i coetanei svedesi avessero una vita sessuale già “alla luce del sole”, probabilmente alcuni già portavano la fidanzatina o il fidanzatino a casa e i genitori davano per scontato che fossero già attivi.

Questa “libertà” a casa loro, non li rendeva scatenati nel momento di libertà fuori da casa loro.

Negli adolescenti spagnoli ho rivisto dei tratti molto simili agli adolescenti italiani.

Ma sicuramente si tratta anche del fatto che mentre all’estero ho sempre lavorato con adolescenti e quindi ho potuto osservarli dall’esterno ma da vicino, in Italia gli adolescenti li ho vissuti e l’unica adolescenza che posso comparare era la mia, vista dall’interno e senza nessun distacco.

Non posso analizzare bene, ovviamente.

Ma sulla base di queste considerazioni, ogni volta che torno in Italia mi sembra che questa “scarsa chiarezza” riguardo al sesso in adolescenza si ripercuota su tantissime dinamiche adulte.

Ma magari mi sbaglio.

E devo solo andare a dormire.

O magari sono solo diventata molto più adulta di quanto volessi ammettere.

 

 

* Qui, come nel resto del post e nel resto del blog, esprimo opinioni del tutto personali, basate sulla mia esperienza e  sulle mie riflessioni

Domande che mi pongo

– Ma quanta autostima avete voi che vi fate le foto da soli con il petto in fuori, la pancia in dentro, il ciuffo sistemato e la bocca audace e le pubblicate su Facebook dove almeno altre cinquecento persone tra cui i vostri amici intimi (pronti a percularvi), i vostri genitori (pronti a sgridarvi), i conoscenti bigotti (pronti a moralizzarvi), i vicini di casa che non salutate (pronti ad inchiodarvi all’ennesima conversazione sul tempo che fa e sul dove eravate e perchè e quando), gli ex (pronti a compararvi) (e a farvi uscire sconfitti), gli attuali fidanzati (pronti a vergognarsi) possono vedervi?

(Vorrei averne un decimo, grazie)

 

– Ma voi che vi tatuate il vostro nome sul braccio o sulla gamba perché lo fate?

Avete paura di dimenticarvelo?

 

 

Ecco

Tra mezz’ora l’Orso torna a casa.

E’ stato cinque giorni in Polonia, per lavoro (così dice, almeno).

Che le mie amiche mi hanno detto: “eh ma cinque giorni lontani, ma ti sarà mancato, ma quando torna l’Orso, ma cosa fai tutti i giorni, etc etc…”

Eh, che ho fatto…

Sono andata al cinema con una mia amica a vedere la Grande Bellezza (finalmente), sono andata a camminare sul lago, sono tornata a casa a piedi, sono andata a prendermi un’insolazione e una birretta, mi sono vista l’intervista a Tiziano Ferro, le ultime interviste di Fazio, tutti i monologhi di Buenafuente di aprile e marzo e adesso quando l’Orso mi ha chiamata dall’aeroporto tutto emozionato per dirmi “amore tra mezz’ora sono a casa” la prima cosa che ho pensato non è stato un moto di gioia ma  ” ‘azz… speriamo che faccia un po’ di ritardo, che manca ancora un’ora alla fine del concerto della Pausini”

 

 

 

(No, ma sono contenta di rivederlo, eh, ci mancherebbe)

Sì, lo so, forse sono domande retoriche e banali e non sarò certo la prima a farsele

Ci sono giorni, come oggi, che ti svegli con un sorriso, non lo sai neanche tu perché.

E neanche vedere che la cioccolata più insaccati di importo dall’Italia e dalla Spagna degli ultimi giorni ti ha generato due nuovi brufoli sul mento ti toglie.

Giorni in cui ti godi finalmente il divano in terrazza con un caffè.

E certo, lo so anch’io che la vita mica è fatta solo di gioie semplici.

