Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

Sanremo (perché non si è mai abbastanza lontani per Raiplay)

Oh finalmente è arrivato Sanremo.

Ero un po’ preoccupata di non riuscire a vederlo quest’anno.

E invece no, grazie Mamma Rai. (E Raiplay)

Ecco le mie pagelle. (Sì, ne sentivate tutti il bisogno, lo so).

 

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Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Natale al Sud (nel senso di emisfero)

Allora, com’è andato questo Natale lontana?

Beh, è andato.

Non era il mio primo Natale lontana, ma il secondo. E proprio perché l’avevo già vissuto mi ero promessa: “Mai più”.

E invece, le distanze non sono poca cosa con l’Australia, ed eravamo appena stati venti giorni in Italia. (Siamo tornati il 4 dicembre) E’ un periodo critico per l’Orso al lavoro, e io, beh, mi sono adeguata.

L’altra volta mi trovavo in Turchia. Per una strana congiuntura astrale mi ero ritrovata da sola, completamente. In un Paese mussulmano, con la prima chiesa cattolica a 300 km di distanza, senza coinquilina che se ne era tornata a casa per le feste, e dovendo lavorare. Il peggio del peggio: nessuna lucina, niente di niente. E la televisione che trasmetteva canali italiani a farmi piangere di malinconia. I miei mi avevano mandato un messaggio veloce alla mattina prima di andare al super pranzo di Natale dalla zia e io ero rimasta in uno stato di scoramento infinito. Il tempo si era dilatato dentro quella cucina turca, le ore ci avevano messo il triplo del tempo a passare. L’Orso, che all’epoca non era ancora stato insignito dell’ambito titolo di “Fidanzato in Carica” si era prodigato per farsi sentire su Skype e aveva provato a tirarmi un po’ su. Ma non c’era stato verso. Mi sentivo esclusa, lontana, triste, e anche un po’ stupida per essermi ritrovata a vivere il giorno del Natale lontana da tutti in un posto che neanche mi piaceva.

La botta era stata così forte che mi ero ripromessa di fare di tutto e di più per tornare a casa a Natale. E infatti così ho fatto da quel momento. Il punto più alto è stato raggiunto dalla combo natalizia dell’anno scorso, per stare il più possibile con le famiglie di appartenenza, (Trenitalia ha eretto poi un monumento in oro zecchino al binario 16 della Stazione Alta Velocità di Bologna con il nome mio e dell’Orso scolpiti) abbiamo fatto Cenone della Vigilia in Campania a tavola con i suoi, pranzone di Natale in Veneto a tavola con i miei, Santo Stefano con i miei, il 27 e 28 in Campania con i suoi. Ad un certo punto ho pure avuto la gastrite, ma che sarà mai, per la famiglia si fa questo e altro, ho ripetuto alticcia a mia zia che mi abbracciava commossa.

Natale 2015, ti ricorderemo così

E si vede che la legge del contrappasso (sì, Dante ne parlava prima che tra voi fighetti esplodesse la mania di dire “karma” ogni tre frasi) ha fatto il suo, perché quest’anno niente Natale in famiglia. Io e l’Orso ci siamo guardati senza tristezza ed è spuntato un sorriso: “Il primo Natale solo noi due!”. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto? (Soprattutto dopo le centinaia di km in treno dell’anno scorso?)

E così abbiamo fatto: a meno dei regali costosi comprati all’ultimo minuto per la zia, a meno della dieta depurativa pre- e post-, a meno dei sorrisi di circostanza, a meno delle litigate telefoniche alla stazione di Napoli (“Ma se ti ho detto che arrivo a mezzogiorno perché a mezzogiorno e venti non sei ancora qui? Perché tutti gli anni è la stessa storia? Ma parti prima, cribbio, che me ne frega che sei dovuto andare a Battipaglia a comprare la mozzarella???“), a meno del binario 16 della stazione dell’alta velocità di Bologna.

E abbiamo preso quello che veniva. Siamo andati a farci le foto in maniche corte davanti all’albero di Natale in piazza e abbiamo passeggiato sotto alle luci di Natale con la sensazione che questi australiani non abbiano mai fatto pace con il fatto che qui sia estate, quando in Madrepatria c’è il freddo e il buio (ed è il motivo per cui si mettono le lucine, capito? Infatti in Svezia le toglievano a marzo).

