L’ansia di mettere ✓

A marzo, in Armenia ho conosciuto un ragazzo spagnolo.

Io con gli spagnoli, “per fortuna purtroppo” (come diceva Irene Grandi) vado d’accordo.

(Sì, lo so, solo citazioni d’alto livello in questo blog).

E così, passeggiando per Yerevan il tizio mi dice che ha l’ansia di vedere più cose possibili in quella settimana in Armenia.

Ora, per chi non lo sapesse (io per esempio, non l’ho saputo fino a quando mi è capitato di doverci andare, quindi magari non è così scontato) noi comunitari possiamo andare in Armenia e non abbiamo bisogno di visto. Sì, la Spagna fa parte della Comunità Europea.

No, non è tra i fondatori. NOI siamo tra i fondatori, la Spagna è arrivata parecchio dopo. (Dai, non fa almeno un pochino di piacere sapere che c’è stato un periodo in cui noi sedevamo allo stesso tavolo di Germania e Francia e quando arrivava la Spagna a chiedere l’elemosina potevamo dire uhm, non so, ripassa dopo? Ma soprattutto, che a quel tavolo dove stavamo seduti noi, è venuta la Gran Bretagna a chiederci se per favore poteva essere invitata? Dai, per un attimo.

Poi passa.)

Sì, sono cose che fanno male allo spagnolo medio, meno della storia di Colombo che è italiano (il navigatore, non l’ispettore!), ma comunque fanno male.

Insomma, io sono lì, mi godo il momento: sono in Armenia, I am happy, life is beautiful, sono in un Paese dove ho sempre sognato di venire fin da bambina. Un Paese che mi affascina da anni. Voglio camminare, sorridere alla gente, entrare nei negozi, parlare con gli abitanti, annusare i profumi, contrattare sui prezzi, mangiare il cibo di strada, farmi lanciare una secchiata di acqua gelida in testa perché sto cantando fuori da una discoteca (no vabbè, questa è un’altra storia…), e questo mi dice “voglio vedere il più possibile”.

Lì per lì potrebbe sembrare un desiderio innocente da viaggiatore. Sei in un posto che ti piace e vuoi vedere il più possibile.

Ma lo guardo meglio.

Ventisette anni, parla anche inglese, sveglio, senza vincoli di visto…

Potresti tornarci quando vuoi in Armenia. E’ a due passi dall’Europa. Anzi, è proprio attaccata. La vita in Armenia poi, per i nostri standard europei è così economica che di un eventuale viaggio dovresti seriamente preoccuparti solo del biglietto.

Goditi il momento, entra, esplora, parla con la gente, mangia, bevi, balla, annusa, divertiti.

E invece no.

E così, mi scoccia ma glielo chiedo.

“Dì la verità, non pensi di tornarci più in Armenia, vero?”

E lui: “Beh, una volta che ho fatto ✓ sull’Armenia, che senso avrebbe per me tornarci?”

 

Amiga mia… sappi che quando pen(s)i alla te che eri non sei mai obbiettiva.

Mi sono venuti vari spunti di riflessione in questi giorni. Dovrei meditarci sopra più a lungo, intanto però mi segno questo.

Te quiero. Ho un collega spagnolo, sempre gentile e disponibile: mi ha insegnato un sacco di cose, soprattutto all’inizio… quando io avevo una faccia più spaventata degli alunni. a quanto pare il buon sentimento è ricambiato e un giorno prima di uscire da lavoro mi ha detto te quiero.
Sono rimasta interdetta.
Sì,dopo aver studiato spagnolo quattro anni ed aver abitato in Spagna altri due, lo so che il te quiero spagnolo non è i nostro ti amo ma il nostro ti voglio bene (in molti gradi e forme). E infatti mica sono rimasta senza parole per quello.
Ma perché in quel momento ho realizzato che nonostante i due anni di storia con uno spagnolo, semi convivenza, drammi etc etc etc non me l’aveva mai detto.
Nessuno mi aveva mai detto te quiero prima d’ora.

