Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Are you from Europe? (Alfabeto dei primi giorni a testa in giù )

A come “Are you from Europe?

Questa bizzarra e inusuale domanda mi è stata fatta la prima sera dal tassista che ci ha riaccompagnato all’albergo (“Massì, è la prima sera! Scialiamo!” è stata l’ultima dichiarazione pervenuta dell’Orso prima di verificare il conto e chiudersi in un imbronciato silenzio taccagno – “No, sono stanco, non usciamo stasera”– per i successivi cinque giorni). Nella vita sono stata assegnata dagli sconosciuti alle nazionalità e provenienze più disparate: valenziana, argentina, colombiana (ah, quanto alzasti la mia autostima, ignaro cuoco di Miami!), siciliana, serba, emiliana, turca, friulana, francese (ebbene sì, ci sono stati dei pazzi che me l’hanno chiesto)… ma “europea”!? Amico, l’Europa è grande. Vedi che una bielorussa non assomiglia a una portoghese, eh. Ma si sa, con queste distanze tutto diventa relativo. Comunque, chiacchierando del più e del meno viene fuori che la figlia si trova in vacanza in Europa. Ah, bello, dico io: Europa dove? (Amico, l’Europa è grande…) e lui (giuro, avevamo solo detto Italia, nessuno aveva menzionato niente degli ultimi quattro anni): “No, non va mica al Nord, no no, in Nord Europa no…” (dieci punti per la figlia del tassista!) “va in Europa del Sud!”. “Bello!”, dico io. E lui: “Sì, in Europa meridionale: va in Italia, in BELGIO…”.

Ok.

B come buste della spesa

Qui c’è un sistema strano per imbustare gli acquisti del supermercato. Io, perlomeno, non l’avevo mai visto.

Il cassiere ti inserisce i prodotti nella busta a lui più vicina, quando è piena, ruota il trabiccolo e te ne riempie un’altra. Mi sembra un sistema intelligente. Importiamolo!

C come connessione

L’Australia è grande, è un’isola, è poco abitata, è dall’altra parte del mondo etc etc… e pure la connessione è quello che è. E io che volevo lavorare on line.

Pivella.

D come distante

Solo quando mi sono connessa a Skype per dire ai miei che ero arrivata e stavamo bene che ho capito: sono davvero distante. Distante da tutto, dalle consuetudini, dagli orari, dal clima. Distante. Distante.

Mamma, che è un pelo più sveglia di me, era da giorni che l’aveva capito. Infatti ha iniziato a fare tutta una serie di attività da “sindrome da nido vuoto” come stuccare, ritinteggiare, scrostare la cassetta della posta per tenersi impegnata e non pensarci.

Non so ancora bene come mi sento riguardo a questa questione.

 

E come Eli (con il lifting)

Praticamente qui hanno una repubblica democratica che fa da sé, decide per sé e fa per tre ma sono affezionati alla Regina d’Inghilterra e pure se lei non vuole, hanno deciso che se la tengono. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma appare in tutti i soldi e nei giornali non si fa che parlare del bambinetto che ha compiuto tre anni. Che poi, appare sui soldi. Parliamone. La faccia della Eli che si vede sui dollari australiani è così giovane, tonica e luminosa che come Eli sembra più Elisabetta Canalis che non la monarca novantenne.

F come Facebook

Lo evito da una vita. Non scrivo mai niente e l’ultima foto profilo con la mia faccia (in lontananza) risale al 2013. L’Orso da almeno sei anni non posta niente.

Appena arrivati, spinta da entusiasmo ho postato una foto dei due calici di prosecco che ci siamo bevuti per brindare, con un paesaggio piuttosto riconoscibile sul fondo.

Amici, è luglio, io potrei essere qui in vacanza, no?

Sono stata travolta da messaggi e mail che mi auguravano il meglio e mi chiedevano il perché e il percome.

Mah.

G come gambe

Venti ore di volo e le vostre gambe saranno come quelle della monarca novantenne poc’anzi menzionata.

H come “Have lost 6 kg!”

Alla televisione impazzano questi programmi di dimagrimento che ti assicurano risultati evidenti. E vabbè. Pure in Italia. Certo.

Ma qui la gente che fanno vedere “prima” è più magra di una persona normale e si vanta che è riuscita a perdere ben 6 kg! (Sei, non sessanta!)

Dopo aver sfiorato la depressione per le nostre forme fisiche normali, di gente nata e cresciuta nel Regno del Carboidrato, abbiamo cambiato canale.

