Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.

 

Che bello, piove!

Dopo giorni di caldo soffocante (“Non smetterà di fare così caldo fino a fine febbraio, ha gracchiato tronfia la voce del radiogiornalista l’altro giorno”) oggi piove.

Tuoni, lampi, boati del cielo, ticchettio delle gocce sui vetri: ah, che pace.

Non avrei mai immaginato di sentirmi così sollevata e grata per la pioggia… come cambiano i punti di vista, eh!?

Finalmente ho potuto indossare i pantaloni lunghi! E mettere un golfino in borsa!

Me lo devo appuntare, perché un giorno sarò così triste e grigia che la pioggia zompettante nel mezzo della calura tropicale di febbraio mi sembrerà un ricordo lontano, e magari mi lagnerò della malinconica pioggia incattivita dell’Emisfero Nord.

Oggi allora, un esercizietto facile-facile, dire: che bello, piove!

 

Un etto di entusiasmo, grazie!

 :

Mentre sono impegnata in questa attività che mi occupa le giornate in attesa del visto che si chiama “ozio”, ho il tempo di pensare.

Specialmente a quello che mi manca.

E in questo momento mi manca l’entusiasmo.

Per questo nuovo Paese, per questa nuova avventura, per quello che succederà.

Sono contenta di: stare in un Posto dove la gente mi sorride e mi parla, trovare verdura e frutta di stagione NON importata, uscire in pigiama per andare in spiaggia senza che nessuno noti la differenza con il proprio outfit (questi girano scalzi e con le magliette bucate, i miei pantaloni del pigiama sono chic, al confronto), poter decidere di mangiare o bere fuori senza spendere un patrimonio, anzi, di avere a disposizione tanti Paesi raggiungibili con poche ore di aereo, di capire (abbastanza) quello che mi dicono e quello che leggo o sento.

♡♡♡:

Ma proprio l’entusiasmo, lo stupore, la gioia di affrontare questa nuova tappa, non lo trovo.

Che sia rimasto negli scatoloni del trasloco?

42andpointless:

Is your sky full of stars?

Negli ultimi giorni sono successe varie cose che mi hanno fatto riflettere sulle domande di sempre: dove sto andando? Cosa sto facendo? Mi rende felice?

E si lo so, grazie tante, queste domande se le fa chiunque da quando compra il primo libro da solo un pomeriggio della prima liceo fino a quando qualcun’altro gli chiude gli occhi e gli mette un rosario tra le mani.

Sono successe queste cose:

– ho firmato un pre-indeterminato (sei mesi di prova che se vanno bene si trasformano in indeterminato)
– dopo dieci giorno di lavoro il capo mi ha chiesto di diventare la responsabile del mio dipartimento
– l’Orso è partito e starà lontano per un po’
– una sera, prima che partisse, ho deciso solo perché sono passata con la metro da una stazione che mi ha ricordato che c’è un posto dove si mangia bene che quella sera sarei andata a cena lì, ho avvisato l’Orso all’ultimo momento, e mentre lui mi raggiungeva ho trovato per caso un collega sul marciapiede che si stava fumando una sigaretta fuori da un pub e gli ho detto “birra?” e ci siamo ritrovati a ridere io unica donna, Orso collega 1 e altri due in un pomeriggio infrasettimanale improvvisato. Li abbiamo salutati, siamo andati a cena e alla fine ci hanno offerto due spumantini, così, solo perché si ricordavano di noi. E ho pensato che era da tanto che in Svezia non provavo una serata “spontanea”. E mi è piaciuta.
– ho iniziato il nuovo lavoro senza troppe ansie. Mi sveglio contenta. Di andare a lavorare. Ripeto: mi sveglio contenta. Di andare a lavorare.
– Prima mettevo la sveglia all’ultimo minuto disponibile per poi saltare in piedi, vestirmi di fretta, uscire di corsa. Ora la metto due ore prima, mi sveglio con calma, faccio la doccia, preparo la colazione senza stress, mi vesto, mi faccio carina ed esco. Senza correre. E lo apprezzo tantissimo, per tutto il giorno.
– Papà è andato in Spagna a trovare mio fratello. In questo momento la mamma non poteva andare. Papà è partito, è stato via una settimana. E si sono sentiti tutte le sere su Skype. Come gli universitari fuori sede al primo anno che hanno la fidanzata lontana. Uguali. Solo che sono sposati da trentacinque anni.
Quanta tenerezza?
– Sono passati tre anni da quando quel giorno all’aeroporto sono andata a prenderlo a sorpresa e agli arrivi mi ha abbracciata e mi ha sussurrato:”vuoi stare con me?” “Sì?” “Sì?” però con un sacco di doppie
– Mi sento di aver accumulato energia positiva in questi mesi di posti bellissimi, sole, aerei e abbracci. Mi sento che riesco a sprigionarne un po’ ogni mattina