Sto leggendo un libro che comprai allora. E come tutti i libri che ho comprato nel periodo in Spagna è pieno di scritte sulle pagine bianche prima della copertina finale. Scrivevo come stavo (male). Quando mi capitano per le mani ricordi di quei due anni, quando mi rileggo, quando una associazione di idee mi rimanda là… mi arrabbio.
Come ho fatto a sopportare tutto quello? Certo, non bisogna guardare il passato con gli occhi di ora. Ero più piccola, ero più testarda, ero più inconsapevole del fatto che ci si alza, che si va avanti, che la vita non è solo il clima.
Quando penso alla Spagna mi viene il sorriso. Ho amici là, sono stata anche bene.
Avevo un Paese che adoravo attorno, una lingua che mi veniva facile da parlare e un bel clima. Ma avevo al fianco una persona che in due anni non ha mai trovato il coraggio di mettere un punto, di prendersi una responsabilità, di crescere. Insomma, di volermi bene.

Ora ho l’amore e c’ho un clima di m*rda.

Mi sembra di capire che nella vita non si possa avere tutto.

Virgh risponde/2 (La posta del cuore ai tempi delle chiavi di ricerca)

La gente arriva sul mio blog con i quesiti più strani, e alcuni mi fanno proprio tenerezza.
Quindi: Virgh risponde.

1. “Gli dico di non chiamarmi più ma sono pentita che fare?”

Cara amica (o caro amico),
la risposta è “dipende”.
Perché gli avevi detto di non chiamarti più?
E’ stato un capriccio? Oppure quella è una persona che ti ha fatto soffrire, che ti ha chiamato solo per usarti come tappabuco e che si è pure dimenticato il tuo compleanno e di chiamarti per Natale? Se lui non ti ha chiamato di sua spontanea volontà (senza messaggini o chiamate intimidatorie da parte tua, intendo) almeno cinque volte nell’ultimo mese (cioè trenta massimo trentuno, non sgarrare…) puoi continuare a non pentirtene affatto.
Se invece lui è tanto carino, ti ha chiamato, ha fatto sforzi per vederti solo perché tu eri un po’ giù, e tu gli stai dicendo di non chiamarti più perché “non sei abituata” a uno che ti tratti bene, allora il consiglio è uno solo (due punti): chiamalo.
(E piantala di fare la principessina sul pisello, che di piselli educati di questi tempi, se ne vedono sempre meno!)
[PS – storia di vita vera: io lo mollai un giorno di luglio. Dissi non chiamarmi più, non sentiamoci più, basta. Così, perché m’era girata la luna. Lui disse va bene. Andò alla macchina.
Nel pomeriggio mi pentii e lo chiamai e dissi: “C’ho ripensato”. E lui rispose “Lo sapevo”.
Stiamo assieme da due anni]

2. “In culo alla balena”

Cara amica, caro amico.
Speriamo che non caghi.

3. “Tinta uomo biondo”

Cara amica, caro amico.
Evita.

4. “Studiare spagnolo è inutile”

