(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Post it mentali: cosa ho imparato nel 2016 (più selfie)

  • Ricorda di portarti sempre una cremina solare in borsa. Perché in Nuova Zelanda FA freddo. Certo. Fa freddo tutte le settimane dell’anno, esclusa quella in cui ci vai tu.

Un mio selfie al ritorno dalla Nuova Zelanda.

  • Abbi sempre rispetto di chi ha studiato matematica, ha frequentato il liceo scientifico, si è iscritto ad una facoltà che prevedesse esami di matematica, analisi, o comunque fa calcoli. Studiare matematica è difficile. Lo è di più se hai trent’anni e l’ultimo giorno del liceo (classico-linguistico) hai buttato il libro di matematica dicendogli: “MAI PIU’!”. Ci ho messo tre mesi a preparare un esame di ammissione all’università di soli calcoli e grafici. Corollario: siccome poi non mi sono iscritta al corso di laurea previsto, almeno questa opinione l’ho confermata -> la matematica non serve a niente (ed è faticosa).

Ecco un mio selfie dopo aver scoperto di essermi chiusa in casa tre mesi a studiare matematica per un corso a cui non mi sono mai iscritta.

 

  • Abbi sempre un vestitino carino o almeno dei gioielli in valigia, anche per i viaggi in mezzo alla natura. Potrebbe darsi che lo stesso fidanzato che a casa poche ore prima ti ha detto: “Metti solo felpe e scarpe comode in valigia, tanto staremo solo in giro per parchi“, una volta giunti all’aeroporto ti dica: “Ah, mi ero dimenticato di dirti che una di queste sere siamo invitati a cena dal mio capo nel suo ristorante preferito”.
Un mio selfie dall’aeroporto mentre cerco il self control in borsa.

 

  • Rompi pure le scatole agli hotel quando non si comportano come dovrebbero. Nella vita ho sempre evitato i conflitti, e da brava Proletaria mi sono sempre messa dalla parte dei lavoratori (“Poverini, sarà capitato…“). L’Orso invece no, in quanto Piccolo Lord dentro. Nell’appartamento che avevamo prenotato il primo week end in Australia ci hanno fatto entrare tre ore dopo perché si erano dimenticati di fare le pulizie. Io ho detto “Massì, poverini, lascia perdere“, il Piccolo Lord invece ha chiamato la Reception e ha detto che non è possibile far aspettare tre ore. La mattina dopo, che casualmente coincideva anche con la mattina in cui l’Orso mi ha fatto la Proposta con cofanetto, ginocchio, anello e domandona, abbiamo trovato una bottiglia di vino ad aspettarci con un biglietto di scuse, omaggio dell’albergo.
Mio selfie quella mattina.

 

  • Su Airbnb prendi solo appartamenti. Se prendi una stanza in un appartamento in cui c’è anche il proprietario, potrebbe capitarti di essere svegliata quattro volte nel corso della notte dagli amici Vladimir, Igor, Darko e Boris ubriachi della proprietaria che hanno scambiato la tua camera da letto per il bagno. Ripeto, su Airbnb prendi solo appartamenti e mai stanze.
Selfie mio quando alle quattro di notte uno slavo ubriaco ha spalancato la porta della camera dove stavo dormendo.

E voi: cosa avete imparato di fondamentale nel 2016?

 

 

 

Neanche uno

Insomma, quest’anno volge al termine e io ho da un po’ un pensiero che mi pungola.

Mi vergogno a dirlo ad alta voce, e allora lo scrivo qua.

Perché mi vergogno? Perché mi immagino le reazioni, tutte del genere:

“E di cosa ti vuoi lamentare tu!?”

“Ti sei trasferita in Australia, non rompere!”

“Quest’anno hai fatto quello che ti pare, non rompere!”

“Hai visto posti bellissimi pure quest’anno, non rompere!”

Eccetera eccetera…

Ecco, questo è il pensiero che tengo per me, ovvero (lo dico a bassa voce): quest’anno non ho visitato neanche un Paese nuovo. Neanche uno.

Lo so che mi devo baciare i gomiti: mi sono trasferita in Australia. E va bene. Chi si lamenta?

