E allora?

Casa nuova, vita nuova“, si dice.

E’ da dieci giorni che abbiamo cambiato casa. Siamo passati da un bilocale minuscolo arredato nella zona più ambita della città (quella con i locali, i ristoranti bio, le caffetterie con le sedie in alluminio, le lavagne grandi, i camerieri con le bretelle e i caffé dai quattro dollari in su, le palestre di pilates, gli alimentari con prezzi da gioiellerie, i bistrot vegani, i bar che fanno solo insalate,  la fauna locale composta da italiani, francesi e brasiliani sotto i venticinque anni che sfrecciano sul lungomare in skate e che stanno living the dream – e spending the money of il papà-) ad un appartamento con cinque stanze, terrazza con vista sul mare in un quartiere fuori dal centro. Non arredato.

Sì, lo so a cosa state pensando. No, non è così…

 

“E chi ve l’ha fatta fare ‘sta pazzia?”

Io.

Sono io la responsabile.

Ho pensato che non potevo aver fatto tutta sta strada per venire in Australia per poi ritrovarmi a vivere “all’europea”. A ‘sto punto, vado a stare in Europa.

“Beh, ma spenderai un sacco ad arredare casa, se poi non avete intenzione di abitarci per sempre, non sono soldi buttati via?”

Sì. No.. Insomma, forse.

(Ma quant’è bvutto e volgave parlare di soldi?)

Fuori dal quartiereambito case ammobiliate non se ne trovavano proprio. Quindi, sfruttando il locale mercato fiorente dell’usato, abbiamo comprato subito un letto e una lavatrice. E un paio di sgabelli.

E bon.

E siamo rimasti così.

Profughi a casa nostra.

(Così sono d’accordo sia i leghisti che i socialisti  – ah no, che adesso si chiamano modempro, vabbè io al massimo seguo il Movimento Arturo– ).

Ne è valsa la pena?

“Qué mala suerte” ha commentato la collega spagnola quando le ho detto che non ce la facevo più a sopportare i ragazzi italiani dell’appartamento a fianco che urlavano ad ogni ora del giorno e della notte e picchiavano la porta in continuazione (ma le chiavi!?) nel quartiereambito.

Lei, che come molti europei, ci abita, ha sempre pensato che fosse il luogo ideale dove vivere. Magari ha ragione, ho solo avuto la sfortuna di avere vicini maleducati.

Però volevo provare qualcosa di nuovo, provare ad abitare in un quartiere non turistico. Chissà per quanto tempo staremo qui in Australia, quindi perché non sfruttare quest’occasione per provare a vedere com’è veramente? Certo, siamo in un quartiere semi centrale di una grande città. Sicuramente gli australiani veraci vanno scovati altrove:nel bush, nella campagna assolata ed estrema… ma nel nostro piccolo ci proviamo.

Dal primo giorno di “casa nuova, vita nuova” me ne sono resa conto. Dovevo andare alla posta a ritirare il nuovo modem e in fila c’erano: signora maori quattrostagioni (nel senso di armadio), giovane dall’accento slavo, signora bionda presumibilmente polacca, signore australiano (o perlomeno senza accento riconoscibile), due signore anziane che andavano a pagare l’affitto credo australiane -senza accento-. Agli sportelli capa tailandese e dipendente australiano.

E una veneta che sbirciava incuriosita tutti gli altri…

Ci sono ristoranti e bar aperti fino a tardi (nel quartiereambito chiudevano tutti presto, a parte l’hotel, che da tradizione rimane l’unico autorizzato a servire alcolici fino a tardi) e un autobus che porta alla stazione.

L’attesa dell’autobus è diventata il mio passatempo. Nel quartiereambito gli autobus passavano sempre, scaricavano turisti o giovani europei con i valigioni e caricavano qualche giovane professionista in abito da ufficio e mandrie di tipi da spiaggia con canottiera, infradito e cappellino.

Non so se rendo l’idea. Foto presa da internet.

 

Qui invece no.

All’attesa dell’autobus si è sostituita la speranza dell’autobus.

