Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

By the river: inconcludenza

O anche: “Si vede che non sei ricca, perché hai sempre dei sogni realizzabili”*.

 

(Modo elegante per dire: “molto piccoli”).

(Da leggere con questa che accompagna)**.

 

Sono a casa da una settimana.

Il che non è propriamente vero, visto che è da Ottobre che vengo qui sempre più frequentemente per periodi sempre più lunghi.

I miei trattengono una domanda legittima che farebbe più o meno così: “Ma quando te ne vai?”.

Io mi sento in un modo difficile da descrivere. Sedentaria, svogliata, stanca, a tratti triste, inconcludente. Mi sento dentro ad una bolla. Qui sono protetta e viziata. Fuori mi sembra tutto vago ed impreciso.

I miei rimedi soliti (segnare le date nel calendario, stilare su un foglio senza righe i progetti per i prossimi giorni e mesi, uscire a ridere con le amiche, bere, prendere aria, bere caffé, disegnare…) non hanno sortito l’effetto sperato.

Domani saranno cinque mesi da quando mi sono licenziata. E anche se non è proprio vero che sia rimasta con le mani in mano, mi sembra di non avere più voglia di niente.

Anzi, non è vero.

Mi sembra di avere desideri che non avevo mai avuto prima, e del tutto distanti da quelli che mi hanno animato finora.

La mia guida spirituale di quando avevo vent’anni mi aveva descritta come “determinata”. La specialista con cui ho parlato a settembre mi aveva definita “una che vuole fare tutto il possibile perché gli altri non abbiano da rinfacciarle nulla”.

Io ora non ho più la determinazione di un tempo (se mai ce l’ho avuta veramente). Quella che mi faceva sognare di girare il mondo e puntare in alto.

Ho abbassato la mira.

Ora come ora vorrei una casettina, piccola, piccola, stare con l’Orso, avere magari qualche orsetto qua e là, lavorare poco, vivere di poco, essere in salute, godere di una temperatura superiore ai 20 gradi, non aver bisogno di nulla.

Chi l’avrebbe mai detto?

Mi piacerebbe tutto questo, già.

E proprio in uno stato d’animo del genere mi devo buttare nella metropoli più frenetica d’Europa, sgambettare e sgomitare per posti di lavoro che non conosco, buttarmi nella mischia per conoscere persone nuove che passeranno il tempo a far finta di divertirsi per poi pubblicare le foto e riconoscere di essersi divertiti solo in base al numero di “like” (che se ci togli una “k” si capisce invece cosa siano).

Non ne ho voglia.

Avevo diviso il mio anno in trimestri, e alla fine di ogni trimestre avrei dovuto raggiungere un risultato. Quindi entro Marzo: Inghilterra.

Ma io non ne ho voglia.

Guardo le mie librerie qui a casa, ce n’è una dove riposano i libri dell’università, in ordine per esame, da Filologia Italiana (primo) a Storia Romana (l’ultimo). Li guardo cercando di farmi coraggio, se ce l’ho fatta allora, che ero un’ignorante campagnola che non sapeva nulla dell’università e aveva solo una maturità classica linguistica in tasca (e tanti sogni), a maggior ragione ce la farò oggi che sono sempre un’ignorante campagnola ma che in tasca ho altre due lauree e corsi di formazione e dieci anni di esperienza docente in Europa.

Ma loro mi guardano sconsolati.

Si vede che ho sogni troppo piccoli.

__________

*Frase con cui mi ha ribattuto l’Orso qualche settimana fa mentre passeggiavamo per Milano e io indicavo attici dicendogli: “un giorno sarebbe bello abitare lì”.

** Per chi ascoltandola l’avesse riconosciuta, per via di Nanni Moretti, devo ammettere che per me è soprattutto questo il film che a cui mi fa pensare (No hay nada mas dificil que vivir sin ti).

Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.

Cose che ho scoperto in Italia di cui io non ne sapevo niente

– Elisa ha fatto una bruttissima fine. Me ne sono andata che era il sogno erotico in versione “ragazza molto profonda” degli adolescenti (quando ero adolescente io), e ora me la ritrovo giudice ad Amici.

