(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

“Nunca te acostarás sin saber una cosa más”*: La Melbourne Cup

Oggi ho imparato a conoscere un evento di cui non avevo mai sentito parlare: la Melbourne Cup.

In questi mesi avevo trovato dei volantini che pubblicizzavano l’evento con menù dedicati  in quasi ogni ristorante o bar dove sono entrata. Ma nella mia testa era scattata l’associazione: Australia (Paese abitato soprattutto sulle coste) + Novembre (quasi estate) + Australiani (gente sportiva) e avevo banalmente classificato l’evento come “regata” o “cosa legata all’acqua”.

100m freestyle relay squad
“Buongiorno, siamo il gruppo olimpico di nuotatori australiani, vuoi fare amicizia con noi?” (Fonte: Herald) Ecco, questo era quello che pensavo io alle parole Melbourne Cup.

Naturalmente, mi sbagliavo.

E non ho neanche approfondito, immaginando fosse una di quelle gare sportive che interessano solo agli sportivi.

Mi sbagliavo, ancora una volta.

Ieri mattina il capo mi ha guardata e ha avuto pietà della mia ignoranza in materia australiana (“Ma com’è possibile che tu non conosca la Melbourne Cup?” “Beh, io non sono appassionata di sport…” “Macchè sport e sport!”), e, complice la spiaggia deserta (per me inspiegabile in un giorno pre-estivo a 26° con il sole), mi ha detto: “Chiudi tutto, ti porto a vedere la Melbourne Cup!”.

E quindi ho abbassato la saracinesca e mi ha portata a pranzo fuori (devo ammetterlo: ho cambiato mille lavori in mille posti ma non mi era mai capitato che il capo mi portasse a pranzo!), in un Hotel. “Perché la Melbourne Cup va vista in Hotel!“, ha sentenziato. Ed era solo la prima delle tante regole collegate a questo evento.

Quindi per punti: cos’è?

 

La Melbourne Cup è una corsa di cavalli (sì, ciao nuotatori e surfisti che mi immaginavo io!). A quanto pare è “la gara di tre miglia più famosa del mondo“. Siccome prima di ieri non avevo mai visto una corsa di cavalli, mi permetto di aggiungere che non ho nessuno strumento per smentire né questa né le seguenti affermazioni.

Ora, la gente si appassiona a mille cose, in Italia, per esempio, ogni partita della Nazionale di calcio agli Europei o ai Mondiali è seguita da tutti e diventa un evento sociale. Ma é anche vero che in Italia fin da ragazzini si gioca a pallone, ogni domenica si seguono i risultati della squadra del cuore e ovunque il calcio è presente, dalle pubblicità al gossip, alle notizie sportive del telegiornale.

Non avevo avuto l’impressione che i cavalli qui godessero di un seguito simile, anzi.

E infatti“, ha confermato il boss, “è solo per la Melbourne Cup, è un evento in sé“.

Da quello che ho capito, da almeno tre settimane non si parlava d’altro.

Ok, le nostre partite di calcio durano 90 minuti, con l’intervallo, gli inni all’inizio, i supplementari e i rigori due ore buone ci si perde. Ottimo per una cena, una pizza, insomma, per organizzarci un incontro che includa socialità e convivialità intorno.

Quanto dura la Melbourne Cup?” ho chiesto.

Tre minuti“.

3 Minutes
Tre minuti.

Ok.

Non appena arrivati all’Hotel designato (“Devi sapere che fino ad una ventina di anni fa qui in Australia non c’erano caffetterie, ristorantini, localini… la gente si incontrava in hotel. Erano gli unici punti con un bar e un bancone che servisse alcolici, e venivano vissuti come i pub in Inghilterra. Si trovavano agli incroci delle vie, spesso se ne trovavano quattro: uno ad ogni angolo“, e siccome il boss ha novecento anni, non mi permetto di dubitare che tutto ciò corrisponda a verità.) mi stupisco di tre cose: le signore sono tutte vestite bene (sono le due del pomeriggio, e alcune sembrano vestite da gran galà – in un posto che è sostanzialmente un “vecchio pub“-), mentre io sembro il brutto anatroccolo della favola che si è perso la parte in cui diventava cigno (“Perché alla Melbourne Cup ci si veste bene!” “Sì, ma la stiamo guardando per televisione!” “Non importa!”, con le dovute proporzioni, è come se io mi guardassi l’ultima serata di Sanremo in abito Valentino, in pizzeria con gli amici), una coda lunghissima che va verso il bancone e… i cappellini.

