(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso

Qualche giorno fa sono andata al circo.

E, come sempre, mi sono commossa, emozionata e ho applaudito con tantissimo (sì, venire al circo con me è più imbarazzante che andarci con una bambinetta di cinque anni, regredisco completamente) entusiasmo.

Da bambina mi affascinavano i colori, mi colpiva l’odore, rimanevo imbambolata a fissare dettagli inutili come quella macchietta sulla tenda del sipario, o il trucco delle sopracciglia della danzatrice… poi mi perdevo ad osservare le uscite dei vari personaggi, volevo sapere se dal sipario che si chiudeva si riusciva ad intravedere quanto ci mettevano a trasformarsi di nuovo in persone comuni, quanto mantenessero la parte e quanto non vedessero l’ora di togliersi il costume di scena.

Adesso sono più grande (sì, una bambina di cinque anni imprigionata nel corpo di un’adulta, povero Orso) ma al circo ci vado lo stesso.

A luglio, pochi giorni dopo esserci trasferiti in Australia, avevo notato una pubblicità molto ammiccante…

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E così, sono andata a vedere Kooza, del Cirque du Soleil.

Kooza racconta la storia di un piccolo clown che sta crescendo e vuole imparare come fare i grandi numeri circensi.

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Lui è il piccolo clown che deve crescere. (Non è adorabile? Tra l’altro ho scoperto che a volte  a interpretarlo è un’italiana, tale Alessandra Gonzales, unica italiana di tutto l’ambaradan, che generalmente nello spettacolo fa la cantante [Qui una sua intervista].

Voce incredibile, viaggia per tutto il mondo, vive con il circo. Da uno a dieci la invidio duecentoquaranta. – E curiosando sul suo profilo instagram scopro pure un bel pezzettone di fidanzato australiano jazzista- Invidia a mille!)

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Lo spettacolo è tutto composto da numeri di equilibrismo, in varie forme.

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Io guardavo questi artisti eccezionali e rimanevo a bocca aperta.

E non è una frase fatta: ero come paralizzata dallo stupore, le labbra si distanziavano da sole, il fiato si bloccava.

Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Mariangela Melato, quando ero già abbastanza matura da poterla apprezzare.

Ma non solo lei, sono stata a teatro e a vedere spettacoli dal vivo altre volte, ma ogni volta, ogni messinscena, rimango sospesa in un preciso momento, che è quando mi chiedo: “Ce la farà?”.

Gli attori sono davanti a te, su quel palco e tu sai che sono bravissimi perché ti hanno fatto immedesimare e ora stai vivendo quella storia assieme a loro.

Poi arriva un momento in cui ti scolli da quel coinvolgimento perché percepisci -o ti sembra di percepire- la voce che si incrina, una pausa dove non dovrebbe essercene una, un movimento strano o un’assenza di movimento dove te l’aspettavi.

Eccolo, il dubbio allarmato che si insinua: “Si sarà dimenticato la battuta? Ce la farà?“.

Rimango in allerta, perché per un attimo mi metto nei panni di quell’attore, famoso, acclamato, che si trova in un teatro gremito e non si ricorda più la battuta. E magari i colleghi non se ne accorgono, presi ed emozionati come sono dal proprio ruolo e dai mille pensieri che hai (il vestito, non si deve vedere che è strappato, aspetta mi devo spostare che nella prossima scena deve entrare quell’altro, questa luce mi disturba, nelle prove non era così intensa, ora devo camminare, fare il pensieroso, mi sposto, questa è la scena del monologo, devo solo camminare, e in quella dopo devo dire, magari stasera lo faccio più sofferto e meno sarcastico, no?) quando sei in piedi du quelle assi e tanta gente pende dalla tua bocca.

E l’attore sembra essersi dimenticato, tu ti rendi conto che ormai non devi più essere l’unico ad essersene accorto, e ti giri verso il vicino per provare a verificare dalla sua espressione se anche lui è incredulo o se non è vero e ti sei immaginato tutto tu.

E nell’attimo in cui ti giri, Zac! L’attore riprende a parlare, perfettamente nella parte e tu senti che il respiro teso della platea si distende in un sospiro di sollievo.

Di attimi così, di momenti di sospensione passati a chiederti: “Ce la farà?” lo spettacolo Kooza è pieno.