Domenica mattina quando l’Orso è partito sono rimasta a letto e all’improvviso mi è salita l’apprensione, la preoccupazione di essere ormai prossima a una di quelle considerate “tappe” nella vita: i trenta.

Lo so che quando compirò trenta non cambierà niente, il giorno dopo sarò sempre la stessa. Però mi chiedo: devo iniziare a farmi le domande? Devo chiedermi dove sto andando – cosa sto facendo – mi rende felice e rispondermi “onestamente”.
Vediamo se ci riesco.

Bene, parliamo di cose serie: volo di due giorni – I need you!/ Voulez vous (a hà)*

Bene, ora che ho finito il post precedente e appoggiato i sassolini che avevo tra i pensieri posso finalmente dedicarmi a pensare a qualcosa di bello ed eccitante: il viaggio dell’estate.

Non so come, non so perché, ma da due frasette lì senza senso messe giù ad Aprile ha preso sempre più forma l’idea e toh, due settimane fa mi sono ritrovata (anzi, ci siamo ritrovate, io e la mia carta di credito – ora dolorante-) a schiacciare il tasto “book!” per un volo intercontinentale.

Insomma un viaggione.

Di quelli che non dormi la notte, di quelli che ti fai mille liste per essere sicura di non perdere niente e invece perdi tutte le liste, ecco.

Io posso anche sembrare una che va de quà e dellà però in realtà non sono mai uscita dall’Europa (Marocco, Armenia e Turchia li considero Europa, dai).

Praticamente il volo più lungo che ho fatto è stato Stoccolma- Paphos e durava poco più di quattro ore, robetta.

Per l’Armenia avevo fatto cambio a Mosca quindi non vale, tre ore e tre ore.

Ora mi trovo con l’ansietta pre-partenza.

E posso avercela, visto che i biglietti ce li ho, le guide ce le ho, il passaporto ce l’ho e il visto pure.

Insomma: come si fa un volo intercontinentale?

 

Io sono abituata a voletti da niente, e so cosa mi ci vuole in quei casi: libro (adesso ho pure l’e-reader, ma preferisco comunque avere anche un libro cartaceo, altrimenti cosa leggo nel decollo?), bottiglietta d’acqua, panino o frutto, rivista stupida se parto dall’Italia, un altro libretto più breve se parto dalla Svezia. Stop. Praticamente hai fatto tempo a sfogliare il libro e a leggere la rivista (un tempo ero diventata brava: Vanity Fair mi durava esattamente il tempo del volo Venezia- Madrid) e siamo atterrati.

Ma mi rendo conto che per un volo intercontinentale ci vuole un’abilità da pro che io non possiedo. E di cui tra l’altro non so niente!

 

Nel viaggio “on the road” sui Balcani (con tappe intermedie di anche dieci ore in autobus) mi ero portata una copertina ed un cuscinetto comprimibile preso da Decathlon a cinque euro e non me ne sono più separata neanche per i viaggi in aereo successivi.

Oltretutto io sono parecchio freddolosa e ho sempre una felpa e una sciarpa in borsa (e l’aria condizionata dell’aereo mi fa sempre ammalare).