Le signore indossano tutte un cappellino parecchio eccentrico.

Diapositiva:

Melbourne Cup

Non so se ho reso l’idea di “eccentrico“.

Insomma, è stato divertente: fare la nipote a pranzo con il capo, fare finta di capirne qualcosa qualcosa mentre i cavalli correvano, osservare divertita le signore e i loro cappellini.

Ah, dimenticavo: e la coda lunghissima per arrivare al bancone?

Era la coda delle scommesse.

Perché “tutti scommettono alla Melbourne Cup!”.

 

E questo è quanto: ha vinto il numero 17.

Concludendo: è stato divertente ed interessante, ho imparato una cosa nuova e sarò molto più spendibile socialmente in Australia.

 

 

 

E niente nella mia vita, prima d’ora, mi aveva mai mandato così forte e chiaro il messaggio:

“Datti all’ippica!”

KEEP CALM AND DATTI ALL'IPPICA!

 

 

 

 

________________

Più informazioni sulla Melbourne Cup si possono trovare qui:

https://en.wikipedia.org/wiki/Melbourne_Cup (che non ha la versione italiana)

http://www.convictcreations.com/culture/melbournecup.html

Qui una spiegazione in italiano: http://www.huffingtonpost.it/2013/11/05/melbourne-cup-2013-gara-ippica-australiana_n_4218448.html

 

 

 

* Detto spagnolo: non andrai mai a dormire senza aver imparato qualcosa di nuovo. Lo trovo molto veritiero.

“Ti tratta bene”

Continuo a chiedermi se sono stata fortunata o brava, e sempre più spesso propendo per la prima ipotesi. Di sicuro sono stata anche molto ingenua.

Nel mio gruppetto di amichette eravamo tutte molto simili: avevamo all’incirca la stessa età, io ero l’unica con la madre che non lavorava, ma più o meno avevamo lo stesso tipo di famiglia: altri fratelli, padre che lavorava molto, madre che lavora metà del tempo fuori metà del tempo a casa. Nessuna di noi era sulla soglia della povertà, ma nessuna di noi frequentava neanche ambienti da ricchi. Avevamo sempre dei soldi in tasca, uscivamo tutti i giorni per vederci, parlavamo di quello che leggevamo o dei ragazzini che ci piacevano.
D’estate stavamo tutti i giorni al parco. Anno dopo anno, abbiamo vissuto e scandagliato in quei lunghi pomeriggi tutte le parole che ci dicevamo con i fidanzatini, le proposte più o meno serie di quelli che ci piacevano, i rifiuti palesi mai visti per quello che erano. E ci ricamavamo sopra il mondo. Era tutto nelle nostre teste, naturalmente.

La prima volta che ho sentito quella frase “ti tratta bene” riferita ad un ragazzo è stato pochi anni fa.
Io ero stata abituata, con le mie amiche, che i ragazzi erano così: gli piacevi, e a te no, oppure ti piacevano, e a loro no, ci si metteva assieme, si stava assieme, si litigava, ci si voleva bene, ci si nascondeva da qualche parte a provare i baci, si usciva assieme, ci si lasciava, si piangeva con le amiche, e dopo poco si tornava in corsa.

La prima volta che ho sentito quella frase “ti tratta bene” è stato per bocca di un’amica che avevo conosciuto durante l’università. Lontani i tempi del parchetto al pomeriggio d’estate.
Parlavamo di un tizio che stava uscendo con un’altra amica. Quella che ci stava uscendo, non era troppo sicura di continuare*. A noi stava simpatico, era un bel tipo, parteggiavamo palesemente per lui. “Dai, è simpatico, è un bel tipo” dicevo io.
“Ti tratta bene” aggiunse questa mia nuova amica.
E io rimasi interdetta.

