Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

Talo italiassa – cose che si scoprono il venerdì sera con il raffreddore

Gli ultimi giorni sono stati di temperatura, come dire, variabile.

Domenica c’è stato il record: quindici gradi SOPRA lo zero. A inizio marzo quindici gradi non s’erano mai visti (ma neanche a Maggio, eh!) (no dai, scherzo) (insomma…).

Ma l’euforia collettiva (la gente che inizia a parlarsi nei supermercati, indice inequivocabile di arrivo definitivo di primavera) si è spenta subito: ecco infatti stamattina ergersi minacciosa all’orizzonte (cioè sulla schermata del mio cellulare) la temperatura di MENO DUE gradi.

Naturalmente questi sbalzi termici hanno ripercussioni anche sulla mia fragile ugolina (con sommo dispiacere dell’Orso, si può facilmente immaginare) già provata dal costante lavoro vocale.

Ed eccomi stasera in versione unica con il divano (si capisce dove finisce lui e dove inizio io solo per la coperta fucsia che avvolge me e non lui – il divano intendo-) a fare la gita fuoriporta sui canali svedesi e finlandesi (sì, lo so, non invidiate la mia vita piena di svaghi e lussi).

Ma proprio quando il torpore dell’ennesima aspirina sembra vincerti, ecco il programma che ti svolta la serata: Talo italiassa!

E pur non capendo il finlandese noto qualcosa di familiare… cos’è, cosa non è… ah sì! Gli esami!

Praticamente è un reality/quiz in cui i concorrenti (in genere avanti con l’età) si sfidano a chi sa più lingua italiana.

E si sfidano come? Che domande saranno? Quiz impossibili sulla Divina Commedia? Interrogazioni sul Risorgimento? Recita delle ultime canzoni di Tiziano Ferro?

No.

“Cosa hai fatto a Torino?”

“Io ehm visitato… piazza Castello”.

E i giudici si guardano e parlano dei concorrenti con la stessa spocchia divertita del professore emerito e dei due assistenti quando tu hai finito l’esame all’università ma loro hanno ancora in mano il tuo libretto e già non si ricordano più le tue risposte.

E terminano con un “Bravo Uaiommi, puoi passare il turno” (quello di visitato Piazza Castello).

Il premio finale è una casa in Italia.

Wow, allora vale la pena di sottoporsi agli esami di italiano in televisione, dai!

Per due settimane.

Cioè la casa che si vince è per due settimane.

D’altra parte in Finlandia c’è la crisi, non è che ci si possa mettere a regalare case, eh.

Il programma da quello che capisco, ha avuto un successo così grande che ha anche una versione spagnola e francese.

Il mio unico commento è…

Ciumbia!

(Che forse vuol dire qualcosa pure in finlandese)

 

 

Ps: Qui una puntata

Sanremo dall’estero (Perché Sanremo è Sanremo)

Questo è il primo anno in cui TUTTA la mia famiglia è fuori dall’Italia durante il Festival di Sanremo.

Io, che sono la più piccola di tutti, come spesso succede sono anche quella più legata alle tradizioni. E Sanremo non me lo sono mai persa, MAI.

Ricordo quando ero piccolina, avrò avuto otto anni circa, e mia mamma aveva contravvenuto alla inscalfibile regola “alle nove tutti a dormire” (sì, è stata un’infanzia sotto dittatura) (quando all’università ho scoperto che esisteva mezzanotte ed esistevano l’una, le due, le tre di notte è stata una sorpresa così grata che non le ho più abbandonate. Mai più) per logoramento perpetrato da me e mia sorella (allora dodicenne e all’epoca già famosa per l’insopportabile stakanovismo nel lavoro ai fianchi) che volevamo guardare i superospiti di Sanremo: i Take That.

L’accordo era che saremmo andate a dormire e poi mia mamma ci avrebbe svegliate quando arrivavano sul palco dell’Ariston.

Quando ci svegliò ovviamente erano già scesi dalla scalinata e avevano già iniziato a cantare. Ma era stato bello comunque.

Per due minuti, perché poi la canzone era finita e Pippo Baudo si era avvicinato per intervistarli, regalandoci la prima delusione dello showbiz della nostra prepubertà.

I Take That, che erano tutti bellissimi, bravissimi, intonatissimi e altissimi erano in realtà dei nanerottoli.