Ci sono degli orari indicati ma… vengono puntualmente disattesi.

Io quindi ho capito che quando sono pronta scendo e mi metto comoda ad aspettare. Prima o poi passerà.

Alla fermata (visto che nell’attesa posso osservare gli altri con tutto l’agio del mondo) ho confermato le mie impressioni: la zona è a maggioranza bianca, australiani di origine europea, altri di origine filippina e qualche maori. Lo so che questa non è una rappresentazione fedele dell’Australia vera e propria, ma mi sento già più “dentro” l’Australia di prima. E anche le facce pazienti e per niente scocciate che aspettano lo stesso bus mi ricordano che questa parte di mondo è più simile all’Italia di quanto riesca a riconoscere…

Lui è diventato il mio migliore amico.

Ho anche iniziato a lavorare. Non so se si può considerare un lavoro vero, visto che non ho orari fissi e che sono impegnata solo due o tre ore al giorno ma… mi sento fortunata. E’ bello andare a dormire con la sensazione di aver prodotto qualcosa durante la giornata. E del mio ambito. Mi sento meno alienata di quando stavamo nel quartiereambito, inoccupata, circondata da gente in vacanza perenne e con esigenze -forse- diverse dalle mie.

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Per esempio, per essere come loro a me manca… il selfie stick!

Forse sono diventata vecchia, forse mi sono imborghesita, (Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome, a tutte le paure che ci fan tremare…), forse tra qualche settimana maledirò le attese dell’autobus, rimpiangerò le case arredate di tutto punto, me la prenderò con l’Orso che mi ha assecondata…

Ma chi se ne frega, tra qualche settimana sarò in Italia, a fare la prova del menù e del vino, a mettere la firma sulle pubblicazioni e a quel punto…

Chi avrà voglia di lamentarsi?

 

 

 

 

 

 

Una cosa che non pensavo mi sarebbe piaciuta: il corso prematrimoniale in Australia

Eccomi nel fantastico mondo della preparazione matrimoniale.

La mia faccia quando mi chiedono: “Allora come vanno i preparativi del matrimonio?”

Lo dico subito, io quando ho saputo di dover frequentare il corso prematrimoniale ho pensato all’ennesima scocciatura. Da mettere nello stesso sottoinsieme mentale con il colore dei centrotavola, i nastrini sulle bomboniere, le bomboniere stesse (perché ti sposi un terrone*, perché!?), le quindicimila partecipazioni da consegnare ai parenti lontani (“perché ti sposi un terrone*, perché!?”Parte 2. “Ma voi al Nord non fate le partecipazioni?” mi hanno chiesto stupiti i genitori dell’Orso. “No, chi riceve l’invito è invitato, gli altri non ci interessa neanche che lo sappiano” ha risposto la glaciale polentona, gettando i suoi nello sconforto). Ovvero quella categoria di cose che ti tocca fare, ma che non fai con piacere.

Sono entusiasta all’idea di dover scegliere un oggetto inutile che nessuno degli invitati apprezzerà chiamato bomboniera.

Anzi, a dire la verità, quando il mio parroco in Italia mi ha detto: “Guarda che se non trovate nessuno in Australia che vi faccia il corso prematrimoniale non c’è problema, venite da me una sera e ve ne faccio uno io” avevo tirato un sospiro di sollievo.

E invece, (eccole le meraviglie del matrimonio: non si finisce mai di conoscere una persona!) l’Orso ha dichiarato: “Ma io voglio farlo!”.

Sostenendo che per lui è stato impegnativo decidere di chiedermi di sposarlo, scegliere l’anello, consegnarmelo, aspettare per dieci lunghissimi infiniti minuti la mia risposta, però che solo frequentando il corso prematrimoniale si sarebbe reso conto del passo che stava per compiere.

E va bene.

Io dentro di me pensavo: vengo da una famiglia cattolica praticante di missionari e vescovi (sono pur sempre veneta, e i veneti si sa che sono basabanchi), ho fatto 10 anni di catechismo, 7 anni di fraternità francescana (finché la mia guida spirituale, un frate trentenne simpaticissimo non ha deciso di mollare la Chiesa e sposarsi)… ma insomma, cosa dovrà mai insegnare un corso prematrimoniale a me che io già non sappia?