Non avevo mai sentito quell’espressione per definire un ragazzo.
Certo, c’erano stati quelli stupidi, quelli che si inventavano scuse, quelli che ti chiamavano solo quando pareva a loro, quelli che non avevano mai niente di interessante da dirti.
Ma “ti tratta bene”!?

Da quando in qua “trattare bene” una con cui stai era considerato un punto a favore? Era la norma, a casa mia.

Esisteva una possibilità che qualcuno non ti trattasse bene, quando usciva con te?

Ero già grande, avrò avuto venticinque o ventisei anni, e avevo avuto già varie storie. Una particolarmente lunga e felice, una di media lunghezza e infelice.

Eppure tra i vari pregi o difetti dei tipi che avevo frequentato o dei tipi che frequentavano le mie amiche (quelle del parco) non ci era mai venuto in mente si potesse annoverare “ti tratta bene”.

Così glielo chiesi: “Scusa, che vuol dire ti tratta bene?”

E lei, perplessa e sorpresa da quella domanda (dai, lo sanno tutti che vuol dire uno che ti tratta bene) mi rispose: “Dai, ti tratta bene, nel senso che paga per te, ti compra le cose, in quel senso, e dai , hai capito”.

Certo.
Nel mio mondo il verbo “trattare” si usava in due casi: al mercato, per farsi fare un prezzo più favorevole (e mia madre è sempre stata maestra indiscussa in quest’arte, memorabile quando a forza di dai e dai si fece fare lo sconto pure dalla bancarella dei cinesi) oppure nel senso negativo “maltrattare” e quello si sentiva solo per televisione.

In casa mia e in casa delle mie amiche, nessuna aveva mai preso ceffoni dai padri o dai fratelli. Erano cose che si vedevano nelle telenovelas sudamericane. Mondi lontani. E poi erano finzione.

Le risse con i fidanzati cretini le avevamo sempre e soltanto avute verbali.

Neanche quando ci arrabbiavamo tra di noi (e ci furono degli scontri anche parecchio accesi) nessuna era mai ricorsa alle mani.

Ma le mani, alzarle su qualcuno, questa era l’unica immagine che mi veniva in mente con la parola “maltrattare”, ed era una cosa che succedeva per finta, in televisione.

 

“Ti tratta bene!?” ripetei io.

Ecco, io sarò stata fortunata, brava o ingenua.

Ma sicuramente preferisco un mondo dove nessuno vi deve “trattare”, né come foste merce da contrattare, né come foste bambine che non si possono permettere un caffé o un vestito e se lo devono far comprare, né con le mani per farvi stare zitte, ferme, al posto vostro.

 

La giornate delle donne (e questo lo pubblico volutamente il giorno dopo) serve per ricordarci questo, che il fatto che “ti tratta bene” non è un punto a favore di un uomo, è un’azione naturale, che non va lodata, come non va lodato il fatto che abbia un naso, un collo e due piedi.

 

 

 

 

*Per la cronaca, la mia amica non si fece convincere, e visto che non le piaceva poi così tanto, smise di uscire con lui.

 

E baby quando?

Sottotitolo:

(Il dovere di rispondere educatamente alle domande basate su aspettative che gli altri proiettano su di te calcolandole in base alla tua età, sesso, peso, stipendio e condizione civile) (E il desiderio di mandare tutti maleducatamente a Fanc***)

Durante le vacanze natalizie (che per me proseguono a oltranza, fino a Marzo, più o meno) (tanti cari saluti) ho avuto vari incontri e conversazioni che mi stano frullando in testa da un po’.

A volte succede di non avere la battuta pronta, la risposta tagliente preparata e di rimanere un po’ spiazzati. A me dà proprio fastidio. Passo tutta una vita (sì, ho molto tempo da perdere, perché!?) a costruirmi dialoghi immaginari in cui esco sempre vincente con la frasetta giusta, che lascia l’interlocutore appeso con la domanda stampata in faccia “avrà detto così per dire o ce l’aveva proprio con me?”. E poi mi capitano queste circostanze in cui per educazione, sfinimento, incredulità non riesco a rispondere a tono. E me ne rammarico. (Anni di prove mentali buttati così).