Ho visitato posti nuovi e meravigliosi: a febbraio Las Palmas, la Val d’Orcia, Viterbo, Orvieto… luoghi che desideravo da anni.

A marzo sono andata a Londra e ho potuto ammirare musei ed angoli di città che non avevo mai avuto il tempo e l’agio di godermi. Sono pure stata ad Edimburgo, che da anni stava nella mia lista dei desiderata.

A giugno sono stata in Svezia, e ho goduto di un clima eccezionalmente mite e favorevole che mi ha fatto (non dico fare pace, ci mancherebbe) firmare un armistizio con questo Paese. Ma il trasloco incombeva e non ho fatto molti giri fuori dal mio balcone. Sono però riuscita a visitare il museo di Arti Asiatiche e l’ho trovato delizioso (piccolo, eh, ma molto carino). E va bene. Chi si lamenta?

A luglio sono stata un paio di settimane in Italia e non ho avuto modo di fare quasi niente, tra i saluti di rito, il matrimonio di un’amica carissima e le valigie. E va bene. Chi si lamenta?

A fine luglio siamo partiti per questa grande avventura e ci siamo ritrovati a testa in giù. Fino all’arrivo del visto (pochi giorni fa), non potevamo uscire dal Paese. E va bene. Chi si lamenta?

Ok, ho potuto passeggiare e vedere nuove baie, spiagge, parchi naturali che l’altra volta in vacanza avevo solo immaginato. Abbiamo anche fatto i turistivery (o la coppia di anziani pensionati in vacanza, dipende dai punti di vista) e ci siamo pure concessi una cena in barca sul porto *più famoso al mondo* (sì, loro lo chiamano così, perché sono gente modesta). E va bene. Chi si lamenta?

Pochi giorni fa siamo tornati da due settimane in Italia: visite ai parenti, agli amici, incontri programmati e puf! Era già l’ora di ripartire. E va bene. Chi si lamenta?

E’ stato un anno fantastico.

Ma, dentro di me la vocina diceva: non hai visto nessun Paese nuovo. E va bene. Chi si lamenta?

Ed è vero, per quanto abbia girato quest’anno, non ho visitato niente di completamente nuovo.

E va bene, pazienza.

“Ho una bella vita”, come suole ripetermi un’amica a cui voglio molto bene. (E lo dice per sé e per me, abbiamo due belle vite, ribadisce spesso, e io le credo).

Insomma, questo 2016 è stato pieno di colpi di scena e di inaspettate sorprese, posso lamentarmi?

No.

Ho visitato posti nuovi, ok, non ho visitato Paesi nuovi ma insomma, dai, me ne farò una ragione.

Ormai siamo a dicembre inoltrato e niente, quest’anno è andata così.

(E va bene. Chi si lamenta?)

Così ho fatto un salto sulla sedia quando due giorni fa l’Orso mi ha proposto: “Settimana prossima in Nuova Zelanda, ti va?”

Rio 2016, il balletto del sollevatore Katoatau per salvare le isole Kiribati:
Lui è Katoatau, il suo balletto è quello che ho fatto io. (Più o meno)

E io adesso mi sento come il pinguino Giacomino che salta sul trampolino.

Al Boardman art cute illustration animation

Quindi: consigli? Cosa fare, vedere, ridere, baciare in Nuova Zelanda?

Sono tutta orecchi.

 

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

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Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

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Intervista: allora questa Australia?

Intervistatore*:Allora Virgh, non nascondiamoci dietro ad un dito: abbiamo visto che i tuoi ultimi post sono liste ma è da tanto che non “dici” niente. Manca solo che parli delle previsioni del tempo e poi siamo a posto. Sono ormai passati tre mesi da quando ti sei trasferita in Australia, com’è questa vita down under?

Virginiamanda: – Ecco, sì, lo ammetto. E’ da un po’ che non scrivo “veramente”, e che blatero del più e del meno. Ci sto un po’ girando attorno.

Intervistatore: – Me ne sono accorto. Come mai “ci giri attorno”? C’è qualcosa che non va? Stavi meglio in Svezia?