(Spoiler: La mia spocchiosa arroganza ha trovato una bella mazzata sui denti ad ogni incontro).

Poi ho pensato: massì, in fondo sono tre serate, prendiamole come un corso di inglese avanzato.

(Giuro, l’ho davvero pensato…)

Così sono iniziate le prime sorprese.

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Sognare in piccolo

Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a pensarci spesso.

Da sogni grandi ultimamente sono passata ad avere sogni piccoli. Mi sveglio, mi faccio il caffè, mi godo gli uccellini che cinguettano, inveisco contro i figli dei vicini che si cimentano con pessimi risultati al flauto (non te sì bon, moaghea!), mi rincuoro pensando che prima o poi le vacanze estive finiranno e anche questi figli di australiana torneranno alle loro scuole fatte di sport e riconoscenza per gli aborigeni (qui dovrei aprire una parentesi, che allungherà il discorso e che porterà a perdere il filo, massì, lo faccio lo stesso. Ma quanto fanno ridere le banche australiane che attaccano fuori i cartelli con scritto “Noi, Banca Taldeitali ci teniamo a riconoscere che i primi proprietari e custodi di questa terra sono gli aborigeni” con tanto di disegnino conciliante colorato. Ma chi se ne frega del tuo cartellino? Ridagliela indietro se ti sta tanto a cuore, no? Eh, ma voi avete una storia complessa di proprietà terriera – no, il termine non è complessità, pagliacci, è furto, appropriazione indebita, estorsione, esproprio… ma non è “complessità”). Poi mando curriculum, mi pento e mi dolgo della sorte, del caldo, leggo qualcosa, seguo qualche lezione on line, polto le camicie del signole alla stilelia da brava colf, faccio una passeggiata, ho caldo, mi viene mal di testa, mi rincuoro con qualcosa di bello che è successo durante la giornata, chiacchiero con qualcuno fisicamente o virtualmente, torna l’Orso, preparo la cena, vado a letto.

E la vita è tutta qui. Accontentarsi va bene, ed è necessario per un periodo della vita in cui ci si rende conto che non si può avere tutto.

Ma ho l’impressione di essere passata a fare sogni piccoli.

I corsi che ho frequentato ultimamente non duravano mai più di un mese. Ho rinunciato ad un percorso di studi serio di due anni per venire qui in Australia. Certo, ma ora mi rendo conto che forse era anche il fatto che fosse “serio” e di “due anni” a spingermi a rinunciare.

Per paura di dover smettere all’improvviso, di non sapere mai “dove sarò tra due anni”, alla fine mi sono accontentata di sogni piccoli, di progetti a brevissimo termine, di corsi che migliorassero una parte di una competenza invece di percorsi che potessero potenziarmi interamente come persona, di studi che mi facessero sentire più soddisfatta e più grande, più vicina all’idea che ho di me stessa e della persona che voglio diventare.

Non credo di essermi boicottata, perché la mia natura è quella di essere curiosa e di continuare a leggere e informarmi sulle cose che mi appassionano e l’ho continuato a fare, ma credo di essermi così ridimensionata verso il basso e di aver rimpicciolito così tanto le mie aspirazioni da non riuscire a vederle distintamente né ad apprezzarle.

Il “dove” ha per troppo tempo influito sulle mie scelte.

Non voglio che succeda più. Non voglio più sognare in piccolo.

Leo Ortolani e la concretezza.:
Ecco, sogni un po’ più grandi di così. (Vignetta di Leo Ortolani)

 

Bisogna notarle

Sono al supermercato, con un mal di testa pesantissimo. (Io credo siano questi raggi diretti con il sole a picco sul cranio a tutte le ore, Governo Australiano rimborsami! Io ti permetto di godere della mia pregiata presenza e tu mi ripaghi con il sole a picco in testa? Voglio i danni!) Ho già trascorso qualche ora al buio a cercare di farmelo passare ma niente, e a fare la spesa ci devo andare.

