Le mie imperdibili opinioni #2. La post- verità

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Questo post risponde alle domande: Che cos’è la post-verità di cui si parla tanto? Come la posso individuare? Mi serve? Si mangia? Che influenza/importanza ha nella mia vita? Non ho un’opinione al riguardo, ma voglio fare bella figura con gli amici: mi presti le tue idee? 

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Uh, quanto mi manca insegnare!

Ecco a voi una delle mie imperdibili opinioni©, maestrina edition.

 

Su, dita sul banco!

 

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E baby quando?

Sottotitolo:

(Il dovere di rispondere educatamente alle domande basate su aspettative che gli altri proiettano su di te calcolandole in base alla tua età, sesso, peso, stipendio e condizione civile) (E il desiderio di mandare tutti maleducatamente a Fanc***)

Durante le vacanze natalizie (che per me proseguono a oltranza, fino a Marzo, più o meno) (tanti cari saluti) ho avuto vari incontri e conversazioni che mi stano frullando in testa da un po’.

A volte succede di non avere la battuta pronta, la risposta tagliente preparata e di rimanere un po’ spiazzati. A me dà proprio fastidio. Passo tutta una vita (sì, ho molto tempo da perdere, perché!?) a costruirmi dialoghi immaginari in cui esco sempre vincente con la frasetta giusta, che lascia l’interlocutore appeso con la domanda stampata in faccia “avrà detto così per dire o ce l’aveva proprio con me?”. E poi mi capitano queste circostanze in cui per educazione, sfinimento, incredulità non riesco a rispondere a tono. E me ne rammarico. (Anni di prove mentali buttati così).

Una parte di conversazioni che mi ha visto l’interlocutore ammutolito è avvenuta in zona Relatives-in-Law. E siccome di Law manco l’ombra (ma nooo, mica ci mettiamo a sposarci in comune, se siamo credenti tutti e due!?) e neanche di Sacro vincolo matrimoniale (ma nooo, che adesso abbiamo un anno in cui saremo distanti e tu dovrai studiare, mica ci mettiamo a organizzare anche un matrimonio!?) (no, perché è vero che l’ascolto poco, ma quando lo faccio sento di quelle fesserie) sono parenti, ma soprattutto SUOI. Per il momento io sono un’ospite ma non vincolata da nessuna carta. (E quando bisogna mettere i puntini sulle i, io li metto tutti!)

Conversazione UNO:

Sto parlando con la Zia, che, nonostante l’età, è in forma e di ampie vedute. Ci chiacchiero sempre molto volentieri, anche perché negli ultimi tre anni mi è toccato in sorte fare un lavoro che lei ha svolto per tutta la vita. Mi chiede dei miei progetti, io dico parole come Master, un anno, forse un anno e mezzo, distanza… insomma tutto il cucuzzaro che vado blaterando sul blog da sei mesi a questa parte, ma in forma più chiara.

Lei dice di comprendere, fa domande precise, si complimenta per la volontà, la determinazione, il coraggio.

Un minuto di pausa.

E poi se ne esce con:

“A Virgì, tu oramai tieni nà cert’età… Aà famijjia non ci vuoi propio penzà?”

Ammutolita.

Conversazione 2:

Alla mattina incontro la donna delle pulizie. Come va, come non va, tanti auguri.

Chiacchieriamo del più e del meno, dice che è già al corrente del “discorso Master”, mi racconta di sua figlia, laureata in Psicologia che non riesce a trovare lavoro.

Prendiamo il caffè.

Un minuto di pausa.

Faccio per salutare e lei se ne esce con:

“E baby quando?”

Ammutolita.

Conversazione 3:

Ad una cena abbastanza affollata a casa della femilinlò vari amici hanno portato come omaggio alla padrona di casa una cornice.

Nell’accettare e scartare il dono la mother-non ancora-in-law se ne è uscita con un’esclamazione ad alta voce.

“Questa è ottima per metterci le foto dei nipotini!”.

Tutti si sono girati verso di me.

Al che (stavolta non sono rimasta muta e basta ma) ho sorriso e detto:

“Vado a versarmi dell’altro prosecco”, allontanandomi.

 

Io mi chiedo: perché la gente si sente in diritto di chiedere cose così personali come “Quand’è che fai un figlio?”

Perché invece non mi chiedono come sto, come va con il Master etc?

E’ perché ho superato i trent’anni?

E quindi è in base alla mia età?

 

Io non vado da suo padre o da qualsiasi settantenne a chiedere “Allora, come va la prostata?”, né a nessuna signora over cinquanta mi sono mai permessa di chiedere “Allora, com’è andata con la menopausa?”.