(Sì ok, a riguardare ora quelle immagini si nota anche un dubbio gusto nel vestire, ma vorrei ricordare che gli anni erano questi: in televisione girava gente così, o così, insomma era quest’anno qua e se ancora questa foto non vi dice niente e vi sembra che boh, fosse in fondo ieri, beh, era anche quest’anno qua. Vestirsi di quadri e maglioni larghi mi sembra il meno.)

 

E poi mi ricordo quell’anno di allegra disperazione, tra il ritorno dalla Spagna e la partenza per la Turchia in cui tutto mi sembrava conosciuto ma inafferrabile, e stavo in quella stanzina minuscola tra aspirapolvere e valigie a guardare la Clerici inguainata di nero che ballava con Sinclair

Oppure di quell’anno in cui me lo sono guardato dal divano con mamma, e siccome mi sembrava noioso seguivo i commenti sul Daveblog per farmi due risate.

Insomma per me è vero lo slogan: Perché Sanremo è Sanremo.

Molte delle mie canzoni preferite di tutti i tempi vengono da Sanremo, e le mie canzoni preferite di quando ero piccolina sono proprio sanremesi.

Detto questo, da quando vivo all’estero, quindi da nove anni circa con pause di passaggio in Italia, per me Sanremo non è sempre facile da seguire. (Grazie mamma Rai che pensi a noi italiani all’estero, e io non ce la faccio ma quando Conti ha detto un velocissimo “Salutiamo gli italiani che ci guardano dall’estero!” mi sono commossa, ma vabbè, sono io che sono una ragazzina fragile!)

E comunque siccome anch’io sono un’abile lavoratrice ai fianchi, ho convinto il resto della mia famiglia sperduta a guardarselo pure quest’anno, e poi commento con loro.

Sanremo dà anche il via a cambiamenti inaspettati.

I ruoli si invertono:

Io: “Ma la Tatangelo s’è rifatta?”

Orso: “Uh guarda si è tagliata i capelli!”

Il rapporti familiari si invertono:

Io che mando messaggio al fratello (presso cui alloggiano i miei genitori)

“Dì ai TUOI genitori che non provino più a chiamarmi DURANTE Sanremo, ma dico, stiamo scherzando!?”

Fratello: ” i genitori si scusano”

 

L’Orso rispolvera il dialetto madrelingua:

– E mò chisti chi ssò?  Parono ù frate dù cazz’!

(Erano I Soliti idioti)

Oppure di rinfrescare le sue conoscenze musicali:

Orso: “Ma chi è Nesli?”

Io: “Il fratello di Fabri Fibra”

Orso: “Mannaggia, m’aggio perso”

Seconda serata

Orso: “E chi è stù Nesli?”

Io: “Sempre il fratello di Fabri Fibra, Orso”

Orso: “Mannaggia m’aggio perso n’ata vota”

L’Orso fa scoperte:

Orso: “ma è morto pure Faletti?”

L’Orso fa pronostici:

“Questo qua in mezzo [al trio Il Volo] finirà devastato dalle droghe”

Insomma, come dice Carlo Conti…

Tutti amano Sanremo.

Nothing worse than being moody

Da leggere con questo sottofondo: 

Così mi hanno detto ad un seminario di qualche mese fa.

E ci penso e ripenso, eppure come c***o si fa a non essere moody quando si abita in un posto così a Nord ma così a Nord che la Danimarca, la Polonia, la Germania, l’Inghilterra… sono tutti a Sud?

Tutti i posti che ti possono venire in mente dove fa freddo, ecco, tutti ma tutti quei posti sono a Sud rispetto a sto strac***o di posto dove sono.

E fa così freddo ma così freddo ma così freddo che alla mattina quando esco dalla metropolitano i settecentocinquanta metri che mi separano dal luogo di lavoro sono tutti lastricati di lacrime.

La prima è per il freddo. Si ghiacciano gli occhi, è una reazione naturale.

E la seconda fino alla quarantesima sono tutte di autocommiserazione.

“Ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare” borbotto tra i denti mentre cerco di stare in bilico sul ghiaccio e non cadere.

E poi stasera, stasera è stato il botto.

Andavo ad iscrivermi al corso di svedese (sì, per la quinta volta, e le quattro precedenti non che sia servito un granché eh) e ci potevo andare solo oggi perché non sia mai che l’ufficio apra al pomeriggio, aaaaaaaaaaah, non sia mai.

