Non sapevo di dovermi sposare. Puntata n°2 “Creature fantastiche e dove trovarle”

Dopo il travolgente  (?) successo (?) della puntata pilota, ecco l’attesissimo (?) nuovo appuntamento con il format che ha fatto impazzire (?) milioni di italiani (?) ma soprattutto di italiane:

Non sapevo di dovermi sposare.

In onda su Virgh Real Time.

(Nella precedente puntata eravamo giovani e fieri, pieni di belle idee e di presuntuosi “io non farò così“, com’è andata?

E’ andata che a forza di organizzare tanto giovani non siamo più…)

Questa puntata si concentrerà sulle creature fantastiche in cui vi imbatterete nel meraviglioso viaggio verso le pubblicazioni. (Sì, perché io con le pubblicazioni ritengo adempiuto il mio dovere di organizzatrice, dal momento della firma in comune e dal parroco, mi ritengo assolutamente de-responsabilizzata da qualsiasi altro impiccio riguardante ‘sto matrimonio).

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Le creature.

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo aver detto E va bene, dai, ok, ti sposo (con un entusiasmo evidente) io e l’Orso ci siamo guardati un po’ perplessi.

“E mò che si fa?”

Io ero persa in alte elucubrazioni filosofiche (“Ma tipo adesso gliela dovrei dare? Per ringraziare? E’ tradizione?”) invece l’Orso era smarrito nella contemplazione dell’avvenire (“E mò sò c*zzi!”).

Ci siamo guardati, abbiamo riso imbarazzati. Ci sposiamo. Ah. Ah. Che bomba. Ah.

E siamo usciti a fare un brunch in un bistrot francese. La cameriera era probabilmente una modella part-time, alta, sorridente, capelli lucenti e stupenda. Io l’ho guardata, ho ordinato le mie uova con il salmone e ho pensato “Ma come mai, con f*ghe del genere in giro, questo ha deciso di sposare me!?“. L’Orso l’ha guardata, ha ordinato, e ha pensato molto probabilmente: “E con f*ghe del genere in giro, io ho appena chiesto di sposarmi a questa qua!” e avrà guardato nella direzione di una con i capelli crespi, ancora mezza addormentata, vestita dal famoso Fashion brand Scappatadicasa (io).

Ma siccome siamo persone relativamente pratiche, siamo ben presto scesi a terra e abbiamo deciso le linee guida.

Quando e dove sono venuti subito. La lista degli invitati è stata pronta nel giro di un paio di giorni.

Siccome io non mi sono mai sposata (prima d’ora, e con questa maddabastà dice l’Orso), tante cose non le sapevo.

Quindi, una volta decisi quando, dove, chi e abbastanza chiaro il come, ho usato l’approccio della bambina secchiona che sono stata: ho iniziato a studiare.

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(Non proprio come nell’immagine a sinistra, più come nell’immagine a destra…)

  • Mi sono attaccata a TLC (rete televisiva di quaggiù, simile a Real Time) e ho visto tutte le puntate di Say Yes to the Dress, Say Yes to the Dress Atlanta, Say Yes to the Dress Canada, Say Yes to the Dress UK, I found the Gown, Say Yes to the Dress Over size, i consigli di Randy, il fashionista di Say Yes to the Dress, e come se non bastasse pure tutte le repliche di Say Yes to the Dress Australia. Più volte.

 

 

  • Mi sono fideizzata a tutti i siti di oggettistica varia di matrimonio come Etsy, Ebay, Amazon

Ma non ero sola.

Mai.

Anzi….

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(Ma perchè non fate) Idee di pubblica utilità

(Ovvero cose che mi chiedo perché non le abbiano ancora inventate)

– Sedili al cinema reclinabili con poggiapiedi

– Assorbenti a forma di pene

– Volume a intuizione: la suoneria del telefono,  il pc con suoni nei momenti inopportuni? Ci pensi e lui si zittisce

– Valigie con ciabattine incorporate

– Noleggio di cuscini e pouf al mare, non solo sdrai e lettini

-Punti agli angoli delle strade trafficate dove mettere cibo e coperte per i senzatetto la sera

– Cotton fioc con la scritta “NON USARE PER LE ORECCHIE”

– Torte che non facciano ingrassare ma che siano buone.