Una parte di conversazioni che mi ha visto l’interlocutore ammutolito è avvenuta in zona Relatives-in-Law. E siccome di Law manco l’ombra (ma nooo, mica ci mettiamo a sposarci in comune, se siamo credenti tutti e due!?) e neanche di Sacro vincolo matrimoniale (ma nooo, che adesso abbiamo un anno in cui saremo distanti e tu dovrai studiare, mica ci mettiamo a organizzare anche un matrimonio!?) (no, perché è vero che l’ascolto poco, ma quando lo faccio sento di quelle fesserie) sono parenti, ma soprattutto SUOI. Per il momento io sono un’ospite ma non vincolata da nessuna carta. (E quando bisogna mettere i puntini sulle i, io li metto tutti!)

Conversazione UNO:

Sto parlando con la Zia, che, nonostante l’età, è in forma e di ampie vedute. Ci chiacchiero sempre molto volentieri, anche perché negli ultimi tre anni mi è toccato in sorte fare un lavoro che lei ha svolto per tutta la vita. Mi chiede dei miei progetti, io dico parole come Master, un anno, forse un anno e mezzo, distanza… insomma tutto il cucuzzaro che vado blaterando sul blog da sei mesi a questa parte, ma in forma più chiara.

Lei dice di comprendere, fa domande precise, si complimenta per la volontà, la determinazione, il coraggio.

Un minuto di pausa.

E poi se ne esce con:

“A Virgì, tu oramai tieni nà cert’età… Aà famijjia non ci vuoi propio penzà?”

Ammutolita.

Conversazione 2:

Alla mattina incontro la donna delle pulizie. Come va, come non va, tanti auguri.

Chiacchieriamo del più e del meno, dice che è già al corrente del “discorso Master”, mi racconta di sua figlia, laureata in Psicologia che non riesce a trovare lavoro.

Prendiamo il caffè.

Un minuto di pausa.

Faccio per salutare e lei se ne esce con:

“E baby quando?”

Ammutolita.

Conversazione 3:

Ad una cena abbastanza affollata a casa della femilinlò vari amici hanno portato come omaggio alla padrona di casa una cornice.

Nell’accettare e scartare il dono la mother-non ancora-in-law se ne è uscita con un’esclamazione ad alta voce.

“Questa è ottima per metterci le foto dei nipotini!”.

Tutti si sono girati verso di me.

Al che (stavolta non sono rimasta muta e basta ma) ho sorriso e detto:

“Vado a versarmi dell’altro prosecco”, allontanandomi.

 

Io mi chiedo: perché la gente si sente in diritto di chiedere cose così personali come “Quand’è che fai un figlio?”

Perché invece non mi chiedono come sto, come va con il Master etc?

E’ perché ho superato i trent’anni?

E quindi è in base alla mia età?

 

Io non vado da suo padre o da qualsiasi settantenne a chiedere “Allora, come va la prostata?”, né a nessuna signora over cinquanta mi sono mai permessa di chiedere “Allora, com’è andata con la menopausa?”.

 

Perché noi giovani donne dobbiamo sopportare (“per educazione”, dicono) che la gente si informi pubblicamente del nostro orologio biologico?

 

C’è da dire che queste domande io non le ho sentite rivolgere all’Orso (da quello che mi hanno spiegato, i bambini si fanno in due). Inoltre, so di essere molto fortunata, perché la femilinlò non è impicciona né maleducata, anzi, mi trattano da sempre con molto rispetto e simpatia.

Io me lo chiedo più in generale, perché è un discorso che coinvolge non solo le persone con cui si ha confidenza.

Una volta la donna stava a casa, non lavorava e sfornava figli. Posso capire (cioè ci posso provare) che la gente dopo che era sposata da diec’anni e non aveva figliato si facesse delle domande.

