Perché siete così ostili?

Seguo varia gente su Twitter e non ho potuto fare a meno di notare come nei 140 caratteri sia molto più facile scrivere in modo ostile.

Chi ha molti seguaci è in genere qualcuno che ce l’ha con il mondo.

E per emergere non devi solo “avercela” con il mondo, devi anche usare l’esagerazione, l’ironia e, possibilmente, parole che non c’entrano niente.

E poi la cattiveria verso tutti, o quasi.

Per esempio*:

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Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Le mie imperdibili opinioni #2. La post- verità

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Questo post risponde alle domande: Che cos’è la post-verità di cui si parla tanto? Come la posso individuare? Mi serve? Si mangia? Che influenza/importanza ha nella mia vita? Non ho un’opinione al riguardo, ma voglio fare bella figura con gli amici: mi presti le tue idee? 

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Uh, quanto mi manca insegnare!

Ecco a voi una delle mie imperdibili opinioni©, maestrina edition.

 

Su, dita sul banco!

 

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Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso

Qualche giorno fa sono andata al circo.

E, come sempre, mi sono commossa, emozionata e ho applaudito con tantissimo (sì, venire al circo con me è più imbarazzante che andarci con una bambinetta di cinque anni, regredisco completamente) entusiasmo.

Da bambina mi affascinavano i colori, mi colpiva l’odore, rimanevo imbambolata a fissare dettagli inutili come quella macchietta sulla tenda del sipario, o il trucco delle sopracciglia della danzatrice… poi mi perdevo ad osservare le uscite dei vari personaggi, volevo sapere se dal sipario che si chiudeva si riusciva ad intravedere quanto ci mettevano a trasformarsi di nuovo in persone comuni, quanto mantenessero la parte e quanto non vedessero l’ora di togliersi il costume di scena.

Adesso sono più grande (sì, una bambina di cinque anni imprigionata nel corpo di un’adulta, povero Orso) ma al circo ci vado lo stesso.

A luglio, pochi giorni dopo esserci trasferiti in Australia, avevo notato una pubblicità molto ammiccante…

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E così, sono andata a vedere Kooza, del Cirque du Soleil.

Kooza racconta la storia di un piccolo clown che sta crescendo e vuole imparare come fare i grandi numeri circensi.

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Lui è il piccolo clown che deve crescere. (Non è adorabile? Tra l’altro ho scoperto che a volte  a interpretarlo è un’italiana, tale Alessandra Gonzales, unica italiana di tutto l’ambaradan, che generalmente nello spettacolo fa la cantante [Qui una sua intervista].

Voce incredibile, viaggia per tutto il mondo, vive con il circo. Da uno a dieci la invidio duecentoquaranta. – E curiosando sul suo profilo instagram scopro pure un bel pezzettone di fidanzato australiano jazzista- Invidia a mille!)

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Lo spettacolo è tutto composto da numeri di equilibrismo, in varie forme.

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Io guardavo questi artisti eccezionali e rimanevo a bocca aperta.

E non è una frase fatta: ero come paralizzata dallo stupore, le labbra si distanziavano da sole, il fiato si bloccava.

Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Mariangela Melato, quando ero già abbastanza matura da poterla apprezzare.

Ma non solo lei, sono stata a teatro e a vedere spettacoli dal vivo altre volte, ma ogni volta, ogni messinscena, rimango sospesa in un preciso momento, che è quando mi chiedo: “Ce la farà?”.

Gli attori sono davanti a te, su quel palco e tu sai che sono bravissimi perché ti hanno fatto immedesimare e ora stai vivendo quella storia assieme a loro.

Poi arriva un momento in cui ti scolli da quel coinvolgimento perché percepisci -o ti sembra di percepire- la voce che si incrina, una pausa dove non dovrebbe essercene una, un movimento strano o un’assenza di movimento dove te l’aspettavi.

Eccolo, il dubbio allarmato che si insinua: “Si sarà dimenticato la battuta? Ce la farà?“.

Rimango in allerta, perché per un attimo mi metto nei panni di quell’attore, famoso, acclamato, che si trova in un teatro gremito e non si ricorda più la battuta. E magari i colleghi non se ne accorgono, presi ed emozionati come sono dal proprio ruolo e dai mille pensieri che hai (il vestito, non si deve vedere che è strappato, aspetta mi devo spostare che nella prossima scena deve entrare quell’altro, questa luce mi disturba, nelle prove non era così intensa, ora devo camminare, fare il pensieroso, mi sposto, questa è la scena del monologo, devo solo camminare, e in quella dopo devo dire, magari stasera lo faccio più sofferto e meno sarcastico, no?) quando sei in piedi du quelle assi e tanta gente pende dalla tua bocca.