Mi sono chiesta se fosse un caso o se tutti gli acrobati avessero dei piccoli momenti di perplessità durante i loro numeri in cielo attaccati ad una fune, ad un braccio, ad una bici, ad una sedia, ad un nastro…

(No, non è un caso, lo spettacolo è pensato e voluto così, ho scoperto dopo).

Quel momento in cui tutto il pubblico smette di respirare (mozzafiato diciamo in italiano, e non c’è parola più azzeccata per quell’istante) e si chiede: “Ce la farà?” per me vale il prezzo del biglietto.

Io vado a vedere gli spettacoli circensi, quelli teatrali, in generale, quelli dal vivo per quel preciso istante.

In quell’attimo in cui mi sembra di riconoscere una sbavatura, un’imprecisione, un’incertezza dell’artista io vedo me, vedo tutti noi.

La nostra fragilità, nuda, davanti al numero che stiamo per affrontare, in equilibrio sospesi sul nulla.

E ci riusciamo.

Ce la facciamo, sempre.

E il tendone tira un sospiro di sollievo e parte un fragoroso applauso.

 

 

 

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(Foto da qui)

Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

Cosa fare quando sei triste

(Torniamo al motivo principale per cui la bellezza di nove – e passa- anni fa ho aperto un blog. Cioè trovare le risposte che non trovavo da nessuna parte. Scrivere quello che mi sarebbe piaciuto leggere. )

  1. Esci a fare una passeggiata. Potresti tornare con un lavoro (fatto realmente successo a me, lunedì)
  2. Invece di parlare del motivo per cui sei triste, inizia ad ascoltare gli altri (potresti scoprire un sacco di cose nuove, come è successo a me, martedì)
  3. Prova strade alternative alla solita. Ma non in senso figurato, veramente prova a non tornare a casa per la stessa strada, ma a cambiare mezzo, cambiare via, girare all’incrocio prima. (Potresti scoprire un sentiero pieno di draghi d’acqua, come è successo a me mercoledì)
  4. Non concentrarti sul passato, evita frasi come “ero”, “facevo”, “stavo”. Sostituiscile con “sono”, “faccio”, “sto”. Fosse anche per dire solo “sto… bene”.
  5. Fatti un’ora extra di sonno con la copertina riscaldante. (Questa è solo per intenditori freddolosi). E al risveglio scaldati un croissant e farciscilo con la Nutella (questa solo per intenditori buongustai).
  6. Inventati un motivo per brindare, anche se fittizio (potresti brindare alla macchina che vogliamo comprare e non compreremo mai, per esempio) oppure non inventarti niente e brinda a un motivo reale (potresti brindare al fatto che dopo cinque anni vi amate più di prima, chi l’avrebbe mai detto?)
  7. Scrivi. Le emozioni negative sono delle fetentone, si coalizzano tra di loro e si istallano con le loro valigie tutte nel petto. Bloccando il passaggio a quelle positive, che non escono più, né via bocca (voce) né via mani (scittura). Sbloccale distraendole, scrivendo per esempio un decalogo sulle cose da fare quando sei triste. E poi zac! Infliggi il colpo finale di buttarle fuori con un bel calcione*!
  8. Gira la frittata. In senso figurato -ma se ti piace mangiare la frittata, anche in senso reale!-. Potresti trovarti non più a rattristarti del fatto che diventi zia mentre sei dall’altra parte del mondo ma a rallegrarti del fatto che chi l’avrebbe mai detto diventi zia, e che la mamma sembra stare bene  e non essere affatto preoccupata.
  9. Non pensare ai soldi. I soldi non fanno la felicità, dice un famoso detto popolare, e di questo non ne sono completamente certa, ma pensarci e basta non li farà aumentare. Esci, divertiti, sorridi, parla. (Potresti incontrare uno che ti vuole offrire un lavoro).
  10. Inizia a pensare alla tua situazione come ad un’opportunità. Indietro non si può tornare, quindi perché non rendere il futuro ancora meglio? (Potrebbe capitarti sul serio).

Foto:

(Perché sennò il post era troppo serio)

 

 

 

 

*Un bel calcione è espressione copyright di quella fine di mia mamma

Un etto di entusiasmo, grazie!