Ma ora che tutte le trentenni che conosco lavorano, spesso guadagnano più del partner, magari hanno un’attività in proprio e quasi nessuna è sposata (cioè sono nel fiore della loro carriera, o l’hanno appena avviata, quindi stanno investendo -evidentemente- tutte le loro energie lì) perché ci si sente in diritto di chiedere: “Figli?”???

(Cavez)

 

L’ansia di mettere ✓

A marzo, in Armenia ho conosciuto un ragazzo spagnolo.

Io con gli spagnoli, “per fortuna purtroppo” (come diceva Irene Grandi) vado d’accordo.

(Sì, lo so, solo citazioni d’alto livello in questo blog).

E così, passeggiando per Yerevan il tizio mi dice che ha l’ansia di vedere più cose possibili in quella settimana in Armenia.

Ora, per chi non lo sapesse (io per esempio, non l’ho saputo fino a quando mi è capitato di doverci andare, quindi magari non è così scontato) noi comunitari possiamo andare in Armenia e non abbiamo bisogno di visto. Sì, la Spagna fa parte della Comunità Europea.

No, non è tra i fondatori. NOI siamo tra i fondatori, la Spagna è arrivata parecchio dopo. (Dai, non fa almeno un pochino di piacere sapere che c’è stato un periodo in cui noi sedevamo allo stesso tavolo di Germania e Francia e quando arrivava la Spagna a chiedere l’elemosina potevamo dire uhm, non so, ripassa dopo? Ma soprattutto, che a quel tavolo dove stavamo seduti noi, è venuta la Gran Bretagna a chiederci se per favore poteva essere invitata? Dai, per un attimo.

Poi passa.)

Sì, sono cose che fanno male allo spagnolo medio, meno della storia di Colombo che è italiano (il navigatore, non l’ispettore!), ma comunque fanno male.

Insomma, io sono lì, mi godo il momento: sono in Armenia, I am happy, life is beautiful, sono in un Paese dove ho sempre sognato di venire fin da bambina. Un Paese che mi affascina da anni. Voglio camminare, sorridere alla gente, entrare nei negozi, parlare con gli abitanti, annusare i profumi, contrattare sui prezzi, mangiare il cibo di strada, farmi lanciare una secchiata di acqua gelida in testa perché sto cantando fuori da una discoteca (no vabbè, questa è un’altra storia…), e questo mi dice “voglio vedere il più possibile”.

Lì per lì potrebbe sembrare un desiderio innocente da viaggiatore. Sei in un posto che ti piace e vuoi vedere il più possibile.

Ma lo guardo meglio.

Ventisette anni, parla anche inglese, sveglio, senza vincoli di visto…

Potresti tornarci quando vuoi in Armenia. E’ a due passi dall’Europa. Anzi, è proprio attaccata. La vita in Armenia poi, per i nostri standard europei è così economica che di un eventuale viaggio dovresti seriamente preoccuparti solo del biglietto.

Goditi il momento, entra, esplora, parla con la gente, mangia, bevi, balla, annusa, divertiti.

E invece no.

E così, mi scoccia ma glielo chiedo.

“Dì la verità, non pensi di tornarci più in Armenia, vero?”

E lui: “Beh, una volta che ho fatto ✓ sull’Armenia, che senso avrebbe per me tornarci?”

 

Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

Mi sono state dette e capitate tante cose in questi giorni, e le devo mettere in fila.

– mi hanno fatto pensare in questi giorni, mi hanno chiesto: ma secondo te perché noi che siamo brave persone, ci comportiamo bene, facciamo il nostro dovere, siamo gentili e viviamo come tutti dobbiamo sentirci dire che “siamo violenti perché siamo mussulmani?”

– ho pensato che se un giorno facessi qualcosa di assurdo o criminale e nei giornali invece di scrivere il mio nome si scrivesse “cattolica bianca” forse chi legge farebbe caso alla mia religione e al mio colore e sarebbe spinta ad associarli al crimine che ho commesso

– mi hanno detto: “pensano che i mussulmani siano violenti, e allora vogliono  farci una guerra contro”

– confesso che non ho trovato il nesso, io se penso che uno sia violento me ne sto volentieri alla larga, mica vado a casa sua a picchiarlo, no?