 

Perché noi giovani donne dobbiamo sopportare (“per educazione”, dicono) che la gente si informi pubblicamente del nostro orologio biologico?

 

C’è da dire che queste domande io non le ho sentite rivolgere all’Orso (da quello che mi hanno spiegato, i bambini si fanno in due). Inoltre, so di essere molto fortunata, perché la femilinlò non è impicciona né maleducata, anzi, mi trattano da sempre con molto rispetto e simpatia.

Io me lo chiedo più in generale, perché è un discorso che coinvolge non solo le persone con cui si ha confidenza.

Una volta la donna stava a casa, non lavorava e sfornava figli. Posso capire (cioè ci posso provare) che la gente dopo che era sposata da diec’anni e non aveva figliato si facesse delle domande.

Ma ora che tutte le trentenni che conosco lavorano, spesso guadagnano più del partner, magari hanno un’attività in proprio e quasi nessuna è sposata (cioè sono nel fiore della loro carriera, o l’hanno appena avviata, quindi stanno investendo -evidentemente- tutte le loro energie lì) perché ci si sente in diritto di chiedere: “Figli?”???

(Cavez)

 

Nothing worse than being moody

Da leggere con questo sottofondo: 

Così mi hanno detto ad un seminario di qualche mese fa.

E ci penso e ripenso, eppure come c***o si fa a non essere moody quando si abita in un posto così a Nord ma così a Nord che la Danimarca, la Polonia, la Germania, l’Inghilterra… sono tutti a Sud?

Tutti i posti che ti possono venire in mente dove fa freddo, ecco, tutti ma tutti quei posti sono a Sud rispetto a sto strac***o di posto dove sono.

E fa così freddo ma così freddo ma così freddo che alla mattina quando esco dalla metropolitano i settecentocinquanta metri che mi separano dal luogo di lavoro sono tutti lastricati di lacrime.

La prima è per il freddo. Si ghiacciano gli occhi, è una reazione naturale.

E la seconda fino alla quarantesima sono tutte di autocommiserazione.

“Ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare, ma chi me l’ha fatto fare” borbotto tra i denti mentre cerco di stare in bilico sul ghiaccio e non cadere.

E poi stasera, stasera è stato il botto.

Andavo ad iscrivermi al corso di svedese (sì, per la quinta volta, e le quattro precedenti non che sia servito un granché eh) e ci potevo andare solo oggi perché non sia mai che l’ufficio apra al pomeriggio, aaaaaaaaaaah, non sia mai.

L’ufficio apre dalle dieci alle dodici e solo il lunedì anche dalle sedici alle diciotto.

Ah beati i tempi in cui mi lamentavo della Segreteria di Lettere che apriva solo TRE pomeriggi a settimana.

Ah, se solo avessi saputo!

Ovviamente c’è la neve, ovviamente segna meno quatt… ah no scusa, quello era stamattina, adesso segna meno cinque, ovviamente l’ufficio si trova dall’altra parte della città rispetto a dove lavoro e ovviamente devo prendere tre mezzi.

Di cui naturalmente uno allo scoperto.

Sì, anche qui hanno gli autobus.

E per aspettarli ci sono le pensiline.

Le pensiline.

Con la tormenta di neve.

Le pensiline.

Io e la signora eravamo dopo dieci minuti due pupazzi di neve. Ci mancava giusto la carota al posto del naso.

E vabbè, che sarà mai, là, l’insegna supertecnologica luminosa (cancella dalla testa che in Spagna le insegne al led per gli autobus ci sono da almeno dieci anni, cancella, qui sono avanzati, qui sono al primo posto in tutto il mondo per benessere e perchè tutti ci si vogliono trasferire) dice dieci minuti!

Undici ne sono passati, ma che sarà mai, ora arriverà.

Dodici minuti e sotto alla pensilina siamo ormai in quattrocento.

Tutti ovviamente coperti di neve che stare sotto la pensilina o stare a fianco della pensilina si ha la stessa probabilità di finire in versione pannacotta.

Un quarto d’ora e vabbè, ma tanto arriverà, vuoi mica che ci lascino qui in mezzo alla tormenta a meno cinque alle sei di sera?

E all’improvviso l’insegna luminosa supertecnologica con nochalance passa dal “Adesso arriva” all’ “arriva tra quindici minuti”.

Io mando un messaggio all’Orso: “che si f***a sto Paese di m***a”, mi scrollo la neve da sopra e mi dirigo verso casa.

Che chiudano l’ufficio, la casa reale, il Paese intero.

Io da qua me ne vado.

E’ il Paese al primo posto nel mondo per gente che ci vuole venire.