 :

Mentre sono impegnata in questa attività che mi occupa le giornate in attesa del visto che si chiama “ozio”, ho il tempo di pensare.

Specialmente a quello che mi manca.

E in questo momento mi manca l’entusiasmo.

Per questo nuovo Paese, per questa nuova avventura, per quello che succederà.

Sono contenta di: stare in un Posto dove la gente mi sorride e mi parla, trovare verdura e frutta di stagione NON importata, uscire in pigiama per andare in spiaggia senza che nessuno noti la differenza con il proprio outfit (questi girano scalzi e con le magliette bucate, i miei pantaloni del pigiama sono chic, al confronto), poter decidere di mangiare o bere fuori senza spendere un patrimonio, anzi, di avere a disposizione tanti Paesi raggiungibili con poche ore di aereo, di capire (abbastanza) quello che mi dicono e quello che leggo o sento.

♡♡♡:

Ma proprio l’entusiasmo, lo stupore, la gioia di affrontare questa nuova tappa, non lo trovo.

Che sia rimasto negli scatoloni del trasloco?

42andpointless:

E’ per questo che mi vedi fare il duro, in mezzo al mondo per sentirmi più sicuro*

Ragionavo (ok, non esageriamo) sui rapporti di coppia. Un’amica si sfoga: ha trovato sul cellulare del fidanzato delle prove tangibili di tradimento. Pochi giorni fa, un’altra amica mi racconta sfiduciata di come una coppia molto vicina -l’emblema della coppia perfetta, solida e innamorata- stia crollando sotto il peso dei continui, insospettabili, tradimenti di lei.

Così mi è venuta in mente una sera sul divano con l’Orso. Parlavamo dei nostri difetti e delle nostre qualità: quelle che ci avevano colpito da subito dell’altro.

Quando ho conosciuto l’Orso avevo appena trascorso alcuni mesi ad arrovellarmi sul perché un paio di storielle non avessero avuto il seguito sperato, pur partendo da buoni presupposti. Poco prima di queste due “conoscenze” inconcludenti, avevo avuto due storie importanti: una di tre anni, seguita da un’altra molto più saltellante di quasi due.

Con il tempo e la distanza una vede dei punti in comune, o forse li ho voluti vedere io per darmi pace e mettere ordine in un cassetto del passato.

Queste quattro persone della fase pre-orsiaca sono quanto di più diverso si possa immaginare:

  • gran lavoratore, famiglia umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, tendenza alle grandi prove d’amore e ai discorsi romantici di progettualità futura. Amante della lettura e delle passeggiate in montagna. Persona molto concreta. Lo chiameremo Vecchioni.
  • figlio di papà, famiglia molto benestante, appartamento in centro regalato dai genitori, laurea con calma a trent’anni, lavoro importante con politici. Persona restia a fare progetti di tipo romantico, amante della lettura e dei giochi di ruolo. Lo chiameremo Papichulo. (In realtà Gafapasta sarebbe più azzeccato, ma so che se dovesse mai leggere il blog, Papichulo gli darebbe molto più fastidio, visto che odia-va- il reggaeton).
  • Lavoratore, famiglia normale con passato hippie, imprigionato nella provincia a fare un lavoro monotono, spende quello che può nei viaggi e per acculturarsi il più possibile. Allergico ai social, alla tecnologia e ad ogni discorso che preveda progetti al di là di stasera, vanta una schiera di fans adoranti e amici accondiscendenti. Lo chiameremo “Grande però che  grande figlio di“.
  • Lavoratore, famiglia molto umile, attaccato al proprio paesino e agli amici di una vita, che lo assecondano adoranti. Molto attivo sui social, si spinge a grandissime dichiarazioni e promesse di progettualità con estrema facilità. Non pensa di meritare di più della sua vita in provincia a fare un lavoro monotono, scrivendo aneddoti sull’ultima sbronza al pub con gli amici di una vita o sulla giornata in palestra. Lo chiameremo Max Pezzali.

Svolgimento:

Vecchioni, dopo tre anni di storia è scoppiato e mi ha confessato: ti ho detto tantissime bugie, non è vero che sono iscritto all’università, che faccio gli esami, che prendo trenta, che sono prossimo alla laurea. Non volevo sentirmi inferiore.