Virginiamanda: – [Risata fragorosa] No, assolutamente. Ho patito molto il lungo periodo scandinavo e questo stato di spaesamento non è neanche lontanamente comparabile ai miei momenti più bui nel periodo svedese. Però sì, devo ammetterlo: nonostante la vita in Svezia non mi piacesse, avevo raggiunto un certo livello di tranquillità e stabilità che ora mi manca. Con questo non intendo dire che domani tornerei volentieri in Svezia.

Neanche in cassa da morto.

Intervistatore: – Quindi riepiloghiamo: non eri contenta in Svezia, non sei contenta in Australia… ma si può sapere cosa vuoi? 

Virginiamanda: – E’ difficile definire questo stato d’animo. Sono la prima ad avere sempre avuto opinioni categoriche su chi non era “mai contento” e ora mi ritrovo dall’altra parte, ad essere oggetto dei miei stessi giudizi affilati. Mi piacerebbe essere coerente con me stessa, includendo il cambiamento connaturato con la crescita e la maturità, ma coerente con quello che volevo e con la persona che voglio continuare a diventare. In questo momento mi sembra di far fatica a trovare un equilibrio. Mi risulta difficile in questo nuovo Paese trovare immediatamente una dimensione che mi dia stabilità e serenità.

Intervistatore: Come mai? Cosa ti ha fatto l’Australia?

Virginiamanda: – L’Australia poverina [cit.]  non mi ha fatto niente. Se ne stava tranquilla nel suo emisfero prima che io arrivassi. Ma la vita qui richiede determinati passaggi inevitabili (visto). Forse la situazione migliorerà quando avrò il visto e potrò finalmente mandare curriculum e scoprire il mondo del lavoro. Per il momento non sono particolarmente stupita, però.

Intervistatore: In che senso?

Virginiamanda: – Ho l’impressione che siano rimasti un po’ “indietro” dal punto di vista dell’istruzione e sono perplessa da come trattano gli aborigeni (stigma sociale che si trascina nelle aule scolastiche con programmi appositi per i figli di aborigeni). Ma sicuramente la mia è un’opinione da ignorante che non ha avuto modo di approfondire.

 Education is evolving and changing all over the globe. Indigenous Australians are part of this revolution
In compenso però ci sono un sacco di foto così.

Intervistatore: Hai fatto amicizie?

Virginiamanda: – Amicizia è una parola grossa. Posso dirti la verità? Non ne ho manco tutta ‘sta voglia. E poi è pieno di italiani.

Intervistatore: Magari è pieno di italiani nelle zone che frequenti tu. E poi si può sapere che problema hai con gli italiani? Cosa ti hanno fatto di male?

Virginiamanda: – Non voglio dare l’impressione di essere snob o arrogante, ma mi sono stancata di certi atteggiamenti. Nutro un profondo rispetto (anche dovuto all’attaccamento emotivo, sicuramente)  per l’Italia e le sue istituzioni, soprattutto per l’istruzione pubblica e l’università. Forse sono io ad essere poco obiettiva, perché nessuno mi ha mai cacciato dall’Italia e perché ho frequentato delle ottime scuole, ma non ce la faccio più a sostenere conversazioni in cui la gente si lamenta dell’Italia.

Intervistatore: Devi essere comprensiva. Ognuno ha il proprio vissuto, e magari la persona che hai davanti ha le sue ragioni per pensare male dell’Italia…

Virginiamanda: – Sì, ma rimane un atteggiamento che non mi piace. Gli italiani qui sono visti abbastanza bene proprio per il fatto di essere “italiani”. I ragazzi che vengono con il Visto viaggio & lavoro lo capiscono subito e sfruttano questa loro “italianità” per lavorare nella ristorazione. E allora se di italianità ci campi, non ti puoi lamentare dell’Italia ogni piè sospinto.

(Per non parlare di quando vedo quelli che si comportano alla Genny Savastano in ogni contesto, e appena gli parli ti dicono che sono venuti via dall’Italia per la mafia e la corruzione… ma questo è un altro discorso.)

Un mini Genny per ricordarci sempre di stare al posto nostro.