Vorrei dire, giudice ad Amici.

La ragazza molto profonda.

 

– Il Festivalbar non è morto! E’ vivo, e lotta insieme a noi.

Pure i conduttori: c’è sempre la Marcuzzi, tra i cantanti ci sono ancora Venditti, Nek, Neffa e J. Ax.

E’ cambiato solo il nome, non si chiama più Festivalbar.

E anche il pubblico.

Ma quanto sono biancucci i ragazzini oggi? Il pubblico del Festivalbar era tutto un truzzume la cui tonalità cutanea variava dal nero al cioccolato, oggi dal panna al fiordilatte.

(Altro che “hashtag fuori c’è il sole”).

 

– Ok, io sono indietro. Ho trent’anni e me ne sento ottantacinque.

Comunque erano sette anni che non compravo vestiti estivi in Italia.

E a quanto pare negli ultimi anni hanno smesso di essere di moda:

– vestitini a fiorellini colorati. Oggi d’estate siamo tutte brit: ghiaccio, tortora, nero, bianco, grigio, stop.

– canotte annodate dietro il collo. Anzi, proprio le canotte in generale.

– Gonne.

– Colori.

– Capelli al vento. Ora bisogna avere leccata di mucca e capello indietro legato.

– I bei culi. Ragazze, io non voglio essere quella che critica le forme altrui, in quanto portatrice di varie forme e tutte senza linee rette, ma com’è possibile che le donne tra i 20 e i 50 anni abbiano sto didietro scheletrico? Cos’è? Ha smesso di piacervi il cibo? O siamo diventate come le francesi che mangiano e non ingrassano? Se sì, motivo in più per ritrasferirmi.

– Felicità. Quanti musi lunghi in giro. Ovviamente non per me, per me siete tutti belli, magri e felici con un sorriso da qua a qua.

E’ stata un’amica a farmelo notare. Dice che la gente è infelice e va a fare la spesa con il grugno.

L’ha notato lei, eh. Io riporto e basta, che per me invece qui è sempre la terra della felicità.

E dai che è estate!

 

 

Cose che invece non cambiano mai e vecchi valori su cui si può sempre contare:

– I mille servizi di Studio Aperto in cui chiede alla gente per strada a 40 gradi all’ombra se hanno caldo.

L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

Cosa ti aspetti da me?

Sono giorni che vorrei scrivere eppure “no, oggi no”, “no, aspetta, devo prima pulire il forno”, “no, aspetta, controllo prima le mail”, “no vabbè, se non sono da sola allora non scrivo”, “no se c’è rumore non scrivo”, “no, domani meglio”.

Insomma, sembra che anche scrivere sul blog sia diventata un’attività da “schedulare”, mettere in programma, pianificare.

 

In questi giorni ci sono varie cose che mi fanno pensare:

 

1. La Svezia. E’ stata un imprevisto ed ora siamo qua da due anni. C’ammo a fà? Cossa dovemoja farghe?

Da una parte penso: dopo due anni qui, ci siamo un po’ ambientati, perché non rimanere?

Dall’altra penso: se rimaniamo questa ragnatela diventa sempre più fitta ed un eventuale trasferimento futuro sarà più difficile, molto più difficile.

 

2. L’Italia. Ci sono tante cose che non sapevo della Svezia prima di trasferirmi (anzi, non ne sapevo quasi nulla, a dire il vero) e ora ne so un po’ di più. Certo non abbastanza da essere competente o esperta, eh.

In compenso, in questi anni “via” c’è un Paese di cui sono diventata esperta: l’Italia.

Essere distanti porta a dover continuamente spiegare, capire, e ri-spiegare, rispondere a domande stupide, banali, scomode… aiuta a capire che una vita, dalla nascita all’adolescenza porta un insieme di conoscenze e di comportamenti interiorizzati di cui non ci rendiamo completamente conto.

Uno di questi è l’inadeguatezza sociale, in quanto la formalità è sempre messa in primo piano rispetto alla sostanza.

E lo dico senza nessuna condanna, senza nessun pregiudizio, senza intenzione di offendere nessuno.