– Messaggi automatici che suonino educati e gradevoli da far recapitare agli interlocutori insistenti “Non rispondo ma sto bene e mi sto godendo la vita. Semplicemente non ho voglia di parlare al telefono”.

-App che ti dicano che per oggi hai passato un sacco di tempo davanti allo schermo del telefono e del pc e che spengano tutto.

-Navigatori mentali che ai grandi bivi della vita ti guidino: “Tra cinquecento metri dovrai decidere se partecipare al concorso o svoltare a destra e andare in Australia. Mantieni l’Australia“.

-Giornate lavorative più corte ma più concentrate e produttive (sanzioniamo le occhiatacce stile “Te ne stai già andando?”)

-Un’espressione o gesto universale che voglia dire: “Non sono razzista ma vorrei che tu mi lasciassi finire questo discorso prima di interrompermi per bollarmi come razzista, e lasciandomi finire capiresti il senso complessivo e quindi che non volevo affatto essere razzista”.

-Abolire i saldi e vendere le merci a un prezzo equo, che non cambi durante l’anno.

– Un limite alle foto su Instagram e Facebook e ai tweet su Twitter. Fare uscire un messaggio del tipo: “Hai superato il numero mensile di foto consentite (1). Aspetta il 31 per pubblicare una nuova“. Magari dovendoci pensare di più, si migliorerebbe la qualità complessiva.

-Spostare i cartelli delle città famose. Mettere il cartello “Venezia” a Portogruaro, “Barcellona” a Tarragona, “Parigi” a Colmar. Così le masse di turisti si spostano e i residenti si possono godere un po’di più la propria città.

-Educazione sessuale obbligatoria a scuola (ma anche a catechismo).

-Promozione turistica della spiritualità locale. Se abiti in Italia vai in monastero, se abiti in India vai nei templi etc. Ognuno il suo.

-Pareti di parole gentili. Istituire pareti nelle città adibite a dirsi parole gentili o incoraggianti. Così chi passa legge e sorride. Come un bookcrossing, ma del genere smilecrossing.

-Inserire lo spritz nel paniere dei prezzi di tutti gli Stati. Non è possibile che in Australia non si trovi mai sotto i quindici dollari! Cribbio!

-Assegno mensile alle donne per contribuire alle spese dell’estetista, altrimenti abolizione della condanna sociale del pelo esposto.

 

Sì, oggi mi sento un po’ Dalai Lama. (E anche un po’ m*na, credo che questa la capiscano solo i veneti).

Bisogna notarle

Sono al supermercato, con un mal di testa pesantissimo. (Io credo siano questi raggi diretti con il sole a picco sul cranio a tutte le ore, Governo Australiano rimborsami! Io ti permetto di godere della mia pregiata presenza e tu mi ripaghi con il sole a picco in testa? Voglio i danni!) Ho già trascorso qualche ora al buio a cercare di farmelo passare ma niente, e a fare la spesa ci devo andare.

Mi trascino con un’espressione così vitale che in confronto le canzoni di Elisa sembrano la taranta. Mi abbasso (sarebbe meglio dire mi accartoccio) verso lo scaffale più in basso per esaminare i contenitori di uova e scegliere la dozzina da portare a casa.

Mentre sto esaminando sento da lontano e poi sempre più vicino un suono ritmato che fa:

“Putum – Putum – Putum – Putum – Putum!” 

Si ferma a dieci centimetri dal mio naso.

Una nanerottola alta sì e no cinquanta centimetri, scalza, con solo il copri pannolone addosso.

La guardo.

Mi guarda.

E mi fa un meraviglioso sorrisone a quattro denti.

La scena mi fa troppo ridere e le dico – mi esce naturale in italiano –: “Ma ciao!”.

Lei ride di quella risata sconsiderata e di pancia che fanno i bambini.

Dietro arriva trafelato il padre a riprendersela, fa come per scusarsi e la prende in braccio per portarla via.

Ecco, è un momento insignificante nella vita. Un minuto sciocco, senza importanza nelle nostre esistenze piene di incontri, mal di testa, autobus da prendere, cene da preparare… ma mi è sembrato un piccolo minuto di bellezza.

E le cose belle, anche quando sono così minute ed insignificanti, bisogna notarle.

Ecco, era più o meno così.

Nuovo avvincente format su Real Time: “Non sapevo di dovermi sposare” – Puntata Pilota

Su Virgh Educational Channel

 

Chi ha letto l’ultimo post ha capito perché negli ultimi quattro mesi blaterassi del più e del meno, menando il can per l’aia: aspettavo di andare in Italia per dire di persona ad amici e parenti che…

mi sposo.

