Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

A disfrutar de cada momento

Così mi ha scritto un’amica che non vedo da troppo tempo.

Per un lungo periodo ho pensato: andrà meglio quando lascerò la Svezia, poi ho lasciato la Svezia e ho iniziato a pensare andrà meglio quando ci trasferiremo, andrà meglio quando succederanno le cose che spero, andrà meglio quando mi prenderanno al corso, andrà meglio quando cambieremo casa, andrà meglio quando mi istalleranno la connessione, andrà meglio quando mi arriverà il visto nuovo, andrà meglio quando inizierò a lavorare, andrà meglio quando…

Ed è un discorso trito e ri-trito quello che bisogna accettare il giorno che sorge adesso e goderselo ora, senza chiedergli di essere diverso da quello che è, che quasi mi annoio da sola a metterlo per iscritto.

“Siamo sempre portati a pensare al domani per essere felici, eh?”: una ragazza che ho conosciuto oggi, tra una birra e l’altra, guardando il tramonto sulla spiaggia, mi faceva così da contrappunto, forse senza volerlo veramente.

E oggi la mia amica spagnola me lo ricorda, lei con il suo sorriso disarmante.

E’ in questo momento che devo vivere. Punto.

Prometto di provarci.

No one ever accomplished anything sitting down. A quote by Chris Hadfield, a canadian astronaut, from his book "An Astronaut's Guide to Life on Earth" Illustrations of 2015 by Kathrin Honesta on Behance:

(Kathrin Honesta)

 

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

Persa

Questa è una storia per me incomprensibile. E dolorosa.

Ho perso. E non ho capito come, non ho capito se c’entro, se non c’entro, se sono diventata marginale o se lo sono sempre stata.

Ho avuto un’amica per molti anni, e non ci sarebbe bisogno di elencare le tante esperienze condivise, dai concerti alle notti fuori, alle telefonate, ai messaggi, alle chat, alle innumerevoli analisi dei tipi (sempre sbagliati ma che tendevamo a giustificare) con cui uscivamo, chiedendoci conferma dei messaggi da mandare, delle frasi da dire.

Eravamo semplici conoscenti prima, ma ci siamo avvicinate nel primo periodo in cui mi trovavo all’estero. Sembra un paradosso, ma è stato così: la lontananza ci ha avvicinato. Poi nei mesi in cui sono stata in Italia il rapporto si è consolidato e avevo dato per scontato di avere una nuova amica, ormai.

Negli ultimi anni (e ora che smetto di negarlo, lo vedo bene) ho sempre fatto io il primo passo.

Da una parte lo consideravo un mio compito, dal momento che “non abito più qui”, essere io quella che si faceva sentire e chiedeva di vedersi.

Se guardo bene gli ultimi anni, lei ha progressivamente smesso di chiedermi “come stai”.

 

In questi giorni, precedenti al suo matrimonio (a cui sono invitata, ma intuisco che è più per cortesia che per affetto), mi chiedo dove ho sbagliato, cosa ho detto, cosa ho fatto. Mi dò delle colpe. Forse le ho. Ma non so dove, quando…

DOVE TOSANO LE AQUILE:

(Cavez)

Io non ho mai fatto mistero di non sentirmi a mio agio con i bambini piccoli. Chiunque mi abbia vista con dei bambini inferiori agli undici anni lo sa: sono impacciata, goffa, imbarazzata, talvolta pure un po’ schifata.

Non sono una cattiva persona (credo), sono solo specializzata sugli adolescenti.

Inoltre sento di non aver mai avuto (o comunque superata l’età delle bambole) quello che in molte definiscono “l’istinto materno”.

Non so se sia un caso fortuito, generazionale, dettato dagli eventi e dalla particolare congiuntura storico-sociale, che ci vede così precarie da non poter progettare un futuro per noi, figurarsi un futuro carico di responsabilità di altri esseri viventi.

Oppure se si tratta di una mancanza personale, un difetto mio e basta, in cui vivo troppo concentrata sull’oggi per pianificare una famiglia come si deve.

