Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

E baby quando?

Sottotitolo:

(Il dovere di rispondere educatamente alle domande basate su aspettative che gli altri proiettano su di te calcolandole in base alla tua età, sesso, peso, stipendio e condizione civile) (E il desiderio di mandare tutti maleducatamente a Fanc***)

Durante le vacanze natalizie (che per me proseguono a oltranza, fino a Marzo, più o meno) (tanti cari saluti) ho avuto vari incontri e conversazioni che mi stano frullando in testa da un po’.

A volte succede di non avere la battuta pronta, la risposta tagliente preparata e di rimanere un po’ spiazzati. A me dà proprio fastidio. Passo tutta una vita (sì, ho molto tempo da perdere, perché!?) a costruirmi dialoghi immaginari in cui esco sempre vincente con la frasetta giusta, che lascia l’interlocutore appeso con la domanda stampata in faccia “avrà detto così per dire o ce l’aveva proprio con me?”. E poi mi capitano queste circostanze in cui per educazione, sfinimento, incredulità non riesco a rispondere a tono. E me ne rammarico. (Anni di prove mentali buttati così).

Una parte di conversazioni che mi ha visto l’interlocutore ammutolito è avvenuta in zona Relatives-in-Law. E siccome di Law manco l’ombra (ma nooo, mica ci mettiamo a sposarci in comune, se siamo credenti tutti e due!?) e neanche di Sacro vincolo matrimoniale (ma nooo, che adesso abbiamo un anno in cui saremo distanti e tu dovrai studiare, mica ci mettiamo a organizzare anche un matrimonio!?) (no, perché è vero che l’ascolto poco, ma quando lo faccio sento di quelle fesserie) sono parenti, ma soprattutto SUOI. Per il momento io sono un’ospite ma non vincolata da nessuna carta. (E quando bisogna mettere i puntini sulle i, io li metto tutti!)

Conversazione UNO:

Sto parlando con la Zia, che, nonostante l’età, è in forma e di ampie vedute. Ci chiacchiero sempre molto volentieri, anche perché negli ultimi tre anni mi è toccato in sorte fare un lavoro che lei ha svolto per tutta la vita. Mi chiede dei miei progetti, io dico parole come Master, un anno, forse un anno e mezzo, distanza… insomma tutto il cucuzzaro che vado blaterando sul blog da sei mesi a questa parte, ma in forma più chiara.

Lei dice di comprendere, fa domande precise, si complimenta per la volontà, la determinazione, il coraggio.

Un minuto di pausa.

E poi se ne esce con:

“A Virgì, tu oramai tieni nà cert’età… Aà famijjia non ci vuoi propio penzà?”

Ammutolita.

Conversazione 2:

Alla mattina incontro la donna delle pulizie. Come va, come non va, tanti auguri.

Chiacchieriamo del più e del meno, dice che è già al corrente del “discorso Master”, mi racconta di sua figlia, laureata in Psicologia che non riesce a trovare lavoro.

Prendiamo il caffè.

Un minuto di pausa.

Faccio per salutare e lei se ne esce con:

“E baby quando?”

Ammutolita.

Conversazione 3:

Ad una cena abbastanza affollata a casa della femilinlò vari amici hanno portato come omaggio alla padrona di casa una cornice.

Nell’accettare e scartare il dono la mother-non ancora-in-law se ne è uscita con un’esclamazione ad alta voce.

“Questa è ottima per metterci le foto dei nipotini!”.

Tutti si sono girati verso di me.

Al che (stavolta non sono rimasta muta e basta ma) ho sorriso e detto:

“Vado a versarmi dell’altro prosecco”, allontanandomi.

 

Io mi chiedo: perché la gente si sente in diritto di chiedere cose così personali come “Quand’è che fai un figlio?”

Perché invece non mi chiedono come sto, come va con il Master etc?

E’ perché ho superato i trent’anni?

E quindi è in base alla mia età?

 

Io non vado da suo padre o da qualsiasi settantenne a chiedere “Allora, come va la prostata?”, né a nessuna signora over cinquanta mi sono mai permessa di chiedere “Allora, com’è andata con la menopausa?”.

 

Perché noi giovani donne dobbiamo sopportare (“per educazione”, dicono) che la gente si informi pubblicamente del nostro orologio biologico?

 

C’è da dire che queste domande io non le ho sentite rivolgere all’Orso (da quello che mi hanno spiegato, i bambini si fanno in due). Inoltre, so di essere molto fortunata, perché la femilinlò non è impicciona né maleducata, anzi, mi trattano da sempre con molto rispetto e simpatia.