Papichulo, dopo un anno di storia in cui faceva lo sfuggente mi ha disinvoltamente proposto una relazione a tre con la sua ex inclusa.

Grande però che grande figlio di, dopo alcuni mesi di film al cinema, uscite a parlare della vita, del mondo, della società e inviti a casa sua a provare la sua collezione di té (ebbene sì) mi ha detto che ci saremmo sentiti, visti, chiamati, usciti, che mi avrebbe chiamato martedì. Dopo quattro mesi ho capito che quel martedì non sarebbe mai arrivato.

Max Pezzali dopo due mesi di corteggiamento serrato mi ha scritto una lunga mail privata su Facebook per scusarsi di quanto non ci potesse essere più di una semplice amicizia (in quella provincia le amicizie si sanciscono a letto assieme, evidentemente) perché lui non  se la sentiva di avere a che fare con una che viaggiava per il mondo mentre lui non voleva allontanarsi dalla sua provincia.

Come sono finiti?

Vecchioni convive con una di dieci anni più giovane nello stesso paesino dei genitori, che è anche lo stesso paesino di lei. Lei non è famosa per essere una sveglia, ma è molto bella.

Papichulo si è sposato con la sua ex. (Quella che avrebbe dovuto far parte del ridicolo ménage à trois)

Grande però che grande figlio di, in quello stesso periodo (il periodo del “ti chiamo martedì”) ha ospitato la moglie di un amico, come favore all’amico, nel difficile periodo di separazione dopo anni di matrimonio. Da quel momento fanno coppia fissa.

Max Pezzali: boh. L’ho cancellato dai social. Credo conviva con un’amica d’infanzia o ex fidanzata che nel frattempo è ritornata ad essere fidanzata in carica.

Naturalmente, tutti, in base al tempo trascorso assieme e all’interesse reciproco mi hanno dato qualcosa, e non è mia intenzione parlarne male. Ci sono stata io con loro, non un’altra persona, e anche se per poco, mi hanno fatta sorridere, ridere, trascorrere dei momenti divertenti e profondi.

Li tiro in ballo perché queste persone diversissime tra loro per provenienza geografica (Nord, Centro, Spagna), per possibilità (chi lavorava dai diciotto anni, chi si era trovato il tappeto rosso appena nato) avevano in comune qualcosa.

A tutti loro ero piaciuta io.

Evidentemente, non abbastanza.

Sennò saremmo qui a scrivere epiloghi ben diversi.

Tutti, nella fase iniziale della conoscenza e della reciproca frequentazione sostenevano (con parole diverse e fini – forse- distinti, ma era lo stesso concetto) che di me gli piaceva l’indipendenza – che mi aveva fatto girare più di loro – e l’intelligenza – che mi aveva fatto raggiungere più “titoli” di loro.

Perché ne sono così sicura? Per superbia? Perché mi piace menarmela e dirmi che ero “troppo” per loro?

Non esattamente.

Questo concetto in queste quattro storie (o storielle) era ripetuto quasi ossessivamente. Facevamo un discorso serio e io partivo con qualche riflessione? “Eeeeh, ma tu hai studiato…” si schermivano Grande Figlio e Max Pezzali. “Quanto sei intelligente” mi diceva ammirato, tra una punta di invidia e un malcelato timore, Vecchioni. “Sei così guapa che non dovresti essere anche intelligente” chiosava Papichulo.

In quel momento erano commenti che mi facevano piacere. Esco con uno che non mi considera una bambolina, wow.

Tutti però sono giunti alla stessa conclusione: io non andavo bene per loro.

Nonostante sia stata io a mettere la parola fine (con Vecchioni e Papichulo naturalmente, con gli altri due non ce n’era neanche bisogno), sono stati i loro comportamenti a farmelo capire.

Sicuramente loro non erano persone giuste per me né io per loro, non voglio giustificare né fare della dietrologia inutile.

Ma più ci penso più vedo delle scene in cui tutti e quattro, con parole e atteggiamenti diversi mi dicevano: tu sei intelligente in un modo che non va bene per me, hai viaggiato, hai girato da sola senza aver bisogno di un uomo, non sei indifesa, non sei una gattamorta che mi cade tra le braccia, vuoi un futuro di viaggi, cambiamenti e miglioramenti che io non ho e che non mi sento di offrirti. Quello che sei mi attrae, perché sei diversa da me, ma io non sono come te e non lo sarò mai. 