 

 

Vi dico una cosa: ve lo lascio tutto.

Tenetevelo.

 

Io vado a morire di fame da qualche parte al Sud Europa dove gli autobus non girano uguale, arrivano in ritardo uguale e gli  uffici pubblici aprono quando pare a loro pure là, però almeno non soffro.

 

(Qué lastima pero…)

Le palle che vi/ci raccontate (d’altronde lo diceva pure Beyoncé)*

Negli ultimi sette mesi nella cerchia di amici in Italia sono nati quattro bambini. E’ insolito e in tre casi su quattro è arrivato del tutto inaspettato.

Ma di certo voluto, eh. Si tratta di quattro coppie che hanno dai trenta ai quarant’anni, in tutte le coppie entrambi lavorano in modo regolare, tutte e quattro le coppie con casa di proprietà, e che stanno assieme e convivono da almeno tre anni. In tutte le coppie molto amore, molta complicità, scelte di vita condivise etc. Il bambino o la bambina è arrivato circondato da affetto e senza nessun ripensamento.

Bene, e perché in mezzo a tutto questo mondo fatato di favole multicolori un titolo tanto sprezzante?

Ecco, a costo di sembrare una d’altra tempi o di non essere capita fino in fondo mi sembra che gli uomini in queste coppie ci facciano una pessima figura.

Perché? Ma dico io: ami la tua fidanzata, hai comprato casa con lei e progetti di avere dei bambini con lei…

ma sposala no?

Ecchecca**o!

Io lo so che adesso pioveranno commenti dandomi della solita bacchettona bigotta moralista, ma io metto da parte il discorso religioso e il luogo comune bieco, insulso e inverosimile del “tutte le donne vogliono farsi sposare”, so che non è vero.

Semplicemente voglio dire: ma le motivazioni che vi date a trenta, trentacinque, quarant’anni per non sposarvi ma le sentite che sono delle giustificazioni patetiche? Le sentite che sono delle balle madornali?

 

Palla 1: non credo in Dio.

Qual è il problema? Nessuno ti obbliga a sposarti in chiesa.

Vai in comune e dichiari che alla persona alla quale hai deciso di cointestare il mutuo e di affidare i tuoi eredi sarai fedele sempre in salute e in malattia, finché morte non vi separi e di assumerti le tue responsabilità verso di lei e i figli così come lei se le assumerà verso di te e verso i figli.

Brrr, che paura!

 

Palla 2: non ho soldi.

Qual è il problema? Per sposarsi non ci vogliono i soldi, ci vuole l’amore, cretino.

Se non hai i soldi per fare un matrimonio da cinquecento invitati (e lo capisco, di ‘sti tempi poi) fai una cosina semplice, un vestito elegante ma non eccessivo, pochi invitati intimi, magari solo le famiglie e poi un giorno quando avrai dei soldi in più una bella festa con gli amici in piscina. Non è scritto da nessuna parte che per sposarsi bisogna avere la macchina, l’autista, il bouquet della fioreria famosa, l’abito da cinquemila euro, il ricevimento di otto ore, la banda, il dj, la carrozza, i cavalli etc etc etc etc.

Brrr, che paura! E che imbarazzo!? E se poi “gli altri” vengono a sapere che ho fatto un matrimonio da poveraccio?

 

Palla 3: (la mia preferita) che bisogno c’è? Noi stiamo bene così!

Noi chi? Tu forse.

A lei l’hai mai chiesto? Pensaci mezzo secondo (se ci riesci) secondo te alla madre dei tuoi figli fa piacere sapere che non hai abbastanza palle di dichiarare davanti ai vostri amici che la ami? E che le prometti di essere fedele sempre?

Brrr che paura! E poi lo sai che sono timido!**

 

Io non è che voglio fare quella che non sa che i tempi sono cambiati, che non succede più come una volta che ci si conosceva e ci si sposava subito, a vent’anni e lo si rimpiangeva a quaranta, lo so. Lo so che adesso le coppie iniziano a convivere molto più facilmente di dieci, quindic’anni fa, e che dopo qualche anno di convivenza non si nota più la differenza tra una coppia sposata e una che convive. Alla prova pratica sono identiche. Soprattutto poi se hanno dei figli etc. Le responsabilità sono le stesse, la quotidianità è la stessa.

Ma allora, perché è invece così necessario anche oggi sposarsi?

