Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.

 

(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Gente perbene e positiva, grazie!

C’erano una volta una spagnola, una lettone e una brasiliana.

La spagnola, Carla*, bussò un giorno alla porta dell’appartamento universitario dove abitavo. Cercava una camera in affitto.

Rideva spesso, sorrideva sempre e dal giorno in cui entrò in casa entrò anche nel mio cuore. Mai eccessiva, capace di una battuta o di una risata per stemperare le tensioni, fece tantissimi gesti per riportarmi alla calma in un periodo in cui io ero troppo attenta a quello che pensavano gli altri di me, troppo rigida nella scala di valori in cemento armato che mi ero costruita, troppo fissata con le tabelle di marcia dello studio per riuscire mai a rilassarmi veramente. Un giorno, in mezzo allo studio disperato e senza fine di Storia dell’Arte da Brunelleschi a Picasso passando per quattromila comode diapositive (un esamino che si prese un anno della mia vita, del mio sonno e della mia capacità di stare al mondo), dall’ansia che mi divorava non riuscivo a tenere le cose in mano e mi cadde un bicchiere di vetro. Ero così stravolta che mancò poco scoppiassi a piangere. “Tranquila” disse lei, e nel giro di due secondi aveva spazzato i cocci per terra, buttato tutto nella pattumiera, messo a sedere me, preparato una tisana rilassante e chiuso il libro di Storia dell’arte. Qualche anno dopo, con i cocci in mano di una storia sbagliata (che si era presa quasi due anni della mia vita, del mio sonno e della mia capacità di stare al mondo), scappai da lei sulla Costa del Sol. “Tranquila”, mi disse lei, e nel giro di due giorni aveva spazzato i cocci dal cuore, mi aveva messo nelle orecchie Bebe (“No màs llorar”) e in mano parecchi bicchieri di Jagermaster. Il giorno dopo avevo il numero di un pompiere belloccio in rubrica.

La lettone era una a cui non avrei dato due lire: più piccola di me di almeno sei anni, si trovava in Turchia nello stesso periodo in cui ci stavo io. Le sue scelte di vita erano l’esempio di quello che io non avrei mai fatto: finito il liceo aveva deciso di fare per un anno la volontaria in un asilo turco. Io mai mi sarei permessa di mettere dell’altro in mezzo al mio percorso di studi. Se fai una cosa, devi farla fatta bene, era il mio motto all’epoca. E io, anche in Turchia, c’ero andata con un contratto firmato. Ma quale volontariato! Me la portarono a casa, una sera e mi dissero: “Questa la devi conoscere!”. Mi aspettavo una cucciola sconsolata e impaurita, giovanissima. Invece mi si presentò davanti una giostra bionda con un sorriso a quarantamila denti che sapeva far ridere chiunque. La portai pure a scuola un giorno, per far conoscere agli studenti la Lettonia. Il giorno dopo ricevette un centinaio di proposte di matrimonio.

Nei momenti di sconforto, quando ci mancava la pancetta, quando ci sembrava che nessuno ci capisse, io e la mia coinquilina ci guardavamo e dicevamo: “Ora chiamiamo Gina*!”. Lei veniva e ci faceva piegare in due dalle risate.

(Dopo un po’ di anni sabbatici, so che ora si è iscritta finalmente all’università.)

 

Un paio di mesi fa, ho conosciuto Sara*, una brasiliana. Mi fa ridere ed è molto simile alle persone solari che ho conosciuto finora. Inutile dire che me la sto tenendo stretta.

(Il buon umore non è mai passato di moda)

E mi chiedo: perché non è possibile circondarsi di persone positive anche nei social?

Ogni volta che entro su Twitter trovo amarezza, sarcasmo, battute contro tutti, saccenza, arroganza…

Mi consigliate persone positive da seguire? Al momento, su due piedi, mi viene in mente solo Tegamini.

 

 

 

*Come sempre, nomi di fantasia sul blog che le denunce mi spaventano.