 

Ad aprile ho accompagnato una classe di adolescenti svedesi in gita in Spagna.

Io, italiana, in pratica una che non c’entrava niente di niente.

E allora era inevitabile essere bersaglio di domande sul mio Paese, su questioni della nostra cultura che non sono così chiare allo straniero.

Mi sono sempre trovata molto bene con gli spagnoli, dalla prima volta che sono andata in Spagna a sedic’anni. Tanto che, nell’ebbrezza dell’adolescenza avevo deciso che prima o poi mi sarei trasferita lì.

E quando poi finalmente l’ho fatto, gli spagnoli continuavano a piacermi, lo stile di vita mi si confaceva, non mi sono stancata della Spagna. Sono venuta via perché era ora di fare altro, non perché la società o la cultura o le persone mi avessero fatto qualcosa.

Anche dopo, infatti, ho sempre avuto amicizie spagnole, ho sempre legato con persone d’origine spagnola. Mi trovo a mio agio. Sì, ma perché?

E lì, a quel tavolo a Valladolid mi sono trovata a spiegare perché nell’adolescenza la Spagna sì e l’Italia no. Cosa trovavo di diverso, visto che siamo popoli simili, affini, quasi indistinguibili agli occhi degli stranieri.

Quando ero adolescente volevo scappare, come tutti. Quello che conoscevo non mi piaceva e volevo altro, qualcosa di più vicino a me.

Ma cos’era quello da cui volevo scappare?

Volevo scappare da un contesto (il mio era particolarmente provinciale, cresciuta in un paesino di seicento anime, nella Bassa tanto benestante quanto ignorante) in cui le forme venivano prima di tutto il resto. In cui era importante essere “presentabili”, sempre vestiti bene, il primo complimento che veniva fatto era “ma come sei bella” e il peggiore insulto era “come sei brutta”.

Mi sono trovata a quel tavolo, a dover definire la “me” in versione adolescente, a cui davano fastidio queste “convenzioni” accettate ma che non riusciva a dare un nome a quello che non le piaceva.

Tutto finiva nello stesso calderone di insoddisfazione, inadeguatezza, impazienza, ansia di piacere, ribellione, desiderio di essere accettata, impulso a voler essere diversa…

Non sapevo distinguere le aspettative molto alte che aveva la mia famiglia su di me (voti brillanti, capacità di cavarsela, cura della bellezza personale, commenti positivi altrui, consapevolezza interiorizzata della scala valoriale familiare, ambizioni elevate…) e le aspettative che la società in generale aveva su di me (presentabilità, affabilità, educazione, compostezza, agio nelle relazioni interpersonali, rispetto delle gerarchie, rispetto dell’anzianità, conoscenza e rispetto delle aristocrazie cittadine, pudore, controllo della sfrontatezza…). Per me era tutto insieme, e tutte queste forze mi sembravano opprimenti e piene di occhi. Qualsiasi cosa facessi ero sotto un fuoco incrociato.

Ora sono più grande, e cerco di distinguere quello che “mi si richiede” sul piano sociale e sul piano familiare.

La famiglia la so gestire, grazie all’età e all’attenuarsi di ansie per il mio futuro da parte dei miei. Non sono caduta in cattive compagnie, non sono diventata atea, non mi sono mai drogata, ho superato il liceo con ottimi voti e mi sono laureata senza troppi problemi, lavoro e a due mesi dai miei trent’anni ho un contratto indeterminato nel campo in cui ho sempre voluto lavorare, ho un fidanzato stabile da anni, convivo e ho un tetto sopra la testa. Insomma, possono stare tranquilli e non tenermi più il fiato sul collo.

 

Ma con l’Italia no.

“La pressione sociale che vive una donna italiana è molto forte. Non solo devi essere brillante, intelligente, dotata nel tuo lavoro, ma devi anche essere sempre curata, apprezzata, ben vestita, ben pettinata.

Direi che la maggior parte delle persone se ti vedono spettinata e struccata la considerano una mancanza di rispetto”.

Così ho detto a quel tavolo, in Spagna.

E questa considerazione della “femminilità continuamente giudicata” è quella che mi aveva fatto a suo tempo apprezzare la Spagna e la possibilità di uscire senza sentirmi continuamente osservata e valutata.