E l’attore sembra essersi dimenticato, tu ti rendi conto che ormai non devi più essere l’unico ad essersene accorto, e ti giri verso il vicino per provare a verificare dalla sua espressione se anche lui è incredulo o se non è vero e ti sei immaginato tutto tu.

E nell’attimo in cui ti giri, Zac! L’attore riprende a parlare, perfettamente nella parte e tu senti che il respiro teso della platea si distende in un sospiro di sollievo.

Di attimi così, di momenti di sospensione passati a chiederti: “Ce la farà?” lo spettacolo Kooza è pieno.

Mi sono chiesta se fosse un caso o se tutti gli acrobati avessero dei piccoli momenti di perplessità durante i loro numeri in cielo attaccati ad una fune, ad un braccio, ad una bici, ad una sedia, ad un nastro…

(No, non è un caso, lo spettacolo è pensato e voluto così, ho scoperto dopo).

Quel momento in cui tutto il pubblico smette di respirare (mozzafiato diciamo in italiano, e non c’è parola più azzeccata per quell’istante) e si chiede: “Ce la farà?” per me vale il prezzo del biglietto.

Io vado a vedere gli spettacoli circensi, quelli teatrali, in generale, quelli dal vivo per quel preciso istante.

In quell’attimo in cui mi sembra di riconoscere una sbavatura, un’imprecisione, un’incertezza dell’artista io vedo me, vedo tutti noi.

La nostra fragilità, nuda, davanti al numero che stiamo per affrontare, in equilibrio sospesi sul nulla.

E ci riusciamo.

Ce la facciamo, sempre.

E il tendone tira un sospiro di sollievo e parte un fragoroso applauso.

 

 

 

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(Foto da qui)

“Nunca te acostarás sin saber una cosa más”*: La Melbourne Cup

Oggi ho imparato a conoscere un evento di cui non avevo mai sentito parlare: la Melbourne Cup.

In questi mesi avevo trovato dei volantini che pubblicizzavano l’evento con menù dedicati  in quasi ogni ristorante o bar dove sono entrata. Ma nella mia testa era scattata l’associazione: Australia (Paese abitato soprattutto sulle coste) + Novembre (quasi estate) + Australiani (gente sportiva) e avevo banalmente classificato l’evento come “regata” o “cosa legata all’acqua”.

100m freestyle relay squad
“Buongiorno, siamo il gruppo olimpico di nuotatori australiani, vuoi fare amicizia con noi?” (Fonte: Herald) Ecco, questo era quello che pensavo io alle parole Melbourne Cup.

Naturalmente, mi sbagliavo.

E non ho neanche approfondito, immaginando fosse una di quelle gare sportive che interessano solo agli sportivi.

Mi sbagliavo, ancora una volta.

Ieri mattina il capo mi ha guardata e ha avuto pietà della mia ignoranza in materia australiana (“Ma com’è possibile che tu non conosca la Melbourne Cup?” “Beh, io non sono appassionata di sport…” “Macchè sport e sport!”), e, complice la spiaggia deserta (per me inspiegabile in un giorno pre-estivo a 26° con il sole), mi ha detto: “Chiudi tutto, ti porto a vedere la Melbourne Cup!”.

E quindi ho abbassato la saracinesca e mi ha portata a pranzo fuori (devo ammetterlo: ho cambiato mille lavori in mille posti ma non mi era mai capitato che il capo mi portasse a pranzo!), in un Hotel. “Perché la Melbourne Cup va vista in Hotel!“, ha sentenziato. Ed era solo la prima delle tante regole collegate a questo evento.

Quindi per punti: cos’è?

 

La Melbourne Cup è una corsa di cavalli (sì, ciao nuotatori e surfisti che mi immaginavo io!). A quanto pare è “la gara di tre miglia più famosa del mondo“. Siccome prima di ieri non avevo mai visto una corsa di cavalli, mi permetto di aggiungere che non ho nessuno strumento per smentire né questa né le seguenti affermazioni.

Ora, la gente si appassiona a mille cose, in Italia, per esempio, ogni partita della Nazionale di calcio agli Europei o ai Mondiali è seguita da tutti e diventa un evento sociale. Ma é anche vero che in Italia fin da ragazzini si gioca a pallone, ogni domenica si seguono i risultati della squadra del cuore e ovunque il calcio è presente, dalle pubblicità al gossip, alle notizie sportive del telegiornale.