La frase mi fa ridere, soprattutto perché io non ho mai pensato/immaginato/desiderato di sposarmi. (Ebbene sì, nella mia personale Bucket List c’è “mangiare la torta Pistocchi” ma non c’è sposarmi).

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Infatti il nonno ottantaseienne alla notizia ha ordinato tanto di quell’alcol da farmi dubitare di arrivarci vivo.

 

Sì, è vero, lo ammetto: volevo che l’Orso me lo chiedesse.

Ma non ero mai arrivata a pensare che: a) succedesse davvero; b) cosa sarebbe successo dopo.

 

In esclusiva una diapositiva del mio cervello nel momento in cui immaginavo il mio matrimonio. (Disegnatore: Sebastian Eberlein)

 

 

Eccomi quindi proiettata in quel mondo surreale che si chiama “preparazione di un matrimonio”.

Io, a dirla tutta, i matrimoni -se posso, cioè quando non è il mio (inserire faccia sconvolta: il mio,  oh Santo Cielo!)– li evito.

Negli anni credo di aver scritto più volte su questo blog quanto mi metta in difficoltà il ricevere inviti a matrimoni e quindi riassumo: sono giornate faticose, che mettono assieme alcune tra le abilità che non possiedo. Ovvero: essere presentabile, bere ma non troppo, vestirmi bene e/o in modo elegante (!?), essere affabile con sconosciuti (!?). Per molte ore (!?). E non dimentichiamo il non poter mangiare e bere quando e quanto voglio io.

Not enough food, or just tiny appetisers but no full meals.
 

Oh Robin, lo so, io e te ci eravamo promesse che questo giorno non sarebbe mai arrivato e invece hai visto?

 

Alla fine empatizzo sempre con i più deboli: i camerieri e i bambini urlanti.

Anche io mi sento come loro: in un posto che non mi piace, dove mi ci hanno portato controvoglia e devo pure essere vestita in modo scomodo.

creative wedding ideas keeping kids entertained at the reception

Eccoli: i veri martiri.

Ecco perché negli anni ho declinato parecchi inviti (Benedetto Estero, che mi hai permesso di ripetere varie volte la formula: Nonpossomidispiacesonotroppolontana).

Dal 2012 ho quindi partecipato a soli cinque matrimoni selezionatissimi. Che sono stati:

  1. matrimonio “Vorrei ma non posso“: sfavillanti e costosissimi gli abiti e la macchina ma ricevimento con grigliata e birra.
  2. matrimonio “Non lo capisce chi è nato a Milano“: sfavillanti e costosissimi gli abiti, la macchina, gli addobbi, la villa, l’aperitivo di tre ore servito da camerieri impinguinati nel parco, cena, buffet infinito di dolci, taglio della torta in mezzo ad una fontana (!), fuochi d’artificio (!), open bar, discoteca, bomboniere di gronclass. Durata: infinita.
  3. matrimonio “internazionale“: abiti belli ma non costosissimi, ricevimento in campagna, pranzo italiano, alcol internazionale, open bar e discoteca. Grigliata anzi, meat indulgence (!) per gli irriducibili. Durata: all night long.
  4. matrimonio “Arrivederci e grazie“: sfavillanti e costosissimi abiti, addobbi e villa. Aperitivo, pranzo e taglio della torta nel giro di un paio d’ore, bomboniere di gronclass e arrivederci.
  5. matrimonio “Non vorrei e non posso“: abiti economici, no inviti, no bomboniere, no addobbi, no auto, no open bar, no frills, pic nic a buffet in un parco.

E ogni volta, ho pensato: “No, io no“.

E invece toh: tu sì.

Hug! Uaaaahhhhuuuggg:
D’altronde, come dire di no?

Cosa fare? Come funziona? Cosa devo fare?

Mi sono quindi affidata al Sacro Motore di tutte le scelte al giorno d’oggi: il Sentito Dire.