Intervistatore: Senti da che pulpito… proprio una che non si lamenta mai, eh? E sentiamo, cosa dovrebbe avere l’Australia per piacerti di più? Ok, le amicizie con altri italiani non sono il tuo punto forte in questo momento (e ce credo, ca*a*azzi come sei!), ma ci sarà qualcosa che stavi cercando ed hai trovato?

Virginiamanda: – Sì, c’è, eccome. (E poi moderiamo i termini, ca*a*azzi lo dici al tuo nano da giardino!) Il fatto è che mi aspettavo qualcosa di diverso. Non sono sicura di poterlo definire di preciso, ma credo sia la sensazione generale: mi aspettavo una città viva, dinamica, piena di cose da fare, da vedere, mi aspettavo che la gente fosse più rilassata, che il clima fosse ideale. Invece scopro una città parecchio provinciale, in cui spettacoli, mostre, avvenimenti arrivano in ritardo (quando arrivano), i tranquilloni e i rilassati sono gli europei (soprattutto francesi e italiani) che godono appieno di questo mare, mentre gli australiani fanno ritmi abbastanza “svedesi” (sveglia presto, lavoro, alle cinque si stacca, nanna) e il clima è quello di marzo in Italia, cioè piogge ogni tre giorni. Da tre mesi.

Il tranquillone che mi aspettavo.

Lo so che il Paradiso non esiste, ma mi aspettavo un cambiamento completo. Ed al momento l’unico cambiamento è quello geografico. E non avevo mai sentito prima d’ora così tanto la mancanza della mia famiglia e dell’Europa in generale.

Intervistatore: Oh, pure la mancanza della mamma! Ma dai, su, da una giramondo come te!

Virginiamanda: – Basta con questa solfa della giramondo! (Che giramento!!!) A Luglio in Italia chiunque mi ripeteva questa frase “una che ha girato il Mondo come te, vedrai come ti sistemerai subito…”. Basta! La smettiamo con questo discorso? Non ero affatto una giramondo,  e non sono venuta qui per costruirmi un futuro. Spero di poter dare qualche notizia più corposa ed allegra presto, per il momento questo è lo stato d’animo costante.

puffo - smurf schlumpf 20088 - puffo vagabondo - bastone corto
L’unico giramondo che mi sento di impersonare.

Intervistatore: – Ma perché non esci? E’ pieno di spiagge meravigliose!

Virginiamanda: – E infatti esco! Ma come diceva Garcia Lorca “Chi cammina si intorbida!”. E io continuo a rimuginare. Forse quando non sarò più una mantenuta Aussie House-wife la vita qui mi sembrerà più dolce e più sensata. Per il momento mi sembra molto bello poter uscire a passeggiare sulla spiaggia. Ecco.

Intervistatore: – Beh ma i canguri? Li hai visti?

Virginiamanda: – Li avevo visti l’altra volta e devo ammettere che mi è bastato. Comunque domani vado in una spiaggia più nascosta, magari li trovo.

Intervistatore:Hai un messaggio da lasciare?

Virginiamanda: – Sì. E’ impossibile trovare il luogo perfetto dove stare. Quando lo trovate, fatemi un fischio. Mi piazzo col sacco a pelo in corridoio. Non dò fastidio, giuro!

13:
E come bonus questo consiglio molto utile.

*Anche noto come “Voce della mia Coscienza“.

Ps: Comunque sto benissimo, eh. Ho solo un po’ di lamentite.

Compilation delle mie peggiori gaffes linguistiche

Nei momenti di pace e relax (per esempio l’ora prima di dormire) cosa fanno le persone? Escono e vanno a correre o si riposano dedicandosi ai loro hobbies, o si applicano una crema idratante alle erbe malesi.

Io penso alle figuracce che ho fatto nella mia vita.

E visto che ogni descrizione di me a sconosciuti da parte di conoscenti include sempre la frase “parla tante lingue” detta con ammirazione, ecco il lato B. Ovvero le figuracce peggiori che ho fatto (o almeno quelle che mi ricordo) parlando foresto.