Perché tu dimostri alla persona che ami che sei pronto a dichiarare il tuo amore, e sei pronto ad essere fedele sempre, anche se un giorno non ci saranno più le farfalle nella pancia, anche se un giorno al vederla di prima mattina non ci sarà più l’alzabandiera, anche se quando tornerai a casa troverai il sacchetto dell’umido ad aspettarti sulla porta invece di lei raggiante che ti viene incontro, anche se un giorno tu ti sentirai lusingato dalle attenzioni della tua collega giovane, anche se un giorno i figli che avete fatto insieme ti faranno preoccupare, ti faranno stare sveglio alla notte, ti chiederanno i soldi e usciranno con gente che non ti piace, anche se la persona che ami dovesse ammalarsi, anche se un giorno dovesse arrabbiarsi, anche se ci saranno i mesi in cui lo stipendio non arriverà…

e perché ti prendi tutta questa responsabilità?

Perché prometti che anche se tutto questo dovesse capitare non ne farai una colpa a lei, per il semplice motivo che la ami e che per questo sai che lo potrete superare insieme.

E’ questo quello che prometti quando ti sposi.

Le prometti che l’unione farà la forza e che non scapperai quando le cose si metteranno male ma che soprattutto farai di tutto perché non si mettano mai male.

Le prometti di non voler fuggire.

E capisco che questo… brrr, che paura che ti deve fare, eh, ometto di quarant’ anni?

 

 

* E lo diceva qui

** Frase REALMENTE pronunciata da uno di questi uomini

Ecco.

Ecco.
In questi giorni, dove “questi giorni” equivarrebbero a quattro settimane (sì, signori e signore, quattro settimane, comunemente note come “un mese” per i più attenti) avrei dovuto essere in vacanza. Non tutto il tempo, nel senso reale di vacanza (casa sconosciuta, posto sconosciuto, mangiare bene, mangiare tanto, svegliarsi tardi, ridere tanto, bere allegramente e senza pensieri, vivere col caldo, fare l’amore in ore pomeridiane) ma di sicuro la maggior parte del tempo. Il resto del tempo avrei dovuto essere a casa dei miei nel senso reale di casa di miei (casa conosciuta, posto conosciuto, mangiare bene, mangiare tanto, svegliarsi tardi, ridere tanto, leggere tanto, bere allegramente, vivere col caldo, stop) ma mi sarebbe andato bene comunque.

E invece è finita che mi è arrivata una mail con un lavoro al quale non avrei proprio potuto rinunciare, la settimana in cui, ebbene sì, qualcuno che abita con me prendeva la fantastica risoluzione di comprare casa.

Quindi che ho fatto? Fatto delle mini-vacanzine in fretta e furia, visto più gente possibile, ingurgitato più pizze/lardo di colonnata/chianti/tagliatelle con il coniglio/prosciutto/mussetto possibile e mi sono ricatapultata su un aereo direzione Svezia.

Vorrei ribadire il concetto, per chi si fosse sintonizzato solo ora: io questo posto non lo amo. Certo, non lo odio. Ma solo per la semplice regola morale che mi sono auto-imposta da sempre: non odiare mai niente e nessuno.
So che potrei stare mille volte meglio in milioni di altri posti (tipo “a casa mia”!?) ma nella vita ad un certo punto, dopo essere stata nei posti in cui sognavo da piccola di abitare sono subentrate altre priorità: stare con chi voglio stare. E visto che la persona con cui voglio stare vuole abitare qui, qui mi tocca vivere.
Faccio buon viso a cattiva sorte, cerco di prendere le cose positive dell’essere turisti e in coppia in un posto nuovo ma non cerco di auto-convincermi che sia il miglior posto possibile.
Non mi lamento.
Ehm, non troppo almeno.

Quindi qual è la morale di questa storia? Che mentre i miei mi chiamano su Skype sudando dal giardino di casa e ridono dicendomi “Oggi ci sono QUARANTADUE gradi” a me viene da piangere in riva ad un lago in cui non andrò mai a nuotare (sorry, non diventerò mai abbastanza vichinga, lo siento) dall’alto dei diciassette gradi di questa FINE estate svedese.
E l’uomo? L’uomo dov’è?
Quello per cui ti sei trasferita in un posto che non ami, in un posto che non senti tuo, in un posto in cui il dodici agosto ci sono diciassette gradi e piove?

Beh, lui è in vacanza. A fare surf.

Non so perché, ma io mi sento profondamente presa per i fondelli.