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(Ted Fattone non poteva mancare…)

Magari, semplicemente, è una fase: un giorno mi piaceranno tantissimo i bambini e sarò felicissima di averne quindici. (Mah).

.:

Qualunque sia il motivo che mi spinge a non desiderare figli, non posso negare che il rapporto con lei abbia iniziato a deteriorarsi proprio quando sono comparsi i figli.

Credo di aver fatto quello che ci si aspettava da me, pur non essendo nel mio intimo d’accordo, ho fatto regali e sorriso. E’ la sua vita, non la mia. Infatti io, che decido liberamente della mia, ho deciso di non avere figli. Così come mi aspetto che nessuno mi imponga la sua scelta di maternità come l’unica possibile, io non vado in giro per il mondo cercando di evangelizzare la gente a non fare figli. Li volete fare? Bene. Non li volete fare? Siamo già otto miliardi e il mondo non ne sentirà la mancanza.

Zzadigò, Arrodigò, Anchidigò, 'Tizziatigo!:

(Il Vernacoliere)

 

Questi però sono i pensieri che mi faccio nella mia cameretta, che condivido con l’Orso, che per sommi capi enuncio ai suoi genitori quando semestralmente chiedono: “E il nipotino?” (come se sapendo come era l’Orso da Orsacchiotto -ricoverato plurime volte per lesioni causate da giochi troppo estremi in giardino- venisse voglia di mettere al mondo dei mini orsetti con i suoi geni da spericolato), ma che non mi permetto di fare a voce alta con amiche che hanno deciso di fare figli.

Siete felici?

Meglio così, io sarò felice per voi, o almeno, farò del mio meglio per esserlo.

Invece si vede proprio che qualcosa nel meccanismo si è inceppato.

E stasera dovrò partecipare ad un “addio al nubilato” (first time in my life) (e spero pure l’ultima) con altre “amiche” che non ho mai conosciuto prima.

Tutte, naturalmente, mamme.

 

By the river: inconcludenza

O anche: “Si vede che non sei ricca, perché hai sempre dei sogni realizzabili”*.

 

(Modo elegante per dire: “molto piccoli”).

(Da leggere con questa che accompagna)**.

 

Sono a casa da una settimana.

Il che non è propriamente vero, visto che è da Ottobre che vengo qui sempre più frequentemente per periodi sempre più lunghi.

I miei trattengono una domanda legittima che farebbe più o meno così: “Ma quando te ne vai?”.

Io mi sento in un modo difficile da descrivere. Sedentaria, svogliata, stanca, a tratti triste, inconcludente. Mi sento dentro ad una bolla. Qui sono protetta e viziata. Fuori mi sembra tutto vago ed impreciso.

I miei rimedi soliti (segnare le date nel calendario, stilare su un foglio senza righe i progetti per i prossimi giorni e mesi, uscire a ridere con le amiche, bere, prendere aria, bere caffé, disegnare…) non hanno sortito l’effetto sperato.

Domani saranno cinque mesi da quando mi sono licenziata. E anche se non è proprio vero che sia rimasta con le mani in mano, mi sembra di non avere più voglia di niente.

Anzi, non è vero.

Mi sembra di avere desideri che non avevo mai avuto prima, e del tutto distanti da quelli che mi hanno animato finora.

La mia guida spirituale di quando avevo vent’anni mi aveva descritta come “determinata”. La specialista con cui ho parlato a settembre mi aveva definita “una che vuole fare tutto il possibile perché gli altri non abbiano da rinfacciarle nulla”.

Io ora non ho più la determinazione di un tempo (se mai ce l’ho avuta veramente). Quella che mi faceva sognare di girare il mondo e puntare in alto.

Ho abbassato la mira.

Ora come ora vorrei una casettina, piccola, piccola, stare con l’Orso, avere magari qualche orsetto qua e là, lavorare poco, vivere di poco, essere in salute, godere di una temperatura superiore ai 20 gradi, non aver bisogno di nulla.

Chi l’avrebbe mai detto?

