(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Intervista: allora questa Australia?

Intervistatore*:Allora Virgh, non nascondiamoci dietro ad un dito: abbiamo visto che i tuoi ultimi post sono liste ma è da tanto che non “dici” niente. Manca solo che parli delle previsioni del tempo e poi siamo a posto. Sono ormai passati tre mesi da quando ti sei trasferita in Australia, com’è questa vita down under?

Virginiamanda: – Ecco, sì, lo ammetto. E’ da un po’ che non scrivo “veramente”, e che blatero del più e del meno. Ci sto un po’ girando attorno.

Intervistatore: – Me ne sono accorto. Come mai “ci giri attorno”? C’è qualcosa che non va? Stavi meglio in Svezia?

Virginiamanda: – [Risata fragorosa] No, assolutamente. Ho patito molto il lungo periodo scandinavo e questo stato di spaesamento non è neanche lontanamente comparabile ai miei momenti più bui nel periodo svedese. Però sì, devo ammetterlo: nonostante la vita in Svezia non mi piacesse, avevo raggiunto un certo livello di tranquillità e stabilità che ora mi manca. Con questo non intendo dire che domani tornerei volentieri in Svezia.

Neanche in cassa da morto.

Intervistatore: – Quindi riepiloghiamo: non eri contenta in Svezia, non sei contenta in Australia… ma si può sapere cosa vuoi? 

Virginiamanda: – E’ difficile definire questo stato d’animo. Sono la prima ad avere sempre avuto opinioni categoriche su chi non era “mai contento” e ora mi ritrovo dall’altra parte, ad essere oggetto dei miei stessi giudizi affilati. Mi piacerebbe essere coerente con me stessa, includendo il cambiamento connaturato con la crescita e la maturità, ma coerente con quello che volevo e con la persona che voglio continuare a diventare. In questo momento mi sembra di far fatica a trovare un equilibrio. Mi risulta difficile in questo nuovo Paese trovare immediatamente una dimensione che mi dia stabilità e serenità.

Intervistatore: Come mai? Cosa ti ha fatto l’Australia?

Virginiamanda: – L’Australia poverina [cit.]  non mi ha fatto niente. Se ne stava tranquilla nel suo emisfero prima che io arrivassi. Ma la vita qui richiede determinati passaggi inevitabili (visto). Forse la situazione migliorerà quando avrò il visto e potrò finalmente mandare curriculum e scoprire il mondo del lavoro. Per il momento non sono particolarmente stupita, però.

Intervistatore: In che senso?

Virginiamanda: – Ho l’impressione che siano rimasti un po’ “indietro” dal punto di vista dell’istruzione e sono perplessa da come trattano gli aborigeni (stigma sociale che si trascina nelle aule scolastiche con programmi appositi per i figli di aborigeni). Ma sicuramente la mia è un’opinione da ignorante che non ha avuto modo di approfondire.

 Education is evolving and changing all over the globe. Indigenous Australians are part of this revolution
In compenso però ci sono un sacco di foto così.

Intervistatore: Hai fatto amicizie?

Virginiamanda: – Amicizia è una parola grossa. Posso dirti la verità? Non ne ho manco tutta ‘sta voglia. E poi è pieno di italiani.

Intervistatore: Magari è pieno di italiani nelle zone che frequenti tu. E poi si può sapere che problema hai con gli italiani? Cosa ti hanno fatto di male?

Virginiamanda: – Non voglio dare l’impressione di essere snob o arrogante, ma mi sono stancata di certi atteggiamenti. Nutro un profondo rispetto (anche dovuto all’attaccamento emotivo, sicuramente)  per l’Italia e le sue istituzioni, soprattutto per l’istruzione pubblica e l’università. Forse sono io ad essere poco obiettiva, perché nessuno mi ha mai cacciato dall’Italia e perché ho frequentato delle ottime scuole, ma non ce la faccio più a sostenere conversazioni in cui la gente si lamenta dell’Italia.

Intervistatore: Devi essere comprensiva. Ognuno ha il proprio vissuto, e magari la persona che hai davanti ha le sue ragioni per pensare male dell’Italia…

Virginiamanda: – Sì, ma rimane un atteggiamento che non mi piace. Gli italiani qui sono visti abbastanza bene proprio per il fatto di essere “italiani”. I ragazzi che vengono con il Visto viaggio & lavoro lo capiscono subito e sfruttano questa loro “italianità” per lavorare nella ristorazione. E allora se di italianità ci campi, non ti puoi lamentare dell’Italia ogni piè sospinto.