Ecco quindi cosa sapevo dei matrimoni (intesi come “giorno dell’evento/ Wedding” e non come “unione duratura di due persone che promettono davanti a Dio e allo Stato di essersi fedeli sempre, finché morte non li separi e di optare per un sistema patrimoniale congiunto/Marriage“, perché il secondo mi produce già tutta una carrellata di ansie, degne di almeno altre quindici puntate della serie “Non sapevo di dovermi sposare”):

  • L’organizzazione del matrimonio ricade unicamente sulla sposa (cioè io!?), lo sposo non c’è, se c’è non risponde, se risponde dice: “Quello che va bene a te
  • Si litiga molto
  • La sposa diventa isterica. (Corollario: dimagrisce tantissimo)
  • La (futura) suocera fa ammattire la sposa che diventa isterica e dimagrisce
  • I testimoni organizzano feste imbarazzanti che si chiamano addio al nubilato/celibato
  • Gli sposi finiscono per non mangiare mai.
  • La sposa dice sempre che il suo abito è “semplice”, anche se prevede di vestirsi da meringa roccocò.

In questa puntata pilota mi sento di smentire tali luoghi comuni.

Innanzitutto io ho come compagno d’avventura in questa follia chiamata matrimonio un super fighetto che vuole dire la sua su tutta l’organizzazione, anzi, fa praticamente più lui di me. Ma quale carta bianca? Ma quale “Quello che va bene a te”?

Magari.

Poi, il tizio in questione abita con me da più di cinque anni e -per fortuna o purtroppo- la vede come me su parecchie cose. Quindi negli ultimi quattro mesi (cioè dal giorno in cui me lo sono ritrovata davanti pallido con un cofanetto in mano) litigi pervenuti: nessuno.

La Signora Mamma non ci sperava più di vedere il figliolo all’altare (vedere scheletri dei miei famigliari nella foto sopra). Ho sentito uscire dalla sua bocca solo frasi come: “Ma che belle idee, ma che bravi, ma che bello, ottima scelta” su qualsiasi cosa coinvolga quel giorno.

E per finire: dimagrire?

Ah ah ah.

Non ci sperate. (Sono pur sempre quella che ha in Bucket List: mangiare la Torta Pistocchi)

Torta Pistocchi:
Ciao, sono la torta Pistocchi. E ti aiuterò a non entrare mai nel tuo abito da sposa…

Visto che i luoghi comuni non mi aiutavano, sono allora passata alla cosa che mi viene meglio: pensare negativo.

No, cioè, voglio dire… pensare a tutte le cose che non mi erano piaciute dei matrimoni a cui avevo partecipato e tenerle bene a mente per non replicarle.

