Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

Post it mentali: cosa ho imparato nel 2016 (più selfie)

  • Ricorda di portarti sempre una cremina solare in borsa. Perché in Nuova Zelanda FA freddo. Certo. Fa freddo tutte le settimane dell’anno, esclusa quella in cui ci vai tu.

Un mio selfie al ritorno dalla Nuova Zelanda.

  • Abbi sempre rispetto di chi ha studiato matematica, ha frequentato il liceo scientifico, si è iscritto ad una facoltà che prevedesse esami di matematica, analisi, o comunque fa calcoli. Studiare matematica è difficile. Lo è di più se hai trent’anni e l’ultimo giorno del liceo (classico-linguistico) hai buttato il libro di matematica dicendogli: “MAI PIU’!”. Ci ho messo tre mesi a preparare un esame di ammissione all’università di soli calcoli e grafici. Corollario: siccome poi non mi sono iscritta al corso di laurea previsto, almeno questa opinione l’ho confermata -> la matematica non serve a niente (ed è faticosa).

Ecco un mio selfie dopo aver scoperto di essermi chiusa in casa tre mesi a studiare matematica per un corso a cui non mi sono mai iscritta.

 

  • Abbi sempre un vestitino carino o almeno dei gioielli in valigia, anche per i viaggi in mezzo alla natura. Potrebbe darsi che lo stesso fidanzato che a casa poche ore prima ti ha detto: “Metti solo felpe e scarpe comode in valigia, tanto staremo solo in giro per parchi“, una volta giunti all’aeroporto ti dica: “Ah, mi ero dimenticato di dirti che una di queste sere siamo invitati a cena dal mio capo nel suo ristorante preferito”.
Un mio selfie dall’aeroporto mentre cerco il self control in borsa.

 

  • Rompi pure le scatole agli hotel quando non si comportano come dovrebbero. Nella vita ho sempre evitato i conflitti, e da brava Proletaria mi sono sempre messa dalla parte dei lavoratori (“Poverini, sarà capitato…“). L’Orso invece no, in quanto Piccolo Lord dentro. Nell’appartamento che avevamo prenotato il primo week end in Australia ci hanno fatto entrare tre ore dopo perché si erano dimenticati di fare le pulizie. Io ho detto “Massì, poverini, lascia perdere“, il Piccolo Lord invece ha chiamato la Reception e ha detto che non è possibile far aspettare tre ore. La mattina dopo, che casualmente coincideva anche con la mattina in cui l’Orso mi ha fatto la Proposta con cofanetto, ginocchio, anello e domandona, abbiamo trovato una bottiglia di vino ad aspettarci con un biglietto di scuse, omaggio dell’albergo.
Mio selfie quella mattina.

 

  • Su Airbnb prendi solo appartamenti. Se prendi una stanza in un appartamento in cui c’è anche il proprietario, potrebbe capitarti di essere svegliata quattro volte nel corso della notte dagli amici Vladimir, Igor, Darko e Boris ubriachi della proprietaria che hanno scambiato la tua camera da letto per il bagno. Ripeto, su Airbnb prendi solo appartamenti e mai stanze.
Selfie mio quando alle quattro di notte uno slavo ubriaco ha spalancato la porta della camera dove stavo dormendo.

E voi: cosa avete imparato di fondamentale nel 2016?

 

 

 

Virgawards: personal edition

Siamo al 20 dicembre.

Credo di aver imparato delle cose importanti quest’anno, e vorrei portarmele in valigia per l’anno prossimo.

  • la gratitudine: è successo un mesetto fa.  Era tardo pomeriggio, avevo finito di lavorare e invece di scendere in fretta dall’autobus per fare la spesa e andare a casa, sono andata in spiaggia. Mi sono tolta le scarpe e sono rimasta un’oretta seduta a guardare l’Oceano Pacifico. Ok, non ho il lavoro dei miei sogni, ok, sono lontana dalla famiglia, ok, ok. Ma sono contenta. Sono grata per questa nuova curva nella mia vita, questa opportunità. Non la vivo con ambizione, né con troppa ansia. Sono qui con una persona che mi ama (così sostiene! Incredibile!), in Italia e in Inghilterra ho una famiglia che mi vuole bene, ho amiche che cercano di esserci nonostante la distanza, ho il mare davanti, l’estate addosso come cantava Jovanotti, la spiaggia sotto ai piedi e tutta la vita davanti. Voglio essere grata. Senza dover ricorrere alla falsa modestia. Sono grata perché sono una ragazza fortunata. (Sì, stiamo esagerando con le citazioni di Jovanotti, ma se devo dirla tutta qui non è il paradiso, all’inferno delle verità io mento col sorrisoooo).

