Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.

 

Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

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Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

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Intervista: allora questa Australia?

Intervistatore*:Allora Virgh, non nascondiamoci dietro ad un dito: abbiamo visto che i tuoi ultimi post sono liste ma è da tanto che non “dici” niente. Manca solo che parli delle previsioni del tempo e poi siamo a posto. Sono ormai passati tre mesi da quando ti sei trasferita in Australia, com’è questa vita down under?

Virginiamanda: – Ecco, sì, lo ammetto. E’ da un po’ che non scrivo “veramente”, e che blatero del più e del meno. Ci sto un po’ girando attorno.

Intervistatore: – Me ne sono accorto. Come mai “ci giri attorno”? C’è qualcosa che non va? Stavi meglio in Svezia?

Virginiamanda: – [Risata fragorosa] No, assolutamente. Ho patito molto il lungo periodo scandinavo e questo stato di spaesamento non è neanche lontanamente comparabile ai miei momenti più bui nel periodo svedese. Però sì, devo ammetterlo: nonostante la vita in Svezia non mi piacesse, avevo raggiunto un certo livello di tranquillità e stabilità che ora mi manca. Con questo non intendo dire che domani tornerei volentieri in Svezia.

Neanche in cassa da morto.

Intervistatore: – Quindi riepiloghiamo: non eri contenta in Svezia, non sei contenta in Australia… ma si può sapere cosa vuoi? 

Virginiamanda: – E’ difficile definire questo stato d’animo. Sono la prima ad avere sempre avuto opinioni categoriche su chi non era “mai contento” e ora mi ritrovo dall’altra parte, ad essere oggetto dei miei stessi giudizi affilati. Mi piacerebbe essere coerente con me stessa, includendo il cambiamento connaturato con la crescita e la maturità, ma coerente con quello che volevo e con la persona che voglio continuare a diventare. In questo momento mi sembra di far fatica a trovare un equilibrio. Mi risulta difficile in questo nuovo Paese trovare immediatamente una dimensione che mi dia stabilità e serenità.

Intervistatore: Come mai? Cosa ti ha fatto l’Australia?

Virginiamanda: – L’Australia poverina [cit.]  non mi ha fatto niente. Se ne stava tranquilla nel suo emisfero prima che io arrivassi. Ma la vita qui richiede determinati passaggi inevitabili (visto). Forse la situazione migliorerà quando avrò il visto e potrò finalmente mandare curriculum e scoprire il mondo del lavoro. Per il momento non sono particolarmente stupita, però.

Intervistatore: In che senso?

Virginiamanda: – Ho l’impressione che siano rimasti un po’ “indietro” dal punto di vista dell’istruzione e sono perplessa da come trattano gli aborigeni (stigma sociale che si trascina nelle aule scolastiche con programmi appositi per i figli di aborigeni). Ma sicuramente la mia è un’opinione da ignorante che non ha avuto modo di approfondire.

 Education is evolving and changing all over the globe. Indigenous Australians are part of this revolution
In compenso però ci sono un sacco di foto così.

Intervistatore: Hai fatto amicizie?

Virginiamanda: – Amicizia è una parola grossa. Posso dirti la verità? Non ne ho manco tutta ‘sta voglia. E poi è pieno di italiani.

Intervistatore: Magari è pieno di italiani nelle zone che frequenti tu. E poi si può sapere che problema hai con gli italiani? Cosa ti hanno fatto di male?

Virginiamanda: – Non voglio dare l’impressione di essere snob o arrogante, ma mi sono stancata di certi atteggiamenti. Nutro un profondo rispetto (anche dovuto all’attaccamento emotivo, sicuramente)  per l’Italia e le sue istituzioni, soprattutto per l’istruzione pubblica e l’università. Forse sono io ad essere poco obiettiva, perché nessuno mi ha mai cacciato dall’Italia e perché ho frequentato delle ottime scuole, ma non ce la faccio più a sostenere conversazioni in cui la gente si lamenta dell’Italia.

Intervistatore: Devi essere comprensiva. Ognuno ha il proprio vissuto, e magari la persona che hai davanti ha le sue ragioni per pensare male dell’Italia…

Virginiamanda: – Sì, ma rimane un atteggiamento che non mi piace. Gli italiani qui sono visti abbastanza bene proprio per il fatto di essere “italiani”. I ragazzi che vengono con il Visto viaggio & lavoro lo capiscono subito e sfruttano questa loro “italianità” per lavorare nella ristorazione. E allora se di italianità ci campi, non ti puoi lamentare dell’Italia ogni piè sospinto.

(Per non parlare di quando vedo quelli che si comportano alla Genny Savastano in ogni contesto, e appena gli parli ti dicono che sono venuti via dall’Italia per la mafia e la corruzione… ma questo è un altro discorso.)

Un mini Genny per ricordarci sempre di stare al posto nostro.

Intervistatore: Senti da che pulpito… proprio una che non si lamenta mai, eh? E sentiamo, cosa dovrebbe avere l’Australia per piacerti di più? Ok, le amicizie con altri italiani non sono il tuo punto forte in questo momento (e ce credo, ca*a*azzi come sei!), ma ci sarà qualcosa che stavi cercando ed hai trovato?