(Per non parlare di quando vedo quelli che si comportano alla Genny Savastano in ogni contesto, e appena gli parli ti dicono che sono venuti via dall’Italia per la mafia e la corruzione… ma questo è un altro discorso.)

Un mini Genny per ricordarci sempre di stare al posto nostro.

Intervistatore: Senti da che pulpito… proprio una che non si lamenta mai, eh? E sentiamo, cosa dovrebbe avere l’Australia per piacerti di più? Ok, le amicizie con altri italiani non sono il tuo punto forte in questo momento (e ce credo, ca*a*azzi come sei!), ma ci sarà qualcosa che stavi cercando ed hai trovato?

Virginiamanda: – Sì, c’è, eccome. (E poi moderiamo i termini, ca*a*azzi lo dici al tuo nano da giardino!) Il fatto è che mi aspettavo qualcosa di diverso. Non sono sicura di poterlo definire di preciso, ma credo sia la sensazione generale: mi aspettavo una città viva, dinamica, piena di cose da fare, da vedere, mi aspettavo che la gente fosse più rilassata, che il clima fosse ideale. Invece scopro una città parecchio provinciale, in cui spettacoli, mostre, avvenimenti arrivano in ritardo (quando arrivano), i tranquilloni e i rilassati sono gli europei (soprattutto francesi e italiani) che godono appieno di questo mare, mentre gli australiani fanno ritmi abbastanza “svedesi” (sveglia presto, lavoro, alle cinque si stacca, nanna) e il clima è quello di marzo in Italia, cioè piogge ogni tre giorni. Da tre mesi.

Il tranquillone che mi aspettavo.

Lo so che il Paradiso non esiste, ma mi aspettavo un cambiamento completo. Ed al momento l’unico cambiamento è quello geografico. E non avevo mai sentito prima d’ora così tanto la mancanza della mia famiglia e dell’Europa in generale.

Intervistatore: Oh, pure la mancanza della mamma! Ma dai, su, da una giramondo come te!

Virginiamanda: – Basta con questa solfa della giramondo! (Che giramento!!!) A Luglio in Italia chiunque mi ripeteva questa frase “una che ha girato il Mondo come te, vedrai come ti sistemerai subito…”. Basta! La smettiamo con questo discorso? Non ero affatto una giramondo,  e non sono venuta qui per costruirmi un futuro. Spero di poter dare qualche notizia più corposa ed allegra presto, per il momento questo è lo stato d’animo costante.

puffo - smurf schlumpf 20088 - puffo vagabondo - bastone corto
L’unico giramondo che mi sento di impersonare.

Intervistatore: – Ma perché non esci? E’ pieno di spiagge meravigliose!

Virginiamanda: – E infatti esco! Ma come diceva Garcia Lorca “Chi cammina si intorbida!”. E io continuo a rimuginare. Forse quando non sarò più una mantenuta Aussie House-wife la vita qui mi sembrerà più dolce e più sensata. Per il momento mi sembra molto bello poter uscire a passeggiare sulla spiaggia. Ecco.

Intervistatore: – Beh ma i canguri? Li hai visti?

Virginiamanda: – Li avevo visti l’altra volta e devo ammettere che mi è bastato. Comunque domani vado in una spiaggia più nascosta, magari li trovo.

Intervistatore:Hai un messaggio da lasciare?

Virginiamanda: – Sì. E’ impossibile trovare il luogo perfetto dove stare. Quando lo trovate, fatemi un fischio. Mi piazzo col sacco a pelo in corridoio. Non dò fastidio, giuro!

13:
E come bonus questo consiglio molto utile.

*Anche noto come “Voce della mia Coscienza“.

Ps: Comunque sto benissimo, eh. Ho solo un po’ di lamentite.

Cronache dal chiosco

– C’è un tizio, un tale Ben, Sam o Tom (nessuno l’ha capito) che da due mesi tortura le persone che vengono in spiaggia (e anche noi che ci lavoriamo) perché ha perso un drone. La prima volta ho pensato intendesse un neurone, ma no, intendeva proprio drone. Ci chiede se l’abbiamo visto, se per favore, quando lo troviamo glielo diciamo. Tutti si sono messi a cercare ‘sto drone che -dice lui, Ben, Sam o Tom Comesichiama – vale duemila dollari. Io forse sono l’unica a pensare che sia una fregnaccia. E che se non lo è sei comunque un imbecille a perderti un drone da duemila dollari, quindi meglio per te che sia una fregnaccia.