I come Inglisc

Io non vado molto orgogliosa del mio inglese. C’è solo una lingua appresa dopo la madrelingua (veneto) che mi rende orgogliosa ed è lo spagnolo. Negli ultimi anni, con la soglia del pudore che è aumentata, mi imbarazzo i primi dieci secondi a parlare con i madrelingua ma loro sono generalmente così fancazzisti che non se ne accorgono, io mi rilasso e pace. Ma con l’inglese no. Anche se sono sei anni che lo parlo quotidianamente al lavoro, per niente.

Finché non ho scoperto che il tassista indonesiano , il pakistano del negozio di telefonia, la cameriera delle Fiji, il receptionist indiano, etc… lo parlano tutti peggio di noi (che tutto un dire).

Sicuramente appena avrò a che fare con i veri Aussies mi imbarazzerò da morire, ma per il momento mi rassicura molto.

L come “Let it be”

Mentre comprimevo e toglievo peso alle valigie, nel nostro bellissimo ed irrecuperabile appartamento in Svezia mi sono ritrovata a cantare questa canzone. Let it be. Non puoi portarti tutti i tuoi vestiti, tutti i tuoi libri, tutti i tuoi amici, tutta la tua famiglia. Let it be.

M come mami

Mai l’avevo sentita così provata per una mia partenza.

N come “i niri”

Due anni fa, durante la nostra vacanza qui ci eravamo stupiti della bianchezza degli abitanti. Dopo venti giorni, la prima persona di colore l’abbiamo incontrata al porto di Sydney ed eravamo entrambi molto sorpresi.

Non so se in due anni le cose siano molto cambiate o se abbiamo avuto noi una percezione  sbagliata, ma in questi giorni ne ho visto moltissimi.

Ad un approfondimento politico l’altra sera il giornalista ha detto: “Abbiamo una comunità mussulmana che sta crescendo in Australia, dobbiamo imparare come si fa ad averci a che fare” (traduzione grossolana, ma ci siamo capiti).

O come Orso polare

– “Perché amore mio mi porti sempre in posti dove fa freddo? Pure in Australia mi ci dovevi portare in inverno!?”

– “Perché lo sai che io sono un Orso, un Orso Polare”

– “In veneto mi verrebbe un’imprecazione che fa rima con Orso Polare (cheavaccadetomare)”

 

P come Product OF Italy

Che però è prodotto, confezionato e distribuito in Australia, con materiali australiani. L’Italia ci ha solo messo l’idea.

Q come Quadernetto

Era una vita che non giravo con un quadernetto in borsa e ora che ho il mio blocchetto acquistato all’Esselunga sono la bambina più invidiata di tutto l’Emisfero Sud!

R come Ripiano

Il secondo giorno sono andata a visitare la biblioteca del quartiere (una ha bisogno dei suoi punti di riferimento, va bene!?) , e nonostante da fuori non ci avessi dato due lire, dentro era stupenda: ampia, silenziosa, nuova, colorata. Impressionata, ho iniziato a gironzolare e mi sono ritrovata a sedermi su una panchina della sezione “Travel”.

Mi sono seduta e ho alzato gli occhi. Davanti a me c’erano le guide dell’Europa.

Il primo ripiano tanti libri con scritto “France”, il secondo tanti “Italy”, il primo era “Florence” e poi “South Italy”, “Amalfi coast”, nel terzo ripiano “Spain”, tante guide di “Madrid” e in fondo “Barcelona”, all’ultimo una guida grossa sulla “Scandinavia” vicina a tante “Sweden”.

Ecco, una scaffaletto minuscolo di quattro ripiani.

E davanti avevo tutta la mia vita.

Quattro ripiani.

 

S come “schei”

Quanti ce ne vogliono per stare qui!

 

T come Taniche

Non so quando mi abituerò a trovare l’acqua, il latte e il succo d’arancia in comode taniche da cinque litri.

Per me sono sempre state associate con la benzina o con i prodotti tossici in generale.

 

U come “Under the bridge”

L’albergo dove siamo alloggiati non ha più disponibilità nei prossimi giorni. Abbiamo trovato casa, ma sarà disponibile da lunedì.

Ce la faremo a non finire sotto un ponte?

V come Visti. O come “Vecci”.

Visto. Una parola che nella vita ho dovuto pronunciare poche volte (vedere alla voce Turchia) che negli ultimi giorni è diventata un intercalare. Praticamente saluto l’Orso alla sera dicendogli “Ciao visto Orso visto, come visto è visto andata visto la visto tua visto giornata visto?”.

Speriamo bene.

I “vecci”: alzi la mano chi è stata impezzata da un amabile ottantenne sul treno il secondo giorno in Australia! Alzi la mano chi è stata abbottonata per un’ora da un’amabile ottantenne al terzo giorno in Australia!

Io, sempre io.

Devo aver preso la faccia da confessore di mio padre.