Quindi ok, queste sono le cose a cui posso arrivare con la mia esperienza: roba da leggere, copertina, cuscino, pappa, acqua.

Ma non è che magari mi starò dimenticando qualcosa di importante!?

Non vorrei dovermi pentire di non averci pensato prima quando ormai sarò in volo per il Qatar.

Sì perché oltretutto con la mia fortuna ho beccato uno stopover a Doha (“uh che bello, magari ci facciamo un giro a vedere la città!”) proprio quando c’è il Ramadham (“uh che pacco, ci saranno tutti i ristoranti chiusi e la gente con la faccia appesa”) e mi immagino che dalle sei di sera a mezzanotte non sia proprio l’aeroporto più movimentato del mondo di solito, figuriamoci nel periodo del digiuno e dell’astinenza…

 

Quindi devo pensarci prima, prima di partire da qui perché non è detto che quello che mi può servire io riesca a trovarlo nell’aeroporto dove faccio scalo.

 

Non mi preoccupa tanto la prima tratta, dalla Svezia al Qatar perché è un tempo simile a quelli che conosco in aereo, sono sei ore e mi sembrano fattibili. Una chiacchiera, un pisolino, un bacetto (uhm, ce lo potremo dare il bacetto o le hostess con la tendina in testa fermeranno ogni effusione tra non sposati? Beh casomai mi metto un anello finto, chis’en fruà), una pipì, un solitario sull’ipad, un capitolo del libro, un’altra passeggiata in bagno, un panino, un’occhiata alla giuda, un caffè, e bòn atterriamo.

 

Quello che mi preoccupa è il volo dal Qatar all’Australia (sì, vado in Australia, l’avevo già detto? No? Sì sono contentissima! Ma soprattutto sono contentissima perché dopo l’Australia andiamo nel posto che sogno da una vita: Singapore! Quanto non stia più nella pelle si può agilmente misurare in quantità di guide comprate, al momento tre solo di Singapore, in due lingue diverse e – vabè sì e due dell’Australia-) perché è il volo più lungo che faremo e lo faremo dopo sei ore di sosta forzata nel ridente aeroporto digiunante ed astinente ma soprattutto perché è un volo che dure tredici ore e mezza.

Sì. Tredici ore e mezza.

Ok, posso dormire.

Ma quanto dormirò?

Se mi va bene tre ore.

Facciamo pure che con le pause riesco comunque a dormire sei ore in totale.

 

E le altre sei ore e mezza cosa faccio???

 

Voi esperti lettori che viaggiate in lungo in largo illuminatemi!!!

Consigli? Pareri? Suggerimenti? Esperienze? Non siate timidi!

 

* E’ perché questa mi è zompata fuori mentre cercavo un titolo e mi sembrava adatta

Come quando fuori piove*

Insomma, mi sono messa a dieta.

Che uno dice, non ti bastava la pioggia, il freddo, la disoccupazione e la depressione?

Evidentemente no, non mi bastava; e poi io sono una persona positiva, so che ce la posso fare.

Quindi ho iniziato ad occuparmi le giornate in attività del tutto sconosciute come il peso degli alimenti sulla bilancia.

Cioè voi lo sapevate che la pagnottina di pane integrale minuscola che potresti chiudere in un pugno pesa ben 56 grammi? Cinquantasei.

E questo che vuol dire? Pensano gli altri.

Io no, io invece ci devo pensare perché per me cinquantasei grammi di pane integrale son ventisei grammi in più di quelli che mi sono concessi per pranzo.

Sia chiaro, io non sono una fissata del peso.

Sono anni che vivo senza una bilancia. Pesapersone intendo, manco sapevo dell’esistenza della bilancia pesa alimenti fino a un mese fa!

L’unico ricordo di bilancia usata in cucina è quella di mamma bianca con la lancetta che usava quando faceva la pasta fatta a mano quand’ero piccola.

Ora sa tutte le dosi a memoria, va a occhio e sono anni che non gliela vedo più usare.