 

 

Tutti questi pensieri mi hanno un po’ confuso e hanno contribuito a far vacillare un po’ quelle riflessioni generali che facevo da tempo.

Una di queste riflessioni consisteva sulla riduzione.

La riduzione o sottrazione mi sembra che sia il meccanismo applicato negli ultimi decenni dai Paesi che ho conosciuto più a fondo con solide radici storiche cristiane davanti ad immigrati di altre religioni.

E lo vedo tutti i giorni a mensa.

A mensa l’unica carne cucinata è il pollo.

Il maiale offende mussulmani ed ebrei e la mucca offende gli indiani.

Il buffet in genere comprende: pollo, pesce, piatto vegano, piatto senza glutine, piatto senza lattosio, verdure e insalate.

Qualche mese fa un signore è venuto da me a lamentarsi perché non servivamo cibo “Helal“.

Questo è l’esempio più vicino a me di quello che intendo per “sottrazione”. Ovvero io potrei mangiare qualsiasi cosa, in quanto la mia salute (non ho allergie né intolleranze) e la mia religione non mi proibiscono di ingerire cibi o bevande, ma siccome so che di tutti i cento cibi che io posso mangiare tu ne puoi mangiare settanta, allora dico vabbè dai, ne mangio anch’io settanta che male fa.

Poi arriva anche un altro e di quei settanta che io e te possiamo mangiare ne può mangiare cinquanta, e allora io e te ci guardiamo e diciamo ok, dai, cinquanta, dai, l’importante è che non litighiamo.

Poi ne arriva un altro e dice che lui di quei cinquanta ne può mangiare venti, e allora noi tre alziamo il sopracciglio però va bene, venti.

Io dai miei cento cibi sono passata a venti, che va bene, eh, tanto gennaio è il periodo delle diete.

Ma la mia domanda è: poi gli altri ottanta quando sono da sola me li potrò mangiare?

E questo per me si estende a tantissime altri campi.

Noi, con una cultura ben radicata da secoli siamo diversi e abbiamo abitudini e riti diversi.

Nell’ultimo secolo abbiamo smesso di crederci e un po’ alla volta abbiamo lasciato andare un sacco di comportamenti che prima erano all’ordine del giorno (il velo in chiesa, partecipazione comunitaria agli eventi religiosi, senso di comunità…) per insofferenza, individualismo o pigrizia.

E ora ci troviamo davanti a qualcun altro che invece i suoi riti e i suoi doveri verso la propria comunità ce li ha ben presenti che ci mette in difficoltà.

Ci mette in difficoltà perché ci sentiamo in colpa, perché ci sembra che forse anche noi dovremmo avere una comunità di riferimento alle spalle ma ci voltiamo e vediamo solo persone impegnate a scorrere la schermata di whatsapp.

E allora optiamo per la strategia “quieto vivere”: vabbè dai, se a te offende tanto allora io tolgo questo e questo, tanto vivo lo stesso.

Tutta la nostra comunità è ormai fondata su questo principio di base: “la sottrazione”.

E, secondo me, non è nemmeno del tutto consapevole. Rimane solo un retrogusto amaro che poi gli ubriaconi da bar o chi non ha voglia e tempo di approfondire (c’è una crisi economica mondiale, siamo governati da corrotti che non hanno nessun interesse a far riprendere il mercato del lavoro stagnante, la gente si muove molto più di una volta, le dogane in Europa non ci sono più, in Italia è facile entrare e non essere controllati, esiste un fiorente mercato del lavoro nero che permette di mantenersi senza dichiarare niente di sé a nessuna autorità e quindi di non essere rintracciabili e quindi espulsi anche se clandestini, a noi piace scendere in piazza per saltare la scuola e per sventolare le bandiere però non siamo abituati ad andare dal capo e discutere del nostro contratto sentendoci alla pari, demandiamo tutto ai sindacati, ci siamo disinteressati della politica e abbiamo votato “per protesta” senza nessuna lungimiranza, chi lavora duro non ha tempo per discutere o per far politica e l’unico obbiettivo che vede è mantenersi a galla etc etc…) dà la colpa agli immigrati e sente un atavico livore per il diverso venuto da fuori “a rubare lavoro”.

