“Nunca te acostarás sin saber una cosa más”*: La Melbourne Cup

Oggi ho imparato a conoscere un evento di cui non avevo mai sentito parlare: la Melbourne Cup.

In questi mesi avevo trovato dei volantini che pubblicizzavano l’evento con menù dedicati  in quasi ogni ristorante o bar dove sono entrata. Ma nella mia testa era scattata l’associazione: Australia (Paese abitato soprattutto sulle coste) + Novembre (quasi estate) + Australiani (gente sportiva) e avevo banalmente classificato l’evento come “regata” o “cosa legata all’acqua”.

100m freestyle relay squad
“Buongiorno, siamo il gruppo olimpico di nuotatori australiani, vuoi fare amicizia con noi?” (Fonte: Herald) Ecco, questo era quello che pensavo io alle parole Melbourne Cup.

Naturalmente, mi sbagliavo.

E non ho neanche approfondito, immaginando fosse una di quelle gare sportive che interessano solo agli sportivi.

Mi sbagliavo, ancora una volta.

Ieri mattina il capo mi ha guardata e ha avuto pietà della mia ignoranza in materia australiana (“Ma com’è possibile che tu non conosca la Melbourne Cup?” “Beh, io non sono appassionata di sport…” “Macchè sport e sport!”), e, complice la spiaggia deserta (per me inspiegabile in un giorno pre-estivo a 26° con il sole), mi ha detto: “Chiudi tutto, ti porto a vedere la Melbourne Cup!”.

E quindi ho abbassato la saracinesca e mi ha portata a pranzo fuori (devo ammetterlo: ho cambiato mille lavori in mille posti ma non mi era mai capitato che il capo mi portasse a pranzo!), in un Hotel. “Perché la Melbourne Cup va vista in Hotel!“, ha sentenziato. Ed era solo la prima delle tante regole collegate a questo evento.

Quindi per punti: cos’è?

 

La Melbourne Cup è una corsa di cavalli (sì, ciao nuotatori e surfisti che mi immaginavo io!). A quanto pare è “la gara di tre miglia più famosa del mondo“. Siccome prima di ieri non avevo mai visto una corsa di cavalli, mi permetto di aggiungere che non ho nessuno strumento per smentire né questa né le seguenti affermazioni.

Ora, la gente si appassiona a mille cose, in Italia, per esempio, ogni partita della Nazionale di calcio agli Europei o ai Mondiali è seguita da tutti e diventa un evento sociale. Ma é anche vero che in Italia fin da ragazzini si gioca a pallone, ogni domenica si seguono i risultati della squadra del cuore e ovunque il calcio è presente, dalle pubblicità al gossip, alle notizie sportive del telegiornale.

Non avevo avuto l’impressione che i cavalli qui godessero di un seguito simile, anzi.

E infatti“, ha confermato il boss, “è solo per la Melbourne Cup, è un evento in sé“.

Da quello che ho capito, da almeno tre settimane non si parlava d’altro.

Ok, le nostre partite di calcio durano 90 minuti, con l’intervallo, gli inni all’inizio, i supplementari e i rigori due ore buone ci si perde. Ottimo per una cena, una pizza, insomma, per organizzarci un incontro che includa socialità e convivialità intorno.

Quanto dura la Melbourne Cup?” ho chiesto.

Tre minuti“.

3 Minutes
Tre minuti.

Ok.

Non appena arrivati all’Hotel designato (“Devi sapere che fino ad una ventina di anni fa qui in Australia non c’erano caffetterie, ristorantini, localini… la gente si incontrava in hotel. Erano gli unici punti con un bar e un bancone che servisse alcolici, e venivano vissuti come i pub in Inghilterra. Si trovavano agli incroci delle vie, spesso se ne trovavano quattro: uno ad ogni angolo“, e siccome il boss ha novecento anni, non mi permetto di dubitare che tutto ciò corrisponda a verità.) mi stupisco di tre cose: le signore sono tutte vestite bene (sono le due del pomeriggio, e alcune sembrano vestite da gran galà – in un posto che è sostanzialmente un “vecchio pub“-), mentre io sembro il brutto anatroccolo della favola che si è perso la parte in cui diventava cigno (“Perché alla Melbourne Cup ci si veste bene!” “Sì, ma la stiamo guardando per televisione!” “Non importa!”, con le dovute proporzioni, è come se io mi guardassi l’ultima serata di Sanremo in abito Valentino, in pizzeria con gli amici), una coda lunghissima che va verso il bancone e… i cappellini.