Mi trascino con un’espressione così vitale che in confronto le canzoni di Elisa sembrano la taranta. Mi abbasso (sarebbe meglio dire mi accartoccio) verso lo scaffale più in basso per esaminare i contenitori di uova e scegliere la dozzina da portare a casa.

Mentre sto esaminando sento da lontano e poi sempre più vicino un suono ritmato che fa:

“Putum – Putum – Putum – Putum – Putum!” 

Si ferma a dieci centimetri dal mio naso.

Una nanerottola alta sì e no cinquanta centimetri, scalza, con solo il copri pannolone addosso.

La guardo.

Mi guarda.

E mi fa un meraviglioso sorrisone a quattro denti.

La scena mi fa troppo ridere e le dico – mi esce naturale in italiano –: “Ma ciao!”.

Lei ride di quella risata sconsiderata e di pancia che fanno i bambini.

Dietro arriva trafelato il padre a riprendersela, fa come per scusarsi e la prende in braccio per portarla via.

Ecco, è un momento insignificante nella vita. Un minuto sciocco, senza importanza nelle nostre esistenze piene di incontri, mal di testa, autobus da prendere, cene da preparare… ma mi è sembrato un piccolo minuto di bellezza.

E le cose belle, anche quando sono così minute ed insignificanti, bisogna notarle.

Ecco, era più o meno così.

Natale al Sud (nel senso di emisfero)

Allora, com’è andato questo Natale lontana?

Beh, è andato.

Non era il mio primo Natale lontana, ma il secondo. E proprio perché l’avevo già vissuto mi ero promessa: “Mai più”.

E invece, le distanze non sono poca cosa con l’Australia, ed eravamo appena stati venti giorni in Italia. (Siamo tornati il 4 dicembre) E’ un periodo critico per l’Orso al lavoro, e io, beh, mi sono adeguata.

L’altra volta mi trovavo in Turchia. Per una strana congiuntura astrale mi ero ritrovata da sola, completamente. In un Paese mussulmano, con la prima chiesa cattolica a 300 km di distanza, senza coinquilina che se ne era tornata a casa per le feste, e dovendo lavorare. Il peggio del peggio: nessuna lucina, niente di niente. E la televisione che trasmetteva canali italiani a farmi piangere di malinconia. I miei mi avevano mandato un messaggio veloce alla mattina prima di andare al super pranzo di Natale dalla zia e io ero rimasta in uno stato di scoramento infinito. Il tempo si era dilatato dentro quella cucina turca, le ore ci avevano messo il triplo del tempo a passare. L’Orso, che all’epoca non era ancora stato insignito dell’ambito titolo di “Fidanzato in Carica” si era prodigato per farsi sentire su Skype e aveva provato a tirarmi un po’ su. Ma non c’era stato verso. Mi sentivo esclusa, lontana, triste, e anche un po’ stupida per essermi ritrovata a vivere il giorno del Natale lontana da tutti in un posto che neanche mi piaceva.

La botta era stata così forte che mi ero ripromessa di fare di tutto e di più per tornare a casa a Natale. E infatti così ho fatto da quel momento. Il punto più alto è stato raggiunto dalla combo natalizia dell’anno scorso, per stare il più possibile con le famiglie di appartenenza, (Trenitalia ha eretto poi un monumento in oro zecchino al binario 16 della Stazione Alta Velocità di Bologna con il nome mio e dell’Orso scolpiti) abbiamo fatto Cenone della Vigilia in Campania a tavola con i suoi, pranzone di Natale in Veneto a tavola con i miei, Santo Stefano con i miei, il 27 e 28 in Campania con i suoi. Ad un certo punto ho pure avuto la gastrite, ma che sarà mai, per la famiglia si fa questo e altro, ho ripetuto alticcia a mia zia che mi abbracciava commossa.

Natale 2015, ti ricorderemo così

E si vede che la legge del contrappasso (sì, Dante ne parlava prima che tra voi fighetti esplodesse la mania di dire “karma” ogni tre frasi) ha fatto il suo, perché quest’anno niente Natale in famiglia. Io e l’Orso ci siamo guardati senza tristezza ed è spuntato un sorriso: “Il primo Natale solo noi due!”. Incredibile, chi l’avrebbe mai detto? (Soprattutto dopo le centinaia di km in treno dell’anno scorso?)