Tutte queste considerazioni in questi giorni mi frullano in testa mischiate alla domanda: “perché a me che sono onesto e non faccio male a nessuno hanno bruciato la moschea?”.

Quando scendiamo in piazza a difendere i nostri diritti, le nostre libertà la nostra “comunità” e la nostra “cultura” sappiamo  veramente cosa stiamo difendendo?

 

 

Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

Ci sono giorni in cui mi chiedo se questo continuo movimento non ci stia facendo più male che bene.

Venerdì sera, all’aeroporto mi sono seduta nell’attesa della chiamata d’imbarco.

Era un volo Svezia – Germania, due Paesi le cui lingue sono per me incomprensibili (sì, lo so, lo so) e il mio cervello aveva già selezionato la  modalità “volo”.

Mentre ero seduta mi guardavo intorno, come sempre, cercando di essere discreta (ma senza riuscirci, naturalmente).

E vedevo cappotti costosi, scarpe molto pulite (io sono l’unica a quanto pare che si muove senza autista e senza addetto al tappeto rosso portatile a quanto sembra, perché in una città dove piove tutti i giorni da almeno due mesi le uniche suole sporche di fango sono quelle dei miei stivali), fronti ampie e stempiature, portatili appoggiati sulle gambe, cellulari attaccati alle orecchie.

Che io mi chiedo: ma cosa avrai di così urgente ed importante che deve essere discusso alle sette di venerdì sera? Di così urgente ed importante che non sia un aperitivo intendo?

E all’improvviso mi si sono aperte le orecchie.

Nel ticchettio di tastiere, nel rimestare di carte nelle borse da ufficio ecco che sento una voce italiana.

La ragazza vestita bene (sì, ci faccio caso, sì lo so, ma è perché per quanto mi sforzi a sembrare professionale… paro sempre una scappata di casa) con la borsa del portatile appoggiata sulle gambe e l’agendina alla mano parla in italiano. Parecchio ad alta voce, direi.

E davanti a me, il ciccio stempiato pure. Tra una cartella e una lisciatura al giubbotto firmato, si sta lamentando al telefono con non so quale collega che come va l’azienda no, non va bene, ma proprio no.

E dietro, il tizio stretto nel cappotto anche lui, al telefono, sta parlando italiano.

E’ come se mi si aprissero le orecchie, ogni volta.

E così poi all’aeroporto di Monaco, dopo una giornata sbattuta a scuola a cercare di consolare i ragazzi dell’ultimo anno così preoccupati per i loro voti, ho cercato di darmi una sistemata alla faccia, a Milano sarebbe arrivato l’Orso a prendermi e anche se non ci vedevamo solo da due giorni non volevo che si pentisse subito di essere venuto a prendere me e non una di quelle modelle dalle gambe chilometriche che si vedono sbarcare nella capitale della muuoda.

Mentre cercavo di non disturbare nessuno nelle mie patetiche operazioni di restauro (a fondo perduto) nel bagno dell’aeroporto del terminal bavarese, ecco che alle spalle sento tutto un grido. Un po’ mi spavento, ed è così che ci troviamo travolti (io e il bagno) da un’orda di ragazzine italiane in gita scolastica che si urlano da una parte all’altra del bagno.

Avevo già fatto questa riflessione quando ad Aprile avevo accompagnato la classe in gita in Spagna.

Ma la riformulo: fino ai dieci/undici anni i bambini italiani (ma mettiamo pure mediterranei in generali) jé danno due piste ai colleghi svedesi.

Frequentano scuole in cui bisogna tutti i giorni dimostrare di essere brillanti, attivi, svegli. Mentre i colleghi svedesi devono semplicemente dimostrare di essere presenti.

Esserci, scrivere il nome, non stressarsi. Giocare, ma essere tranquillo, rispettare le regole e non esagerare.