Le signore indossano tutte un cappellino parecchio eccentrico.

Diapositiva:

Melbourne Cup

Non so se ho reso l’idea di “eccentrico“.

Insomma, è stato divertente: fare la nipote a pranzo con il capo, fare finta di capirne qualcosa qualcosa mentre i cavalli correvano, osservare divertita le signore e i loro cappellini.

Ah, dimenticavo: e la coda lunghissima per arrivare al bancone?

Era la coda delle scommesse.

Perché “tutti scommettono alla Melbourne Cup!”.

 

E questo è quanto: ha vinto il numero 17.

Concludendo: è stato divertente ed interessante, ho imparato una cosa nuova e sarò molto più spendibile socialmente in Australia.

 

 

 

E niente nella mia vita, prima d’ora, mi aveva mai mandato così forte e chiaro il messaggio:

“Datti all’ippica!”

KEEP CALM AND DATTI ALL'IPPICA!

 

 

 

 

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Più informazioni sulla Melbourne Cup si possono trovare qui:

https://en.wikipedia.org/wiki/Melbourne_Cup (che non ha la versione italiana)

http://www.convictcreations.com/culture/melbournecup.html

Qui una spiegazione in italiano: http://www.huffingtonpost.it/2013/11/05/melbourne-cup-2013-gara-ippica-australiana_n_4218448.html

 

 

 

* Detto spagnolo: non andrai mai a dormire senza aver imparato qualcosa di nuovo. Lo trovo molto veritiero.

Figli di ciabattini

Una cosa (delle tante) a cui non ero preparata.

Qui la gente gira scalza.

Ma non in spiaggia, o nel baretto in spiaggia (che come concetto credo esista solo nella nostra testa e nei resort fatti ad immagine e somiglianza della nostra testa…), no, qua ci girano per strada  (o… – astenersi stomaci deboli- entrano da McDonald’s) scalzi.

Così, palmi dei piedi al vento.

Chi non ha mai visto i nonni giocare a bocce al Circolo Arci a piedi nudi?

Chi non ha un amico che gira con il colbacco in testa e scalzo?

Software company Atlassian was named Australia's best place to work in a national survey of 28,000 workers

Chi non è mai andato al lavoro o a prelevare a piedi nudi?

(Qui si riassume come la vedo io al riguardo.)

Ad un certo punto, non trovando spiegazione, ho immaginato che sia per rendere i piedi così ruvidi da migliorare la presa sulla tavola da surf.

Ma è solo una mia ipotesi…

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Momenti di incanto e momenti di disincanto

Momenti di incanto:

  • Il tabaccaio che ride, e chiacchiera, come se non fossimo in Svezia.
  • I ragazzini, miei ex-studenti, che splendevano nei loro vestiti da gran galà (o in quello che per te a sedici anni è un gran galà: la festa di fine anno a scuola) mentre camminavano un po’ traballanti nei tacchi altissimi e con vestiti eleganti sul tappeto rosso preparato per l’occasione. Pensavo di commuovermi (ogni fine anno scolastico mi commuovo, ogni fine corso, ogni fine, in generale) e invece sorridevo un po’ compiaciuta un po’ partecipe. Erano bellissimi.
  • Ho viaggiato di notte, ho preso un autobus fino alla stazione da cui partiva il diretto per Gatwick, che invece non è partito, e ho dovuto prendere un taxi. Si, un taxi, e no, non mi chiamo Paris Hilton. E quando? Il giorno in cui scadeva la mia carta di credito e iniziava quella nuova, che non avevo ancora provato. E avevo quindici sterline in contanti. Con una faccia di tolla insostenibile, ho risposto: “Certamente!” senza battere ciglio al tassista che mi diceva: “Costerà più di cento sterline”. Pensando per tutto il viaggio “al massimo scappo” e con l’Orso che mi incoraggiava via whatsapp scrivendomi: “Digli che gli faccio un bonifico internazionale!”. Dopo aver chiacchierato di vita e spostamenti (“Sento dal tuo accento che sei sud-europea [ma dì pure terrona, amico mio], azzardo: sei per caso greca?” ha esordito il tassista alle quattro di notte, continuando senza pause fino alle cinque) sono arrivata all’aeroporto e lui mi ha passato il pos. Io, imperturbabile ho strusciato la mia carta nuova di zecca mai usata prima e… ta dà: ha funzionato. (E mi ha fatto pure lo sconto di otto sterline!).
  • Arrivata a casa, sul tavolo ho trovato tre mazzi di rose. L’Orso mi ha abbracciata e mi ha detto: “Bentornata a casa”.
  • Siamo andati a fare una passeggiata oggi, e non c’era più il nostro autobus preferito, quello che passa per tutti i posti che ci piacciono. Ne abbiamo preso un altro. Senza sapere che tragitto facesse. Ha attraversato zone della città che non vedevo da tempo, nell’ora più luccicante del giorno: il momento prima del tramonto. Quella che Dante chiamava dei naviganti e che io ho sempre pensato si potesse estendere agli emigranti in generale, quando finiscono il lavoro, guardano il mare e pensano alla casa e agli amici lontani. E’ l’ora della malinconia. Ma questa sera, dal finestrino, con a fianco l’uomo a cui ho affidato e sto affidando i miei anni migliori, nella città che tanto ho detestato, tutti quei raggi chiarissimi hanno illuminato l’estate di questa città che è -davvero- meravigliosa, e io non ho provato malinconia o rabbia. Ma solo incanto.

 

 

Momenti di disincanto:

  • il tabaccaio di cui sopra, che vedendo che pago con un bancomat svedese mi dice “Ma cosa vedo lì!? C’è un bancomat svedese! Ma la nostra amica parla svedese quindi? balafbbdfhirefkskj (roba in svedese che significa più o meno: ma allora parli svedese, dai parla svedese con me!) e io che sorrido imbarazzata e rispondo sempre in inglese: no, non lo parlo, mi dispiace. E lui che ribatte sempre sorridendo e sempre ridanciano: “Non ancora!“. “To mare” è l’unico pensiero che mi è venuto di risposta, ma per fortuna l’ho trattenuto.
  • Alla cena di fine anno ero un’invitata speciale: mi hanno invitato i ragazzi. Ci hanno tenuto che io ci fossi, e io mi sono sentita onorata. (Non sarei mancata neanche se non mi avessero invitato!) Per certi versi però è sembrato un pranzo con i parenti a Natale: “E dove sei adesso?”, “E cosa fai adesso?”, “Sei tornata in Svezia per sempre?”, “Torni ad essere la nostra insegnante?”, mancava che mi chiedessero “Ma quando ti sposi?”, “E un bambino?”, “E la sorellina non gliela facciamo?” e poi ero a posto.

Fuori c’è il sole

Una canzone estiva l’anno scorso ripeteva proprio questo: fuori c’è il sole.

Ed è strano, ora che sono in quel posto che fa venire in mente a tutti ombrelli e acqua a catenelle, ma fuori c’è il sole.

Anzi, il sole c’è quasi sempre stato, da quando sono arrivata. Un mese fa tondo tondo.

Sono anche successe delle cose nel frattempo, alcune belle, altre insomma, diciamo “sospese”. Nessuna brutta, per fortuna.

Ho trovato un lavoro e ne ho ripreso uno che avevo lasciato in sospeso.