E così abbiamo fatto: a meno dei regali costosi comprati all’ultimo minuto per la zia, a meno della dieta depurativa pre- e post-, a meno dei sorrisi di circostanza, a meno delle litigate telefoniche alla stazione di Napoli (“Ma se ti ho detto che arrivo a mezzogiorno perché a mezzogiorno e venti non sei ancora qui? Perché tutti gli anni è la stessa storia? Ma parti prima, cribbio, che me ne frega che sei dovuto andare a Battipaglia a comprare la mozzarella???“), a meno del binario 16 della stazione dell’alta velocità di Bologna.

E abbiamo preso quello che veniva. Siamo andati a farci le foto in maniche corte davanti all’albero di Natale in piazza e abbiamo passeggiato sotto alle luci di Natale con la sensazione che questi australiani non abbiano mai fatto pace con il fatto che qui sia estate, quando in Madrepatria c’è il freddo e il buio (ed è il motivo per cui si mettono le lucine, capito? Infatti in Svezia le toglievano a marzo).

Ma è stata la Nuova Zelanda a farmi fare pace del tutto con questo Natale vissuto a testa in giù. I neozelandesi mi hanno dato l’impressione di un popolo “risolto”. Sanno che devono parlare inglese, ma la Nuova Zelanda è casa loro, ci abitano loro, e stanno bene così. Hanno il Natale d’estate, e l’inverno arriva in un mese che si chiama luglio, e allora? Invece delle decorazioni con la neve e il cotone hanno dei bellissimi gonfiabili di Babbo Natale e i festival estivi in piazza. Problemi? Meno che zero. E se ti venisse voglia di problemi, basta guardare la loro stazza media (tre metri per quindici di circonferenza) per farteli passare subito.

Sì ho proprio voglia di sentire la tua opinione sul Natale nell’Emisfero Sud

La sera della vigilia siamo stati invitati dai colleghi dell’Orso a cena in un ristorantino carino, ci siamo bevuti una caraffa di spritz e poi siamo andati alla cattedrale per la messa di mezzanotte.

Io alla messa di mezzanotte ho sempre assistito da uno dei banchi della chiesa parrocchiale del paesino da cui provengo. Al massimo in quella del paesino a fianco. Solo l’anno scorso nella chiesa del quartiere dell’Orso. Ma sempre una chiesina, fedeli che si conoscono e si stringono le mani durante la messa, con quel clima di rilassata e cordiale intimità.

Non ero mai stata a messa in una cattedrale, così imponente, per Natale. E’ stata un’esperienza nuova: molto solenne (due ore di canti gregoriani…) e – posso dirlo?- molto ben organizzata. Volontari con divisa e tesserino ogni pochi metri, maxischermi ad ogni colonna per permettere a tutti di seguire, anche se non riuscivano a vedere l’altare.

E’ stata la prima volta che ho dovuto sventolarmi dal caldo ad una messa di Natale.

Il giorno dopo ci siamo svegliati, e Babbo Natale era già passato! (D’altra parte, qua passa prima che dopo ha tutta l’Asia, l’Europa, etc etc e quelle sono piene di gente) A me ha portato una moka (regalo che chiedevo da anni, provaci te a stare con un terrone che deve riempire la moka fino a farla strabordare e poi chiuderla con una mossa di The Rock in modo che sia impossibile da aprire per ogni essere vivente che si sveglia dopo di lui!) ed un computerino nuovo (che è quello che sto usando ora). All’Orso, che è stato un bravo bambino, è arrivato uno skateboard.

E dopo ci siamo guardati e abbiamo detto: “Spiaggia!”.

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Sì, è stato un Natale diverso, ma non è andata così male…

 

Tanti auguri a tutti!

 

 

Neanche uno

Insomma, quest’anno volge al termine e io ho da un po’ un pensiero che mi pungola.

