Il post che non volevo scrivere

Gira, gira giraci intorno.

Non mi sento più la stessa. E io ho sempre trovato insopportabili quelle che dicono “la maternità ti cambia”/ “capirai quando avrai figli”/ “dopo la nascita di un figlio non sei più la stessa”. A dire la verità, pure quelle che si comportano esattamente identicamente a prima mi hanno sempre dato fastidio.

E poi ci sono io. Eccomi qua.

Non riesco a capire cos’ho. Mi sento addosso un grande peso: la responsabilità.

Non pensavo sarebbe successo (a me) perché mi sono sempre presa delle responsabilità: nel lavoro, in coppia… però adesso pesano, è un macigno. Sono responsabile di una persona. Questa persona dipende da me per tutto. Tutto.

La gente ti chiede se la bambina ti fa dormire la notte. Lei sì, mi verrebbe da dire, è la responsabilità che non mi fa dormire.

Lui è partito per lavoro, è stato via un mese. Lei è stata con me e solo io potevo darle quello che le serviva: fosse latte, conforto o distrazione.

E mentre la osservo crescere e diventare ogni giorno più definita, più bambina e meno bambolotto, mi rendo conto che mi sento un po’ meno “io”.

Avevo una vita piena prima. Anche i momenti di apparente quiete erano fatti di noia creativa e produttiva, anche se ero seduta in treno o sul divano a fissare un punto fuori, stavo sempre in realtà facendo qualcosa: programmavo mentalmente una lezione, ripercorrevo alcune conversazioni, cercavo di seguire il flusso dei pensieri per trasformare uno spunto in una nuova attività didattica o in un nuovo post, pensavo al prossimo viaggio.

Ho sempre detestato quelle che dicono “i figli sono la mia unica ragione di vita” perché, porca vacca, la vita può essere piena anche senza. E il fatto è che forse la mia era troppo piena prima e per farsi spazio questa nuova condizione ha dovuto schiacciare tutto il resto.

A Natale avevo regalato un collage di foto nostre. Ora mi guardano dalla parete tutte le sere. La cullo e le canto la ninna nanna sotto lo sguardo noncurante della me del 2013, sorridente, abbronzata e felice dopo una giornata in canoa, una canotta bianca appena acquistata e un calice di bianco in mano. Sorridiamo con le endorfine della giornata di sole, con la gioia di essere innamorati e in estate, in uno dei nostri locali preferiti in Svezia.

E a quella della foto non sembra vero che adesso le passi davanti questo catorcio, tutta impegnata a controllare i gradi della temperatura nella camera, tutta impegnata a preoccuparsi per cose nuove.

Forse non ero pronta. Ogni tanto ho nostalgia di quello che ero, pochi mesi fa potevo programmare le vacanze, passare davanti ad un ristorante e prenotare, immaginare una vita in un altro Paese, fermarmi in un posto a bere un caffè guardando fuori, entrare in un negozio e bighellonare tra le offerte.

Ora non esiste più niente di tutto questo. Non esistono necessità superiori ai gradi della camera quando dorme.

I pensieri corrono dalle incombenze pratiche (sante app che mi permettono di non dover ricordare l’ora dell’ultima pappa e santa consegna a domicilio del supermercato) alle aspettative su di lei in rapporto alla media dei bambini (starà crescendo bene? Starà mangiando troppo? Starà dormendo abbastanza?) ed in rapporto ai bambini “ideali” (perché alle sette di sera non ha sonno? La starò stimolando abbastanza?). Alle preoccupazioni per il mio benessere fisico (riprenderò la forma di prima?) e quello mentale (dovrei dormire di più, dovrei ingerire più proteine). Alla generale ansia di essermi infilata in una cosa molto più grande e difficile di quello che mi aspettavo.

Pensavo che la difficoltà sarebbe stata soprattutto nell’occuparmi della nuova vita che arrivava, non avevo capito che avrebbe stravolto tutta la vita (mia) che conoscevo.

Mi illudevo che sarei rimasta io, però con un figlio, e invece io non, mi scoccia da morire dirlo, io non sono più la stessa.

Cerco di darmi degli orari, di seguire delle piccole routine, di avere dei momenti unicamente per me, di leggere quello che mi faceva piacere prima. Ma la consapevolezza che c’è una piccolissima creatura che dipende da me mi chiama e mi fa diventare insapore tutto quello che faticosamente pensavo mi avrebbe tenuta ancorata a chi ero prima.

La mia identità è andata a farsi benedire. Ed ero convinta che solo chi non avesse una forte personalità o molti interessi si facesse risucchiare dal ruolo di “mamma”. A me non sarebbe mai capitato, pensavo.

E mi sento un impostore, perché lei è bellissima, e calma e adesso ha imparato anche a sorridere e io so che non è merito mio nessuna di queste cose. Eppure qui ci sono io, e qualcosa della sua serenità sarà anche diretta conseguenza di stare con me? E invece no, lei avrebbe la sua indole indipendentemente dalle mie moine o dalle mie routine del sonno.

Mi sento impotente davanti a questo mio cambiamento.