Quand’ero piccola mangiavo, mangiavo e mangiavo.

Ma mica per (come sono sicura che la psicologia spicciola da asporto dei nostri tempi porta subito a pensare) per “compensare carenze affettive”. A me piaceva mangiare.

In salotto dai miei ci sono le foto di noi tre figli da piccoli.

Mia sorella, è minuscola nella sua immensa frangetta a due/tre anni in braccio a mia mamma che indossa un vestito estivo  splendido bianco, con uno scialle bianco sopra e i capelli neri e ricci al vento. (Sì, mia mamma è sempre stata bellissima, per fortuna sua, però, non nostra, visto che la sua candida bellezza è passata in parti uguali a me e a mia sorella, a me i capelli ricci e a mia sorella la magrezza. Ma si poteva fare che una delle due era bella intera invece di essere due belle a metà? Dico io) Mia sorella in quella foto sorride spavaldissima nei suoi tre anni in braccio a mamma.

Mio fratello è ritratto sul divano di zia alla festa della befana. C’è lui con un super sorrisone sdentato (aveva appena perso il dente davanti e c’ha questo sorriso a quindici denti simpaticissimo) e tutta la baldanza dei suoi tre anni, seduto sul divano tutto felice con i suoi regali nuovi e mia zia a fianco vestita da befana (zia, però anche tu… poi come ti fai ricordare dalla gente, eh!? Un po’ te la cerchi, con affetto, sia) . Circondato da regali e da affetto mio fratello è un bambino sereno e sorridente.

E poi c’è la mia foto.

In piedi, davanti a casa di nonna, con i capelli ancora biondi e i boccoli come avevo fino ad otto anni, in una improbabile tuta fucsia (ma erano gli anni ottanta, primi anni novanta, non ci si andava troppo per il sottile con i colori impresentabili) con un sorrisone a tutta pagina e cos’ho?

Cosa mi distingue?

Mia sorella ha mia mamma, mio fratello ha mia zia… e io?

 

Io ho uno splendido paninazzo al salame in mano.

 

Cioè con tutte le foto simpatiche che puoi fare ad una bambina bella come ero io da piccola (poi con l’età ci si corrompe, ma da piccola, un fiorellino proprio), con la famiglia numerosissima che abbiamo, con le feste che facevamo ogni mese, cioè l’unico momento che ti viene in mente d’incorniciare sono io con un panino.

Probabilmente il mio migliore amico dell’infanzia, niente da dire.

C’è stato un periodo in cui ero piccolissima, dai tre, quattro anni credo che ogni estate andavo in montagna con mamma. Mamma faceva la cuoca per i camposcuola e io, troppo piccola per fare la partecipante e poco ingombrante (mi piaceva andare a raccogliere i fiori e cambiarmi vestito cinque volte al giorno, insomma, rompevo veramente poco per essere una bambina di quell’età) mi godevo la vacanza.

Alla merenda tutti i ragazzini agguantavano con voluttà il panino alla nutella e io… eh, e io chiedevo il panino con il salame.

Cioè, sì, rompevo poco, ma anche da piccola avevo le mie priorità.

Sane ed inviolabili.

 

Questa settimana stavo facendo colazione (con due fette biscottate e un cucchiaino di zucchero nel caffè, come prevede la dieta) e mi hanno telefonato.

Ho alzato il sopracciglio e ho visto che il numero non era riconosciuto dalla mia rubrica (e visto che ho appena cambiato telefono la cosa succede abbastanza spesso) e ho continuato a fare colazione.

Perché nella vita una deve avere dei principi, dei valori morali su cui non transige.

Uno cresce, cambia, prende direzioni strane, fa inversioni a u, sospende il giudizio, impara nuovi punti di vista, ritratta ma soprattutto scende a compromessi, è impossibile rimanere puri nella propria coerenza.

Non è un male, si tratta del normale processo di crescita, poi ci si riguarda indietro e si sorride di certe posizioni radicali che si assumevano senza voler sentire ragioni, di certe critiche spietate e di certi impuntamenti inamovibili. Si cresce, si matura, si cambia.

