Non sapevo di dovermi sposare. Puntata n°2 “Creature fantastiche e dove trovarle”

Dopo il travolgente  (?) successo (?) della puntata pilota, ecco l’attesissimo (?) nuovo appuntamento con il format che ha fatto impazzire (?) milioni di italiani (?) ma soprattutto di italiane:

Non sapevo di dovermi sposare.

In onda su Virgh Real Time.

(Nella precedente puntata eravamo giovani e fieri, pieni di belle idee e di presuntuosi “io non farò così“, com’è andata?

E’ andata che a forza di organizzare tanto giovani non siamo più…)

Questa puntata si concentrerà sulle creature fantastiche in cui vi imbatterete nel meraviglioso viaggio verso le pubblicazioni. (Sì, perché io con le pubblicazioni ritengo adempiuto il mio dovere di organizzatrice, dal momento della firma in comune e dal parroco, mi ritengo assolutamente de-responsabilizzata da qualsiasi altro impiccio riguardante ‘sto matrimonio).

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Le creature.

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo aver detto E va bene, dai, ok, ti sposo (con un entusiasmo evidente) io e l’Orso ci siamo guardati un po’ perplessi.

“E mò che si fa?”

Io ero persa in alte elucubrazioni filosofiche (“Ma tipo adesso gliela dovrei dare? Per ringraziare? E’ tradizione?”) invece l’Orso era smarrito nella contemplazione dell’avvenire (“E mò sò c*zzi!”).

Ci siamo guardati, abbiamo riso imbarazzati. Ci sposiamo. Ah. Ah. Che bomba. Ah.

E siamo usciti a fare un brunch in un bistrot francese. La cameriera era probabilmente una modella part-time, alta, sorridente, capelli lucenti e stupenda. Io l’ho guardata, ho ordinato le mie uova con il salmone e ho pensato “Ma come mai, con f*ghe del genere in giro, questo ha deciso di sposare me!?“. L’Orso l’ha guardata, ha ordinato, e ha pensato molto probabilmente: “E con f*ghe del genere in giro, io ho appena chiesto di sposarmi a questa qua!” e avrà guardato nella direzione di una con i capelli crespi, ancora mezza addormentata, vestita dal famoso Fashion brand Scappatadicasa (io).

Ma siccome siamo persone relativamente pratiche, siamo ben presto scesi a terra e abbiamo deciso le linee guida.

Quando e dove sono venuti subito. La lista degli invitati è stata pronta nel giro di un paio di giorni.

Siccome io non mi sono mai sposata (prima d’ora, e con questa maddabastà dice l’Orso), tante cose non le sapevo.

Quindi, una volta decisi quando, dove, chi e abbastanza chiaro il come, ho usato l’approccio della bambina secchiona che sono stata: ho iniziato a studiare.

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(Non proprio come nell’immagine a sinistra, più come nell’immagine a destra…)

  • Mi sono attaccata a TLC (rete televisiva di quaggiù, simile a Real Time) e ho visto tutte le puntate di Say Yes to the Dress, Say Yes to the Dress Atlanta, Say Yes to the Dress Canada, Say Yes to the Dress UK, I found the Gown, Say Yes to the Dress Over size, i consigli di Randy, il fashionista di Say Yes to the Dress, e come se non bastasse pure tutte le repliche di Say Yes to the Dress Australia. Più volte.

 

 

  • Mi sono fideizzata a tutti i siti di oggettistica varia di matrimonio come Etsy, Ebay, Amazon

Ma non ero sola.

Mai.

Anzi….

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Una cosa che non pensavo mi sarebbe piaciuta: il corso prematrimoniale in Australia

Eccomi nel fantastico mondo della preparazione matrimoniale.

La mia faccia quando mi chiedono: “Allora come vanno i preparativi del matrimonio?”

Lo dico subito, io quando ho saputo di dover frequentare il corso prematrimoniale ho pensato all’ennesima scocciatura. Da mettere nello stesso sottoinsieme mentale con il colore dei centrotavola, i nastrini sulle bomboniere, le bomboniere stesse (perché ti sposi un terrone*, perché!?), le quindicimila partecipazioni da consegnare ai parenti lontani (“perché ti sposi un terrone*, perché!?”Parte 2. “Ma voi al Nord non fate le partecipazioni?” mi hanno chiesto stupiti i genitori dell’Orso. “No, chi riceve l’invito è invitato, gli altri non ci interessa neanche che lo sappiano” ha risposto la glaciale polentona, gettando i suoi nello sconforto). Ovvero quella categoria di cose che ti tocca fare, ma che non fai con piacere.