L’ufficio apre dalle dieci alle dodici e solo il lunedì anche dalle sedici alle diciotto.

Ah beati i tempi in cui mi lamentavo della Segreteria di Lettere che apriva solo TRE pomeriggi a settimana.

Ah, se solo avessi saputo!

Ovviamente c’è la neve, ovviamente segna meno quatt… ah no scusa, quello era stamattina, adesso segna meno cinque, ovviamente l’ufficio si trova dall’altra parte della città rispetto a dove lavoro e ovviamente devo prendere tre mezzi.

Di cui naturalmente uno allo scoperto.

Sì, anche qui hanno gli autobus.

E per aspettarli ci sono le pensiline.

Le pensiline.

Con la tormenta di neve.

Le pensiline.

Io e la signora eravamo dopo dieci minuti due pupazzi di neve. Ci mancava giusto la carota al posto del naso.

E vabbè, che sarà mai, là, l’insegna supertecnologica luminosa (cancella dalla testa che in Spagna le insegne al led per gli autobus ci sono da almeno dieci anni, cancella, qui sono avanzati, qui sono al primo posto in tutto il mondo per benessere e perchè tutti ci si vogliono trasferire) dice dieci minuti!

Undici ne sono passati, ma che sarà mai, ora arriverà.

Dodici minuti e sotto alla pensilina siamo ormai in quattrocento.

Tutti ovviamente coperti di neve che stare sotto la pensilina o stare a fianco della pensilina si ha la stessa probabilità di finire in versione pannacotta.

Un quarto d’ora e vabbè, ma tanto arriverà, vuoi mica che ci lascino qui in mezzo alla tormenta a meno cinque alle sei di sera?

E all’improvviso l’insegna luminosa supertecnologica con nochalance passa dal “Adesso arriva” all’ “arriva tra quindici minuti”.

Io mando un messaggio all’Orso: “che si f***a sto Paese di m***a”, mi scrollo la neve da sopra e mi dirigo verso casa.

Che chiudano l’ufficio, la casa reale, il Paese intero.

Io da qua me ne vado.

E’ il Paese al primo posto nel mondo per gente che ci vuole venire.

 

 

Vi dico una cosa: ve lo lascio tutto.

Tenetevelo.

 

Io vado a morire di fame da qualche parte al Sud Europa dove gli autobus non girano uguale, arrivano in ritardo uguale e gli  uffici pubblici aprono quando pare a loro pure là, però almeno non soffro.

 

(Qué lastima pero…)

Santa Lucia, e piange l’emigrante (e pure l’emicrania)

Oggi a scuola c’è stato il coro di Santa Lucia, tradizione svedese (ma, mi dicono dalla regia, tradizione scandinava in generale) in cui -faccio breve-  si festeggia il giorno più buio dell’anno (hai presente la bella gente nel sud Europa che festeggia Ferragosto con le grigliate?  Patetici) mettendo in testa ad una bambina bionda delle candele.

ACCESE.

(Non sto scherzando).

La canzone che ha accompagnato il coro all’entrata era Sankta Lucia.

(Noooooo Nooo, rassicuravano gli svedesotti, cresciuti a pane di segale e ateismo,  ma non è niente di religioso “Lucia”!!! – Capito?  La chiamano per nome,  come se a Firenze ti dicessero “oh ma per Giovanni che fai? Sotto intendendo “San”, cioè,  è n’amico tuo? ).

Si si non sarà niente di religioso ma la canzone di apertura si chiama “Sankta Lucia”. Vedi tu.

Allora la scena è questa: io che cerco di fare facce truci ai miei pargoli per mantenere il silenzio e dentro mi dedico al mio passatempo abituale: mi lamento e compiango me stessa per il razza di posto dove mi tocca vivere ah l’amore questo folle sentimento che.

Ed ecco entrare i bambinetti al buio con le candele in mano che cantano. 

Santa Lucia.