Mi vergogno a dirlo ad alta voce, e allora lo scrivo qua.

Perché mi vergogno? Perché mi immagino le reazioni, tutte del genere:

“E di cosa ti vuoi lamentare tu!?”

“Ti sei trasferita in Australia, non rompere!”

“Quest’anno hai fatto quello che ti pare, non rompere!”

“Hai visto posti bellissimi pure quest’anno, non rompere!”

Eccetera eccetera…

Ecco, questo è il pensiero che tengo per me, ovvero (lo dico a bassa voce): quest’anno non ho visitato neanche un Paese nuovo. Neanche uno.

Lo so che mi devo baciare i gomiti: mi sono trasferita in Australia. E va bene. Chi si lamenta?

Ho visitato posti nuovi e meravigliosi: a febbraio Las Palmas, la Val d’Orcia, Viterbo, Orvieto… luoghi che desideravo da anni.

A marzo sono andata a Londra e ho potuto ammirare musei ed angoli di città che non avevo mai avuto il tempo e l’agio di godermi. Sono pure stata ad Edimburgo, che da anni stava nella mia lista dei desiderata.

A giugno sono stata in Svezia, e ho goduto di un clima eccezionalmente mite e favorevole che mi ha fatto (non dico fare pace, ci mancherebbe) firmare un armistizio con questo Paese. Ma il trasloco incombeva e non ho fatto molti giri fuori dal mio balcone. Sono però riuscita a visitare il museo di Arti Asiatiche e l’ho trovato delizioso (piccolo, eh, ma molto carino). E va bene. Chi si lamenta?

A luglio sono stata un paio di settimane in Italia e non ho avuto modo di fare quasi niente, tra i saluti di rito, il matrimonio di un’amica carissima e le valigie. E va bene. Chi si lamenta?

A fine luglio siamo partiti per questa grande avventura e ci siamo ritrovati a testa in giù. Fino all’arrivo del visto (pochi giorni fa), non potevamo uscire dal Paese. E va bene. Chi si lamenta?

Ok, ho potuto passeggiare e vedere nuove baie, spiagge, parchi naturali che l’altra volta in vacanza avevo solo immaginato. Abbiamo anche fatto i turistivery (o la coppia di anziani pensionati in vacanza, dipende dai punti di vista) e ci siamo pure concessi una cena in barca sul porto *più famoso al mondo* (sì, loro lo chiamano così, perché sono gente modesta). E va bene. Chi si lamenta?

Pochi giorni fa siamo tornati da due settimane in Italia: visite ai parenti, agli amici, incontri programmati e puf! Era già l’ora di ripartire. E va bene. Chi si lamenta?

E’ stato un anno fantastico.

Ma, dentro di me la vocina diceva: non hai visto nessun Paese nuovo. E va bene. Chi si lamenta?

Ed è vero, per quanto abbia girato quest’anno, non ho visitato niente di completamente nuovo.

E va bene, pazienza.

“Ho una bella vita”, come suole ripetermi un’amica a cui voglio molto bene. (E lo dice per sé e per me, abbiamo due belle vite, ribadisce spesso, e io le credo).

Insomma, questo 2016 è stato pieno di colpi di scena e di inaspettate sorprese, posso lamentarmi?

No.

Ho visitato posti nuovi, ok, non ho visitato Paesi nuovi ma insomma, dai, me ne farò una ragione.

Ormai siamo a dicembre inoltrato e niente, quest’anno è andata così.

(E va bene. Chi si lamenta?)

Così ho fatto un salto sulla sedia quando due giorni fa l’Orso mi ha proposto: “Settimana prossima in Nuova Zelanda, ti va?”

Rio 2016, il balletto del sollevatore Katoatau per salvare le isole Kiribati:
Lui è Katoatau, il suo balletto è quello che ho fatto io. (Più o meno)

E io adesso mi sento come il pinguino Giacomino che salta sul trampolino.

Al Boardman art cute illustration animation

Quindi: consigli? Cosa fare, vedere, ridere, baciare in Nuova Zelanda?

Sono tutta orecchi.

 

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

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Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

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