Io me lo chiedo più in generale, perché è un discorso che coinvolge non solo le persone con cui si ha confidenza.

Una volta la donna stava a casa, non lavorava e sfornava figli. Posso capire (cioè ci posso provare) che la gente dopo che era sposata da diec’anni e non aveva figliato si facesse delle domande.

Ma ora che tutte le trentenni che conosco lavorano, spesso guadagnano più del partner, magari hanno un’attività in proprio e quasi nessuna è sposata (cioè sono nel fiore della loro carriera, o l’hanno appena avviata, quindi stanno investendo -evidentemente- tutte le loro energie lì) perché ci si sente in diritto di chiedere: “Figli?”???

(Cavez)

 

L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

Mi sono state dette e capitate tante cose in questi giorni, e le devo mettere in fila.

– mi hanno fatto pensare in questi giorni, mi hanno chiesto: ma secondo te perché noi che siamo brave persone, ci comportiamo bene, facciamo il nostro dovere, siamo gentili e viviamo come tutti dobbiamo sentirci dire che “siamo violenti perché siamo mussulmani?”

– ho pensato che se un giorno facessi qualcosa di assurdo o criminale e nei giornali invece di scrivere il mio nome si scrivesse “cattolica bianca” forse chi legge farebbe caso alla mia religione e al mio colore e sarebbe spinta ad associarli al crimine che ho commesso

– mi hanno detto: “pensano che i mussulmani siano violenti, e allora vogliono  farci una guerra contro”

– confesso che non ho trovato il nesso, io se penso che uno sia violento me ne sto volentieri alla larga, mica vado a casa sua a picchiarlo, no?

 

 

Tutti questi pensieri mi hanno un po’ confuso e hanno contribuito a far vacillare un po’ quelle riflessioni generali che facevo da tempo.

Una di queste riflessioni consisteva sulla riduzione.

La riduzione o sottrazione mi sembra che sia il meccanismo applicato negli ultimi decenni dai Paesi che ho conosciuto più a fondo con solide radici storiche cristiane davanti ad immigrati di altre religioni.

E lo vedo tutti i giorni a mensa.

A mensa l’unica carne cucinata è il pollo.

Il maiale offende mussulmani ed ebrei e la mucca offende gli indiani.

Il buffet in genere comprende: pollo, pesce, piatto vegano, piatto senza glutine, piatto senza lattosio, verdure e insalate.

Qualche mese fa un signore è venuto da me a lamentarsi perché non servivamo cibo “Helal“.

Questo è l’esempio più vicino a me di quello che intendo per “sottrazione”. Ovvero io potrei mangiare qualsiasi cosa, in quanto la mia salute (non ho allergie né intolleranze) e la mia religione non mi proibiscono di ingerire cibi o bevande, ma siccome so che di tutti i cento cibi che io posso mangiare tu ne puoi mangiare settanta, allora dico vabbè dai, ne mangio anch’io settanta che male fa.

Poi arriva anche un altro e di quei settanta che io e te possiamo mangiare ne può mangiare cinquanta, e allora io e te ci guardiamo e diciamo ok, dai, cinquanta, dai, l’importante è che non litighiamo.

Poi ne arriva un altro e dice che lui di quei cinquanta ne può mangiare venti, e allora noi tre alziamo il sopracciglio però va bene, venti.

Io dai miei cento cibi sono passata a venti, che va bene, eh, tanto gennaio è il periodo delle diete.

Ma la mia domanda è: poi gli altri ottanta quando sono da sola me li potrò mangiare?

E questo per me si estende a tantissime altri campi.

Noi, con una cultura ben radicata da secoli siamo diversi e abbiamo abitudini e riti diversi.

Nell’ultimo secolo abbiamo smesso di crederci e un po’ alla volta abbiamo lasciato andare un sacco di comportamenti che prima erano all’ordine del giorno (il velo in chiesa, partecipazione comunitaria agli eventi religiosi, senso di comunità…) per insofferenza, individualismo o pigrizia.

E ora ci troviamo davanti a qualcun altro che invece i suoi riti e i suoi doveri verso la propria comunità ce li ha ben presenti che ci mette in difficoltà.

Ci mette in difficoltà perché ci sentiamo in colpa, perché ci sembra che forse anche noi dovremmo avere una comunità di riferimento alle spalle ma ci voltiamo e vediamo solo persone impegnate a scorrere la schermata di whatsapp.