 

Sono grande ormai, certe cose non mi dovrebbero più ferire né sfiorare.

Eppure ogni volta che ho a che fare un evento tradizionale in Italia, un evento in cui si attivano dei codici comportamentali interiorizzati socialmente mi sento in difficoltà.

Torno ad essere l’ adolescente che ha paura di fare una mossa falsa, di dire la cosa sbagliata, di essere giudicata negativamente.

 

Magari non avessi capito niente.

Magari questi fossero solo voli pindarici.

 

 

Tra due settimane sarò in Italia.

E la domanda continua ad essere: “cosa ci si aspetta da me?”

Italiani all’estero. Perché non sei come me?

Una cosa su cui mi ha fatto molto riflettere questo viaggio finito solo un mese fa – ma alcuni giorni mi sembra anni fa ed altri mi sembra di essere tornata ieri sera- è sul concetto di “italiani all’estero”.

E’ evidente che abitare in uno stesso posto non rende le persone uguali e neanche simili (pensa ai tuoi genitori, eppure hai abitato nella stessa casa per tanti anni… di sicuro non ti senti per niente “uguale”) eppure è una corrispondenza che nella nostra testa parte quasi automaticamente.

“Ah, anche tu sei italiano?”

In quell’ “anche” ci sono milioni di cose, di frasi non dette e lasciate sospese, di desideri condivisi e sembra quasi di essere cresciuti assieme.

Ecco, no.

No.

 

Ne ho conosciuti vari in questi anni, sepolti nei Paesi dove mi accingevo a vivere, spesso di passaggio, a volte ben radicati. Alcuni con accenti molto forti anche nelle lingue neolatine, così facili da imparare ed imitare. Altri puri avventurieri senza responsabilità e senza dimora,  a volte con gli occhi da schizzato, da persona che non ha un posto dove tornare e per quello non sta bene da nessuna parte e si adatta con poco, ma quel poco lo sta rovinando, altri convinti d’avercela fatta, alcuni con il rimpianto di “quello che avrebbe potuto essere”, altri con il rancore verso una società, delle istituzioni, un concetto di economia, un insieme di valori che fa sentire incompreso e poco accetto.

E anch’io, io stessa, sono passata attraverso varie fasi. Chi mi ha conosciuto in questi anni ha trovato una persona, un'”italiana” molto diversa. Forse per loro ho incarnato uno stereotipo, forse l’ho sconfessato.

Sono stata una orgogliosa, una che parlava dell’Italia come di un posto in cui faceva fatica a tornare e che provava ad integrarsi con ogni mezzo e scimmiottava le pronunce degli altri per vedere se sarebbe mai arrivato il momento in cui le avrebbero detto “ah, anche tu sei italiana? Non l’avrei mai detto!”.

Ma prima di essere quella orgogliosa di essersene andata, sono stata una desiderosa di andarsene. Un’ “italiana” che faceva spesso amicizia con stranieri, che non vedeva l’ora di parlare altre lingue anche se camminava per strade italiane, che provava cibi e frequentava ristoranti con cucine straniere. Sono stata un’italiana inquieta, con l’ansia e la voglia di “scappare”.

Ma ero ancora in Italia.

Chissà quelli che mi hanno conosciuto in quel periodo cos’avranno pensato. Mi avranno preso per una pazza o mi avranno capita?

E poi sono stata quella contenta d’avercela fatta, e poi sono tornata e me ne sono riandata.

Sono diventata insofferente. Sono diventata l'”italiana” che giudica, che evita gli altri “italiani all’estero”, che evita “i bar frequentati da italiani”, “le scuole frequentate da italiani”, “i ristoranti che sembra di stare in Italia”, “gli altri italiani”.

Ma soprattutto quella che giudica. Sono stata per un lungo periodo a considerarmi “brava”, a dirmi che io sì che ce l’avevo fatta ad andarmene ed a considerare tutti degni o non degni in base al mio metro di paragone personale: come avevo fatto io andava bene, come hai fatto tu… no.