Eall’improvviso ero di nuovo dodicenne,  era estate e avevo pregato mamma di comprarmi quel cofanetto di cd in offerta al supermercato che nessuno avrebbe mai voluto che si chiamava “souvenir Von Italien” ed aveva i classici della canzone romana,  siciliana e napoletana.  E io me li ascoltavo nei pomeriggi in cui non potevo uscire e faceva caldissimo e con la testa ricamavo ogni parola dell’ultimo incontro con quello della moto,  quello che mi piaceva tanto;  e scrivevo quaderni e quaderni di diari, e in sottofondo musica che mi sarei vergognata con chiunque di ammettere che ascoltavo; e stamattina era di nuovo lì: io, lo stereo,  la cameretta.

Mi sono commossa.

Mi è rimasta in testa tutto il giorno e tornata a casa ho chiesto all’esponente meridionale di casa se se la ricordasse, ma lui ha candidamente ammesso di non saperne nulla.

E allora è bastata qualche ricerca ed è uscito il risultato: è una canzone napoletana.

E un sottotitolo.

“Santa Lucia è la canzone dell’emigrante”.

 

* La canzone svedese (del 1920) è questa

Per la versione originale napoletana di metà Ottocento, cliccare qui

La canzone in italiano (di inizio Novecento) è questa

E nella storia è stata cantata anche da Elvis

Più informazioni su questa canzone qui

Per attenuare la mia inconsolabile mancanza dell’ Italia fare un bonifico qui

 

 

Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

Ci sono giorni in cui mi chiedo se questo continuo movimento non ci stia facendo più male che bene.

Venerdì sera, all’aeroporto mi sono seduta nell’attesa della chiamata d’imbarco.

Era un volo Svezia – Germania, due Paesi le cui lingue sono per me incomprensibili (sì, lo so, lo so) e il mio cervello aveva già selezionato la  modalità “volo”.

Mentre ero seduta mi guardavo intorno, come sempre, cercando di essere discreta (ma senza riuscirci, naturalmente).

E vedevo cappotti costosi, scarpe molto pulite (io sono l’unica a quanto pare che si muove senza autista e senza addetto al tappeto rosso portatile a quanto sembra, perché in una città dove piove tutti i giorni da almeno due mesi le uniche suole sporche di fango sono quelle dei miei stivali), fronti ampie e stempiature, portatili appoggiati sulle gambe, cellulari attaccati alle orecchie.

Che io mi chiedo: ma cosa avrai di così urgente ed importante che deve essere discusso alle sette di venerdì sera? Di così urgente ed importante che non sia un aperitivo intendo?

E all’improvviso mi si sono aperte le orecchie.

Nel ticchettio di tastiere, nel rimestare di carte nelle borse da ufficio ecco che sento una voce italiana.

La ragazza vestita bene (sì, ci faccio caso, sì lo so, ma è perché per quanto mi sforzi a sembrare professionale… paro sempre una scappata di casa) con la borsa del portatile appoggiata sulle gambe e l’agendina alla mano parla in italiano. Parecchio ad alta voce, direi.

E davanti a me, il ciccio stempiato pure. Tra una cartella e una lisciatura al giubbotto firmato, si sta lamentando al telefono con non so quale collega che come va l’azienda no, non va bene, ma proprio no.

E dietro, il tizio stretto nel cappotto anche lui, al telefono, sta parlando italiano.

E’ come se mi si aprissero le orecchie, ogni volta.

E così poi all’aeroporto di Monaco, dopo una giornata sbattuta a scuola a cercare di consolare i ragazzi dell’ultimo anno così preoccupati per i loro voti, ho cercato di darmi una sistemata alla faccia, a Milano sarebbe arrivato l’Orso a prendermi e anche se non ci vedevamo solo da due giorni non volevo che si pentisse subito di essere venuto a prendere me e non una di quelle modelle dalle gambe chilometriche che si vedono sbarcare nella capitale della muuoda.

Mentre cercavo di non disturbare nessuno nelle mie patetiche operazioni di restauro (a fondo perduto) nel bagno dell’aeroporto del terminal bavarese, ecco che alle spalle sento tutto un grido. Un po’ mi spavento, ed è così che ci troviamo travolti (io e il bagno) da un’orda di ragazzine italiane in gita scolastica che si urlano da una parte all’altra del bagno.

Avevo già fatto questa riflessione quando ad Aprile avevo accompagnato la classe in gita in Spagna.

Ma la riformulo: fino ai dieci/undici anni i bambini italiani (ma mettiamo pure mediterranei in generali) jé danno due piste ai colleghi svedesi.