Io so di essere anche fragile e indifesa, ma so che loro erano rimasti colpiti da quello che volevano vedere di me, da quella parte, che forse gli sembrava insolita per le loro abitudini.

Con questo non voglio dire di essere migliore né peggiore delle loro fidanzate, mogli, conviventi, amiche. Semplicemente che riguardando indietro mi rendo conto che loro hanno voluto vedere una parte di me che forse li ha attratti.

Tutti e quattro hanno reagito a questa diversità che vedevano in me, cercando di “mettersi in pari”.

Per farlo hanno usato questi metodi:

  • umiliare (tradirmi, nascondermi le prove, negare l’evidenza, costringere altre persone a mentirmi per coprirli…);
  • maltrattare (insultando, cercando di ricattarmi e manipolarmi per ottenere una certa sottomissione, chiedendomi di rinunciare alla famiglia, al blog, al lavoro, ai progetti…);
  • mentire (inventandosi una vita diversa da quella che nella realtà vivevano, per farla sembrare più simile alla mia).

Io non voglio sembrare una martire: ho scelto io di stare con queste persone. Sono stata io a permettere di farmi fare del male, fino ad un certo punto. Almeno fino a quando non mi sono accorta che era insopportabile e che il gioco non valeva la candela.

Per esempio, Papichulo è quello che mi ha maltratta ed umiliata di più e se non avessi conosciuto “Grande Figlio di” ci avrei messo molto più tempo ad accorgermene e finire il tutto (grazie Grande figlio di).

Vecchioni mi ha detto una tale quantità di balle che credo di essere a posto con i bugiardi, dovessi campare fino a cent’anni. Ma è stato lui a farmi scoprire una relazione seria, “da grandi” (grazie Vecchioni).

Insomma, pur con i loro difetti hanno avuto una parte importante nella mia vita e mi hanno comunque insegnato qualcosa. (Sai penso che non sia stato inutile stare insieme a te…)

Il mio ragionamento non si vuole soffermare su di loro e su quello che è stato (e per fortuna che è passato, altrimenti non avrei conosciuto l’Orso o forse non mi sarebbe mai piaciuto, chissà!) ma sulle strategie messe in atto per “livellare” questa differenza percepita.

Umiliare, maltrattare, mentire, tradire.

Per sentire che anche tu hai qualcosa di più, anche tu sei “alla pari” nel rapporto. Che la tua compagna non è quella intelligente o quella bella o quella che gli amici ti chiedono “ma come fa a stare con te!?”. No, tu la tratti male, tu ti neghi, tu la tradisci con una più brutta e più stupida. Tu sei quello che vince. E lei, quella che studiato, quella che ha girato, lei, è lì, che piange. E sei stato tu a farla piangere.

Quanto ti senti vincitore, eh?

 

 

Cosa mi è piaciuto di te? Che eri un mio pari.

Che non ti ha spaventato quello che ero, o quello che avevo fatto. Che non ti sei spaventato quando ti ho detto che tre mesi dopo sarei partita per un anno in Turchia, che non ti sei lasciato abbattere dal fatto che fossi un po’ diversa dalle tipe che frequentavi.

Mi è piaciuto di te che eri sicuro di te stesso, che sapevi quello che volevi e che se volevi stare con me, non ti saresti fatto abbattere da niente. Che non tentavi di umiliarmi per “abbassarmi al tuo livello”, perché sapevi di non essere ad un livello inferiore.

Che non avevi bisogno di fare il duro in mezzo al mondo per dimostrarti più sicuro. Perché sicuro eri già di tuo.

 

(Io non posso mettere la mano sul fuoco per il futuro. Non lo so se un giorno ci saranno tradimenti o conclusioni di questa storia.
Ma so che non sarà per “punirmi” di non essere come te.)

 

Sette cose da dire ai bambini ma anche ai fidanzati e alle fidanzate. Per un sereno rapporto di coppia.

 

[* Dai che lo so che la state cantando da dieci minuti.]