  • E’ il MIO giorno e voi dovete fare quello che dico io“. No, un bel niente. Niente temi, niente dress code da rispettare, niente richieste di regali esplicite (liste nozze, viaggio di nozze con IBAN dell’agenzia, “ma perché non mi regali” detto a voce). Porca vacca, ma perché vi esce questo egoismo cafone quando vi sposate? Se invitate delle persone ad un avvenimento così importante della vostra vita è perché ci tenete, quindi perché le dovete mettere in imbarazzo con richieste assurde? (Venite vestiti di blu, è una delle più allucinanti che ho sentito).
  • Menefreghismo sulle intolleranze alimentari. Io sono un po’ fissata con questo e lo ammetto, ma in famiglia ho una persona che può mangiare pochissimi alimenti e ho amici celiaci. Perché non c’è mai (davvero) l’opzione senza glutine, senza carne, senza lattosio? Ho visto invitati non poter mangiare nulla a tavole imbandite e l’ho trovato davvero triste.
  • Voglio essere principessa, voglio la favola“. Posso dirlo? Certo che posso dirlo, è il mio blog. Allora, se volete vestirvi da barbie lucidistelle, con un’acconciatura alla Moira Orfei, camminare su un tappeto rosso e ballare con uno vestito da principe quello che dovete fare è una FESTA IN MASCHERA, non un matrimonio. Dai che Carnevale  è vicino.
  • L’incoerenza. Se non sei credente, se lo sei ma in modo saltuario e non praticante, se non sei mai stato in chiesa dopo il battesimo… perché sposarti in chiesa?
  • L’incoerenza 2. Se decidi di fare un matrimonio semplice, “alla buona” allora tutto deve essere alla buona, semplice: il luogo della cerimonia, gli abiti, il ricevimento, il numero degli invitati, il tipo di cibo. Perché dire agli invitati che non hai fatto le bomboniere perché “sono una spesa inutile” e che il pranzo sarà ridotto se poi ti presenti con un’automobile costosissima e un abito da migliaia di euro?
  • Far sentire gli ospiti a disagio. In molti aspetti: nei discorsi (parlare di soldi, sparlare di altri invitati), nell’assenza di indicazioni precise (non sapere luogo, ora, indicazioni stradali, svolgimento della giornata genera confusione e frustrazione), nella lunghezza infinita delle attese (gli sposi che stanno mille ore a farsi le foto… eddai!), nell’assenza di condivisione del tempo con gli ospiti. Sono venuti per te, dedicagli del tempo, una risata, un abbraccio, un bacio. Sennò invitane di meno.
  • Lo spreco. Certo, è una festa e non si deve contare al millimetro quello che si mangia e beve. Ma mi piange il cuore davanti a quegli infiniti buffet di dolci con cascate di cioccolato e never ending confettate che nessuno assaggia perché sazi o stanchi. Perché buttare via tanto cibo (e tanto lavoro)? E’ davvero tradizione? Porta davvero fortuna?
  • Il troppo. Ora non si fanno più, ma ricordo con orrore certi matrimoni a cui ho partecipato da bambina in cui c’erano più di trecento invitati. Ricordo con altrettanto orrore certi matrimoni di provincia a cui ho partecipato da ventenne in cui lo sposo veniva strattonato tra una portata e l’altra per fargli fare cose ridicole e insensate come il taglio della cravatta, scherzi di cattivo gusto, scoppiare palloncini con forme imbarazzanti… Il troppo storpia.
  • La gente che non c’entra niente. Sarà che io proprio non stravedo per i matrimoni, ma non ho mai capito perché la gente si faccia in quattro per partecipare a matrimoni se poi deve stare tutto il giorno con il muso lungo perché non conosce nessuno, non è calcolata dagli sposi, non è di suo gradimento… (sì, io qui mi sto lamentando, ma non mi sono mai permessa di dire alcunché agli sposi nel loro giorno. Io, quelle poche volte in cui vado, cerco di essere carina, educata ma soprattutto di far star bene gli sposi quelle poche volte che durante quel giorno li incrocio, poi, che io farei delle cose in modo diverso sono solo pensieri miei, punto) dico io: se non ci vuoi andare a quel matrimonio, perché ci vai? E voi sposi: perché li invitate?
  • La retribuzione. Ok, qui esce la mia anima un po’ d’altri tempi. Ma quando si ingaggiano persone per effettuare dei servizi queste persone vanno pagate. Se il catering fa un prezzo molto conveniente da qualche parte sta risparmiando. Se non lo fa sul cibo lo farà sul personale. Ragazzi pagati cinquanta euro a fine giornata per stare in uniforme a versare vino e portare vassoi per dodici ore non lo faranno con eleganza, con classe o con voglia. Lo faranno tanto per fare e non vedranno l’ora di andarsene. Stessa cosa per tutti gli altri: se il dj ti chiede molto poco forse non sta pagando la Siae, forse non sa fare il suo mestiere e lo fa tanto per fare. Allora anche quel poco è troppo, perché forse non lo merita, e tanto vale la funzione “casuale” della playlist di Youtube. Insomma, se qualcuno lavora per voi va pagato.
  • Gli amici che si occupano dell’evento. A meno che uno non abbia la fortuna di avere un pasticciere professionista o un dj che lo fa di mestiere in famiglia, rivolgersi agli amici è un’arma a doppio taglio. Siccome difficilmente ti chiederanno di pagarli, ti devi accontentare di quello che fanno. Se sono dei dilettanti, il prezzo lo paghi tu, ma in un altro senso. Inoltre, se sono tuoi amici, vuoi che si divertano, non che stiano in ansia perché devono cantare, intrattenere, cucinare, etc…

 

Ecco, per fortuna su queste cose l’Orso era (ed è) d’accordo con me.

This polar bear can dance… we should be dance partners. He matches my moves.:
Qui c’è l’Orso che si allena al Primo Ballo, con la sua consueta grazia.

Ora rimaneva solo una cosa da fare.

 

Ed era chiedergli:

“Orso, ma ci hai pensato bene? Sei proprio sicuro di volerti sposare con me?”

 

_Fine puntata pilota_

 

 

Compilation delle mie peggiori gaffes linguistiche

Nei momenti di pace e relax (per esempio l’ora prima di dormire) cosa fanno le persone? Escono e vanno a correre o si riposano dedicandosi ai loro hobbies, o si applicano una crema idratante alle erbe malesi.