Solo che io non ho la barba bianca.

 

W come “Wow!”

Che abbiamo esclamato in coro quando il treno è arrivato a destinazione, sabato sera.

Z come Zombie

Ho avuto a che fare con il fuso orario prima, e dopo un giorno ero pienamente inserita.

Ah ah ah ah.

Ora è una settimana che non riesco a riprendermi. Mi addormento se va bene alle sei di mattina, e mi sveglio di soprassalto alle due del pomeriggio, controllando tutti gli orologi possibili.

E sentendomi – naturalmente- super rinco tutta la giornata, con delle occhiaie che hai voglia il carrello rotante del supermercato, non ci starebbero in valigia…

Ma starò meglio.

Anche Arturo il Canguro vi saluta caramente!

By the river: inconcludenza

O anche: “Si vede che non sei ricca, perché hai sempre dei sogni realizzabili”*.

 

(Modo elegante per dire: “molto piccoli”).

(Da leggere con questa che accompagna)**.

 

Sono a casa da una settimana.

Il che non è propriamente vero, visto che è da Ottobre che vengo qui sempre più frequentemente per periodi sempre più lunghi.

I miei trattengono una domanda legittima che farebbe più o meno così: “Ma quando te ne vai?”.

Io mi sento in un modo difficile da descrivere. Sedentaria, svogliata, stanca, a tratti triste, inconcludente. Mi sento dentro ad una bolla. Qui sono protetta e viziata. Fuori mi sembra tutto vago ed impreciso.

I miei rimedi soliti (segnare le date nel calendario, stilare su un foglio senza righe i progetti per i prossimi giorni e mesi, uscire a ridere con le amiche, bere, prendere aria, bere caffé, disegnare…) non hanno sortito l’effetto sperato.

Domani saranno cinque mesi da quando mi sono licenziata. E anche se non è proprio vero che sia rimasta con le mani in mano, mi sembra di non avere più voglia di niente.

Anzi, non è vero.

Mi sembra di avere desideri che non avevo mai avuto prima, e del tutto distanti da quelli che mi hanno animato finora.

La mia guida spirituale di quando avevo vent’anni mi aveva descritta come “determinata”. La specialista con cui ho parlato a settembre mi aveva definita “una che vuole fare tutto il possibile perché gli altri non abbiano da rinfacciarle nulla”.

Io ora non ho più la determinazione di un tempo (se mai ce l’ho avuta veramente). Quella che mi faceva sognare di girare il mondo e puntare in alto.

Ho abbassato la mira.

Ora come ora vorrei una casettina, piccola, piccola, stare con l’Orso, avere magari qualche orsetto qua e là, lavorare poco, vivere di poco, essere in salute, godere di una temperatura superiore ai 20 gradi, non aver bisogno di nulla.

Chi l’avrebbe mai detto?

Mi piacerebbe tutto questo, già.

E proprio in uno stato d’animo del genere mi devo buttare nella metropoli più frenetica d’Europa, sgambettare e sgomitare per posti di lavoro che non conosco, buttarmi nella mischia per conoscere persone nuove che passeranno il tempo a far finta di divertirsi per poi pubblicare le foto e riconoscere di essersi divertiti solo in base al numero di “like” (che se ci togli una “k” si capisce invece cosa siano).

Non ne ho voglia.

Avevo diviso il mio anno in trimestri, e alla fine di ogni trimestre avrei dovuto raggiungere un risultato. Quindi entro Marzo: Inghilterra.

Ma io non ne ho voglia.

Guardo le mie librerie qui a casa, ce n’è una dove riposano i libri dell’università, in ordine per esame, da Filologia Italiana (primo) a Storia Romana (l’ultimo). Li guardo cercando di farmi coraggio, se ce l’ho fatta allora, che ero un’ignorante campagnola che non sapeva nulla dell’università e aveva solo una maturità classica linguistica in tasca (e tanti sogni), a maggior ragione ce la farò oggi che sono sempre un’ignorante campagnola ma che in tasca ho altre due lauree e corsi di formazione e dieci anni di esperienza docente in Europa.

Ma loro mi guardano sconsolati.

Si vede che ho sogni troppo piccoli.

__________

*Frase con cui mi ha ribattuto l’Orso qualche settimana fa mentre passeggiavamo per Milano e io indicavo attici dicendogli: “un giorno sarebbe bello abitare lì”.

** Per chi ascoltandola l’avesse riconosciuta, per via di Nanni Moretti, devo ammettere che per me è soprattutto questo il film che a cui mi fa pensare (No hay nada mas dificil que vivir sin ti).

La donna abitata

Avevo iniziato a leggerlo un mese fa.

Un inizio poco appassionante, e io avevo tanti pensieri per la testa.