Sono entusiasta all’idea di dover scegliere un oggetto inutile che nessuno degli invitati apprezzerà chiamato bomboniera.

Anzi, a dire la verità, quando il mio parroco in Italia mi ha detto: “Guarda che se non trovate nessuno in Australia che vi faccia il corso prematrimoniale non c’è problema, venite da me una sera e ve ne faccio uno io” avevo tirato un sospiro di sollievo.

E invece, (eccole le meraviglie del matrimonio: non si finisce mai di conoscere una persona!) l’Orso ha dichiarato: “Ma io voglio farlo!”.

Sostenendo che per lui è stato impegnativo decidere di chiedermi di sposarlo, scegliere l’anello, consegnarmelo, aspettare per dieci lunghissimi infiniti minuti la mia risposta, però che solo frequentando il corso prematrimoniale si sarebbe reso conto del passo che stava per compiere.

E va bene.

Io dentro di me pensavo: vengo da una famiglia cattolica praticante di missionari e vescovi (sono pur sempre veneta, e i veneti si sa che sono basabanchi), ho fatto 10 anni di catechismo, 7 anni di fraternità francescana (finché la mia guida spirituale, un frate trentenne simpaticissimo non ha deciso di mollare la Chiesa e sposarsi)… ma insomma, cosa dovrà mai insegnare un corso prematrimoniale a me che io già non sappia?

(Spoiler: La mia spocchiosa arroganza ha trovato una bella mazzata sui denti ad ogni incontro).

Poi ho pensato: massì, in fondo sono tre serate, prendiamole come un corso di inglese avanzato.

(Giuro, l’ho davvero pensato…)

Così sono iniziate le prime sorprese.

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Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!

Come quando fuori piove*

Insomma, mi sono messa a dieta.

Che uno dice, non ti bastava la pioggia, il freddo, la disoccupazione e la depressione?

Evidentemente no, non mi bastava; e poi io sono una persona positiva, so che ce la posso fare.

Quindi ho iniziato ad occuparmi le giornate in attività del tutto sconosciute come il peso degli alimenti sulla bilancia.

Cioè voi lo sapevate che la pagnottina di pane integrale minuscola che potresti chiudere in un pugno pesa ben 56 grammi? Cinquantasei.

E questo che vuol dire? Pensano gli altri.

Io no, io invece ci devo pensare perché per me cinquantasei grammi di pane integrale son ventisei grammi in più di quelli che mi sono concessi per pranzo.

Sia chiaro, io non sono una fissata del peso.

Sono anni che vivo senza una bilancia. Pesapersone intendo, manco sapevo dell’esistenza della bilancia pesa alimenti fino a un mese fa!

L’unico ricordo di bilancia usata in cucina è quella di mamma bianca con la lancetta che usava quando faceva la pasta fatta a mano quand’ero piccola.

Ora sa tutte le dosi a memoria, va a occhio e sono anni che non gliela vedo più usare.

Quand’ero piccola mangiavo, mangiavo e mangiavo.

Ma mica per (come sono sicura che la psicologia spicciola da asporto dei nostri tempi porta subito a pensare) per “compensare carenze affettive”. A me piaceva mangiare.

In salotto dai miei ci sono le foto di noi tre figli da piccoli.

Mia sorella, è minuscola nella sua immensa frangetta a due/tre anni in braccio a mia mamma che indossa un vestito estivo  splendido bianco, con uno scialle bianco sopra e i capelli neri e ricci al vento. (Sì, mia mamma è sempre stata bellissima, per fortuna sua, però, non nostra, visto che la sua candida bellezza è passata in parti uguali a me e a mia sorella, a me i capelli ricci e a mia sorella la magrezza. Ma si poteva fare che una delle due era bella intera invece di essere due belle a metà? Dico io) Mia sorella in quella foto sorride spavaldissima nei suoi tre anni in braccio a mamma.