Mi piacerebbe tutto questo, già.

E proprio in uno stato d’animo del genere mi devo buttare nella metropoli più frenetica d’Europa, sgambettare e sgomitare per posti di lavoro che non conosco, buttarmi nella mischia per conoscere persone nuove che passeranno il tempo a far finta di divertirsi per poi pubblicare le foto e riconoscere di essersi divertiti solo in base al numero di “like” (che se ci togli una “k” si capisce invece cosa siano).

Non ne ho voglia.

Avevo diviso il mio anno in trimestri, e alla fine di ogni trimestre avrei dovuto raggiungere un risultato. Quindi entro Marzo: Inghilterra.

Ma io non ne ho voglia.

Guardo le mie librerie qui a casa, ce n’è una dove riposano i libri dell’università, in ordine per esame, da Filologia Italiana (primo) a Storia Romana (l’ultimo). Li guardo cercando di farmi coraggio, se ce l’ho fatta allora, che ero un’ignorante campagnola che non sapeva nulla dell’università e aveva solo una maturità classica linguistica in tasca (e tanti sogni), a maggior ragione ce la farò oggi che sono sempre un’ignorante campagnola ma che in tasca ho altre due lauree e corsi di formazione e dieci anni di esperienza docente in Europa.

Ma loro mi guardano sconsolati.

Si vede che ho sogni troppo piccoli.

__________

*Frase con cui mi ha ribattuto l’Orso qualche settimana fa mentre passeggiavamo per Milano e io indicavo attici dicendogli: “un giorno sarebbe bello abitare lì”.

** Per chi ascoltandola l’avesse riconosciuta, per via di Nanni Moretti, devo ammettere che per me è soprattutto questo il film che a cui mi fa pensare (No hay nada mas dificil que vivir sin ti).

Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

Mi sono state dette e capitate tante cose in questi giorni, e le devo mettere in fila.

– mi hanno fatto pensare in questi giorni, mi hanno chiesto: ma secondo te perché noi che siamo brave persone, ci comportiamo bene, facciamo il nostro dovere, siamo gentili e viviamo come tutti dobbiamo sentirci dire che “siamo violenti perché siamo mussulmani?”

– ho pensato che se un giorno facessi qualcosa di assurdo o criminale e nei giornali invece di scrivere il mio nome si scrivesse “cattolica bianca” forse chi legge farebbe caso alla mia religione e al mio colore e sarebbe spinta ad associarli al crimine che ho commesso

– mi hanno detto: “pensano che i mussulmani siano violenti, e allora vogliono  farci una guerra contro”

– confesso che non ho trovato il nesso, io se penso che uno sia violento me ne sto volentieri alla larga, mica vado a casa sua a picchiarlo, no?

 

 

Tutti questi pensieri mi hanno un po’ confuso e hanno contribuito a far vacillare un po’ quelle riflessioni generali che facevo da tempo.

Una di queste riflessioni consisteva sulla riduzione.

La riduzione o sottrazione mi sembra che sia il meccanismo applicato negli ultimi decenni dai Paesi che ho conosciuto più a fondo con solide radici storiche cristiane davanti ad immigrati di altre religioni.

E lo vedo tutti i giorni a mensa.

A mensa l’unica carne cucinata è il pollo.

Il maiale offende mussulmani ed ebrei e la mucca offende gli indiani.

Il buffet in genere comprende: pollo, pesce, piatto vegano, piatto senza glutine, piatto senza lattosio, verdure e insalate.

Qualche mese fa un signore è venuto da me a lamentarsi perché non servivamo cibo “Helal“.

Questo è l’esempio più vicino a me di quello che intendo per “sottrazione”. Ovvero io potrei mangiare qualsiasi cosa, in quanto la mia salute (non ho allergie né intolleranze) e la mia religione non mi proibiscono di ingerire cibi o bevande, ma siccome so che di tutti i cento cibi che io posso mangiare tu ne puoi mangiare settanta, allora dico vabbè dai, ne mangio anch’io settanta che male fa.