Io penso alle figuracce che ho fatto nella mia vita.

E visto che ogni descrizione di me a sconosciuti da parte di conoscenti include sempre la frase “parla tante lingue” detta con ammirazione, ecco il lato B. Ovvero le figuracce peggiori che ho fatto (o almeno quelle che mi ricordo) parlando foresto.

  • In Spagna sono stata convinta per un bel pezzo che il nome proprio “Iker” (un portatore famoso è per esempio Iker Casillas) fosse inglese. Visto che anche in Italia c’è un sacco di gente italianissima che chiama i figli Kevin, Michelle, Brandon… non mi ha scalfita neanche un dubbio quando continuavano a presentarmi gente che si chiamava Iker e lo pronunciava “Icher”. Anzi, pensavo fossero dei buzzurri che non avevano neanche avuto voglia di informarsi sulla pronuncia straniera del proprio nome. Quindi per molti mesi li ho chiamati fieramente tutti AICHER.

Salvo poi scoprire che Iker è un nome basco, quindi perfettamente spagnolissimo.

(Questa la faccia che fa Iker quando un’italiana cretina lo chiama Aicher per la quindicesima volta).

 

  • Uno dei miei primi approcci con l’altro sesso parlando un altra lingua è stato con un irlandesino amico di amici che conobbi in Francia. Lui per sciogliere il ghiaccio mi chiese che tipo di gruppi musicali mi piacessero (sì, avevo ancora quell’età in cui parli di musica e ti infervori e ti sembra un buon criterio per conoscere le persone…) e mi disse qualcosa tipo: “What kind of BANDS do you like?” che io compresi imbarazzata e balbettante come una richiesta su che tipo di indumenti intimi mi piacessero (“What kind of pants do you like?”)

Bands vs Pants

 

 

 

 

 

 

  • In Svezia. Un giorno una nuova collega si presentò, alla domanda di dove fosse mi disse qualcosa come SCALLA. Siccome era parecchio biancuccia e parlava inglese da madrelingua esclusi mentalmente venisse dall’Africa o dall’Asia. Ma anche così mi rimanevano molti Paesi. Le dissi “Scusa, non ho capito, da dov’è che vieni?” e lei: “Scalla, Scalla!”. Al che, continuando a non capire le chiesi: “E IN QUALE PARTE DEL MONDO si trova?”.

Lei offesissima, mi disse che era incredibile che non lo sapessi.

Dopo qualche mese, aprendo la pagina aziendale e trovando le descrizioni del nuovo personale assunto vidi vicino al suo nome la bandierina e capii.

Aveva detto: “Scotland” tutto il tempo.

From Scalla with love.
  • Sempre in Svezia un collega di Manchester una mattina mi saluta dicendo: “Hi darling, how are you?” e io “Fine, thanks, what about you?“.

E si mette a ridere. Spiegandomi: “Tesoro, quando chiediamo come stai non vogliamo veramente sapere come stai. E’ da considerarsi parte del saluto.”

(Ma perché non dire semplicemente CIAO, allora?)

  • In Spagna, tornata dopo quattro anni senza più parlare spagnolo né studiarlo, inizio a non ricordarmi più le parole e i loro significati. Alcune espressioni mi sembravano familiari, ma non mi ricordavo più la loro traduzione in italiano. Uno dei primi giorni sono al ristorante con un’amica nutrizionista, con un passato alimentare turbolento, particolarmente attenta a quello che mangia. Mi chiede cosa sia questo pesce “con aceite” che vede sul menù. E io: “Uhm, credo aceto!”. “Sei sicura?” “Certo!!!”. Lo ordina. E le arriva una vasca jacuzzi piena fino all’orlo di olio extravergine d’oliva in cui nuotano alcuni pezzettini di pesce.
“Aceite” in spagnolo

 

Io e il mio “parla tante lingue” siamo andati a sotterrarci lì vicino…

  • Per molto tempo sono stata convinta che “aka“, l’acronimo che si usa per chi è conosciuto con un altro nome (per esempio Valentina Parlabenelelingue, aka – also known as – Virginiamanda) fosse una parola giapponese.