Cara amica, caro amico.
Non è vero.
In terza superiore potevo scegliere tra studiare spagnolo e tedesco. La letteratura tedesca mi piaceva molto, lo spagnolo (sì, lo ammetto) mi sembrava più facile. Come tutte le studentesse diligenti ho fatto due conti: non avrei mai voluto arrivare all’ansia della maturità con una terza lingua difficile.
Così scelsi spagnolo.
Lo studia cinque ore a settimana per tre anni, andai in una famiglia spagnola per uno scambio in quarta superiore, mi innamorai della Spagna e della loro ospitalità. Al terzo anno all’università partecipai ad un bando: Francia o Spagna? Scelsi la Spagna, ma non potei concorrere per mancanza di esami rilevanti. A malincuore partecipai all’ultimo momento (letteralmente: arrivai alla posta venti minuti prima della chiusura, l’ultimo giorno utile) per la Francia: dopo tre mesi mi comunicarono che sarei partita.
Trascorsi sei mesi in Francia, felicissima.
Tornai in Italia e mi dissi: mi manca qualcosa.
Feci la valigia ed un biglietto Ryanair sola andata.
Trascorsi in Spagna più di due anni. Trovai lavoro subito, l’amore dopo un mese.
Mi integrai perfettamente.
Ottenni il certificato di C2 al Dele.
Un giorno in Turchia mi portarono a vedere una scuola.
Mi dissero che avrei dovuto fare la lettrice madrelingua in un laboratorio di italiano.
Ma, sorpresa turca, una volta arrivata cosa scopro?
Il laboratorio è in spagnolo.
Mortificati tutti.
E io: no problem, e feci lezione di spagnolo.
Tornai in Italia e mi contattò una famiglia mentre stavo finendo la tesi: “nostra figlia deve cambiare scuola, deve passare da uno scientifico ad un linguistico: l’aiuteresti con il francese, l’inglese, lo spagnolo ed il latino?” No problem. E per un anno lavorai quasi venti ore a settimana con la bimba (tutti otto), in un periodo in cui, causa tesi, non avrei potuto fare tanto altro.
Quindi, cara amica, caro amico, per rispondere alla tua domanda: è utile studiare lo spagnolo?
Sì.
No.
Dipende da quale sarà la tua strada futura.
Per me è stato molto utile.
(Anche se non ti consiglio i fidanzati spagnoli, claro)

5. “laurearsi in ritardo + depressione”

Cara amica, caro amico.
Ti capisco.
Ti capisco bene.
Ma non ti deprimere!
La vita sarà bella e piena di opportunità anche se ti laurei un mese o due mesi dopo.
Perché ti devi buttare giù? I genitori ti fanno storie? Insistono? Ti rompono l’anima?
Cuffiette, sorriso stampato e vai di certezze: ti romperanno l’anima anche quando sarai a casa, laureato con 110 a cercare lavoro.
E’ il loro mestiere.
Tu piuttosto: spegni il computer e mettiti a scrivere la tesi, che la settimana prossima il tuo relatore riceve e tu SARAI A RICEVIMENTO.
Punto.

Manga, oh många…

“Manga” è una parola che mi segue da un po’. Quando stavo in Spagna l’Ispanofono la usava spesso per “rubare”, a quanto pare da quelle parti è sinonimo di “fregare” ma con una visiva etimologia: “mettersi nelle maniche”. E a me ha sempre fatto ridere. Non lo so perché, in spagnolo mi fanno ridere le parole più innocue e sono capace di offendermi quando gli italiani si divertono sulle parole più semplici, quelle che ricordano quelle italiane arcaiche.
Poi, appena tornata dalla Turchia ho iniziato a lavorare tutti i giorni con una ragazzina che adorava i manga, quelli giapponesi, e che ogni volta che prendeva un bel voto la mamma gliene regalava (non uno) cinque. E quando prendeva un brutto voto… pure. Ma vabbè lasciando perdere i metodi educativi di certe mamme italiane, era tanto brava e si impegnava.
Ora qui in Svezia (senza una conoscenza dello svedese manco lontanamente strumentale) mi sono ritrovata circondata da questa parola “manga”, “manga”, “manga”… sulle pubblicità, alla televisione, sui giornali.
E così, dopo un po’ l’esercizio “come sarebbe in inglese, pensalo in svedese” ha aiutato il cervellino a stabilire che “manga” (la prima a avrebbe il pallino sopra: “många” ) deve essere “many”, molti.
Quindi oggi “manga” è il nome del post: ho tante cose da dire e farò una lista. (Sì ok, la prossima volta che ho voglia di fare una lista la pianto subito e scrivo “faccio una lista due punti” senza passare per la storia della mia vita, va bene. Che poi alla fine sono solo tre, ma comunque sono più di due e più di due, diceva sempre l’Ispanofono “es multitud” anzi “es multiduz”)