E nel “fare bene” includevo una parte di fatica, di pena, di sorda e inscalfibile nostalgia, di inarrivabili traguardi solo sognati che spingevano avanti, di sogni di altri Paesi “migliori”, con gente “più buona”, “più spontanea”, “meno paranoica”, “più civile”…

E ovviamente tutti “gli italiani” all’estero che non avevano fatto come me, che non la pensavano come me… mi dovevano stare alla larga.

Chissà cosa avranno pensato quelli che mi hanno conosciuta in quel periodo? Mi avranno considerata una saccente, una presuntuosa, o peggio… un’ingrata.

Poi sono tornata.

Sono tornata in Italia. E sentivo la mancanza dei posti dove ero stata prima, mi mancavano e non mi sentivo “a casa”, eppure l’ambiente, la lingua, le persone, tutto mi diceva che ero già “ambientata”. Ed invece io mi sentivo “spaesata”, nel vero senso del termine, di quella che il Paese non ce l’ha più. S- paesata. Senza Paese.

E poco a poco mi sono integrata di nuovo.

Ho scoperto l’Italia.

No, non è vero: ho riscoperto i miei amici e ho iniziato ad apprezzare certi luoghi che davo per scontati o ho iniziato a scoprirne di nuovi e ad innamorarmene.

Ho conosciuto delle persone che mi sono piaciute. Anche senza aver cambiato Paese.

Eppure quello era il mio metro di paragone prima. Altrimenti eri un fallito, uno che “non c’aveva provato”, uno che “aveva preferito la vita facile”, uno che “si era accontentato”.

E ho scoperto che non era vero, che si poteva essere intelligenti e svegli senza per forza essere partiti allo sbaraglio, aver sofferto a cercare lavoro, aver imparato a forza una lingua nuova.

Ecco, io prima consideravo “valore” essersi misurati con l'”impresa” di vivere all’estero.

Ora, dopo due anni di Svezia e questo piccolo viaggetto dove la gente sta a testa in giù, con tutta la gente che ho conosciuto che ha lasciato l’Italia io… non lo vedo più come un valore assoluto.

 

La gente è diversa, e chi si sposta lo fa spinta dai motivi più disparati.

Non sono tutti come me.

Ma questo non me li rende incomprensibili, come invece succedeva un tempo.

Quello di cui però mi sono accorta è che io risulto spesso incomprensibile a loro.

 

Ho conosciuto italiani come ero io: arrogante, presuntuosa e convinta di essere l’unica ad aver fatto la cosa giusta. Pronta alla catechesi continua.

E lì lo capisci: “Ah, siete italiani?”

“Sì.”

“In viaggio di nozze?”

“No.”

“E che ci fate qui?”

“Un giro”

“Eh, si sta male in Italia adesso vero?”

“Uhm, non so, veramente non abbiamo seguito ultimamente…”

“Ma come? C’è il freddo/ il caldo/ le elezioni / la rava / la fava!? Come fate a non saperne niente?”

“Beh,  da un po’ che non abitiamo più lì”

“E dove abitate!?”

“In Svezia”

“Ah beh, si sta bene in Svezia vero? Fa freddo?”

 

E puntualmente a me giravano le scatole.

E dentro di me usciva quella presuntuosa di un tempo: “ma cosa ci sei venuto a fare dall’altra parte del mondo se non apri i tuoi orizzonti? Ma che ti sposti a fare se continui a ragionare con i luoghi comuni della provincia? Ma che domande sono?”.

Poi un po’ mi calmavo, proprio perché il fatto di avere lo stesso passaporto non è indice di un bel niente! Solo di una lingua comune e qualche nozione imparata a scuola e qualche momento collettivo condiviso.

Non vuol dire che abbiamo gli stessi ideali, gli stessi sogni e neanche la stessa conoscenza del mondo.

 

Ma anche se mi dicevo così, dentro di me sentivo una certa delusione.

Perché torna quella me di un tempo e urla: “tu sei come me! Tu sei uscito come me!”

 

 

 

Però subito dopo si chiede, abbassando la voce: “Perché non sei come me?”

 

 

Ma forse la domanda giusta è: “Perchè non sono come te?”