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

Santa Lucia, e piange l’emigrante (e pure l’emicrania)

Oggi a scuola c’è stato il coro di Santa Lucia, tradizione svedese (ma, mi dicono dalla regia, tradizione scandinava in generale) in cui -faccio breve-  si festeggia il giorno più buio dell’anno (hai presente la bella gente nel sud Europa che festeggia Ferragosto con le grigliate?  Patetici) mettendo in testa ad una bambina bionda delle candele.

ACCESE.

(Non sto scherzando).

La canzone che ha accompagnato il coro all’entrata era Sankta Lucia.

(Noooooo Nooo, rassicuravano gli svedesotti, cresciuti a pane di segale e ateismo,  ma non è niente di religioso “Lucia”!!! – Capito?  La chiamano per nome,  come se a Firenze ti dicessero “oh ma per Giovanni che fai? Sotto intendendo “San”, cioè,  è n’amico tuo? ).

Si si non sarà niente di religioso ma la canzone di apertura si chiama “Sankta Lucia”. Vedi tu.

Allora la scena è questa: io che cerco di fare facce truci ai miei pargoli per mantenere il silenzio e dentro mi dedico al mio passatempo abituale: mi lamento e compiango me stessa per il razza di posto dove mi tocca vivere ah l’amore questo folle sentimento che.

Ed ecco entrare i bambinetti al buio con le candele in mano che cantano. 

Santa Lucia.

Eall’improvviso ero di nuovo dodicenne,  era estate e avevo pregato mamma di comprarmi quel cofanetto di cd in offerta al supermercato che nessuno avrebbe mai voluto che si chiamava “souvenir Von Italien” ed aveva i classici della canzone romana,  siciliana e napoletana.  E io me li ascoltavo nei pomeriggi in cui non potevo uscire e faceva caldissimo e con la testa ricamavo ogni parola dell’ultimo incontro con quello della moto,  quello che mi piaceva tanto;  e scrivevo quaderni e quaderni di diari, e in sottofondo musica che mi sarei vergognata con chiunque di ammettere che ascoltavo; e stamattina era di nuovo lì: io, lo stereo,  la cameretta.

Mi sono commossa.

Mi è rimasta in testa tutto il giorno e tornata a casa ho chiesto all’esponente meridionale di casa se se la ricordasse, ma lui ha candidamente ammesso di non saperne nulla.

E allora è bastata qualche ricerca ed è uscito il risultato: è una canzone napoletana.

E un sottotitolo.

“Santa Lucia è la canzone dell’emigrante”.

 

* La canzone svedese (del 1920) è questa

Per la versione originale napoletana di metà Ottocento, cliccare qui

La canzone in italiano (di inizio Novecento) è questa

E nella storia è stata cantata anche da Elvis

Più informazioni su questa canzone qui

Per attenuare la mia inconsolabile mancanza dell’ Italia fare un bonifico qui

 

 

Mattine, pomeriggi, sere

Forse è perché è Novembre.

E’ il mio mese preferito, da sempre, però non posso negarlo: è un mese malinconico. (E questo è uno dei motivi per cui mi piace).

(E’ l’estate, fredda, dei morti, lo chiamava Qualcuno).

O forse è perché sono diventata grande, nel senso che nessuno mi farebbe mai più sedere al tavolo dei bambini (e per fortuna, che non c’è mai una bottiglia di vino, su quei tavoli) e anche nel senso che ho tutto quello che qui in Occidente consideriamo fondamentale per passare per grande: lavoro, casa, fidanzato.

Però le domeniche mattina a rigirarmi nel letto non hanno più lo stesso sapore.

Sono piene di cose da fare rimandate, di previsioni, di ricordi, di potevo fare, di uff domani è lunedì, di cosa mi metto, di cosa mi porto, di che tempo farà.

Sono piene di futuro sì, ma di futuro semplice, prossimo, futuro da poco. Futuro da due lire.

I miei pomeriggi si riempiono di malinconia, di divani, di presente, di non pensiamoci.

E le mie sere, le mie sere?

 

Forse quella è una parte del giorno su cui posso ancora lavorare.