  • In Spagna sono stata convinta per un bel pezzo che il nome proprio “Iker” (un portatore famoso è per esempio Iker Casillas) fosse inglese. Visto che anche in Italia c’è un sacco di gente italianissima che chiama i figli Kevin, Michelle, Brandon… non mi ha scalfita neanche un dubbio quando continuavano a presentarmi gente che si chiamava Iker e lo pronunciava “Icher”. Anzi, pensavo fossero dei buzzurri che non avevano neanche avuto voglia di informarsi sulla pronuncia straniera del proprio nome. Quindi per molti mesi li ho chiamati fieramente tutti AICHER.

Salvo poi scoprire che Iker è un nome basco, quindi perfettamente spagnolissimo.

(Questa la faccia che fa Iker quando un’italiana cretina lo chiama Aicher per la quindicesima volta).

 

  • Uno dei miei primi approcci con l’altro sesso parlando un altra lingua è stato con un irlandesino amico di amici che conobbi in Francia. Lui per sciogliere il ghiaccio mi chiese che tipo di gruppi musicali mi piacessero (sì, avevo ancora quell’età in cui parli di musica e ti infervori e ti sembra un buon criterio per conoscere le persone…) e mi disse qualcosa tipo: “What kind of BANDS do you like?” che io compresi imbarazzata e balbettante come una richiesta su che tipo di indumenti intimi mi piacessero (“What kind of pants do you like?”)

Bands vs Pants

 

 

 

 

 

 

  • In Svezia. Un giorno una nuova collega si presentò, alla domanda di dove fosse mi disse qualcosa come SCALLA. Siccome era parecchio biancuccia e parlava inglese da madrelingua esclusi mentalmente venisse dall’Africa o dall’Asia. Ma anche così mi rimanevano molti Paesi. Le dissi “Scusa, non ho capito, da dov’è che vieni?” e lei: “Scalla, Scalla!”. Al che, continuando a non capire le chiesi: “E IN QUALE PARTE DEL MONDO si trova?”.

Lei offesissima, mi disse che era incredibile che non lo sapessi.

Dopo qualche mese, aprendo la pagina aziendale e trovando le descrizioni del nuovo personale assunto vidi vicino al suo nome la bandierina e capii.

Aveva detto: “Scotland” tutto il tempo.

From Scalla with love.
  • Sempre in Svezia un collega di Manchester una mattina mi saluta dicendo: “Hi darling, how are you?” e io “Fine, thanks, what about you?“.

E si mette a ridere. Spiegandomi: “Tesoro, quando chiediamo come stai non vogliamo veramente sapere come stai. E’ da considerarsi parte del saluto.”

(Ma perché non dire semplicemente CIAO, allora?)

  • In Spagna, tornata dopo quattro anni senza più parlare spagnolo né studiarlo, inizio a non ricordarmi più le parole e i loro significati. Alcune espressioni mi sembravano familiari, ma non mi ricordavo più la loro traduzione in italiano. Uno dei primi giorni sono al ristorante con un’amica nutrizionista, con un passato alimentare turbolento, particolarmente attenta a quello che mangia. Mi chiede cosa sia questo pesce “con aceite” che vede sul menù. E io: “Uhm, credo aceto!”. “Sei sicura?” “Certo!!!”. Lo ordina. E le arriva una vasca jacuzzi piena fino all’orlo di olio extravergine d’oliva in cui nuotano alcuni pezzettini di pesce.
“Aceite” in spagnolo

 

Io e il mio “parla tante lingue” siamo andati a sotterrarci lì vicino…

  • Per molto tempo sono stata convinta che “aka“, l’acronimo che si usa per chi è conosciuto con un altro nome (per esempio Valentina Parlabenelelingue, aka – also known as – Virginiamanda) fosse una parola giapponese.

 

  • Per molto tempo sono stata convinta che il granchio in inglese invece di chiamarsi “crab” si dicesse “crap“. Quindi lodavo dei buonissimi piatti alla… pupù.
Crab linguine vs crap linguine

 

Qui dalla Repubblica della Vergogna dell’Ora Prima di Andare a Dormire è tutto, passo la line a voi Studio.