Mio fratello è ritratto sul divano di zia alla festa della befana. C’è lui con un super sorrisone sdentato (aveva appena perso il dente davanti e c’ha questo sorriso a quindici denti simpaticissimo) e tutta la baldanza dei suoi tre anni, seduto sul divano tutto felice con i suoi regali nuovi e mia zia a fianco vestita da befana (zia, però anche tu… poi come ti fai ricordare dalla gente, eh!? Un po’ te la cerchi, con affetto, sia) . Circondato da regali e da affetto mio fratello è un bambino sereno e sorridente.

E poi c’è la mia foto.

In piedi, davanti a casa di nonna, con i capelli ancora biondi e i boccoli come avevo fino ad otto anni, in una improbabile tuta fucsia (ma erano gli anni ottanta, primi anni novanta, non ci si andava troppo per il sottile con i colori impresentabili) con un sorrisone a tutta pagina e cos’ho?

Cosa mi distingue?

Mia sorella ha mia mamma, mio fratello ha mia zia… e io?

 

Io ho uno splendido paninazzo al salame in mano.

 

Cioè con tutte le foto simpatiche che puoi fare ad una bambina bella come ero io da piccola (poi con l’età ci si corrompe, ma da piccola, un fiorellino proprio), con la famiglia numerosissima che abbiamo, con le feste che facevamo ogni mese, cioè l’unico momento che ti viene in mente d’incorniciare sono io con un panino.

Probabilmente il mio migliore amico dell’infanzia, niente da dire.

C’è stato un periodo in cui ero piccolissima, dai tre, quattro anni credo che ogni estate andavo in montagna con mamma. Mamma faceva la cuoca per i camposcuola e io, troppo piccola per fare la partecipante e poco ingombrante (mi piaceva andare a raccogliere i fiori e cambiarmi vestito cinque volte al giorno, insomma, rompevo veramente poco per essere una bambina di quell’età) mi godevo la vacanza.

Alla merenda tutti i ragazzini agguantavano con voluttà il panino alla nutella e io… eh, e io chiedevo il panino con il salame.

Cioè, sì, rompevo poco, ma anche da piccola avevo le mie priorità.

Sane ed inviolabili.

 

Questa settimana stavo facendo colazione (con due fette biscottate e un cucchiaino di zucchero nel caffè, come prevede la dieta) e mi hanno telefonato.

Ho alzato il sopracciglio e ho visto che il numero non era riconosciuto dalla mia rubrica (e visto che ho appena cambiato telefono la cosa succede abbastanza spesso) e ho continuato a fare colazione.

Perché nella vita una deve avere dei principi, dei valori morali su cui non transige.

Uno cresce, cambia, prende direzioni strane, fa inversioni a u, sospende il giudizio, impara nuovi punti di vista, ritratta ma soprattutto scende a compromessi, è impossibile rimanere puri nella propria coerenza.

Non è un male, si tratta del normale processo di crescita, poi ci si riguarda indietro e si sorride di certe posizioni radicali che si assumevano senza voler sentire ragioni, di certe critiche spietate e di certi impuntamenti inamovibili. Si cresce, si matura, si cambia.

Ma nella vita uno deve avere dei capisaldi, dei valori fissi, magari pochi, magari uno solo, su cui non è disposto a scendere a patti e ad accettare compromessi.

 

Il mio è che quando faccio colazione non voglio che mi si rompano i cogl*oni.

 

Oh là.

(E tanti altri, ovviamente)

Comunque il mio pensiero è: se mi vogliono, se hanno bisogno di me per qualcosa di urgente e necessario, allora mi mandano una mail.

Se è qualcuno di importante per me allora ho il numero salvato in rubrica.

Sennò, pazienza.

 

E quindi, dopo aver fatto colazione accendo il pc, controllo le mail, ed ecco svelato il mistero.

A colazione volevano offrirmi un lavoro.

E così  è stato: m’hanno offerto un lavoro.

 

Quindi visto che nonostante il freddo, la pioggia e la dieta le cose belle succedono?