Non ho lo spazio mentale per processarlo, occupato com’è dalle routine e dal calcolo dei gradi (e dalla mancanza di sonno), e mi trovo sconosciuta. Mi riconosco allo specchio, ogni giorno un po’ di più rispetto al giorno prima, ma i pensieri che faccio adesso sono diversi. Vorrei riuscire ad essere giusta con lei, vorrei riuscire ad essere dolce e severa in parti uguali, vorrei che il mondo fuori fosse più sereno in questo momento folle.

Mi ritrovo a scrutarmi la pancia, a pesarmi puntualmente, a segnarmi mentalmente le calorie, scomettendo sulla data del mio ritorno al fisico di prima.

Mi sento impotente anche davanti a questo: un corpo che non risponde più alla dinamica che avevo instaurato, io mi metto a dieta e tu dimagrisci.

Mi ritrovo a perdonare a tutti tutto, a mio marito di essersene andato per un mese, a mia madre di essere assillante, e soprattutto alla piccola di svegliarmi troppo spesso ma di non usare la stessa pazienza e condiscendenza con me stessa. Vorrei essere arrivata più consapevole, più in gamba, più preparata a questo appuntamento con la maternità. E invece la tendenza all’organizzazione che ho sempre avuto e che è sempre stata il mio punto di forza nel lavoro ora è un impiccio perché mi comprime e mi fa perdere il senso di tutto questo.

Vorrei essere più tranquilla, rassegnarmi al fatto che non andrà niente secondo i piani.

E che ciononostante, o forse proprio per questo, sarà bellissimo lo stesso.

9 pensieri su “Il post che non volevo scrivere

  1. Deserthouse ha detto:

    credo che i tuoi dubbi siano più che legittimi, credo che tu stia facendo del tuo meglio e credo che serva un tempo fisiologico per adattarsi ai cambiamenti e soprattutto credo che non dovresti giudicarti. Non sei più quella di prima ma farai cose diverse forse anche più fighe e quelle che hai fatto hai fatto bene a farle. Datti tempo e sii indulgente anche con te stessa, te lo meriti.

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  2. startoveringermany ha detto:

    Sai cosa? Io credo che non si sia mai pronte abbastanza, semplicemente perché puoi solo immaginare come sarà “dopo”, ma solo vivendo capirai che tutte le previsioni erano sbagliate. Datti tempo e pensa che la maternità non è un interruttore. Occorre tempo, anche molto, per trovare la propria nuova dimensione e non bisogna sentirsi in colpa per questo. Ci passano tutte, però nessuno ne parla. La sensazione di “non essere abbastanza” o i mille dubbi su quello che ogni giorno si fa sono comuni a tutte le donne che diventano madri; mettici gli ormoni, i termini di paragone e lo stravolgimento di vita, alla fine pretendere un equilibrio psico-fisico solo lontanamente simile al pre-pupo è fantascienza. Datti tempo e sii più indulgente con te stessa. E sì, incredibile da credere, ma quel sorriso sdentato dipende anche da te, dalle cure e dall’impegno che ci stai mettendo. Coraggio, sorella: ci siamo passate tutte, è tutto normale. Stai facendo tutto bene. Un forte abbraccio.

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  3. C ha detto:

    I primi tempi sono da survival-mode, ogni azione che prima sembrava banale realizzare adesso è una conquista (lavare i capelli, vestirsi decentemente, uscire per una passeggiata, fare la spesa, pulire casa…).
    Il senso di tutto questo credo che, come me, lo acquisterai a posteriori, guardandoti indietro con un pizzico di nostalgia, ma non ti affliggere per questo, è così per tutte le mamme.
    Un abbraccio, e la risposta a molte delle tue domande potrebbe essere: chi se ne frega, va bene così! 😉

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  4. verbasequentur ha detto:

    È una fase. Ma non sua: tua. La mia è durata moltissimo, credo anche per cause esterne alla maternità in sé (ad esempio, un anno senza il minimo aiuto di chiunque, con 2 ore di sonno a notte per i primi 6/7 mesi), ma poi passa, e torni in te. Non “integra”, ma con un buon aggiornamento del sistema. Riesci a fare di più, più in fretta, con più lucidità, ed il fatto di non avere più un minuto di “nulla” conciliando lavoro e figli ti fa prendere la poderosa via dello sticazzi che prima avevi solo osato guardare. Mia figlia ha 5 anni e, per dirne una, non sono mai stata più efficace, sicura ed apprezzata sul lavoro. Neanche quando avevo 25 anni e potevo permettermi di lavorarne 18 filate. Tu torni, stai tranquilla. Torni più grande.

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  5. isosteno ha detto:

    Sottoscrivo quello che scrive Verba. Anche io, da nullipara, ho sempre odiato quelle che lo dicevano. Eppure mi ritrovo a pensare che, la me stessa con prole sia decisamente la versione migliore. Esattamente come quando al lavoro ti trovi ad affrontare ostacoli nuovi che ti costringono a crescere e imparare, a diventare più efficiente. Anche se ora ti sembrerà impossibile, ritornerai ad essere te stessa, semplicemente in versione più tosta ed efficiente 💪. I primi 6-9 mesi sono difficili per tutte. Tieni duro. Un abbraccio Isa

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  6. A. ha detto:

    Alla fine quando nasce un figlio la vita cambia, parlo perché ho visto ragazze della mia età cambiare totalmente, ma penso anche che è un passo importante e come tale diventa anche lei o lui così… Passeranno e ritornerai la stessa di prima!! 😊

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