E’ venuto l’Orso ed è rimasto per ben dodici giorni. Un record, e per questo – pur con tutta la mancanza di stima reciproca- non smetterò mai di ringraziare Santa Svezia, che glielo permette.

Ora è ripartito. E’ in un altro Paese ancora, terzo, anzi, quarto rispetto a noi, figli di un Paese ben preciso (Italia), domiciliati in due diversi (Regno Unito e Svezia).

La malinconia prende il sopravvento ogni tanto, poi guardo fuori, fuori c’è il sole, mi sforzo di sorridere, e ci riesco pure. C’è il sole, stiamo bene, è stato qui un sacco di tempo, cercheremo di rivederci presto, dai. Fuori c’è il sole.

Ma non è solo questo. Non è la difficoltà di essere qui e avere un pezzettino di cuore dentro al suo trolley da yuppie, tutto sommato, è tutto ok. Ci siamo ripetuti che va tutto bene. Che ci amiamo sempre tanto, che non siamo crollati, nonostante le crepe e l’umidità. Che è difficile, ma non impossibile, dai. Fuori c’è il sole.

Cosa c’è allora?

Che mentre io organizzavo questo anno di distanza nel Regno Unito nel modo più gestibile possibile, mentre stavamo abbracciati alla mattina e ci guardavamo ridendo, mentre andavamo a fare colazione da Pret, mentre stavamo in fila all’indiano, mentre passeggiavamo guardando le tragedie di Shakespeare da un minuto e mezzo, è arrivata una notizia che ci ha destabilizzato.

Non che il nostro equilibrio fosse rigidissimo prima, ma almeno in queste quasi due settimane avevamo ripreso le nostre piccole minuscole routine e i nostri mille scherzetti innocui e gli abbracci forti e i piedi freddi.

Forse l’anno che partirà con questo Settembre 2016 non sarà come previsto e non sarà dove previsto.

Temo e mi esalto, mi sembra una follia e mi sembra meraviglioso, mi vedo piena di sole ma anche mi sconvolgono i fusi orari e le distanze, mi sento entusiasta ma anche perplessa. E all’improvviso mi rattristo. E poi mi faccio forza, fuori c’è il sole, niente è certo, vedremo, come abbiamo sempre fatto.

“Se tu non vuoi non ci andiamo” mi è suonata come un’eccessiva presa di responsabilità, che non voglio, o che in questo preciso momento in cui organizzavo tutt’altro non mi sento di assumere.

Niente è deciso, è tutto in forse, ma è una possibilità.

Manca solo un passettino piccolino per la mia domanda per poi rimanere in Regno Unito in pianta stabile, e proprio ora, proprio qui, questa telefonata.

Vedremo, niente è certo, è solo una possibilità. Fuori c’è il sole, non pensiamoci più.

Passé simple et futur compliqué:

 

 

E baby quando?

Sottotitolo:

(Il dovere di rispondere educatamente alle domande basate su aspettative che gli altri proiettano su di te calcolandole in base alla tua età, sesso, peso, stipendio e condizione civile) (E il desiderio di mandare tutti maleducatamente a Fanc***)

Durante le vacanze natalizie (che per me proseguono a oltranza, fino a Marzo, più o meno) (tanti cari saluti) ho avuto vari incontri e conversazioni che mi stano frullando in testa da un po’.

A volte succede di non avere la battuta pronta, la risposta tagliente preparata e di rimanere un po’ spiazzati. A me dà proprio fastidio. Passo tutta una vita (sì, ho molto tempo da perdere, perché!?) a costruirmi dialoghi immaginari in cui esco sempre vincente con la frasetta giusta, che lascia l’interlocutore appeso con la domanda stampata in faccia “avrà detto così per dire o ce l’aveva proprio con me?”. E poi mi capitano queste circostanze in cui per educazione, sfinimento, incredulità non riesco a rispondere a tono. E me ne rammarico. (Anni di prove mentali buttati così).