1) La prima cosa è la cosa più banale. Sto bene nella relazione in cui sto. Ho sempre avuto un certo pudore ad ammettere “sono innamorata”, a dirlo, a scriverlo. Credo sia un’atavica scaramanzia, una paura tramandata dalle favole: se nomini una cosa poi scompare. Però mi addormento innamorata, mi sveglio… un po’ meno visto la suoneria della sua orribile sveglia, ma durante la giornata mi re-innamoro di nuovo. Mi piace quando va ad aprire la porta agli operai a petto nudo vestito di solo asciugamano, mi piace quando gira per casa con l’ipad che fa da vassoio alla tazzina di caffè e al cellulare, mi piace quando fa la telecronaca in napoletano alle partite (“Mannòvai!!! Maròòòòò!!! Negher di m****!!! Noooo Boateng, nooooo, noooo!!! Macchiccazzz stav a guardàààà!!! Ma vedi stò provoloneeeeee!!! Nà coousa hà fatt benn!!! A marònnn!!! Mannaggia à traversa!!! Mannaggia!!! Parev’ à Rrobinho!!! Stù cazz’è Sforzini mò ò fann’ jucà contru ò Milan!!! Uààà!!! Rigore nettissim’!!! Mavaffangù st’ cazz’ è Njang!!! Vai Balo, dacc’ nà shpallata!!!”), mi piace quando torna da lavoro e io sono in ciabatte spettinata e mi dice “sei bellissima”, mi piace quando mi ascolta lamentarmi della politica italiana, dei miei genitori, del lavoro etc etc etc, mi piace quando mi abbraccia dopo cena sul divano, mi piace quando ci facciamo le sessioni “film che non avevamo avuto il tempo di vedere nelle nostre vite passate”, mi piace quando piomba in camera dove io sto andando a dormire dopo una fresca giornata pre-pre-pre-primaverile e mi dice “vedi come te lo dico, ho preso i biglietti, tra due settimane andiamo in Sicilia”.

2) Dopo questa prima big big issue, avrò annoiato metà dei lettori single, e che ve devo dì, pazienza.

3) Sto imparando molte cose. La Svezia e questa situazione in generale mi hanno fatto inizialmente dubitare di molte caratteristiche che ormai davo per assodato mi appartenessero. Pensavo di essere una persona paziente, adattabile e con una certa predisposizione alla solitudine e al cambiamento.
La Svezia, la lingua, le abitudini alimentari ed orarie (per non dire climatiche!) completamente diverse mi hanno riposizionato le convinzioni dove dovevano stare, ovvero al livello di “cose a cui credi solo tu”.
Ora, un po’ alla volta, dopo aver dis-imparato com’ero, sto imparando come diventare. Non è facile, ma ci si prova a voler bene a se stessi anche se non si riesce ad assecondare sempre le proprie aspettative.

انا قادم

E’ successa una cosa “non necessariamente dolorosa” [cit.] che pero’ avra’ (se lo vorro’) conseguenze sulla mia vita futura, di persona, di cialtrona e di coppia.

La qual cosa si chiama: pronto buongiorno, vorremmo offrirle un lavoro. Lo stipendio lo decida Lei.

 

Obviously as you my dearest readers, surely know, la prima domanda da fare non e’cosa, non e’ come, non e’ quando, non e’ quanto ma e’, ebbene si’….

DOVE!

 

Il capo della sezione cardiaca del mio corpo ha detto”ci possiamo pensare” oltre alla citazione la’ sopra, e giovedi’ si fa il secondo step e dalla settimana dopo inizio a girare per Consolati ed Ambasciate.

 

L’unica cosa che potrebbe farmi cambiare idea e’ la seguente:

“non c’e’ l’accesso ad internet”, per tutto il resto, io direi….

Ora devo attaccare un filo ai palloncini, sennò si perdono.
E di questi pensieri non voglio perderne neanche un briciolo.
Il filo è questo.