Ma è stata la Nuova Zelanda a farmi fare pace del tutto con questo Natale vissuto a testa in giù. I neozelandesi mi hanno dato l’impressione di un popolo “risolto”. Sanno che devono parlare inglese, ma la Nuova Zelanda è casa loro, ci abitano loro, e stanno bene così. Hanno il Natale d’estate, e l’inverno arriva in un mese che si chiama luglio, e allora? Invece delle decorazioni con la neve e il cotone hanno dei bellissimi gonfiabili di Babbo Natale e i festival estivi in piazza. Problemi? Meno che zero. E se ti venisse voglia di problemi, basta guardare la loro stazza media (tre metri per quindici di circonferenza) per farteli passare subito.

Sì ho proprio voglia di sentire la tua opinione sul Natale nell’Emisfero Sud

La sera della vigilia siamo stati invitati dai colleghi dell’Orso a cena in un ristorantino carino, ci siamo bevuti una caraffa di spritz e poi siamo andati alla cattedrale per la messa di mezzanotte.

Io alla messa di mezzanotte ho sempre assistito da uno dei banchi della chiesa parrocchiale del paesino da cui provengo. Al massimo in quella del paesino a fianco. Solo l’anno scorso nella chiesa del quartiere dell’Orso. Ma sempre una chiesina, fedeli che si conoscono e si stringono le mani durante la messa, con quel clima di rilassata e cordiale intimità.

Non ero mai stata a messa in una cattedrale, così imponente, per Natale. E’ stata un’esperienza nuova: molto solenne (due ore di canti gregoriani…) e – posso dirlo?- molto ben organizzata. Volontari con divisa e tesserino ogni pochi metri, maxischermi ad ogni colonna per permettere a tutti di seguire, anche se non riuscivano a vedere l’altare.

E’ stata la prima volta che ho dovuto sventolarmi dal caldo ad una messa di Natale.

Il giorno dopo ci siamo svegliati, e Babbo Natale era già passato! (D’altra parte, qua passa prima che dopo ha tutta l’Asia, l’Europa, etc etc e quelle sono piene di gente) A me ha portato una moka (regalo che chiedevo da anni, provaci te a stare con un terrone che deve riempire la moka fino a farla strabordare e poi chiuderla con una mossa di The Rock in modo che sia impossibile da aprire per ogni essere vivente che si sveglia dopo di lui!) ed un computerino nuovo (che è quello che sto usando ora). All’Orso, che è stato un bravo bambino, è arrivato uno skateboard.

E dopo ci siamo guardati e abbiamo detto: “Spiaggia!”.

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Sì, è stato un Natale diverso, ma non è andata così male…

 

Tanti auguri a tutti!

 

 

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

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Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

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“Nunca te acostarás sin saber una cosa más”*: La Melbourne Cup

Oggi ho imparato a conoscere un evento di cui non avevo mai sentito parlare: la Melbourne Cup.

In questi mesi avevo trovato dei volantini che pubblicizzavano l’evento con menù dedicati  in quasi ogni ristorante o bar dove sono entrata. Ma nella mia testa era scattata l’associazione: Australia (Paese abitato soprattutto sulle coste) + Novembre (quasi estate) + Australiani (gente sportiva) e avevo banalmente classificato l’evento come “regata” o “cosa legata all’acqua”.

100m freestyle relay squad
“Buongiorno, siamo il gruppo olimpico di nuotatori australiani, vuoi fare amicizia con noi?” (Fonte: Herald) Ecco, questo era quello che pensavo io alle parole Melbourne Cup.

Naturalmente, mi sbagliavo.

E non ho neanche approfondito, immaginando fosse una di quelle gare sportive che interessano solo agli sportivi.

Mi sbagliavo, ancora una volta.

Ieri mattina il capo mi ha guardata e ha avuto pietà della mia ignoranza in materia australiana (“Ma com’è possibile che tu non conosca la Melbourne Cup?” “Beh, io non sono appassionata di sport…” “Macchè sport e sport!”), e, complice la spiaggia deserta (per me inspiegabile in un giorno pre-estivo a 26° con il sole), mi ha detto: “Chiudi tutto, ti porto a vedere la Melbourne Cup!”.