Però era da tanto che desideravo leggerlo: da quando l’avevo trovato nel programma di Letterature Sudamericane dell’Università. Ma era un esame che non rientrava nel mio piani di studi, ci pensavo come a un esame da fare “in più”, perché no, visto che sono all’università, massì. Poi, come tante cose, quell’esame l’ho lasciato là, ma la curiosità per questo romanzo era rimasta. Tempo fa sono entrata in contatto con una libreria meravigliosa, e ho pensato che fosse il posto giusto dove acquistarlo.  E così era restato lì, tra le valigie e gli scaffali. Nella borsa. Mi ero decisa ad aprirlo dopo la tesina del corso di Barcellona, e niente, delusione. Me lo aspettavo diverso. Non riuscivo a concentrarmi, immergermi nella storia.

L’altro giorno lo riprendo in mano. Ora sono più tranquilla, ora posso leggere.

E la storia ha ingranato, da lenta è diventata veloce, e mentre leggevo non sentivo né sonno né stanchezza.

La prima volta in cui mi sono sentita non solo coinvolta dalla storia ma completamente travolta.

Ho pianto come se Ines/ Lavinia fosse una mia amica, fossi io.

Un libro così, non l’avevo mai trovato.

 

Sube la adrenalina – Tamarrolandia

Domenica mattina, ancora un po’ intorpidita dai due voli e dal trascinarmi la valigia (cercherò di non farlo più, scusate…) sono stata svegliata dal vicino che con impaziente desiderio di svegliare se stesso e gli altri metteva senza soluzione di continuità questa, questa e questa a tutto volume.

Non c’è niente da fare, sto riscoprendo il lato tamarro di me stessa.

Oggi  è una settimana da quando sono arrivata.

E non escludo di rimanerci per sempre.

 

L’ansia di mettere ✓

A marzo, in Armenia ho conosciuto un ragazzo spagnolo.

Io con gli spagnoli, “per fortuna purtroppo” (come diceva Irene Grandi) vado d’accordo.

(Sì, lo so, solo citazioni d’alto livello in questo blog).

E così, passeggiando per Yerevan il tizio mi dice che ha l’ansia di vedere più cose possibili in quella settimana in Armenia.

Ora, per chi non lo sapesse (io per esempio, non l’ho saputo fino a quando mi è capitato di doverci andare, quindi magari non è così scontato) noi comunitari possiamo andare in Armenia e non abbiamo bisogno di visto. Sì, la Spagna fa parte della Comunità Europea.

No, non è tra i fondatori. NOI siamo tra i fondatori, la Spagna è arrivata parecchio dopo. (Dai, non fa almeno un pochino di piacere sapere che c’è stato un periodo in cui noi sedevamo allo stesso tavolo di Germania e Francia e quando arrivava la Spagna a chiedere l’elemosina potevamo dire uhm, non so, ripassa dopo? Ma soprattutto, che a quel tavolo dove stavamo seduti noi, è venuta la Gran Bretagna a chiederci se per favore poteva essere invitata? Dai, per un attimo.

Poi passa.)

Sì, sono cose che fanno male allo spagnolo medio, meno della storia di Colombo che è italiano (il navigatore, non l’ispettore!), ma comunque fanno male.

Insomma, io sono lì, mi godo il momento: sono in Armenia, I am happy, life is beautiful, sono in un Paese dove ho sempre sognato di venire fin da bambina. Un Paese che mi affascina da anni. Voglio camminare, sorridere alla gente, entrare nei negozi, parlare con gli abitanti, annusare i profumi, contrattare sui prezzi, mangiare il cibo di strada, farmi lanciare una secchiata di acqua gelida in testa perché sto cantando fuori da una discoteca (no vabbè, questa è un’altra storia…), e questo mi dice “voglio vedere il più possibile”.

Lì per lì potrebbe sembrare un desiderio innocente da viaggiatore. Sei in un posto che ti piace e vuoi vedere il più possibile.

Ma lo guardo meglio.

Ventisette anni, parla anche inglese, sveglio, senza vincoli di visto…

Potresti tornarci quando vuoi in Armenia. E’ a due passi dall’Europa. Anzi, è proprio attaccata. La vita in Armenia poi, per i nostri standard europei è così economica che di un eventuale viaggio dovresti seriamente preoccuparti solo del biglietto.

Goditi il momento, entra, esplora, parla con la gente, mangia, bevi, balla, annusa, divertiti.

E invece no.

E così, mi scoccia ma glielo chiedo.

“Dì la verità, non pensi di tornarci più in Armenia, vero?”

E lui: “Beh, una volta che ho fatto ✓ sull’Armenia, che senso avrebbe per me tornarci?”