Non avevo avuto l’impressione che i cavalli qui godessero di un seguito simile, anzi.

E infatti“, ha confermato il boss, “è solo per la Melbourne Cup, è un evento in sé“.

Da quello che ho capito, da almeno tre settimane non si parlava d’altro.

Ok, le nostre partite di calcio durano 90 minuti, con l’intervallo, gli inni all’inizio, i supplementari e i rigori due ore buone ci si perde. Ottimo per una cena, una pizza, insomma, per organizzarci un incontro che includa socialità e convivialità intorno.

Quanto dura la Melbourne Cup?” ho chiesto.

Tre minuti“.

3 Minutes
Tre minuti.

Ok.

Non appena arrivati all’Hotel designato (“Devi sapere che fino ad una ventina di anni fa qui in Australia non c’erano caffetterie, ristorantini, localini… la gente si incontrava in hotel. Erano gli unici punti con un bar e un bancone che servisse alcolici, e venivano vissuti come i pub in Inghilterra. Si trovavano agli incroci delle vie, spesso se ne trovavano quattro: uno ad ogni angolo“, e siccome il boss ha novecento anni, non mi permetto di dubitare che tutto ciò corrisponda a verità.) mi stupisco di tre cose: le signore sono tutte vestite bene (sono le due del pomeriggio, e alcune sembrano vestite da gran galà – in un posto che è sostanzialmente un “vecchio pub“-), mentre io sembro il brutto anatroccolo della favola che si è perso la parte in cui diventava cigno (“Perché alla Melbourne Cup ci si veste bene!” “Sì, ma la stiamo guardando per televisione!” “Non importa!”, con le dovute proporzioni, è come se io mi guardassi l’ultima serata di Sanremo in abito Valentino, in pizzeria con gli amici), una coda lunghissima che va verso il bancone e… i cappellini.

Le signore indossano tutte un cappellino parecchio eccentrico.

Diapositiva:

Melbourne Cup

Non so se ho reso l’idea di “eccentrico“.

Insomma, è stato divertente: fare la nipote a pranzo con il capo, fare finta di capirne qualcosa qualcosa mentre i cavalli correvano, osservare divertita le signore e i loro cappellini.

Ah, dimenticavo: e la coda lunghissima per arrivare al bancone?

Era la coda delle scommesse.

Perché “tutti scommettono alla Melbourne Cup!”.

 

E questo è quanto: ha vinto il numero 17.

Concludendo: è stato divertente ed interessante, ho imparato una cosa nuova e sarò molto più spendibile socialmente in Australia.

 

 

 

E niente nella mia vita, prima d’ora, mi aveva mai mandato così forte e chiaro il messaggio:

“Datti all’ippica!”

KEEP CALM AND DATTI ALL'IPPICA!

 

 

 

 

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Più informazioni sulla Melbourne Cup si possono trovare qui:

https://en.wikipedia.org/wiki/Melbourne_Cup (che non ha la versione italiana)

http://www.convictcreations.com/culture/melbournecup.html

Qui una spiegazione in italiano: http://www.huffingtonpost.it/2013/11/05/melbourne-cup-2013-gara-ippica-australiana_n_4218448.html

 

 

 

* Detto spagnolo: non andrai mai a dormire senza aver imparato qualcosa di nuovo. Lo trovo molto veritiero.

Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

Un etto di entusiasmo, grazie!

 :

Mentre sono impegnata in questa attività che mi occupa le giornate in attesa del visto che si chiama “ozio”, ho il tempo di pensare.

Specialmente a quello che mi manca.

E in questo momento mi manca l’entusiasmo.

Per questo nuovo Paese, per questa nuova avventura, per quello che succederà.

Sono contenta di: stare in un Posto dove la gente mi sorride e mi parla, trovare verdura e frutta di stagione NON importata, uscire in pigiama per andare in spiaggia senza che nessuno noti la differenza con il proprio outfit (questi girano scalzi e con le magliette bucate, i miei pantaloni del pigiama sono chic, al confronto), poter decidere di mangiare o bere fuori senza spendere un patrimonio, anzi, di avere a disposizione tanti Paesi raggiungibili con poche ore di aereo, di capire (abbastanza) quello che mi dicono e quello che leggo o sento.

♡♡♡:

Ma proprio l’entusiasmo, lo stupore, la gioia di affrontare questa nuova tappa, non lo trovo.

Che sia rimasto negli scatoloni del trasloco?

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