Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

Un etto di entusiasmo, grazie!

 :

Mentre sono impegnata in questa attività che mi occupa le giornate in attesa del visto che si chiama “ozio”, ho il tempo di pensare.

Specialmente a quello che mi manca.

E in questo momento mi manca l’entusiasmo.

Per questo nuovo Paese, per questa nuova avventura, per quello che succederà.

Sono contenta di: stare in un Posto dove la gente mi sorride e mi parla, trovare verdura e frutta di stagione NON importata, uscire in pigiama per andare in spiaggia senza che nessuno noti la differenza con il proprio outfit (questi girano scalzi e con le magliette bucate, i miei pantaloni del pigiama sono chic, al confronto), poter decidere di mangiare o bere fuori senza spendere un patrimonio, anzi, di avere a disposizione tanti Paesi raggiungibili con poche ore di aereo, di capire (abbastanza) quello che mi dicono e quello che leggo o sento.

♡♡♡:

Ma proprio l’entusiasmo, lo stupore, la gioia di affrontare questa nuova tappa, non lo trovo.

Che sia rimasto negli scatoloni del trasloco?

42andpointless:

Persa

Questa è una storia per me incomprensibile. E dolorosa.

Ho perso. E non ho capito come, non ho capito se c’entro, se non c’entro, se sono diventata marginale o se lo sono sempre stata.

Ho avuto un’amica per molti anni, e non ci sarebbe bisogno di elencare le tante esperienze condivise, dai concerti alle notti fuori, alle telefonate, ai messaggi, alle chat, alle innumerevoli analisi dei tipi (sempre sbagliati ma che tendevamo a giustificare) con cui uscivamo, chiedendoci conferma dei messaggi da mandare, delle frasi da dire.

Eravamo semplici conoscenti prima, ma ci siamo avvicinate nel primo periodo in cui mi trovavo all’estero. Sembra un paradosso, ma è stato così: la lontananza ci ha avvicinato. Poi nei mesi in cui sono stata in Italia il rapporto si è consolidato e avevo dato per scontato di avere una nuova amica, ormai.

Negli ultimi anni (e ora che smetto di negarlo, lo vedo bene) ho sempre fatto io il primo passo.

Da una parte lo consideravo un mio compito, dal momento che “non abito più qui”, essere io quella che si faceva sentire e chiedeva di vedersi.

Se guardo bene gli ultimi anni, lei ha progressivamente smesso di chiedermi “come stai”.

 

In questi giorni, precedenti al suo matrimonio (a cui sono invitata, ma intuisco che è più per cortesia che per affetto), mi chiedo dove ho sbagliato, cosa ho detto, cosa ho fatto. Mi dò delle colpe. Forse le ho. Ma non so dove, quando…

DOVE TOSANO LE AQUILE:

(Cavez)

Io non ho mai fatto mistero di non sentirmi a mio agio con i bambini piccoli. Chiunque mi abbia vista con dei bambini inferiori agli undici anni lo sa: sono impacciata, goffa, imbarazzata, talvolta pure un po’ schifata.

Non sono una cattiva persona (credo), sono solo specializzata sugli adolescenti.

Inoltre sento di non aver mai avuto (o comunque superata l’età delle bambole) quello che in molte definiscono “l’istinto materno”.

Non so se sia un caso fortuito, generazionale, dettato dagli eventi e dalla particolare congiuntura storico-sociale, che ci vede così precarie da non poter progettare un futuro per noi, figurarsi un futuro carico di responsabilità di altri esseri viventi.

Oppure se si tratta di una mancanza personale, un difetto mio e basta, in cui vivo troppo concentrata sull’oggi per pianificare una famiglia come si deve.

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(Ted Fattone non poteva mancare…)

Magari, semplicemente, è una fase: un giorno mi piaceranno tantissimo i bambini e sarò felicissima di averne quindici. (Mah).

.:

Qualunque sia il motivo che mi spinge a non desiderare figli, non posso negare che il rapporto con lei abbia iniziato a deteriorarsi proprio quando sono comparsi i figli.

Credo di aver fatto quello che ci si aspettava da me, pur non essendo nel mio intimo d’accordo, ho fatto regali e sorriso. E’ la sua vita, non la mia. Infatti io, che decido liberamente della mia, ho deciso di non avere figli. Così come mi aspetto che nessuno mi imponga la sua scelta di maternità come l’unica possibile, io non vado in giro per il mondo cercando di evangelizzare la gente a non fare figli. Li volete fare? Bene. Non li volete fare? Siamo già otto miliardi e il mondo non ne sentirà la mancanza.

Zzadigò, Arrodigò, Anchidigò, 'Tizziatigo!:

(Il Vernacoliere)

 

Questi però sono i pensieri che mi faccio nella mia cameretta, che condivido con l’Orso, che per sommi capi enuncio ai suoi genitori quando semestralmente chiedono: “E il nipotino?” (come se sapendo come era l’Orso da Orsacchiotto -ricoverato plurime volte per lesioni causate da giochi troppo estremi in giardino- venisse voglia di mettere al mondo dei mini orsetti con i suoi geni da spericolato), ma che non mi permetto di fare a voce alta con amiche che hanno deciso di fare figli.

Siete felici?

Meglio così, io sarò felice per voi, o almeno, farò del mio meglio per esserlo.

Invece si vede proprio che qualcosa nel meccanismo si è inceppato.

E stasera dovrò partecipare ad un “addio al nubilato” (first time in my life) (e spero pure l’ultima) con altre “amiche” che non ho mai conosciuto prima.

Tutte, naturalmente, mamme.

 

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.