Virginiamanda: – Sì, c’è, eccome. (E poi moderiamo i termini, ca*a*azzi lo dici al tuo nano da giardino!) Il fatto è che mi aspettavo qualcosa di diverso. Non sono sicura di poterlo definire di preciso, ma credo sia la sensazione generale: mi aspettavo una città viva, dinamica, piena di cose da fare, da vedere, mi aspettavo che la gente fosse più rilassata, che il clima fosse ideale. Invece scopro una città parecchio provinciale, in cui spettacoli, mostre, avvenimenti arrivano in ritardo (quando arrivano), i tranquilloni e i rilassati sono gli europei (soprattutto francesi e italiani) che godono appieno di questo mare, mentre gli australiani fanno ritmi abbastanza “svedesi” (sveglia presto, lavoro, alle cinque si stacca, nanna) e il clima è quello di marzo in Italia, cioè piogge ogni tre giorni. Da tre mesi.

Il tranquillone che mi aspettavo.

Lo so che il Paradiso non esiste, ma mi aspettavo un cambiamento completo. Ed al momento l’unico cambiamento è quello geografico. E non avevo mai sentito prima d’ora così tanto la mancanza della mia famiglia e dell’Europa in generale.

Intervistatore: Oh, pure la mancanza della mamma! Ma dai, su, da una giramondo come te!

Virginiamanda: – Basta con questa solfa della giramondo! (Che giramento!!!) A Luglio in Italia chiunque mi ripeteva questa frase “una che ha girato il Mondo come te, vedrai come ti sistemerai subito…”. Basta! La smettiamo con questo discorso? Non ero affatto una giramondo,  e non sono venuta qui per costruirmi un futuro. Spero di poter dare qualche notizia più corposa ed allegra presto, per il momento questo è lo stato d’animo costante.

puffo - smurf schlumpf 20088 - puffo vagabondo - bastone corto
L’unico giramondo che mi sento di impersonare.

Intervistatore: – Ma perché non esci? E’ pieno di spiagge meravigliose!

Virginiamanda: – E infatti esco! Ma come diceva Garcia Lorca “Chi cammina si intorbida!”. E io continuo a rimuginare. Forse quando non sarò più una mantenuta Aussie House-wife la vita qui mi sembrerà più dolce e più sensata. Per il momento mi sembra molto bello poter uscire a passeggiare sulla spiaggia. Ecco.

Intervistatore: – Beh ma i canguri? Li hai visti?

Virginiamanda: – Li avevo visti l’altra volta e devo ammettere che mi è bastato. Comunque domani vado in una spiaggia più nascosta, magari li trovo.

Intervistatore:Hai un messaggio da lasciare?

Virginiamanda: – Sì. E’ impossibile trovare il luogo perfetto dove stare. Quando lo trovate, fatemi un fischio. Mi piazzo col sacco a pelo in corridoio. Non dò fastidio, giuro!

13:
E come bonus questo consiglio molto utile.

*Anche noto come “Voce della mia Coscienza“.

Ps: Comunque sto benissimo, eh. Ho solo un po’ di lamentite.

Cronache dal chiosco

– C’è un tizio, un tale Ben, Sam o Tom (nessuno l’ha capito) che da due mesi tortura le persone che vengono in spiaggia (e anche noi che ci lavoriamo) perché ha perso un drone. La prima volta ho pensato intendesse un neurone, ma no, intendeva proprio drone. Ci chiede se l’abbiamo visto, se per favore, quando lo troviamo glielo diciamo. Tutti si sono messi a cercare ‘sto drone che -dice lui, Ben, Sam o Tom Comesichiama – vale duemila dollari. Io forse sono l’unica a pensare che sia una fregnaccia. E che se non lo è sei comunque un imbecille a perderti un drone da duemila dollari, quindi meglio per te che sia una fregnaccia.

Che soci. Il chiosco è tenuto da due soci. Frank e Andy [nomi di fantasia] che chiameremo Frango e Antò, per italianizzare. Sono giovanissimi (dentro) e in totale avranno almeno duecento anni d’età. Quando Frango non c’è (i topi ballano, no scherzo, non ci sono topi… ahahah, no veramente, mamma stai serena!), Andy passa il tempo a dire: “Ma guarda cosa ha combinato Frango, è proprio invecchiato, ormai è rimbambito, tu non dire niente, annuisci, dagli retta, lui ormai non c’è più col cervello, ormai, che ci vuoi fare, è andato…”. Quando Andy non c’è, Frango non fa altro che ripetere: “Ma guarda cosa ha combinato Antò, è proprio invecchiato, ormai è rimbambito, tu non dire niente, annuisci, dagli retta, lui ormai non c’è più col cervello, ormai, che ci vuoi fare, è andato…”. E io che faccio? Non dico niente, annuisco, do’ retta a tutti e due, e rido di sottecchi.

Come non farsi venire in mente Villa Arzilla?

– I papà. Porque vache i papà australiani. Tonici, slanciati, biondi e abbronzati, con una mano tengono la tavola da surf e con l’altra il pupo. E tu ti sei già innamorata e nella tua testa hai già figliato con quindici di loro quando arrivano al chiosco e ti chiedono se possono comprare… una banana.

Che jé vuoi dì?

Aiscrim. Tra le gioie della vita che ti rimettono a posto nel mondo c’è quella di vedere i bimbetti di due/tre/quattro anni arrivare barcollanti con le mani in alto verso il frigo dei gelati, con un sorriso da orecchio ad orecchio e che vanno in iperventilazione mentre dicono “Mam deddi aiscrim aiscrim aiscriiiiiim!!!”. Che bello il mondo quando ogni conflitto bellico poteva essere risolto da un gelato e quando la scelta più difficile della giornata era il gusto del gelato.

Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.