Poi arriva anche un altro e di quei settanta che io e te possiamo mangiare ne può mangiare cinquanta, e allora io e te ci guardiamo e diciamo ok, dai, cinquanta, dai, l’importante è che non litighiamo.

Poi ne arriva un altro e dice che lui di quei cinquanta ne può mangiare venti, e allora noi tre alziamo il sopracciglio però va bene, venti.

Io dai miei cento cibi sono passata a venti, che va bene, eh, tanto gennaio è il periodo delle diete.

Ma la mia domanda è: poi gli altri ottanta quando sono da sola me li potrò mangiare?

E questo per me si estende a tantissime altri campi.

Noi, con una cultura ben radicata da secoli siamo diversi e abbiamo abitudini e riti diversi.

Nell’ultimo secolo abbiamo smesso di crederci e un po’ alla volta abbiamo lasciato andare un sacco di comportamenti che prima erano all’ordine del giorno (il velo in chiesa, partecipazione comunitaria agli eventi religiosi, senso di comunità…) per insofferenza, individualismo o pigrizia.

E ora ci troviamo davanti a qualcun altro che invece i suoi riti e i suoi doveri verso la propria comunità ce li ha ben presenti che ci mette in difficoltà.

Ci mette in difficoltà perché ci sentiamo in colpa, perché ci sembra che forse anche noi dovremmo avere una comunità di riferimento alle spalle ma ci voltiamo e vediamo solo persone impegnate a scorrere la schermata di whatsapp.

E allora optiamo per la strategia “quieto vivere”: vabbè dai, se a te offende tanto allora io tolgo questo e questo, tanto vivo lo stesso.

Tutta la nostra comunità è ormai fondata su questo principio di base: “la sottrazione”.

E, secondo me, non è nemmeno del tutto consapevole. Rimane solo un retrogusto amaro che poi gli ubriaconi da bar o chi non ha voglia e tempo di approfondire (c’è una crisi economica mondiale, siamo governati da corrotti che non hanno nessun interesse a far riprendere il mercato del lavoro stagnante, la gente si muove molto più di una volta, le dogane in Europa non ci sono più, in Italia è facile entrare e non essere controllati, esiste un fiorente mercato del lavoro nero che permette di mantenersi senza dichiarare niente di sé a nessuna autorità e quindi di non essere rintracciabili e quindi espulsi anche se clandestini, a noi piace scendere in piazza per saltare la scuola e per sventolare le bandiere però non siamo abituati ad andare dal capo e discutere del nostro contratto sentendoci alla pari, demandiamo tutto ai sindacati, ci siamo disinteressati della politica e abbiamo votato “per protesta” senza nessuna lungimiranza, chi lavora duro non ha tempo per discutere o per far politica e l’unico obbiettivo che vede è mantenersi a galla etc etc…) dà la colpa agli immigrati e sente un atavico livore per il diverso venuto da fuori “a rubare lavoro”.

Tutte queste considerazioni in questi giorni mi frullano in testa mischiate alla domanda: “perché a me che sono onesto e non faccio male a nessuno hanno bruciato la moschea?”.

Quando scendiamo in piazza a difendere i nostri diritti, le nostre libertà la nostra “comunità” e la nostra “cultura” sappiamo  veramente cosa stiamo difendendo?

 

 

Parce qu’ on ne sait jamais*

Oggi ho avuto una giornata un po’ particolare: mi ha portato un po’ indietro nel tempo, mi ha parlato un po’ di passato e mi ha parlato un po’ di futuro, e mentre stavo seduta in metro a guardare l’acqua passare e le nuvole sopra, mi ha parlato un po’ di oggi, di adesso, del presente.

Sono stata ad un incontro, conferenza, seminario, non saprei trovare più il termine italiano perfetto per descrivere un genere di incontro che in Italia forse non esiste.