E allora optiamo per la strategia “quieto vivere”: vabbè dai, se a te offende tanto allora io tolgo questo e questo, tanto vivo lo stesso.

Tutta la nostra comunità è ormai fondata su questo principio di base: “la sottrazione”.

E, secondo me, non è nemmeno del tutto consapevole. Rimane solo un retrogusto amaro che poi gli ubriaconi da bar o chi non ha voglia e tempo di approfondire (c’è una crisi economica mondiale, siamo governati da corrotti che non hanno nessun interesse a far riprendere il mercato del lavoro stagnante, la gente si muove molto più di una volta, le dogane in Europa non ci sono più, in Italia è facile entrare e non essere controllati, esiste un fiorente mercato del lavoro nero che permette di mantenersi senza dichiarare niente di sé a nessuna autorità e quindi di non essere rintracciabili e quindi espulsi anche se clandestini, a noi piace scendere in piazza per saltare la scuola e per sventolare le bandiere però non siamo abituati ad andare dal capo e discutere del nostro contratto sentendoci alla pari, demandiamo tutto ai sindacati, ci siamo disinteressati della politica e abbiamo votato “per protesta” senza nessuna lungimiranza, chi lavora duro non ha tempo per discutere o per far politica e l’unico obbiettivo che vede è mantenersi a galla etc etc…) dà la colpa agli immigrati e sente un atavico livore per il diverso venuto da fuori “a rubare lavoro”.

Tutte queste considerazioni in questi giorni mi frullano in testa mischiate alla domanda: “perché a me che sono onesto e non faccio male a nessuno hanno bruciato la moschea?”.

Quando scendiamo in piazza a difendere i nostri diritti, le nostre libertà la nostra “comunità” e la nostra “cultura” sappiamo  veramente cosa stiamo difendendo?

 

 

Running around like a clown on purpose

Sulla metro faccio riflessioni interessanti, ma le riflessioni della mattina sono diverse da quelle della sera.

La mattina penso a come sia diverso questo posto, anzi, come sia diversa questa gente, perché puntualmente mi trovo davanti alla scala mobile rotta, all’ascensore puzzolente, alla signora che va lenta davanti in una scala stretta per raggiungere il secondo piano della stazione della metro, da dove poi partirà il mio treno.

E’ diverso, perché nei posti dove sono stata prima davanti ad una scala mobile rotta il lunedì mattina alle sette quando ti sei svegliato alle sei ti sentiresti un fiorire di colorite imprecazioni con accenti regionali diversi e mani che sbattono in capo, e gente a cui girano le scatole talmente forte che se ti passano vicino forse fanno fare una giravolta pure a te solo con la forza del pensiero, e di sicuro un arzillo pensionato starebbe già importunando il povero sportellista all’ entrata della stazione chiedendo ma perchè ma per come ma  possibile… si fermerebbero due tre quattro cinque persone a discutere della situazione e a lamentarsi e a rammentare quella volta in cui la scala si fermò, e c’era solo una scala accessibile, ma come faranno gli anziani, i bambini, i disabili e ecco che ce l’avete con noi, ma io devo andare a lavoro ma come ci vado adesso? E me la pagate voi la giornata di lavoro che sto perdendo? Ecco, sempre così Trenitalia, e poi quando devono risponderti spariscono tutti! Eh, e l’hai sentito che ha detto quell’altro ieri sera a Porta a Porta? Che stanno risanando il Paese!!! Ma cosa! Che qua ogni giorno è peggio! Ma signora, cosa vuole che le dica, c’ha ragione, ma non ce n’è uno che si salvi, sì, ma il controllore dov’è? Ma un’informazione, una cosa, ma è mai possibile?

 

Ecco, e invece qui, nel magico Regno di Svezia, la gente mastica la propria imprecazione alle sette di mattina davanti all’ennesima scala mobile che non funziona e se la ingoia mentre si fa i trecento scalini a piedi stretti stretti con la signora davanti lenta lenta lenta lenta e poi di nuovo mastica ed ingoia davanti alla scala mobile rotta successiva e ingoia di nuovo davanti all’ascensore puzzolente, e un’italiana si guarda intorno smarrita, vorrebbe lamentarsi con l’arzilla pensionata che una volta era diverso e che i politici sono tutti uguali e chissà dove andremo a finire, ma intorno tutti guardano per terra, nessuno guarda nessuno e allora mastica un fastidio, manda giù… e va a lavorare.

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini