Non sapevo di dovermi sposare. Puntata n°2 “Creature fantastiche e dove trovarle”

Dopo il travolgente  (?) successo (?) della puntata pilota, ecco l’attesissimo (?) nuovo appuntamento con il format che ha fatto impazzire (?) milioni di italiani (?) ma soprattutto di italiane:

Non sapevo di dovermi sposare.

In onda su Virgh Real Time.

(Nella precedente puntata eravamo giovani e fieri, pieni di belle idee e di presuntuosi “io non farò così“, com’è andata?

E’ andata che a forza di organizzare tanto giovani non siamo più…)

Questa puntata si concentrerà sulle creature fantastiche in cui vi imbatterete nel meraviglioso viaggio verso le pubblicazioni. (Sì, perché io con le pubblicazioni ritengo adempiuto il mio dovere di organizzatrice, dal momento della firma in comune e dal parroco, mi ritengo assolutamente de-responsabilizzata da qualsiasi altro impiccio riguardante ‘sto matrimonio).

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Le creature.

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo aver detto E va bene, dai, ok, ti sposo (con un entusiasmo evidente) io e l’Orso ci siamo guardati un po’ perplessi.

“E mò che si fa?”

Io ero persa in alte elucubrazioni filosofiche (“Ma tipo adesso gliela dovrei dare? Per ringraziare? E’ tradizione?”) invece l’Orso era smarrito nella contemplazione dell’avvenire (“E mò sò c*zzi!”).

Ci siamo guardati, abbiamo riso imbarazzati. Ci sposiamo. Ah. Ah. Che bomba. Ah.

E siamo usciti a fare un brunch in un bistrot francese. La cameriera era probabilmente una modella part-time, alta, sorridente, capelli lucenti e stupenda. Io l’ho guardata, ho ordinato le mie uova con il salmone e ho pensato “Ma come mai, con f*ghe del genere in giro, questo ha deciso di sposare me!?“. L’Orso l’ha guardata, ha ordinato, e ha pensato molto probabilmente: “E con f*ghe del genere in giro, io ho appena chiesto di sposarmi a questa qua!” e avrà guardato nella direzione di una con i capelli crespi, ancora mezza addormentata, vestita dal famoso Fashion brand Scappatadicasa (io).

Ma siccome siamo persone relativamente pratiche, siamo ben presto scesi a terra e abbiamo deciso le linee guida.

Quando e dove sono venuti subito. La lista degli invitati è stata pronta nel giro di un paio di giorni.

Siccome io non mi sono mai sposata (prima d’ora, e con questa maddabastà dice l’Orso), tante cose non le sapevo.

Quindi, una volta decisi quando, dove, chi e abbastanza chiaro il come, ho usato l’approccio della bambina secchiona che sono stata: ho iniziato a studiare.

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(Non proprio come nell’immagine a sinistra, più come nell’immagine a destra…)

  • Mi sono attaccata a TLC (rete televisiva di quaggiù, simile a Real Time) e ho visto tutte le puntate di Say Yes to the Dress, Say Yes to the Dress Atlanta, Say Yes to the Dress Canada, Say Yes to the Dress UK, I found the Gown, Say Yes to the Dress Over size, i consigli di Randy, il fashionista di Say Yes to the Dress, e come se non bastasse pure tutte le repliche di Say Yes to the Dress Australia. Più volte.

 

 

  • Mi sono fideizzata a tutti i siti di oggettistica varia di matrimonio come Etsy, Ebay, Amazon

Ma non ero sola.

Mai.

Anzi….

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Deciditi

A quanto pare esiste un determinato processo che il nostro cervello segue per prendere decisioni.

La prima è la fase del sogno, la seconda quella della ricerca di informazioni in grado di realizzarlo, la terza è quella pratica, dell’azione per realizzare la decisione presa, l’ultima è la realizzazione e la valutazione complessiva.

Io credo ultimamente di aver un po’ troppo gigioneggiato nella terza fase. Sono diventata bravissima nel reperimento di informazioni (ma con internet siamo tutti bravissimi). E invece la realizzazione… niente, non è pervenuta.

Sono successe queste cose negli ultimi giorni:

  • Ho letto una stupenda intervista a Zucchero, in cui racconta di come sia riuscito negli anni a fare duetti con star internazionali. A leggerla viene quasi da ridere a immaginarselo mentre gioca a briscola bevendo lambrusco con Pavarotti, per quanto la fa semplice. Nella realtà di sicuro Zucchero (un cantante di cui ammetto di non sapere molto) è uno che avrà sicuramente fatto fatica per emergere e avrà studiato, ma rimane la consapevolezza che se non si fosse mosso, usando anche una discreta faccia tosta e assecondando anche una certa teatralità, non avrebbe mai fatto niente. A stare fermi non succede niente.
  • Sono andata in barca con tante persone che non conoscevo. Una tipica situazione che avrei sicuramente rifiutato, data la mia timidezza e la mia scarsa dimestichezza con gli sport acquatici, senza contare la mia goffaggine e la necessità di non esporre la mia imperfetta forma fisica. Ma ho pensato “Chissenefrega!” e ho detto di sì. Durante la giornata sono capitate alcune cose, per me normali. Mi è caduto il cappello di paglia in acqua e l’Orso ha fatto fermare la barca per tuffarsi a riprenderlo. Quando ci siamo fermati al bar, mentre io conversavo bevendo acqua ghiacciata al tavolo, l’Orso è andato al bancone ed è tornato con una caraffa di spritz e un secchiello di gamberoni. Alla terza volta che una delle ragazze presenti ha sospirato: “Tutte a te le fortune!”, le ho fatto notare che non l’ho mica trovato già fatto e finito l’Orso, e che ci sono voluti anni per il risultato -apprezzabile- che poteva ora osservare.
  • Mia sorella questo weekend stava studiando il “goal striving“. Quando le ho chiesto di cosa si trattasse mi ha spiegato la storia delle quattro fasi: immaginazione, raccolta informazioni, presa della decisione, valutazione. Ed ha anche aggiunto: “Tu non hai affatto problemi di goal striving!”, facendomi pensare – invece- l’esatto contrario.
  • Ieri sera, in una vecchia puntata di NCIS, la capa suprema affronta Gibbs che se n’è andato in Messico a bere Corona sulla spiaggia, chiedendo il pre-pensionamento dopo un caso particolarmente difficile a livello emotivo. Lo prende da parte e gli dice che può fare quello che vuole, ma quando uno “is that good” non se ne può andare (“You just don’t quit“). Punto. Senza tanti giri di parole.

 

Tutte queste cose assieme mi hanno fatto pensare a quante volte ho anch’io avuto la faccia tosta e l’incoscienza di buttarmi in avventure che poi mi hanno regalato successi o comunque conseguenze positive.

E con questo non intendo dire che -esclusa l’Italia e l’Australia- mi sono trasferita in quattro Paesi e ho trovato lavoro e blablabla, no. Queste sono cose che spinte da necessità, tutti fanno.

Intendo:

  • quella volta in cui ho detto “Massì” e mi sono candidata ad una posizione per insegnare una materia che non avevo mai insegnato prima, e su cui mi sentivo  arrugginita. Avrei potuto farne a meno, dopo pochi giorni andavo in vacanza e non stavo male dov’ero. Ed è finita che ho lavorato per quella scuola per tre anni e dopo pochi mesi mi hanno promosso a capo dipartimento. “Best teacher ever” mi ha detto abbracciandomi una delle mie alunne a giugno quando sono tornata per salutare la sua classe.
  • quella volta in cui mi sono autoinvitata ad un matrimonio in Spagna e ho conosciuto una che sarebbe diventata una delle mie migliori amiche.
  • quel giugno in cui ho preso il coraggio in mano e ho chiamato l’Orso. E gli ho chiesto di vederci. Anche se era finita male, anche se erano quattro mesi che non ci parlavamo più. Anche se potevo benissimo lasciare stare. E non ci siamo più lasciati, e dopo sei anni assieme a Settembre ci sposiamo.

E tante altre volte in cui la faccia tosta e l’incoscienza mi hanno permesso di fare quel saltino tra la seconda e la terza fase e prenderla, questa benedetta decisione.

Non voglio più stare qui a mandare curriculum dal divano, voglio fare.

Decidiamoci.

¡Salta! Lo más que sucederá es que tengas que trepar... pero ten por seguro que no has de caer :3 #hermodo:
Oh Mon Dieu, sono finita a scrivere un post motivazionale, e vabbè. Prima o poi toccava anche questo.

Post it mentali: cosa ho imparato nel 2016 (più selfie)

  • Ricorda di portarti sempre una cremina solare in borsa. Perché in Nuova Zelanda FA freddo. Certo. Fa freddo tutte le settimane dell’anno, esclusa quella in cui ci vai tu.

Un mio selfie al ritorno dalla Nuova Zelanda.

  • Abbi sempre rispetto di chi ha studiato matematica, ha frequentato il liceo scientifico, si è iscritto ad una facoltà che prevedesse esami di matematica, analisi, o comunque fa calcoli. Studiare matematica è difficile. Lo è di più se hai trent’anni e l’ultimo giorno del liceo (classico-linguistico) hai buttato il libro di matematica dicendogli: “MAI PIU’!”. Ci ho messo tre mesi a preparare un esame di ammissione all’università di soli calcoli e grafici. Corollario: siccome poi non mi sono iscritta al corso di laurea previsto, almeno questa opinione l’ho confermata -> la matematica non serve a niente (ed è faticosa).

Ecco un mio selfie dopo aver scoperto di essermi chiusa in casa tre mesi a studiare matematica per un corso a cui non mi sono mai iscritta.

 

  • Abbi sempre un vestitino carino o almeno dei gioielli in valigia, anche per i viaggi in mezzo alla natura. Potrebbe darsi che lo stesso fidanzato che a casa poche ore prima ti ha detto: “Metti solo felpe e scarpe comode in valigia, tanto staremo solo in giro per parchi“, una volta giunti all’aeroporto ti dica: “Ah, mi ero dimenticato di dirti che una di queste sere siamo invitati a cena dal mio capo nel suo ristorante preferito”.
Un mio selfie dall’aeroporto mentre cerco il self control in borsa.

 

  • Rompi pure le scatole agli hotel quando non si comportano come dovrebbero. Nella vita ho sempre evitato i conflitti, e da brava Proletaria mi sono sempre messa dalla parte dei lavoratori (“Poverini, sarà capitato…“). L’Orso invece no, in quanto Piccolo Lord dentro. Nell’appartamento che avevamo prenotato il primo week end in Australia ci hanno fatto entrare tre ore dopo perché si erano dimenticati di fare le pulizie. Io ho detto “Massì, poverini, lascia perdere“, il Piccolo Lord invece ha chiamato la Reception e ha detto che non è possibile far aspettare tre ore. La mattina dopo, che casualmente coincideva anche con la mattina in cui l’Orso mi ha fatto la Proposta con cofanetto, ginocchio, anello e domandona, abbiamo trovato una bottiglia di vino ad aspettarci con un biglietto di scuse, omaggio dell’albergo.
Mio selfie quella mattina.

 

  • Su Airbnb prendi solo appartamenti. Se prendi una stanza in un appartamento in cui c’è anche il proprietario, potrebbe capitarti di essere svegliata quattro volte nel corso della notte dagli amici Vladimir, Igor, Darko e Boris ubriachi della proprietaria che hanno scambiato la tua camera da letto per il bagno. Ripeto, su Airbnb prendi solo appartamenti e mai stanze.
Selfie mio quando alle quattro di notte uno slavo ubriaco ha spalancato la porta della camera dove stavo dormendo.

E voi: cosa avete imparato di fondamentale nel 2016?

 

 

 

Virgawards: personal edition

Siamo al 20 dicembre.

Credo di aver imparato delle cose importanti quest’anno, e vorrei portarmele in valigia per l’anno prossimo.

  • la gratitudine: è successo un mesetto fa.  Era tardo pomeriggio, avevo finito di lavorare e invece di scendere in fretta dall’autobus per fare la spesa e andare a casa, sono andata in spiaggia. Mi sono tolta le scarpe e sono rimasta un’oretta seduta a guardare l’Oceano Pacifico. Ok, non ho il lavoro dei miei sogni, ok, sono lontana dalla famiglia, ok, ok. Ma sono contenta. Sono grata per questa nuova curva nella mia vita, questa opportunità. Non la vivo con ambizione, né con troppa ansia. Sono qui con una persona che mi ama (così sostiene! Incredibile!), in Italia e in Inghilterra ho una famiglia che mi vuole bene, ho amiche che cercano di esserci nonostante la distanza, ho il mare davanti, l’estate addosso come cantava Jovanotti, la spiaggia sotto ai piedi e tutta la vita davanti. Voglio essere grata. Senza dover ricorrere alla falsa modestia. Sono grata perché sono una ragazza fortunata. (Sì, stiamo esagerando con le citazioni di Jovanotti, ma se devo dirla tutta qui non è il paradiso, all’inferno delle verità io mento col sorrisoooo).

 

  • il perdono: è una parola grossa, che porta connotazioni religiose. Negli ultimi mesi mi sono sentita in difficoltà a mantenere i contatti con le mie amiche in Italia. Il fuso orario, gli impegni, sembrava che nessuna avesse mai tempo per me. Ma come? Ma allora ero solo io a tenerci? Mi sono chiesta varie volte da Luglio in poi. Ho ripensato a tanti rapporti e mi sono sentita marginale, esclusa… rifiutata. Poi sono tornata, e le ho riviste per quello che sono: ognuna con i propri pregi e difetti, con la capacità o l’incapacità di mantenere un’amicizia in cui ci si vede pochissimo. Perdono non è rassegnazione, che dentro nasconde il rancore di aver subito un torto. Perdono è analizzare la disparità tra il trattamento desiderato e quello ottenuto e guardarla da dentro questa differenza, capirla, e in fondo abbracciarla. E dopo si può andare avanti più leggeri. Il perdono non è mai un favore che si fa all’altro. E’ un favore che ci si fa a se stessi. (E guardami affrontare questa vita come fossi ancora qui, grazie Tiziano!)

 

  • il perdonarsi: certo, avrei dovuto fare il master in Inghilterra. Avrei potuto andarmene prima dalla Svezia, avrei potuto rifiutare questo ennesimo trasferimento e impuntare i piedi. Avrei potuto tenermi il contratto a tempo indeterminato in una scuola che tutto sommato mi piaceva. Avrei potuto stare meno tempo a zonzo l’ultimo anno e concentrarmi su progetti più redditizi e più spendibili sul curriculum di”passare tempo con la mia famiglia”. Però ad un certo punto bisogna fare pace con se stessi. Guardarsi a fondo e riuscire ad accettarsi. Ad accettare che la vita non è una linea retta precisa. Che le cose potevano essere fatte meglio, più in fretta, ma che in fondo non è importante. Non ci sono traguardi. Bisogna solo volersi bene: essere amici, madri di se stessi e accettarsi. (Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola. […] Di ogni giorno prendo il buono, […] é troppo presuntuosa la previsione di una verità, grazie Arisa)

 

E voi? Cosa vi mettete nello zainetto per il 2017?

 

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Chissà cosa ci sarà dietro questa curva? (Foto scattata in Nuova Zelanda, sì, lo so, non mi vengono tanto bene le foto e infatti non ne pubblico mai)

 

 

 

 

Nuovo avvincente format su Real Time: “Non sapevo di dovermi sposare” – Puntata Pilota

Su Virgh Educational Channel

 

Chi ha letto l’ultimo post ha capito perché negli ultimi quattro mesi blaterassi del più e del meno, menando il can per l’aia: aspettavo di andare in Italia per dire di persona ad amici e parenti che…

mi sposo.

La frase mi fa ridere, soprattutto perché io non ho mai pensato/immaginato/desiderato di sposarmi. (Ebbene sì, nella mia personale Bucket List c’è “mangiare la torta Pistocchi” ma non c’è sposarmi).

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Infatti il nonno ottantaseienne alla notizia ha ordinato tanto di quell’alcol da farmi dubitare di arrivarci vivo.

 

Sì, è vero, lo ammetto: volevo che l’Orso me lo chiedesse.

Ma non ero mai arrivata a pensare che: a) succedesse davvero; b) cosa sarebbe successo dopo.

 

In esclusiva una diapositiva del mio cervello nel momento in cui immaginavo il mio matrimonio. (Disegnatore: Sebastian Eberlein)

 

 

Eccomi quindi proiettata in quel mondo surreale che si chiama “preparazione di un matrimonio”.

Io, a dirla tutta, i matrimoni -se posso, cioè quando non è il mio (inserire faccia sconvolta: il mio,  oh Santo Cielo!)– li evito.

Negli anni credo di aver scritto più volte su questo blog quanto mi metta in difficoltà il ricevere inviti a matrimoni e quindi riassumo: sono giornate faticose, che mettono assieme alcune tra le abilità che non possiedo. Ovvero: essere presentabile, bere ma non troppo, vestirmi bene e/o in modo elegante (!?), essere affabile con sconosciuti (!?). Per molte ore (!?). E non dimentichiamo il non poter mangiare e bere quando e quanto voglio io.

Not enough food, or just tiny appetisers but no full meals.
 

Oh Robin, lo so, io e te ci eravamo promesse che questo giorno non sarebbe mai arrivato e invece hai visto?

 

Alla fine empatizzo sempre con i più deboli: i camerieri e i bambini urlanti.

Anche io mi sento come loro: in un posto che non mi piace, dove mi ci hanno portato controvoglia e devo pure essere vestita in modo scomodo.

creative wedding ideas keeping kids entertained at the reception

Eccoli: i veri martiri.

Ecco perché negli anni ho declinato parecchi inviti (Benedetto Estero, che mi hai permesso di ripetere varie volte la formula: Nonpossomidispiacesonotroppolontana).

Dal 2012 ho quindi partecipato a soli cinque matrimoni selezionatissimi. Che sono stati:

  1. matrimonio “Vorrei ma non posso“: sfavillanti e costosissimi gli abiti e la macchina ma ricevimento con grigliata e birra.
  2. matrimonio “Non lo capisce chi è nato a Milano“: sfavillanti e costosissimi gli abiti, la macchina, gli addobbi, la villa, l’aperitivo di tre ore servito da camerieri impinguinati nel parco, cena, buffet infinito di dolci, taglio della torta in mezzo ad una fontana (!), fuochi d’artificio (!), open bar, discoteca, bomboniere di gronclass. Durata: infinita.
  3. matrimonio “internazionale“: abiti belli ma non costosissimi, ricevimento in campagna, pranzo italiano, alcol internazionale, open bar e discoteca. Grigliata anzi, meat indulgence (!) per gli irriducibili. Durata: all night long.
  4. matrimonio “Arrivederci e grazie“: sfavillanti e costosissimi abiti, addobbi e villa. Aperitivo, pranzo e taglio della torta nel giro di un paio d’ore, bomboniere di gronclass e arrivederci.
  5. matrimonio “Non vorrei e non posso“: abiti economici, no inviti, no bomboniere, no addobbi, no auto, no open bar, no frills, pic nic a buffet in un parco.

E ogni volta, ho pensato: “No, io no“.

E invece toh: tu sì.

Hug! Uaaaahhhhuuuggg:
D’altronde, come dire di no?

Cosa fare? Come funziona? Cosa devo fare?

Mi sono quindi affidata al Sacro Motore di tutte le scelte al giorno d’oggi: il Sentito Dire.

Ecco quindi cosa sapevo dei matrimoni (intesi come “giorno dell’evento/ Wedding” e non come “unione duratura di due persone che promettono davanti a Dio e allo Stato di essersi fedeli sempre, finché morte non li separi e di optare per un sistema patrimoniale congiunto/Marriage“, perché il secondo mi produce già tutta una carrellata di ansie, degne di almeno altre quindici puntate della serie “Non sapevo di dovermi sposare”):

  • L’organizzazione del matrimonio ricade unicamente sulla sposa (cioè io!?), lo sposo non c’è, se c’è non risponde, se risponde dice: “Quello che va bene a te
  • Si litiga molto
  • La sposa diventa isterica. (Corollario: dimagrisce tantissimo)
  • La (futura) suocera fa ammattire la sposa che diventa isterica e dimagrisce
  • I testimoni organizzano feste imbarazzanti che si chiamano addio al nubilato/celibato
  • Gli sposi finiscono per non mangiare mai.
  • La sposa dice sempre che il suo abito è “semplice”, anche se prevede di vestirsi da meringa roccocò.

In questa puntata pilota mi sento di smentire tali luoghi comuni.

Innanzitutto io ho come compagno d’avventura in questa follia chiamata matrimonio un super fighetto che vuole dire la sua su tutta l’organizzazione, anzi, fa praticamente più lui di me. Ma quale carta bianca? Ma quale “Quello che va bene a te”?

Magari.

Poi, il tizio in questione abita con me da più di cinque anni e -per fortuna o purtroppo- la vede come me su parecchie cose. Quindi negli ultimi quattro mesi (cioè dal giorno in cui me lo sono ritrovata davanti pallido con un cofanetto in mano) litigi pervenuti: nessuno.

La Signora Mamma non ci sperava più di vedere il figliolo all’altare (vedere scheletri dei miei famigliari nella foto sopra). Ho sentito uscire dalla sua bocca solo frasi come: “Ma che belle idee, ma che bravi, ma che bello, ottima scelta” su qualsiasi cosa coinvolga quel giorno.

E per finire: dimagrire?

Ah ah ah.

Non ci sperate. (Sono pur sempre quella che ha in Bucket List: mangiare la Torta Pistocchi)

Torta Pistocchi:
Ciao, sono la torta Pistocchi. E ti aiuterò a non entrare mai nel tuo abito da sposa…

Visto che i luoghi comuni non mi aiutavano, sono allora passata alla cosa che mi viene meglio: pensare negativo.

No, cioè, voglio dire… pensare a tutte le cose che non mi erano piaciute dei matrimoni a cui avevo partecipato e tenerle bene a mente per non replicarle.

  • E’ il MIO giorno e voi dovete fare quello che dico io“. No, un bel niente. Niente temi, niente dress code da rispettare, niente richieste di regali esplicite (liste nozze, viaggio di nozze con IBAN dell’agenzia, “ma perché non mi regali” detto a voce). Porca vacca, ma perché vi esce questo egoismo cafone quando vi sposate? Se invitate delle persone ad un avvenimento così importante della vostra vita è perché ci tenete, quindi perché le dovete mettere in imbarazzo con richieste assurde? (Venite vestiti di blu, è una delle più allucinanti che ho sentito).
  • Menefreghismo sulle intolleranze alimentari. Io sono un po’ fissata con questo e lo ammetto, ma in famiglia ho una persona che può mangiare pochissimi alimenti e ho amici celiaci. Perché non c’è mai (davvero) l’opzione senza glutine, senza carne, senza lattosio? Ho visto invitati non poter mangiare nulla a tavole imbandite e l’ho trovato davvero triste.
  • Voglio essere principessa, voglio la favola“. Posso dirlo? Certo che posso dirlo, è il mio blog. Allora, se volete vestirvi da barbie lucidistelle, con un’acconciatura alla Moira Orfei, camminare su un tappeto rosso e ballare con uno vestito da principe quello che dovete fare è una FESTA IN MASCHERA, non un matrimonio. Dai che Carnevale  è vicino.
  • L’incoerenza. Se non sei credente, se lo sei ma in modo saltuario e non praticante, se non sei mai stato in chiesa dopo il battesimo… perché sposarti in chiesa?
  • L’incoerenza 2. Se decidi di fare un matrimonio semplice, “alla buona” allora tutto deve essere alla buona, semplice: il luogo della cerimonia, gli abiti, il ricevimento, il numero degli invitati, il tipo di cibo. Perché dire agli invitati che non hai fatto le bomboniere perché “sono una spesa inutile” e che il pranzo sarà ridotto se poi ti presenti con un’automobile costosissima e un abito da migliaia di euro?
  • Far sentire gli ospiti a disagio. In molti aspetti: nei discorsi (parlare di soldi, sparlare di altri invitati), nell’assenza di indicazioni precise (non sapere luogo, ora, indicazioni stradali, svolgimento della giornata genera confusione e frustrazione), nella lunghezza infinita delle attese (gli sposi che stanno mille ore a farsi le foto… eddai!), nell’assenza di condivisione del tempo con gli ospiti. Sono venuti per te, dedicagli del tempo, una risata, un abbraccio, un bacio. Sennò invitane di meno.
  • Lo spreco. Certo, è una festa e non si deve contare al millimetro quello che si mangia e beve. Ma mi piange il cuore davanti a quegli infiniti buffet di dolci con cascate di cioccolato e never ending confettate che nessuno assaggia perché sazi o stanchi. Perché buttare via tanto cibo (e tanto lavoro)? E’ davvero tradizione? Porta davvero fortuna?
  • Il troppo. Ora non si fanno più, ma ricordo con orrore certi matrimoni a cui ho partecipato da bambina in cui c’erano più di trecento invitati. Ricordo con altrettanto orrore certi matrimoni di provincia a cui ho partecipato da ventenne in cui lo sposo veniva strattonato tra una portata e l’altra per fargli fare cose ridicole e insensate come il taglio della cravatta, scherzi di cattivo gusto, scoppiare palloncini con forme imbarazzanti… Il troppo storpia.
  • La gente che non c’entra niente. Sarà che io proprio non stravedo per i matrimoni, ma non ho mai capito perché la gente si faccia in quattro per partecipare a matrimoni se poi deve stare tutto il giorno con il muso lungo perché non conosce nessuno, non è calcolata dagli sposi, non è di suo gradimento… (sì, io qui mi sto lamentando, ma non mi sono mai permessa di dire alcunché agli sposi nel loro giorno. Io, quelle poche volte in cui vado, cerco di essere carina, educata ma soprattutto di far star bene gli sposi quelle poche volte che durante quel giorno li incrocio, poi, che io farei delle cose in modo diverso sono solo pensieri miei, punto) dico io: se non ci vuoi andare a quel matrimonio, perché ci vai? E voi sposi: perché li invitate?
  • La retribuzione. Ok, qui esce la mia anima un po’ d’altri tempi. Ma quando si ingaggiano persone per effettuare dei servizi queste persone vanno pagate. Se il catering fa un prezzo molto conveniente da qualche parte sta risparmiando. Se non lo fa sul cibo lo farà sul personale. Ragazzi pagati cinquanta euro a fine giornata per stare in uniforme a versare vino e portare vassoi per dodici ore non lo faranno con eleganza, con classe o con voglia. Lo faranno tanto per fare e non vedranno l’ora di andarsene. Stessa cosa per tutti gli altri: se il dj ti chiede molto poco forse non sta pagando la Siae, forse non sa fare il suo mestiere e lo fa tanto per fare. Allora anche quel poco è troppo, perché forse non lo merita, e tanto vale la funzione “casuale” della playlist di Youtube. Insomma, se qualcuno lavora per voi va pagato.
  • Gli amici che si occupano dell’evento. A meno che uno non abbia la fortuna di avere un pasticciere professionista o un dj che lo fa di mestiere in famiglia, rivolgersi agli amici è un’arma a doppio taglio. Siccome difficilmente ti chiederanno di pagarli, ti devi accontentare di quello che fanno. Se sono dei dilettanti, il prezzo lo paghi tu, ma in un altro senso. Inoltre, se sono tuoi amici, vuoi che si divertano, non che stiano in ansia perché devono cantare, intrattenere, cucinare, etc…

 

Ecco, per fortuna su queste cose l’Orso era (ed è) d’accordo con me.

This polar bear can dance… we should be dance partners. He matches my moves.:
Qui c’è l’Orso che si allena al Primo Ballo, con la sua consueta grazia.

Ora rimaneva solo una cosa da fare.

 

Ed era chiedergli:

“Orso, ma ci hai pensato bene? Sei proprio sicuro di volerti sposare con me?”

 

_Fine puntata pilota_

 

 

In incognito (“Don’t be that guy!”)

Dritta al punto: mi sembra di essere in incognito.

Ogni volta che conosco qualcuno di nuovo, temo sempre di fare la figura della saccente, dell’arrogante, della presuntuosa, di quella che ha visto-ha fatto- ha capito tutto dalla vita.

Tempo fa avevo letto un decalogo per i ragazzi che viaggiano con lo zaino in spalla e cercano di stringere nuove amicizie strada facendo.

Uno dei consigli era “don’t be that guy”: cioè quello che sa già cosa stai per dire, ti interrompe a metà frase perché quel posto che tu hai tanta voglia di vedere lui c’è già stato, lui quella vacanza che tu sognavi da una vita l’ha già fatta nel 2011, e poi l’ha rifatta nel 2013,  che conosce già quell’aneddoto etc etc…

Io temo di diventare, anzi di essere già “that guy”. E devo risultare antipatica da morire a chi mi conosce per la prima volta.

Un paio di anni fa avevo una collega che parlava sempre. Molto gentile e molto sorridente ma non perdeva mai un appiglio per poterti raccontare la sua fantasmagorica vita e un aneddoto qualsiasi che la vedeva protagonista.

Sulle prime mi è sembrato un atteggiamento molto solare, poi sempre meno. Ad un certo punto ha iniziato a darmi proprio sui nervi! Ma fà finire di parlare una buona volta! Stai in silenzio più di quaranta secondi, eccheccavolo!

(Lo so che la stavate tutti canticchiando…)

Ho iniziato a pensare che mi infastidisse così tanto perché vedevo in lei parti di me, difetti che erano anche i miei.

Per molto tempo le mie amiche mi hanno permesso di “tenere banco”, mio fratello si è nascosto dietro di me mandandomi avanti perché ho sempre (beh, diciamo spesso) la battuta pronta, la storia da raccontare, l’aggancio per dire qualcosa.

Una delle prime volte in cui tornavo dalla Svezia in Italia, una delle mie amiche più di vecchia data mi ha chiesto, stupita: “Comea che non te bacaj più?” (Come mai non urli più?).

Io, di questa metamorfosi, non mi ero neanche resa conto.

Credo che da lì, da quel periodo, sia iniziata un po’ alla volta l’operazione di sottrazione per non diventare “that guy”.

E così mi vergogno, mi vergogno di dire che ho fatto l’università, che ero di ruolo e che mi sono licenziata, che dopo un mese di lavoro mi avevano già promossa a coordinatrice didattica in un Paese di cui non parlavo neanche la lingua ufficiale, che ho abitato all’estero per dieci anni, che questo lavoro mi è capitato all’improvviso quando neanche lo stavo cercando, che ho viaggiato tanto e che ancora viaggerò, che ho un fidanzato innamorato (così sostiene), che mi è capitato di arrivare qui in Australia, senza praticamente fare fatica, che ho una bella famiglia, normale, senza divorzi né padri assenti, che vengo da un Paese che non è in guerra, che so cucinare… insomma non dico più niente.

(Qualche giorno fa il capo stava iniziando un discorso del tipo:”Tu che sei insegnante…” e io l’ho bloccato, fredda: “Io non sono un’insegnante, io faccio i caffé”. Una freddezza che ha stupito prima di tutti me stessa, ma anche lui, che è rimasto un po’ spiazzato.)

Qui nel blog è diverso: qui mi sfogo un po’. E’ come se parlassi davanti allo specchio con la possibilità di ricevere risposte. (Sì, questa metafora sembra quella di una sotto acidi, ma non mi drogo, davvero!). Qui posso anche fare la figura di quella che se la tira, o di quella che rimugina troppo, o di quella fortunata, o della saccente arrogante pretenziosa.

Ma fuori devo cercare di non essere “that guy”. E così un po’ alla volta è aumentata la consapevolezza di come potevo venire percepita dagli altri, a scapito di una naturalezza nel comunicare e conversare con gli altri.

Mi sembra di essere stata me stessa in incognito. Baffi finti, occhialoni e impermeabile, a far finta di non capire, a chiedere dettagli di viaggi che ho già fatto,a chiedere sempre “come stai? Cosa hai fatto? Che mi racconti” senza più pretendere che lo chiedessero anche a me, senza più volere “tener banco”, intrattenere, raccontare.

Più o meno così.

E ora forse non sono diventata “that guy”, che antipaticissimo, racconta le proprie avventure mentre gli altri mal lo sopportano.

Ok, ma allora: cosa sono diventata?

Intervista: allora questa Australia?

Intervistatore*:Allora Virgh, non nascondiamoci dietro ad un dito: abbiamo visto che i tuoi ultimi post sono liste ma è da tanto che non “dici” niente. Manca solo che parli delle previsioni del tempo e poi siamo a posto. Sono ormai passati tre mesi da quando ti sei trasferita in Australia, com’è questa vita down under?

Virginiamanda: – Ecco, sì, lo ammetto. E’ da un po’ che non scrivo “veramente”, e che blatero del più e del meno. Ci sto un po’ girando attorno.

Intervistatore: – Me ne sono accorto. Come mai “ci giri attorno”? C’è qualcosa che non va? Stavi meglio in Svezia?

Virginiamanda: – [Risata fragorosa] No, assolutamente. Ho patito molto il lungo periodo scandinavo e questo stato di spaesamento non è neanche lontanamente comparabile ai miei momenti più bui nel periodo svedese. Però sì, devo ammetterlo: nonostante la vita in Svezia non mi piacesse, avevo raggiunto un certo livello di tranquillità e stabilità che ora mi manca. Con questo non intendo dire che domani tornerei volentieri in Svezia.

Neanche in cassa da morto.

Intervistatore: – Quindi riepiloghiamo: non eri contenta in Svezia, non sei contenta in Australia… ma si può sapere cosa vuoi? 

Virginiamanda: – E’ difficile definire questo stato d’animo. Sono la prima ad avere sempre avuto opinioni categoriche su chi non era “mai contento” e ora mi ritrovo dall’altra parte, ad essere oggetto dei miei stessi giudizi affilati. Mi piacerebbe essere coerente con me stessa, includendo il cambiamento connaturato con la crescita e la maturità, ma coerente con quello che volevo e con la persona che voglio continuare a diventare. In questo momento mi sembra di far fatica a trovare un equilibrio. Mi risulta difficile in questo nuovo Paese trovare immediatamente una dimensione che mi dia stabilità e serenità.

Intervistatore: Come mai? Cosa ti ha fatto l’Australia?

Virginiamanda: – L’Australia poverina [cit.]  non mi ha fatto niente. Se ne stava tranquilla nel suo emisfero prima che io arrivassi. Ma la vita qui richiede determinati passaggi inevitabili (visto). Forse la situazione migliorerà quando avrò il visto e potrò finalmente mandare curriculum e scoprire il mondo del lavoro. Per il momento non sono particolarmente stupita, però.

Intervistatore: In che senso?

Virginiamanda: – Ho l’impressione che siano rimasti un po’ “indietro” dal punto di vista dell’istruzione e sono perplessa da come trattano gli aborigeni (stigma sociale che si trascina nelle aule scolastiche con programmi appositi per i figli di aborigeni). Ma sicuramente la mia è un’opinione da ignorante che non ha avuto modo di approfondire.

 Education is evolving and changing all over the globe. Indigenous Australians are part of this revolution
In compenso però ci sono un sacco di foto così.

Intervistatore: Hai fatto amicizie?

Virginiamanda: – Amicizia è una parola grossa. Posso dirti la verità? Non ne ho manco tutta ‘sta voglia. E poi è pieno di italiani.

Intervistatore: Magari è pieno di italiani nelle zone che frequenti tu. E poi si può sapere che problema hai con gli italiani? Cosa ti hanno fatto di male?

Virginiamanda: – Non voglio dare l’impressione di essere snob o arrogante, ma mi sono stancata di certi atteggiamenti. Nutro un profondo rispetto (anche dovuto all’attaccamento emotivo, sicuramente)  per l’Italia e le sue istituzioni, soprattutto per l’istruzione pubblica e l’università. Forse sono io ad essere poco obiettiva, perché nessuno mi ha mai cacciato dall’Italia e perché ho frequentato delle ottime scuole, ma non ce la faccio più a sostenere conversazioni in cui la gente si lamenta dell’Italia.

Intervistatore: Devi essere comprensiva. Ognuno ha il proprio vissuto, e magari la persona che hai davanti ha le sue ragioni per pensare male dell’Italia…

Virginiamanda: – Sì, ma rimane un atteggiamento che non mi piace. Gli italiani qui sono visti abbastanza bene proprio per il fatto di essere “italiani”. I ragazzi che vengono con il Visto viaggio & lavoro lo capiscono subito e sfruttano questa loro “italianità” per lavorare nella ristorazione. E allora se di italianità ci campi, non ti puoi lamentare dell’Italia ogni piè sospinto.

(Per non parlare di quando vedo quelli che si comportano alla Genny Savastano in ogni contesto, e appena gli parli ti dicono che sono venuti via dall’Italia per la mafia e la corruzione… ma questo è un altro discorso.)

Un mini Genny per ricordarci sempre di stare al posto nostro.

Intervistatore: Senti da che pulpito… proprio una che non si lamenta mai, eh? E sentiamo, cosa dovrebbe avere l’Australia per piacerti di più? Ok, le amicizie con altri italiani non sono il tuo punto forte in questo momento (e ce credo, ca*a*azzi come sei!), ma ci sarà qualcosa che stavi cercando ed hai trovato?

Virginiamanda: – Sì, c’è, eccome. (E poi moderiamo i termini, ca*a*azzi lo dici al tuo nano da giardino!) Il fatto è che mi aspettavo qualcosa di diverso. Non sono sicura di poterlo definire di preciso, ma credo sia la sensazione generale: mi aspettavo una città viva, dinamica, piena di cose da fare, da vedere, mi aspettavo che la gente fosse più rilassata, che il clima fosse ideale. Invece scopro una città parecchio provinciale, in cui spettacoli, mostre, avvenimenti arrivano in ritardo (quando arrivano), i tranquilloni e i rilassati sono gli europei (soprattutto francesi e italiani) che godono appieno di questo mare, mentre gli australiani fanno ritmi abbastanza “svedesi” (sveglia presto, lavoro, alle cinque si stacca, nanna) e il clima è quello di marzo in Italia, cioè piogge ogni tre giorni. Da tre mesi.

Il tranquillone che mi aspettavo.

Lo so che il Paradiso non esiste, ma mi aspettavo un cambiamento completo. Ed al momento l’unico cambiamento è quello geografico. E non avevo mai sentito prima d’ora così tanto la mancanza della mia famiglia e dell’Europa in generale.

Intervistatore: Oh, pure la mancanza della mamma! Ma dai, su, da una giramondo come te!

Virginiamanda: – Basta con questa solfa della giramondo! (Che giramento!!!) A Luglio in Italia chiunque mi ripeteva questa frase “una che ha girato il Mondo come te, vedrai come ti sistemerai subito…”. Basta! La smettiamo con questo discorso? Non ero affatto una giramondo,  e non sono venuta qui per costruirmi un futuro. Spero di poter dare qualche notizia più corposa ed allegra presto, per il momento questo è lo stato d’animo costante.

puffo - smurf schlumpf 20088 - puffo vagabondo - bastone corto
L’unico giramondo che mi sento di impersonare.

Intervistatore: – Ma perché non esci? E’ pieno di spiagge meravigliose!

Virginiamanda: – E infatti esco! Ma come diceva Garcia Lorca “Chi cammina si intorbida!”. E io continuo a rimuginare. Forse quando non sarò più una mantenuta Aussie House-wife la vita qui mi sembrerà più dolce e più sensata. Per il momento mi sembra molto bello poter uscire a passeggiare sulla spiaggia. Ecco.

Intervistatore: – Beh ma i canguri? Li hai visti?

Virginiamanda: – Li avevo visti l’altra volta e devo ammettere che mi è bastato. Comunque domani vado in una spiaggia più nascosta, magari li trovo.

Intervistatore:Hai un messaggio da lasciare?

Virginiamanda: – Sì. E’ impossibile trovare il luogo perfetto dove stare. Quando lo trovate, fatemi un fischio. Mi piazzo col sacco a pelo in corridoio. Non dò fastidio, giuro!

13:
E come bonus questo consiglio molto utile.

*Anche noto come “Voce della mia Coscienza“.

Ps: Comunque sto benissimo, eh. Ho solo un po’ di lamentite.