Sanremo (perché non si è mai abbastanza lontani per Raiplay)

Oh finalmente è arrivato Sanremo.

Ero un po’ preoccupata di non riuscire a vederlo quest’anno.

E invece no, grazie Mamma Rai. (E Raiplay)

Ecco le mie pagelle. (Sì, ne sentivate tutti il bisogno, lo so).

 

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Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

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Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

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Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso

Qualche giorno fa sono andata al circo.

E, come sempre, mi sono commossa, emozionata e ho applaudito con tantissimo (sì, venire al circo con me è più imbarazzante che andarci con una bambinetta di cinque anni, regredisco completamente) entusiasmo.

Da bambina mi affascinavano i colori, mi colpiva l’odore, rimanevo imbambolata a fissare dettagli inutili come quella macchietta sulla tenda del sipario, o il trucco delle sopracciglia della danzatrice… poi mi perdevo ad osservare le uscite dei vari personaggi, volevo sapere se dal sipario che si chiudeva si riusciva ad intravedere quanto ci mettevano a trasformarsi di nuovo in persone comuni, quanto mantenessero la parte e quanto non vedessero l’ora di togliersi il costume di scena.

Adesso sono più grande (sì, una bambina di cinque anni imprigionata nel corpo di un’adulta, povero Orso) ma al circo ci vado lo stesso.

A luglio, pochi giorni dopo esserci trasferiti in Australia, avevo notato una pubblicità molto ammiccante…

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E così, sono andata a vedere Kooza, del Cirque du Soleil.

Kooza racconta la storia di un piccolo clown che sta crescendo e vuole imparare come fare i grandi numeri circensi.

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Lui è il piccolo clown che deve crescere. (Non è adorabile? Tra l’altro ho scoperto che a volte  a interpretarlo è un’italiana, tale Alessandra Gonzales, unica italiana di tutto l’ambaradan, che generalmente nello spettacolo fa la cantante [Qui una sua intervista].

Voce incredibile, viaggia per tutto il mondo, vive con il circo. Da uno a dieci la invidio duecentoquaranta. – E curiosando sul suo profilo instagram scopro pure un bel pezzettone di fidanzato australiano jazzista- Invidia a mille!)

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Lo spettacolo è tutto composto da numeri di equilibrismo, in varie forme.

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Io guardavo questi artisti eccezionali e rimanevo a bocca aperta.

E non è una frase fatta: ero come paralizzata dallo stupore, le labbra si distanziavano da sole, il fiato si bloccava.

Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Mariangela Melato, quando ero già abbastanza matura da poterla apprezzare.

Ma non solo lei, sono stata a teatro e a vedere spettacoli dal vivo altre volte, ma ogni volta, ogni messinscena, rimango sospesa in un preciso momento, che è quando mi chiedo: “Ce la farà?”.

Gli attori sono davanti a te, su quel palco e tu sai che sono bravissimi perché ti hanno fatto immedesimare e ora stai vivendo quella storia assieme a loro.

Poi arriva un momento in cui ti scolli da quel coinvolgimento perché percepisci -o ti sembra di percepire- la voce che si incrina, una pausa dove non dovrebbe essercene una, un movimento strano o un’assenza di movimento dove te l’aspettavi.

Eccolo, il dubbio allarmato che si insinua: “Si sarà dimenticato la battuta? Ce la farà?“.

Rimango in allerta, perché per un attimo mi metto nei panni di quell’attore, famoso, acclamato, che si trova in un teatro gremito e non si ricorda più la battuta. E magari i colleghi non se ne accorgono, presi ed emozionati come sono dal proprio ruolo e dai mille pensieri che hai (il vestito, non si deve vedere che è strappato, aspetta mi devo spostare che nella prossima scena deve entrare quell’altro, questa luce mi disturba, nelle prove non era così intensa, ora devo camminare, fare il pensieroso, mi sposto, questa è la scena del monologo, devo solo camminare, e in quella dopo devo dire, magari stasera lo faccio più sofferto e meno sarcastico, no?) quando sei in piedi du quelle assi e tanta gente pende dalla tua bocca.

E l’attore sembra essersi dimenticato, tu ti rendi conto che ormai non devi più essere l’unico ad essersene accorto, e ti giri verso il vicino per provare a verificare dalla sua espressione se anche lui è incredulo o se non è vero e ti sei immaginato tutto tu.

E nell’attimo in cui ti giri, Zac! L’attore riprende a parlare, perfettamente nella parte e tu senti che il respiro teso della platea si distende in un sospiro di sollievo.

Di attimi così, di momenti di sospensione passati a chiederti: “Ce la farà?” lo spettacolo Kooza è pieno.

Mi sono chiesta se fosse un caso o se tutti gli acrobati avessero dei piccoli momenti di perplessità durante i loro numeri in cielo attaccati ad una fune, ad un braccio, ad una bici, ad una sedia, ad un nastro…

(No, non è un caso, lo spettacolo è pensato e voluto così, ho scoperto dopo).

Quel momento in cui tutto il pubblico smette di respirare (mozzafiato diciamo in italiano, e non c’è parola più azzeccata per quell’istante) e si chiede: “Ce la farà?” per me vale il prezzo del biglietto.

Io vado a vedere gli spettacoli circensi, quelli teatrali, in generale, quelli dal vivo per quel preciso istante.

In quell’attimo in cui mi sembra di riconoscere una sbavatura, un’imprecisione, un’incertezza dell’artista io vedo me, vedo tutti noi.

La nostra fragilità, nuda, davanti al numero che stiamo per affrontare, in equilibrio sospesi sul nulla.

E ci riusciamo.

Ce la facciamo, sempre.

E il tendone tira un sospiro di sollievo e parte un fragoroso applauso.

 

 

 

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(Foto da qui)

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!