A partire dalla fase della pubertà gli italiani è come se perdessero posizioni. L’insicurezza esce sottoforma di sbrufonaggine, arroganza, esibizionismo, volume, volgarità.

La consapevolezza del proprio corpo che si trasforma viene gestita molto meglio dai coetanei svedesi*.

In gita avendo davanti vari esemplari di sedicenni svedesi e spagnoli avevo potuto confrontarli bene, in un terreno simile.

I sedicenni svedesi sapevano gestire la presenza dell’altro sesso con maggior consapevolezza.

Erano un gruppo di compagni di classe che si trovava in Spagna in gita. Facevano cose assieme e non hanno mai creato problemi (magari siamo anche stati molto fortunati, eh!). Nel nostro gruppo ci saranno sicuramente state coppiette, così come c’erano quelli che si allontanavano per fumare, ma nel complesso, a parte l’energia e la vitalità tipiche di quell’età e quel contesto, non ho trovato niente di preoccupante nel loro modo di rapportarsi tra ragazze e ragazzi. Erano “amici”. Si facevano battute, si sedevano vicini se capitava, si aiutavano se serviva.

I ragazzi spagnoli, dello stessa età, che ci accompagnavano in quei giorni venivano da una scuola simile (una di quelle dove ci si tiene molto alla disciplina e le famiglie sono attivamente coinvolte) ed erano compagni di classe da anni.

Anzi, erano avvantaggiati perché loro si trovavano “a casa loro”, nel loro Paese, mentre noi eravamo gli ospiti.

Ecco, nelle attività assieme che facevamo al mattino e poi durante la giornata, la dinamica che più notavo tra ragazza e ragazzo (spagnoli) era quella della malizia.

Dello scherzo con la parola a doppio senso, del tocco del corpo dell’altro o dell’altra per gioco ma anche no, del risolino imbarazzato ma eccitato.

Non c’era serenità dello stare assieme “tra amici” di sesso diverso ma quasi imbarazzo di dover aver vicino qualcuno di conosciuto in un contesto diverso dal solito.

 

La spiegazione che io mi sono data e che da quello che ho raccontato è ormai lampante è che nel modo di educare i ragazzi in quella tappa delicata che è l’adolescenza si dia un valore eccessivamente negativo al sesso nelle nostre società mediterranee meridionali, mentre qui in Svezia (per quello che mi è sembrato di capire) l’argomento sia trattato con più familiarità.

Di conseguenza, se uno è sempre “oppresso” e controllato, e gli parlano dell’incontro con l’altro come di una cosa oscura, difficile e piena di insidie, nel momento in cui è “libero” e meno controllato tenderà a ricercare proprio quello. Coperto dal fascino del “proibito”.

Mentre, la mia impressione era che i coetanei svedesi avessero una vita sessuale già “alla luce del sole”, probabilmente alcuni già portavano la fidanzatina o il fidanzatino a casa e i genitori davano per scontato che fossero già attivi.

Questa “libertà” a casa loro, non li rendeva scatenati nel momento di libertà fuori da casa loro.

Negli adolescenti spagnoli ho rivisto dei tratti molto simili agli adolescenti italiani.

Ma sicuramente si tratta anche del fatto che mentre all’estero ho sempre lavorato con adolescenti e quindi ho potuto osservarli dall’esterno ma da vicino, in Italia gli adolescenti li ho vissuti e l’unica adolescenza che posso comparare era la mia, vista dall’interno e senza nessun distacco.

Non posso analizzare bene, ovviamente.

Ma sulla base di queste considerazioni, ogni volta che torno in Italia mi sembra che questa “scarsa chiarezza” riguardo al sesso in adolescenza si ripercuota su tantissime dinamiche adulte.

Ma magari mi sbaglio.

E devo solo andare a dormire.

O magari sono solo diventata molto più adulta di quanto volessi ammettere.

 

 

* Qui, come nel resto del post e nel resto del blog, esprimo opinioni del tutto personali, basate sulla mia esperienza e  sulle mie riflessioni