Lo prenderebbero in giro

A volte penso a quelli che dicono “eh ma se chiamo mio figlio con un nome strano poi viene preso in giro dai compagni”, “eh spero che mio figlio non abbia il mio stesso difetto di [inserire a scelta] calvizie/ fianchi a pera/ miopia/ strabismo perché sennò poi sai come lo prenderanno in giro i compagni”, “eh non vorrei che mio figlio fosse omosessuale, non perchè abbia qualcosa contro i gay ma perché poi sai i compagni come lo prenderebbero in giro”, “eh mi dispiacerebbe per il figlio adottivo di coppie omosessuali, perché di sicuro i compagni lo prenderebbero in giro”…
e mi verrebbe sempre da rispondergli: ma prima di preoccuparvi di quanto i bambini prenderanno in giro o no gli altri bambini, non fareste meglio ad educare vostro figlio (e le persone che avete attorno) a non prendere in giro gli altri?”

Un’Italia che non è la tua ma che ti manca.

Eccomi, appena ri- entrata a casa (concetto estendibile a piacimento, ma stavolta restringiamolo a: dove dormo di solito).
La Sicilia mi ha accolto con il sole, tanto sole, il mare, tanto mare, chili in più, tanti chili in più.
Non cercavo una vacanza, non cercavo altro da me, non cercavo un altrove.
Eppure anche solo per pochi, tanto pochi, giorni, mi sono sentita a casa (un’altra volta). I sorrisi delle persone quando si salutano per strada, il sorriso della barista, le coppiette sulle panchine dei parchi, le compagnie a mangiare la pizza e i camerieri che fanno i simpatici: tutto questo, ovvio, non solo questo, ma anche questo è Italia. E’ la parte bella dell’Italia.
Che mi fa sentire “a casa” (di nuovo) in un posto lontano mille chilometri da dove sono nata e cresciuta, ma che è “mio”, è anche mio. Un posto a cui io non appartengo, un posto che non mi appartiene ma che così simile alle strade ed ai profumi (la prima sera abbiamo parcheggiato in una vietta interna, appena scesa dalla macchina sono stata avvolta dall’odore della cucina: qualcuno stava preparando il brodo. Il brodo fatto in casa. Mi veniva da piangere. Da piangere per la mancanza, da piangere per tutte le cose che quel profumo di cucina può raccontare, da piangere per tutte le vite di mamme e di nonne e di zie che si mettono alle dieci di sera a preparare il brodo in casa perché quello con il dado non è buono, di malinconia per le chiacchierate attorno alla tavola, di mancanza per gli orari familiari, per essere in più di due attorno al tavolo, di mancanza per la condivisione, di assenza di affetto in quello che mangio tutti i giorni) che ho sperimentato, che ho vissuto, che sì, mi appartengono e fanno parte della mia storia.

E poi mi viene da piangere in aereo, quando il pilota dice che in Svezia ci saranno quattordici gradi e io l’ho visto, perché se non l’avessi visto sarebbe stato uguale, non mi avrebbe fatto così male, ma io l’ho visto che a Trapani c’erano ventisei gradi, e allora per forza mi viene da piangere, quale sano di mente lascerebbe un posto a ventisei gradi per uno da quattordici?
E mi giro, e sono in lacrime, davvero, che uno direbbe che sono una pusillanime, una debole, che non dovrei fare i capricci, e lui mi vede che sembro il gattino sotto la pioggia della pubblicità della Barilla di una volta, quella della bambina con l’impermeabile giallo e mi dice che non devo preoccuparmi, che me lo promette lui che in Svezia staremo bene, e io mi sento in colpa, perché lo so che staremo bene, lo so che mi vuole bene da morire e io per lui andrei a vivere anche a Ulan Bator e mi vestirei di pelle di montone ma non ci posso fare niente, dopo tante scelte mie sulla vita è arrivato il momento in cui la vita ha scelto per me e il peso di questo destino è sempre lieve, è sempre delicato, perché è pieno d’amore e di promesse e di passeggiate e di risate, e così è di solito…
…tranne quando sono su un volo che parte dall’Italia e mi porta in Svezia.
Lì diventa pesante questa scelta, e nei giorni in cui sono in Italia mi rimane la punta dell’ago sullo sterno, fastidiosa ma non troppo e mi verrebbe da fermare la gente per strada, mi verrebbe da scuoterla, mi verrebbe da fermare la ragazzina accigliata che “fa la parte” con il fidanzatino, mi verrebbe da entrare in uno di quei negozi nuovi per “sigarette elettroniche”, mi verrebbe da smontare una di quelle vetrine dove le uniche scarpe disponibili sono superiori ai dodici cm di tacco, mi verrebbe da prendere per le spalle uno di quei commercianti che non saluta, uno di quei vecchietti seduti sulle sedie di plastica bianca sul sagrato della chiesa e chiedergli “perchè??? Perché avete reso questo posto invivibile? Perché avete reso questo posto dal paradiso che è un posto da cui io debba andarmene alle sette di un lunedì sera qualunque con i lacrimoni?”