 

  • il perdono: è una parola grossa, che porta connotazioni religiose. Negli ultimi mesi mi sono sentita in difficoltà a mantenere i contatti con le mie amiche in Italia. Il fuso orario, gli impegni, sembrava che nessuna avesse mai tempo per me. Ma come? Ma allora ero solo io a tenerci? Mi sono chiesta varie volte da Luglio in poi. Ho ripensato a tanti rapporti e mi sono sentita marginale, esclusa… rifiutata. Poi sono tornata, e le ho riviste per quello che sono: ognuna con i propri pregi e difetti, con la capacità o l’incapacità di mantenere un’amicizia in cui ci si vede pochissimo. Perdono non è rassegnazione, che dentro nasconde il rancore di aver subito un torto. Perdono è analizzare la disparità tra il trattamento desiderato e quello ottenuto e guardarla da dentro questa differenza, capirla, e in fondo abbracciarla. E dopo si può andare avanti più leggeri. Il perdono non è mai un favore che si fa all’altro. E’ un favore che ci si fa a se stessi. (E guardami affrontare questa vita come fossi ancora qui, grazie Tiziano!)

 

  • il perdonarsi: certo, avrei dovuto fare il master in Inghilterra. Avrei potuto andarmene prima dalla Svezia, avrei potuto rifiutare questo ennesimo trasferimento e impuntare i piedi. Avrei potuto tenermi il contratto a tempo indeterminato in una scuola che tutto sommato mi piaceva. Avrei potuto stare meno tempo a zonzo l’ultimo anno e concentrarmi su progetti più redditizi e più spendibili sul curriculum di”passare tempo con la mia famiglia”. Però ad un certo punto bisogna fare pace con se stessi. Guardarsi a fondo e riuscire ad accettarsi. Ad accettare che la vita non è una linea retta precisa. Che le cose potevano essere fatte meglio, più in fretta, ma che in fondo non è importante. Non ci sono traguardi. Bisogna solo volersi bene: essere amici, madri di se stessi e accettarsi. (Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola. […] Di ogni giorno prendo il buono, […] é troppo presuntuosa la previsione di una verità, grazie Arisa)

 

E voi? Cosa vi mettete nello zainetto per il 2017?

 

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Chissà cosa ci sarà dietro questa curva? (Foto scattata in Nuova Zelanda, sì, lo so, non mi vengono tanto bene le foto e infatti non ne pubblico mai)

 

 

 

 

E poi ci sono certe sere

C’era una vecchia canzone dei Neri per caso che diceva “Se tu stasera ti senti sola, e il futuro ti fa un po’ paura…” che forse servirebbe da colonna sonora, ma è meglio non ascoltarla, per paura di mettermi a singhiozzare o semplicemente a tirare su col naso, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo.

Ho fatto delle fatiche e degli sforzi per questa relazione – non me ne sto lamentando- e ora la vedo per quello che è: la serenità nella mia quotidianità, un porto sicuro, il (forse) futuro.

Ed è bellissimo così.

Ma ora che mi è dato di vivere una nuova, ennesima, vita, so che non è abbastanza.

Ero in lavanderia, ieri, e si è spenta la luce. Avrei potuto riaccenderla, e invece quel buio mi serviva. Il rumore costante dell’asciugatrice mi ha cullato il pianto.

Non posso permettermi di avere dubbi. Non posso permettermi di essere insicura, demotivata, stanca, scocciata.

E francamente, non ne ho neanche più l’età.

Volersi bene e sostenersi fa molto, ma non tutto.

E io?

Cosa farò?

In questa terra straniera, cosa farò?

Saprò reinventarmi un’altra-l’ennesima-volta?

Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Si parte (how exciting!)

Così m’hanno detto.

Ma how exciting de che, volevo rispondergli.

Che non ho ancora finito di impacchettare le valigie, che fuori fa un freddo bestiale (no, ma sei stata sfortunata, di solito in Inghilterra a giugno non fa così freddo!) e mi dovrò mettere addosso felpa, sciarpa e giubbotto e addio bei propositi di lasciare qua la roba invernale.

E mentre controllo la lista, cerco i documenti che sono finiti chissà dove, distribuisco in egual misura pesi e denti digrignati, ripeto “ma chi me l’ha fatto fare“.

Domattina (se trovo il bancomat, se riesco a chiudere le valigie, se trovo la porta) torno in Svezia.

Per qualche giorno (fiuuu) per prendere la rincorsa e fare un grande salto.

How exciting, dicono.

La difficoltà di dire le cose

Magari capita solo a me.

Ma a volte mi trovo davanti a scelte che richiedono approfondite valutazioni.

Te le rigiri in testa per un po’, chiedi consigli, e poi alla fine: decidi.

Però, una volta deciso, comunicarlo alla persona interessata mi crea agitazione, preoccupazione, pure un po’ di paura.

Ho letto ieri che la preoccupazione si alimenta di paure. E’ vero. A volte devo dire una cosa semplice come: ” Mi licenzio”, oppure “Parto”. Ma non ci riesco.

Stuff No One Told Me:

(Stuff no one told me)

E ci rimugino sopra tantissimo. Faccio sogni strani, mi si affanna il respiro.

Ad un certo punto, nei casi più complicati, scoppio a piangere.

 

Quanto è difficile dire le cose, eh?

learn to let go:

(Stuff no one told me)