Anche perché le cosiddette “gioie semplici” bisogna guadagnarsele: avere un terrazzo significa pagare un mutuo, avere un divano significa averlo comprato, avere del caffè significa poter disporre di almeno almeno almeno almeno una tazza, un fornello e del caffè in polvere di proprietà. Avere, anzi sarebbe meglio dire: possedere tutte queste cose significa aver lavorato, aver guadagnato, aver investito, aver anche litigato (“ma che ce ne facciamo di una casa col terrazzo? C’è bella stagione solo due mesi l’anno!” “Fidati che ad aprile inizi ad apprezzarla”, aveva ribattuto lui non più di otto mesi fa) e alla fine aver alzato le mani alle responsabilità che aumentano e ai pensieri che non sono più della gravità di “ho un esame la settimana prossima e mi mancano cinque libri di 400 pagine” ma dell’ordine di “ho un mutuo in un Paese a duemila chilometri da casa mia con una persona con cui non sono neanche ufficiosamente coniugata in una banca in cui nessuno parla la mia lingua e sono disoccupata”.

Già, le gioie semplici, così come le chiamano le riviste e i blog new age, non sono altro che il frutto di lavoro.

Vorrei, ci ho pure provato se per quello, combattere questa forma mentis per cui soffriamo in prospettiva di godere e passiamo molto più tempo a costruire e faticare alla creazione del nostro bene che non nell’effettivo godimento.

Di una settimana passiamo cinque giorni a lavorare come muli aspettando il sabato e la domenica: due giorni di pace come premio per cinque giorni di fatica e stress.

Di un anno passiamo mesi e mesi e mesi ad abbassare la testa e ad alzarci la mattina svogliati, ad infilarci in mezzi di trasporto stracolmi all’ora di punta di gente e di frustrazioni, prendiamo critiche e corsi per migliorare, a guardare l’orologio per non perdere la pausa pranzo e l’ora di uscita per avere in cambio cosa? Quindici, venti giorni di ferie.

Ferie, non vacanze.

Delle cinquantaquattro settimane che ci sono in un anno ne passiamo praticamente cinquanta a lavorare per averne quattro di riposo.

C’è qualcosa che non va.

Passiamo anni e anni e anni e anni a lavorare, ingoiando rospi e facendo sacrifici e risparmiando per poi arrivare stremati dopo quaranta, quarantadue, quarantacinque anni a goderci la pensione. Che se la vita ci dice culo* ci durerà dieci, quindic’anni.

Degli ottanta anni di vita che abbiamo ne passiamo quindici, venti a prepararci per un lavoro, quarantacinque ad eseguirlo e quindici per riposarci di quel lavoro.

C’è qualcosa che non va.

Lo so che non posso essere io che scrivo dal divano di casa mia a cambiare l’ordine del mondo. Lo so che non sono la prima a pensarci.

Ma io non so quanto starò al mondo.

Non voglio arrivare la sera stanca e spenta dal lavoro. Così stanca e spenta da non avere voglia o tempo o energie per dare un bacio, fare un sorriso, cucinare un piatto che mi piace, fare una passeggiata, fare le coccole a chi amo.

Vorrei essere serena anche il mercoledì, il martedì. Perché no, anche il lunedì.

A che mi servirà una vita di fatiche? A riposarmi a settant’anni?

Ma chi ce lo fa fare di correre?

Nel mio piccolo ho trascorso sette mesi a lavorare una media di tredici ore al giorno.

Concentrandomi sul fatto che a febbraio sarei stata di nuovo libera, di nuovo tranquilla, almeno per un po’. E ora, a fine aprile, sono due mesi che sono in giro, ho fatto un sacco di viaggi che desideravo da tempo (sono stata a Cipro, sono tornata due volte in Spagna, sono stata in Armenia, sono tornata a Budapest, ho visto tanti posti nuovi e conosciuto tante persone, ho preso tantissimi aerei), ho fatto tante cose che mi fanno stare bene. Certo.

Me le sono dovute sudare.

Ma non è questo il punto.

E’ che dopo due mesi di viaggi e riposo non mi sono ancora ripresa.

E mi chiedo: ha senso lavorare per accumulare? Quando quello che ci interessa è accumulare tempo per noi stessi?

 

* (elegante espressione francese)

E il bentornata della Spagna

“Ma lo sapevi che hanno aperto questo posto con le birre a 40 centesimi?”

 

(Chi mi può rispiegare un attimo perché me n’ero andata da questo Paese magnifico?)