Che soci. Il chiosco è tenuto da due soci. Frank e Andy [nomi di fantasia] che chiameremo Frango e Antò, per italianizzare. Sono giovanissimi (dentro) e in totale avranno almeno duecento anni d’età. Quando Frango non c’è (i topi ballano, no scherzo, non ci sono topi… ahahah, no veramente, mamma stai serena!), Andy passa il tempo a dire: “Ma guarda cosa ha combinato Frango, è proprio invecchiato, ormai è rimbambito, tu non dire niente, annuisci, dagli retta, lui ormai non c’è più col cervello, ormai, che ci vuoi fare, è andato…”. Quando Andy non c’è, Frango non fa altro che ripetere: “Ma guarda cosa ha combinato Antò, è proprio invecchiato, ormai è rimbambito, tu non dire niente, annuisci, dagli retta, lui ormai non c’è più col cervello, ormai, che ci vuoi fare, è andato…”. E io che faccio? Non dico niente, annuisco, do’ retta a tutti e due, e rido di sottecchi.

Come non farsi venire in mente Villa Arzilla?

– I papà. Porque vache i papà australiani. Tonici, slanciati, biondi e abbronzati, con una mano tengono la tavola da surf e con l’altra il pupo. E tu ti sei già innamorata e nella tua testa hai già figliato con quindici di loro quando arrivano al chiosco e ti chiedono se possono comprare… una banana.

Che jé vuoi dì?

Aiscrim. Tra le gioie della vita che ti rimettono a posto nel mondo c’è quella di vedere i bimbetti di due/tre/quattro anni arrivare barcollanti con le mani in alto verso il frigo dei gelati, con un sorriso da orecchio ad orecchio e che vanno in iperventilazione mentre dicono “Mam deddi aiscrim aiscrim aiscriiiiiim!!!”. Che bello il mondo quando ogni conflitto bellico poteva essere risolto da un gelato e quando la scelta più difficile della giornata era il gusto del gelato.

Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

Come rendere questo tempo produttivo?

“Devi dimostrare qualcosa a qualcuno?” mi aveva chiesto mio fratello un giorno al parco, durante il periodo inglese.

Era un giorno in cui non mi sentivo molto in forze, o, forse, ne sentivo fin troppe, ma tutte opposte e nello stomaco.

Il pensiero dell’anno universitario da frequentare in Inghilterra, il trasloco dalla Svezia, il bisogno di trovare qualcosa da fare, la necessità urgente di non sentire di sprecare il mio tempo.

Guardavo il Tamigi, bevevo acqua a piccoli sorsi e mi sembrava di scoppiare dalla gola in giù. Non riuscivo a fermare i pensieri, mi sembravano tutti ugualmente prioritari.

Ed ora eccomi, sono passati (li devo contare, che neanche me ne rendo conto, mi sembra sia passato un millennio e mezzo) tre mesi. Tre miseri mesucci.

Il trasloco dalla Svezia è stato fatto, la rinuncia al corso di studi in Inghilterra è appena stata inviata (lacrimina), le decisioni sono state prese.

E adesso?

 

E adesso mi ritrovo in questa terra di nessuno che è il periodo in cui attendi il visto nuovo, che me lo immagino in oro zecchino scolpito a mano intarsiato di zaffiri e rubini per quanto ci sta mettendo ad arrivare. Con quel brillantissimo pezzo di gioielleria potrò finalmente lavorare.

Per il momento sto buona buona.

Per come sono le leggi qui (ovvero: sono cattivi cattivi cattivi che mia mamma quando mi spegneva la televisione mentre guardavo Dawson’s Creek per mandarmi a fare i compiti urlando al confronto è un agnellino) non potrei neanche mandare curriculum in giro.

 

Quindi da qui il titolo: come rendere produttivo questo tempo?

A scuola non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente), a lavorare non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente): iscriversi a corsi o master o fare un tirocinio non retribuito (espressione che aborro, se lavoro mi paghi e sennò non lavoro e sto a casa mia) quindi è fuori discussione.

Oltretutto c’è quell’aspetto irrisorio per cui se non lavoro i soldi non entrano, per cui sperperare quelli che ho in corsi “solo per tenermi impegnata” non mi sembra il caso.