A Natale eravamo tutti attorno al tavolino. Era la Vigilia. C'erano Charlie dalla Francia, Ana dalla Spagna, Kata dall'Ungheria, Tatiana dall'Ucraina, Ali e Oyku da Istanbul, una giapponesina di cui non ricordo il nome che però viveva a New York (ma in quel periodo stava a Istanbul), ma forse aveva abitato in Finlandia, c'ho parlato poco e dopo qualche birra quindi in realtà poteva anche essere etiope ed aver vissuto in Groenlandia…
Eravamo tutti in rappresentanza delle più diverse nazionalità, accomunati dall'avere vinto delle borse di studio o progetti internazionali che c'avevano portato in quella cittadina dimenticata da Dio e pure da Allah.
Tutti diversi, tutti tra i venti ed i trent'anni, seduti senza scarpe (siamo in Turchia, è maleducazione entrare in una casa con le scarpe addosso), nati in posti diversi ma tutti figli di Schengen.
Eravamo seduti nel salotto dell'appartamento che condividevano la spagnola, l'ucraina e l'ungherese.
Chi sul tappeto, chi sul divano.
Patatine e birra, io avevo disegnato un albero di Natale con le bandierine ed era appeso sul muro.
Siamo finiti a raccontarci le nostre storie sentimentali.
Dopo l'ungherese che aveva raccontato di una storia con un pompiere sposato, supposed to be un gran amatore e rivelatosi un piagnucolone, è arrivato il mio turno. Ho parlato dell'Ispanofono, del fatto che le nostre priorità fossero diverse: a lui interessava sposarsi, comprarsi una casa, formare una famiglia, no importa con chi. E allora il francese mi ha chiesto: e tu? Quali sono le tue priorità?
Ed io ho risposto, d'impulso: stare con una persona che sia innamorata di me!
Sono scoppiati tutti a ridere.
Indistintamente: francese, turchi, spagnola, ucraina, ungherese, amerindo-finlandese…
Ed ora me ne sono resa conto. Questo è il filo dei miei palloncini.
Mi sono sempre lasciata convincere. Massì, è bravo, massì, mi vuole bene, massì, è innamorato di me, massì, è carino, massì, proviamoci.
Ora che so cosa si prova quando invece quella innamorata sei tu, capisco il senso di quella risata.
Non avevo capito niente.

Una sopra l'altra.
Apri la casella della posta e te le trovi una sopra l'altra.
Cos'è?
Il 27 Settembre è il Giorno Europeo della Rievocazione dell'ex storico?
Ispanofono e Ei fu.
Uno sopra l'altro.
Uno con lo stile inconfondibile che gli conosciamo a chiedere come mai non mi faccio sentire, non  è che magari, ora che sta andando a convivere ce l'ho con lui? (ma se t'ho lasciato io, un anno fa, proprio quando m'hai chiesto di convivere, i***ta?)
E l'altro con lo stile inconfondibile che gli conosciamo a chiedere come mai non mi faccio sentire, mi scrive.
Mi scrive.
Dopo quattro anni da quando a quell'abbraccio in Germania l'ho guardato strano e lui ha capito che non ce n'era più.
Di uno non mi importa più, cioè, sii felice ma non so perchè siamo stati assieme. Non lo so. C'è stato e non credo sia stato poi così importante.
Dell'altro mi importerà sempre, ma ho deciso, da sola, senza avvisarlo, di non farmi più sentire.
L'ho deciso un giorno azzurro di luglio, dopo averlo guardato ed avergli sentito dire che sono ancora così bella e così intelligente come quando si innamorò di me e che per me aspetterebbe ancora e ancora. Dopo che mi ha dato un libro, dopo che, aprendolo, ho scoperto che si trattava della storia di due ex che si incontravano dopo 30 anni.
Non è corretto nei confronti di chi sta al suo fianco ora, sapere che ho quell'ascendente su di lui, che gli fa mollare tutto e venire da me quando ho un pensiero, una giornata storta, un'idea strana o qualsiasi altra cosa.
Forse dovevo diventare grande per capirlo, che amicizia e amore sono due cose diverse. Ma molto simili, e se le mescoli assieme, crei un miscuglio sintetico, non sincretico, e dividere le particelle – dopo–  non è per niente facile.