Ma nella vita uno deve avere dei capisaldi, dei valori fissi, magari pochi, magari uno solo, su cui non è disposto a scendere a patti e ad accettare compromessi.

 

Il mio è che quando faccio colazione non voglio che mi si rompano i cogl*oni.

 

Oh là.

(E tanti altri, ovviamente)

Comunque il mio pensiero è: se mi vogliono, se hanno bisogno di me per qualcosa di urgente e necessario, allora mi mandano una mail.

Se è qualcuno di importante per me allora ho il numero salvato in rubrica.

Sennò, pazienza.

 

E quindi, dopo aver fatto colazione accendo il pc, controllo le mail, ed ecco svelato il mistero.

A colazione volevano offrirmi un lavoro.

E così  è stato: m’hanno offerto un lavoro.

 

Quindi visto che nonostante il freddo, la pioggia e la dieta le cose belle succedono?

 

(Ora finalmente posso usare il periodo di disoccupazione che mi rimane per elaborare il prossimo viaggio, che sarà uno di quei viaggioni da quattro settimane, uno di quei viaggioni “di una vita” di quelli che parti e quando torni o ti lasci o… boh, però ci siamo capiti, anzi capite)

 

 

* Io avevo pensato a questa, ma poi Youtube mi ha proposto questa, che non conoscevo ma che trovo davvero adatta, e pure questa

“Manco te fé, manco te farissi”

Questa massima è di mamma, una delle donne più sagge della famiglia (ehm ehm).

Il fatto è che da quando non lavoro più passo i giorni a guardare la natura. Sì, perché da qui dove sono inizia un bosco dove la gente (gli altri, sempre gli altri, non confondiamoci) fanno sport, portano a passeggio il cane, camminano.

Ieri mattina per esempio ho notato che le nuvole correvano, si spostavano velocemente, un po’ troppo velocemente.

Quando l’uomo che condivide il mio letto ed il mio mutuo è venuto a portarmi la tazza di caffè (sì, ho un uomo che la mattina mi porta la tazza di caffè, ma mica si comprano così, lo devi prendere ed educare ma farlo con gentilezza in modo tale che finisca sempre per credere che sia una sua personale scelta e non una tua imposizione anche se tu sotto sotto sai il contrario – mi viene in mente quella storia del papà e della mamma di una mia amica che adesso ha superato i quarant’anni. La mamma e il papà si sono conosciuti ovviamente in un’altra epoca, cinquant’anni fa più o meno. Gli uomini ci giravano attorno molto di più con le parole e le donne cercavano di non dire mai quello che veramente pensavano, perché veniva insegnato così. In quel caso però la mamma della mia amica ebbe l’audacia di dire quello che voleva, eccome. Alla proposta timida e impacciata di lui di sposarlo lei, molto ferma e diretta, rispose: “io ti sposo, ma tu mi porterai il caffè tutte le mattine”.

Da cinquant’anni lui ogni mattina si sveglia, prepara il caffè e lo porta a letto a sua moglie.

E’ o non è uno dei motivi per sorridere anche oggi?)

l’ho ringraziato per il caffé e gli ho fatto notare le nuvole che correvano sopra di noi.

Lui mi ha risposto che era il vento che le faceva muovere così. Allora ho abbassato lo sguardo e ho visto che effettivamente gli alberi del bosco si muovevano molto.

Questa storia può avere molte morali, per esempio che se ci si concentra solo sulle cose alte, astratte, spirituali, si rischia di perdere il contatto con le cose reali, tangibili, che ci sono davanti.

Oppure che c’è sempre bisogno di un punto di vista esterno per vedere le cose ovvie, anche se ci sono davanti agli occhi.

 

Ma quello che io ho pensato, invece,  vedendo le nuvole correre sopra il cielo svedese, prima che entrasse lui con la tazza in mano, è stato, due punti: “vedi, anche loro vogliono scappare via di qua”.