Una parte di conversazioni che mi ha visto l’interlocutore ammutolito è avvenuta in zona Relatives-in-Law. E siccome di Law manco l’ombra (ma nooo, mica ci mettiamo a sposarci in comune, se siamo credenti tutti e due!?) e neanche di Sacro vincolo matrimoniale (ma nooo, che adesso abbiamo un anno in cui saremo distanti e tu dovrai studiare, mica ci mettiamo a organizzare anche un matrimonio!?) (no, perché è vero che l’ascolto poco, ma quando lo faccio sento di quelle fesserie) sono parenti, ma soprattutto SUOI. Per il momento io sono un’ospite ma non vincolata da nessuna carta. (E quando bisogna mettere i puntini sulle i, io li metto tutti!)

Conversazione UNO:

Sto parlando con la Zia, che, nonostante l’età, è in forma e di ampie vedute. Ci chiacchiero sempre molto volentieri, anche perché negli ultimi tre anni mi è toccato in sorte fare un lavoro che lei ha svolto per tutta la vita. Mi chiede dei miei progetti, io dico parole come Master, un anno, forse un anno e mezzo, distanza… insomma tutto il cucuzzaro che vado blaterando sul blog da sei mesi a questa parte, ma in forma più chiara.

Lei dice di comprendere, fa domande precise, si complimenta per la volontà, la determinazione, il coraggio.

Un minuto di pausa.

E poi se ne esce con:

“A Virgì, tu oramai tieni nà cert’età… Aà famijjia non ci vuoi propio penzà?”

Ammutolita.

Conversazione 2:

Alla mattina incontro la donna delle pulizie. Come va, come non va, tanti auguri.

Chiacchieriamo del più e del meno, dice che è già al corrente del “discorso Master”, mi racconta di sua figlia, laureata in Psicologia che non riesce a trovare lavoro.

Prendiamo il caffè.

Un minuto di pausa.

Faccio per salutare e lei se ne esce con:

“E baby quando?”

Ammutolita.

Conversazione 3:

Ad una cena abbastanza affollata a casa della femilinlò vari amici hanno portato come omaggio alla padrona di casa una cornice.

Nell’accettare e scartare il dono la mother-non ancora-in-law se ne è uscita con un’esclamazione ad alta voce.

“Questa è ottima per metterci le foto dei nipotini!”.

Tutti si sono girati verso di me.

Al che (stavolta non sono rimasta muta e basta ma) ho sorriso e detto:

“Vado a versarmi dell’altro prosecco”, allontanandomi.

 

Io mi chiedo: perché la gente si sente in diritto di chiedere cose così personali come “Quand’è che fai un figlio?”

Perché invece non mi chiedono come sto, come va con il Master etc?

E’ perché ho superato i trent’anni?

E quindi è in base alla mia età?

 

Io non vado da suo padre o da qualsiasi settantenne a chiedere “Allora, come va la prostata?”, né a nessuna signora over cinquanta mi sono mai permessa di chiedere “Allora, com’è andata con la menopausa?”.

 

Perché noi giovani donne dobbiamo sopportare (“per educazione”, dicono) che la gente si informi pubblicamente del nostro orologio biologico?

 

C’è da dire che queste domande io non le ho sentite rivolgere all’Orso (da quello che mi hanno spiegato, i bambini si fanno in due). Inoltre, so di essere molto fortunata, perché la femilinlò non è impicciona né maleducata, anzi, mi trattano da sempre con molto rispetto e simpatia.

Io me lo chiedo più in generale, perché è un discorso che coinvolge non solo le persone con cui si ha confidenza.

Una volta la donna stava a casa, non lavorava e sfornava figli. Posso capire (cioè ci posso provare) che la gente dopo che era sposata da diec’anni e non aveva figliato si facesse delle domande.

Ma ora che tutte le trentenni che conosco lavorano, spesso guadagnano più del partner, magari hanno un’attività in proprio e quasi nessuna è sposata (cioè sono nel fiore della loro carriera, o l’hanno appena avviata, quindi stanno investendo -evidentemente- tutte le loro energie lì) perché ci si sente in diritto di chiedere: “Figli?”???

(Cavez)