L’edificio era diverso da quello che mi immaginavo, non c’ero mai stata prima e sono arrivata in anticipo perché di solito mi perdo ed era in una parte della città dalla viette incasinate e dalle casette carine eh, ma abbastanza simili… e io che mi perdo anche nella città dove ho abitato a fasi alterne nove anni e nella cittadina minuscola dove ho fatto il liceo e sono cresciuta (e infatti chiedo indicazioni con accenti strani per non farmi sgamare) ho pensato che fosse il caso di arrivare presto per avere il tempo di (eventualmente) perdermi.

Era diverso, certo, ma era molto molto molto molto molto simile (per non dire identico) ad un altro posto. Un posto che conosco e che ho frequentato per un bel po’: il mio primo luogo di lavoro “serio” in Francia.

I corridoi, le scale, le pareti, le stanze, i colori, le finestre… identico, uguale.

E’ stato un tuffo nel tempo.

Al cuore anche.

Ero molto diversa, era il 2006.

Fammi fare due conti, era il sei ottobre un lunedì, sono esattamente otto anni. Ne sono cambiate di cose. E’ piacevole guardarsi indietro nello spazio e nel tempo.

E poi sono salita, ho fatto le scale, sono arrivata dove c’era la conferenza a cui dovevo partecipare. Mi sentivo così inadeguata ieri sera, mi aspettavo di essere la più giovane, con i colleghi bravi ed esperti e avevo paura.

E così è stato, ero tra le più giovani ma ero sorridente, non terrorizzata dalla paura, ho fatto la mia figura, ho sorriso tantissimo, insomma… è andata bene.

Così è la vita: ti stupisce in ogni momento, fai una strada e poi all’improvviso noti un angolo che non avevi visto e decidi di tagliare per quella stradina, e magari ti porta da una parte che non conoscevi… ma non per questo ti fa sbagliare strada.

E quando ero in Francia avevo il mio futuro disegnato in un certo modo, pensavo che il mio limite fosse il cielo e che le cose sarebbero andate solo così, che se mi fossi messa d’impegno per ottenere dieci non avrei mai accettato meno di un nove e mezzo come risposta, e che anche lì mi sarebbe sembrato un mezzo fallimento…

Ero convinta che il mondo fosse come prevedevo, che la strada sarebbe stata in salita, certo ma sarebbe stata dritta.

 

 

E invece no.

Invece ho seguito le indicazioni, ma mi sono concessa soste, cambi di rotta, sentierini, bivi, giravolte e anche conversazioni placide per riprendere fiato su una panchina all’ombra.

 

E allora oggi, in piedi su un pianerottolo con il mio caffè in mano in uno dei tanti momenti di pausa mi sono chiesta: era così che mi immaginavo otto anni fa, dentro ad uno stabile simile ma a migliaia di km di distanza?

Beh, la verità  che mi immaginavo molto simile a quello che sono adesso.

 

Sono qui, seduta sul mio divano, con la porta aperta sulla terrazza affacciata su un splendido tramonto svedese di sedici gradi, mentre aspetto l’uomo della mia vita che torna a casa da lavoro, sono qui seduta a scrivere sul mio computer che lui mi ha regalato, dopo aver trascorso una giornata a parlare “alla pari” con gente che otto anni fa mi avrebbe guardato dall’alto in basso, sono qui a sentirmi soddisfatta dopo ogni giorno di lavoro, sono qui a considerare che le strade che si prendono si possono solo immaginare ma non prevedere.

 

Penso che in fondo nella vita mi  andata bene, che ho fatto bene a fare quel periodo in Francia, in quel posto di lavoro magnifico, così simile a quell’edificio di oggi, ho fatto bene a fidarmi dell’uomo che ho conosciuto quella sera, ho fatto bene a scegliere sempre e puntualmente la strada più difficile…

perché questo è adesso il mio presente.

Devo smetterla di parlare di passato, non sono quello che ho fatto.

Sono quello che faccio e sarò quello che farò.

E’ ora di smetterla di crogiolarsi in scelte e posti che mi hanno formata ma che fanno parte di me al passato prossimo.

E’ ora di pensare al presente, coniugare i verbi al futuro semplice e smetterla con il condizionale.

 

*Qui