Lavorare on line? Sempre per il discorso delle leggi meglio evitare.

Studiare on line? Con la connessione a manovella anche no…

Quindi: fidati ed illuminati lettori silenti che passate ogni tanto di qui… me lo volete dare un consiglio?

 

(Sentitamente ringrazio)

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

“A voce de criature […] e tu sai ca non si solo”*

Stasera riflettevo su varie cose.

Sono cambiata. E quando ci penso non so se è il tempo che passa, l’attitudine alla malinconia introspettiva o i trasferimenti che un po’ alla volta hanno logorato l’elastico che mi tiene attaccata all’Italia e l’hanno fatto diventare molle.

Una collega mi diceva stasera che lei tutte le vacanze se le fa “per principio” in Svezia. Lo considera un “investimento” (ha detto così) perché rimanere qui le fa conoscere meglio il posto, la città, le vie, la gente.

Per me è diverso: io in questa città ho camminato parecchio, soprattutto il primo anno, quando trottolavo da un posto all’altro, e pur trovando angoli incantevoli non sento la necessità di passarci le vacanze.

Riguardo al fatto di stringere amicizie, in questo sono cambiata. E qui non ho capito se è il tempo o il posto. Ma non ci riesco. Sicuramente la colpa è mia: mi apro di meno rispetto ad una volta, convivo, i fine settimana sono i pochi momenti di pace che abbiamo per stare assieme, non sono riuscita a trovare un’attività che mi incuriosisca abbastanza da iscrivermi ad un corso, il poco che ho cercato di frequentare fuori dal lavoro (lingua svedese, seminari) ho dovuto abbandonare per mancanza di tempo… insomma non me la prendo con nessuno: è solo colpa mia se il mio giro è ristretto. Non inesistente, per fortuna, ma ristretto.

Quando siamo stati a Miami, ci siamo trovati con uno svedese che abita là. Per me è stato un continuo “inserisci filtro/togli filtro” perché spesso quando parlo con altri expat dò per scontato che il Paese sia la Svezia e che sia un Paese estraneo per tutti.

Con lui era invece una situazione capovolta: parlavo con un expat svedese. E sentivo dalla sua voce e da quella della sua bella famiglia expat “perchè sai, spesso ci manca la Svezia, perché la Svezia è… casa”.

Quello che tanti potrebbero dire dell’Italia, quando si trasferiscono all’estero.

Solo che lui lo stava dicendo del Paese per me croce e delizia, da cui ogni due minuti vorrei andarmene.

Ho anche pensato di essere più meteopatica di quanto credessi: se fossimo di base a Barcellona, o alle Hawaii o a Trapani o a Malta o a Cipro o ad Atene magari le trasferte di lavoro non mi peserebbero tanto.

Troverei qualcosa da fare comunque.

Fosse anche solo una passeggiata e un giro in libreria.

Non è che qui non ci siano cose da fare, naturalmente ci sono i corsi di meditazione nelle università popolari, le degustazioni di vino a soli 500 sek, i workshop di improvvisazione teatrale in svedese, i caffè di conversazione in lingua nelle biblioteche di quartiere.

E’ che (non voglio giustificarmi, o forse sì) tutte queste cose mi sembrano artefatte, affettate, i sorrisi mi sembrano sforzatissimi e in generale noto una mancanza di spontaneità in tutto.

Ho fatto mille tentativi ma c’è qualcosa che mi repelle: l’incapacità di sentirsi a proprio agio nella propria pelle.

Questo è quello che mi pesa più di tutto.

Ma probabilmente (anzi sicuramente!) è colpa mia: cerco un posto ideale dove tutti sono cordiali e sorridenti e lo fanno spontaneamente.

Forse è solo che voglio andarmene e che ogni cosa mi sembra allora difficile e insormontabile o forse cerco solo scuse.

Ma stasera ascoltavo queste canzoni e mi ritrovavo a commuovermi, come spesso accade quando ascolto musica che mi ricorda che potrei anche essere felice in altri posti, più vicini a me, più vicini a quello che spontaneamente sono, e poi questa frase mi ha fatto capire cosa mi manca.

Il brusio delle strade, il chiacchiericcio e il suono dei bambini che giocano, che ti fanno sentire che non sei solo.

Qui la quiete ed il silenzio sono semplicemente troppo per me.

Ho bisogno di voce. Di voci.

 

 

 

* Non c’è bisogno di dirlo, ma è questa