 

(Ora finalmente posso usare il periodo di disoccupazione che mi rimane per elaborare il prossimo viaggio, che sarà uno di quei viaggioni da quattro settimane, uno di quei viaggioni “di una vita” di quelli che parti e quando torni o ti lasci o… boh, però ci siamo capiti, anzi capite)

 

 

* Io avevo pensato a questa, ma poi Youtube mi ha proposto questa, che non conoscevo ma che trovo davvero adatta, e pure questa

Piccola guida alla sopravvivenza (mia)

In questo periodo pieno di cose da fare, devo riuscire a trovare un giusto equilibrio: quanto spazio dare al lavoro? Quanto alla vita personale? Quanto ai piccoli piaceri quotidiani? Quanto è giusto sacrificare di sé e della propria personale armonia per essere brillanti nel lavoro?
Queste sono le domande che mi faccio. Siccome non voglio diventare un’equilibrista con i capelli sfibrati e le occhiaie prima di compiere trent’anni, prima di avere un mutuo (ops, quello ce l’ho già), prima di avere dei figli o disastri ben peggiori (figli e disastri nella stessa frase non implicano vicinanza semantica – credo-) ho pensato di stilare una piccola guida da seguire per i prossimi mesi.
Giusto per non scoppiare e riuscire sempre a poter dire a fine giornata: ho fatto tutto, ora torno a casa e sono tranquilla.
Ci provo, almeno.
(Ogni aggiunta, consiglio, dritta, pacca sulla spalla, consigli per cose da fare/vedere/baciare a Lisbona è benvenuta nei commenti)

– se non l’hai ancora fatto, ed è domenica mattina… lo puoi fare la domenica sera dalle 19:00 alle 21:00
– se hai lavorato come una scema tutta la settimana, ed è arrivato il venerdì, concediti un piacere [barrare a scelta: lenzuolamento/acquisto di quel cappottino/brunch in quel posto là/altro lenzuolamento/addivanamento con gelato/passeggiata senza fine di lucro/cenetta in quel ristorantino là] (per la cronaca, questo fine settimana le ho fatte tutte!)
– quando sei triste, prenota un viaggetto
– quando hai avuto una giornata pesante, chiama la mamma, o un’amica
– non dire tutto tutto ma neanche niente niente
– fai complimenti
– svegliati e sorridi. Non perché sei felice, ma perché devi mettere in funzione la faccia.
– Bacia e coccola. In ogni momento disponibile.
– Cerca di concentrarti su un aspetto alla volta. Risolvilo.
– Cerca di non perdere tempo.
– Sii gentile, ma sappi rispondere “no” quando una cosa non ti va di farla o semplicemente pensi che non sia un tuo compito
– Rimanda solo le cose che possono essere svolte senza stress nel lasso di tempo che va dalle 19 alle 21 della domenica sera
– Non sparlare. Amareggia e non risolve i problemi
– Ricordati sempre di una cosa bella di ogni posto che sei “costretto” a frequentare (per esempio, quella fermata della metro con la vista particolarmente bella, la via con quel baretto dove escono sempre profumi buoni, quell’ora della giornata in cui esce il sole, quel piatto che ti preparerai a cena, quella classe divertente che incontrerai alle 10, quel collega simpatico con cui pranzerai, quella studentessa simpatica che vedrai alle 5)
– Non ci sono lavori INDISPENSABILI. Metti tutto nella giusta prospettiva.
– Non giustificarti. Se non l’hai fatto perfettamente come avresti voluto c’era un motivo. Sorridi e mettilo dietro le spalle. Non sarà il lavoro perfetto della tua vita. Pazienza. L’importante è che l’hai fatto e in fondo non è venuto male.
– Togliti le cose antipatiche subito: presto alla mattina o presto nella settimana, se possibile il lunedì. Pensarci e rimuginarci porta senso di colpa e frustrazione.
– Guarda fuori dalla finestra ogni volta che puoi.

Dialoghi a 267km/h sul treno Napoli-Milano

– Ma secondo te io sto simpatica ai tuoi?
– Direi di sì: mio padre mi ha detto di sposarti

(Davvero vuoi sapere cos’ho ottenuto invece?)

Non sapevo cosa stavo cercando.

 

Dagli amori, dai genitori, dai fratelli, dagli amici.

 

Cercando sempre di essere paziente, evitando i conflitti, non imponendomi, non alzando la voce, non arrabbiandomi, non alterandomi. Seguendo una strada coerente e concreta. Cercando di essere una persona pratica, impegnandomi, rimuginando. Soprattutto rimuginando e ingoiando. Abbassando sempre la soglia dei bisogni, abbassando la soglia di quello che mi sembrava intoccabile, abbassando il livello quello che poteva ferirmi, ascoltando e diventando sempre più silenziosa, evitando di raccontare, evitando di dire, mordendomi lingua, labbra e gola.

 

 

Stasera ho avuto un’illuminazione: rispetto.