Frequentano scuole in cui bisogna tutti i giorni dimostrare di essere brillanti, attivi, svegli. Mentre i colleghi svedesi devono semplicemente dimostrare di essere presenti.

Esserci, scrivere il nome, non stressarsi. Giocare, ma essere tranquillo, rispettare le regole e non esagerare.

A partire dalla fase della pubertà gli italiani è come se perdessero posizioni. L’insicurezza esce sottoforma di sbrufonaggine, arroganza, esibizionismo, volume, volgarità.

La consapevolezza del proprio corpo che si trasforma viene gestita molto meglio dai coetanei svedesi*.

In gita avendo davanti vari esemplari di sedicenni svedesi e spagnoli avevo potuto confrontarli bene, in un terreno simile.

I sedicenni svedesi sapevano gestire la presenza dell’altro sesso con maggior consapevolezza.

Erano un gruppo di compagni di classe che si trovava in Spagna in gita. Facevano cose assieme e non hanno mai creato problemi (magari siamo anche stati molto fortunati, eh!). Nel nostro gruppo ci saranno sicuramente state coppiette, così come c’erano quelli che si allontanavano per fumare, ma nel complesso, a parte l’energia e la vitalità tipiche di quell’età e quel contesto, non ho trovato niente di preoccupante nel loro modo di rapportarsi tra ragazze e ragazzi. Erano “amici”. Si facevano battute, si sedevano vicini se capitava, si aiutavano se serviva.

I ragazzi spagnoli, dello stessa età, che ci accompagnavano in quei giorni venivano da una scuola simile (una di quelle dove ci si tiene molto alla disciplina e le famiglie sono attivamente coinvolte) ed erano compagni di classe da anni.

Anzi, erano avvantaggiati perché loro si trovavano “a casa loro”, nel loro Paese, mentre noi eravamo gli ospiti.

Ecco, nelle attività assieme che facevamo al mattino e poi durante la giornata, la dinamica che più notavo tra ragazza e ragazzo (spagnoli) era quella della malizia.

Dello scherzo con la parola a doppio senso, del tocco del corpo dell’altro o dell’altra per gioco ma anche no, del risolino imbarazzato ma eccitato.

Non c’era serenità dello stare assieme “tra amici” di sesso diverso ma quasi imbarazzo di dover aver vicino qualcuno di conosciuto in un contesto diverso dal solito.

 

La spiegazione che io mi sono data e che da quello che ho raccontato è ormai lampante è che nel modo di educare i ragazzi in quella tappa delicata che è l’adolescenza si dia un valore eccessivamente negativo al sesso nelle nostre società mediterranee meridionali, mentre qui in Svezia (per quello che mi è sembrato di capire) l’argomento sia trattato con più familiarità.

Di conseguenza, se uno è sempre “oppresso” e controllato, e gli parlano dell’incontro con l’altro come di una cosa oscura, difficile e piena di insidie, nel momento in cui è “libero” e meno controllato tenderà a ricercare proprio quello. Coperto dal fascino del “proibito”.

Mentre, la mia impressione era che i coetanei svedesi avessero una vita sessuale già “alla luce del sole”, probabilmente alcuni già portavano la fidanzatina o il fidanzatino a casa e i genitori davano per scontato che fossero già attivi.

Questa “libertà” a casa loro, non li rendeva scatenati nel momento di libertà fuori da casa loro.

Negli adolescenti spagnoli ho rivisto dei tratti molto simili agli adolescenti italiani.

Ma sicuramente si tratta anche del fatto che mentre all’estero ho sempre lavorato con adolescenti e quindi ho potuto osservarli dall’esterno ma da vicino, in Italia gli adolescenti li ho vissuti e l’unica adolescenza che posso comparare era la mia, vista dall’interno e senza nessun distacco.

Non posso analizzare bene, ovviamente.

Ma sulla base di queste considerazioni, ogni volta che torno in Italia mi sembra che questa “scarsa chiarezza” riguardo al sesso in adolescenza si ripercuota su tantissime dinamiche adulte.

Ma magari mi sbaglio.

E devo solo andare a dormire.

O magari sono solo diventata molto più adulta di quanto volessi ammettere.

 

 

* Qui, come nel resto del post e nel resto del blog, esprimo opinioni del tutto personali, basate sulla mia esperienza e  sulle mie riflessioni