 

  • Per molto tempo sono stata convinta che il granchio in inglese invece di chiamarsi “crab” si dicesse “crap“. Quindi lodavo dei buonissimi piatti alla… pupù.
Crab linguine vs crap linguine

 

Qui dalla Repubblica della Vergogna dell’Ora Prima di Andare a Dormire è tutto, passo la line a voi Studio.

A come A che punto siamo?

Ah ah ah.

“Dai, mandaci qualche foto!”  mi chiedono le amiche dall’Italia su Whatsapp.

E io guardo sconsolata il mio telefono (e lui guarda me, ancora più sconsolato) e navigo indecisa… uhm cosa potrei mandare? Le foto dei supermercati? Dello stendibiancheria che ho montato (!) tutto (!) da sola  (!)? I video che faccio dalla stazione alla casa potenziale per mostrare all’Orso quanto sono distanti?

Insomma, diciamo che i primi giorni, che ormai diventano le prime settimane, non sono per niente glamour.

A parte che, a dirla tutta, io quando mi portano da mangiare… beh, mangio. E quando vado in un posto a ballare, beh… ballo. E quando mi trovo davanti ad un panorama eccezionale, beh, come dire senza essere ripetitiva, lo guardo!

Ma capisco che essere dall’altra parte del mondo porti con sé un dovere di reporter, e prometto di essere più disciplinata in futuro.

Quindi, come rispondere alla domanda “A che punto siamo” senza citare il fatto che appena digito F sulla barra in alto invece di comparirmi “Facebook” tra le proposte mi appare “Frati minori”?

Risponderò quindi per punti. (No, ma sto bene,  eh, è solo il primo giorno di ciclo e vorrei ammazzare tutti ogni minuto dispari, mentre vorrei morire io ogni minuto pari, per il resto stiamo tutti bene-bene-bene, come diceva Antonio Albanese).

(Antonio Albanese – L’ottimista)

Bla bla bla… questo scrivevo la settimana scorsa, in preda al desiderio di buttare le ovaie dalla finestra. (Per come vivo serenamente il ciclo,  basta frequentare questo blog una volta al mese… ed augurarsi di rinascere maschio).

Per fortuna ho lasciato il post a “pomare” (come si dice dalle mie parti) e sono uscita.

Ho fatto quello che sarebbe stato giusto facessi anche prima, invece di chiudermi nella mia cameretta a guardare il cielo e il supermercato, mentre aspettavo che in Italia la gente si mettesse su Skype; quindi: ho fatto delle lunghe passeggiate sulla spiaggia, sono andata ad esplorare la città, sono finita per caso dentro a dei posti bellissimi, sono stata al parco a guardare quelli che si scattavano i selfies in pose plastiche, mi sono bevuta delle birre in riva al mare, sono uscita a cena, abbiamo trovato casa, ho bevuto caffè all’aperto perdendomi nella mia bolla di tempo non immediatamente impiegabile in lavoro retribuito mentre tutti intorno correvano ai propri posti di lavoro retribuiti.

 

Oggi quindi posso scrivere con un po’ più di serenità, le mie impressioni su questo grande Paesone.

  • Salutisti: ho girato un po’ nella mia vita, ho abitato da altre parti, ma mai avevo trovato una catena che si chiamasse “Healthy burgers” (ossimoro). Né un ministero della Salute che organizzasse percorsi nutrizionali con personal trainers gratuiti a bambini dai 7 agli 11 anni. Né un posto con tutti questi Surfisti Patrimonio dell’Unesco… (ok, sto divagando)

 

  • I francesi. Io ho un rapporto di amore e odio con la Francia, da tempo (diciamo una decina d’anni). Ma se guardo bene, con onestà, tutte le volte che la Francia o i francesi hanno fatto capolino nella mia vita, sono successe solo cose positive (lavori, opportunità, amicizie…). Tutto questo per dire che: i francesi le sanno tutte. Seguo questo forum di francesi su Facebook, ed è meglio di Tripadvisor. Ogni ora qualcuno chiede qualcosa (anche banale, come: che posto mi consigliate per andare a farmi le unghie?  oppure “C’è qualcuno disponibile per una birra?” oppure “Che ristorante vietnamita mi consigliate?” o un po’ più seri come offerte di lavoro, consigli su assicurazioni, scuole, quartieri, leggi, annunci per viaggi e compravendita di articoli di qualsiasi tipo etc) e nel giro di due minuti ci sono commenti precisi, puntuali, con link e gentilezza. Inutile dire che ho guardato anche quello degli italiani, con un po’ di imbarazzata delusione. I post sono quasi tutti di gente che non vede l’ora di trasferirsi qui e ci vorrebbe venire un po’ allo sbaraglio (senza sapere la lingua, in che città andare, che lavoro fare, quali sono i visti disponibili…) e giovinetti che vogliono andare a ballare e spammano link di discoteche o locali. In questo caso, che dire… vive la France!