E quindi ho abbassato la saracinesca e mi ha portata a pranzo fuori (devo ammetterlo: ho cambiato mille lavori in mille posti ma non mi era mai capitato che il capo mi portasse a pranzo!), in un Hotel. “Perché la Melbourne Cup va vista in Hotel!“, ha sentenziato. Ed era solo la prima delle tante regole collegate a questo evento.

Quindi per punti: cos’è?

 

La Melbourne Cup è una corsa di cavalli (sì, ciao nuotatori e surfisti che mi immaginavo io!). A quanto pare è “la gara di tre miglia più famosa del mondo“. Siccome prima di ieri non avevo mai visto una corsa di cavalli, mi permetto di aggiungere che non ho nessuno strumento per smentire né questa né le seguenti affermazioni.

Ora, la gente si appassiona a mille cose, in Italia, per esempio, ogni partita della Nazionale di calcio agli Europei o ai Mondiali è seguita da tutti e diventa un evento sociale. Ma é anche vero che in Italia fin da ragazzini si gioca a pallone, ogni domenica si seguono i risultati della squadra del cuore e ovunque il calcio è presente, dalle pubblicità al gossip, alle notizie sportive del telegiornale.

Non avevo avuto l’impressione che i cavalli qui godessero di un seguito simile, anzi.

E infatti“, ha confermato il boss, “è solo per la Melbourne Cup, è un evento in sé“.

Da quello che ho capito, da almeno tre settimane non si parlava d’altro.

Ok, le nostre partite di calcio durano 90 minuti, con l’intervallo, gli inni all’inizio, i supplementari e i rigori due ore buone ci si perde. Ottimo per una cena, una pizza, insomma, per organizzarci un incontro che includa socialità e convivialità intorno.

Quanto dura la Melbourne Cup?” ho chiesto.

Tre minuti“.

3 Minutes
Tre minuti.

Ok.

Non appena arrivati all’Hotel designato (“Devi sapere che fino ad una ventina di anni fa qui in Australia non c’erano caffetterie, ristorantini, localini… la gente si incontrava in hotel. Erano gli unici punti con un bar e un bancone che servisse alcolici, e venivano vissuti come i pub in Inghilterra. Si trovavano agli incroci delle vie, spesso se ne trovavano quattro: uno ad ogni angolo“, e siccome il boss ha novecento anni, non mi permetto di dubitare che tutto ciò corrisponda a verità.) mi stupisco di tre cose: le signore sono tutte vestite bene (sono le due del pomeriggio, e alcune sembrano vestite da gran galà – in un posto che è sostanzialmente un “vecchio pub“-), mentre io sembro il brutto anatroccolo della favola che si è perso la parte in cui diventava cigno (“Perché alla Melbourne Cup ci si veste bene!” “Sì, ma la stiamo guardando per televisione!” “Non importa!”, con le dovute proporzioni, è come se io mi guardassi l’ultima serata di Sanremo in abito Valentino, in pizzeria con gli amici), una coda lunghissima che va verso il bancone e… i cappellini.

Le signore indossano tutte un cappellino parecchio eccentrico.

Diapositiva:

Melbourne Cup

Non so se ho reso l’idea di “eccentrico“.

Insomma, è stato divertente: fare la nipote a pranzo con il capo, fare finta di capirne qualcosa qualcosa mentre i cavalli correvano, osservare divertita le signore e i loro cappellini.

Ah, dimenticavo: e la coda lunghissima per arrivare al bancone?

Era la coda delle scommesse.

Perché “tutti scommettono alla Melbourne Cup!”.

 

E questo è quanto: ha vinto il numero 17.

Concludendo: è stato divertente ed interessante, ho imparato una cosa nuova e sarò molto più spendibile socialmente in Australia.

 

 

 

E niente nella mia vita, prima d’ora, mi aveva mai mandato così forte e chiaro il messaggio:

“Datti all’ippica!”

KEEP CALM AND DATTI ALL'IPPICA!

 

 

 

 

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Più informazioni sulla Melbourne Cup si possono trovare qui:

https://en.wikipedia.org/wiki/Melbourne_Cup (che non ha la versione italiana)

http://www.convictcreations.com/culture/melbournecup.html

Qui una spiegazione in italiano: http://www.huffingtonpost.it/2013/11/05/melbourne-cup-2013-gara-ippica-australiana_n_4218448.html

 

 

 

* Detto spagnolo: non andrai mai a dormire senza aver imparato qualcosa di nuovo. Lo trovo molto veritiero.

Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!