  • Faccette. Noi italiani siamo bersaglio facile degli scherzi all’estero, perché gesticoliamo molto.

E va bene, ok. Voialtri non gesticolate e al mondo ci siamo solo noi che muoviamo le mani per sottolineare i concetti.

Ok.

Ma questi (e gli anglosassoni/Commonwealth tutti) quando parlano fanno le faccette.

La mia preferita, e quella che vedo più spesso – e secondo me, la più immotivata – è quella che ti fanno dopo una risposta banale ad una domanda qualsiasi come: “Dove sei stato ieri?” e tu rispondi con un fatto ordinario e dici: ” Mah, sono andata in piscina”, e loro:

“Oh! That’s so cool/ great/ amazing!” e via superlativando…

Mah.

Io sono convinta lo facciano per sentirsi chiedere: “E tu?” e partire con la loro magnifica vita.

 

Qui dall’Osservatorio Australia è tutto, ripasso la linea a voi studio.

 

(Ps: l’ho già detto che qui è inverno e ci sono ventitre gradi e vado in spiaggia? Ho usato la parola “spiaggia” abbastanza? Si capirà? Speriamo…)

(Carmelo e Carmine vi salutano!)

Talo italiassa – cose che si scoprono il venerdì sera con il raffreddore

Gli ultimi giorni sono stati di temperatura, come dire, variabile.

Domenica c’è stato il record: quindici gradi SOPRA lo zero. A inizio marzo quindici gradi non s’erano mai visti (ma neanche a Maggio, eh!) (no dai, scherzo) (insomma…).

Ma l’euforia collettiva (la gente che inizia a parlarsi nei supermercati, indice inequivocabile di arrivo definitivo di primavera) si è spenta subito: ecco infatti stamattina ergersi minacciosa all’orizzonte (cioè sulla schermata del mio cellulare) la temperatura di MENO DUE gradi.

Naturalmente questi sbalzi termici hanno ripercussioni anche sulla mia fragile ugolina (con sommo dispiacere dell’Orso, si può facilmente immaginare) già provata dal costante lavoro vocale.

Ed eccomi stasera in versione unica con il divano (si capisce dove finisce lui e dove inizio io solo per la coperta fucsia che avvolge me e non lui – il divano intendo-) a fare la gita fuoriporta sui canali svedesi e finlandesi (sì, lo so, non invidiate la mia vita piena di svaghi e lussi).

Ma proprio quando il torpore dell’ennesima aspirina sembra vincerti, ecco il programma che ti svolta la serata: Talo italiassa!

E pur non capendo il finlandese noto qualcosa di familiare… cos’è, cosa non è… ah sì! Gli esami!

Praticamente è un reality/quiz in cui i concorrenti (in genere avanti con l’età) si sfidano a chi sa più lingua italiana.

E si sfidano come? Che domande saranno? Quiz impossibili sulla Divina Commedia? Interrogazioni sul Risorgimento? Recita delle ultime canzoni di Tiziano Ferro?

No.

“Cosa hai fatto a Torino?”

“Io ehm visitato… piazza Castello”.

E i giudici si guardano e parlano dei concorrenti con la stessa spocchia divertita del professore emerito e dei due assistenti quando tu hai finito l’esame all’università ma loro hanno ancora in mano il tuo libretto e già non si ricordano più le tue risposte.

E terminano con un “Bravo Uaiommi, puoi passare il turno” (quello di visitato Piazza Castello).

Il premio finale è una casa in Italia.

Wow, allora vale la pena di sottoporsi agli esami di italiano in televisione, dai!

Per due settimane.

Cioè la casa che si vince è per due settimane.

D’altra parte in Finlandia c’è la crisi, non è che ci si possa mettere a regalare case, eh.

Il programma da quello che capisco, ha avuto un successo così grande che ha anche una versione spagnola e francese.

Il mio unico commento è…

Ciumbia!

(Che forse vuol dire qualcosa pure in finlandese)

 

 

Ps: Qui una puntata