Out in ten minutes

Alla fine della mia prima visita ginecologica in Australia, dopo mille domande e test psicologici, l’ostetrica mi aveva salutata riempiendomi le mani di opuscoli e libretti titolati “Essere in gravidanza” o “Avere un bambino”.

“Mi raccomando: non apra più Facebook, non legga blog e non legga forum. Non chieda alle amiche e non chieda a Google. Tutte le risposte che le servono sono qui dentro” mi aveva detto prima di spingermi con tutta sta roba tra le mani e il mio plico degli esami medici della gravidanza fuori dalla porta.

Però, che persone razionali e pragmatiche ‘sti australiani, avevamo convenuto compiaciuti io e l’Orso andandocene soddisfatti.

Una cosa che mi avevano detto mamma, una compagna del corso in Italia e un’amica mi era rimasta impressa “le contrazioni assomigliano ai dolori mestruali” e questa era l’unica frase su cui mi sembrava fossero tutte d’accordo su quel mistero misterioso che è il parto.

Con il passare dei mesi, mi ero resa conto che questo momento così spaventoso e così magico non mi preoccupava come avrebbe dovuto. Non lo dico per fare quella “alternativa”, ma per quanto doloroso il parto non mi sembrava meritasse tutta l’ansia di cui viene avvolto nei corsi di preparazione e l’enfasi che viene data nei libri e nei magnifici opuscoli che mi avevano dato. Ok, è un giorno in cui ti fa tutto molto male, va bene. Ma rimane pur sempre un giorno. E dopo? A me interessava il dopo. I giorni dopo, dal giorno uno: cosa sarebbe successo? Sarei stata in grado? Come funziona un neonato? Sarei stata in grado di accorgermi dei suoi bisogni? (Sarei riuscita ancora a scrivere un post?). Insomma, mi sembrava che il parto, per quanto un avvenimento importante, non fosse l’avvenimento principale di tutta questa storia e che ci si dovesse concentrare su altro, sul post, soprattutto.

La data prevista per la nascita della Baby era il 5 marzo.

Il 3 marzo mattina mi sveglio con un dolore molto forte alla pancia. Oddio, ci siamo? Sono le cinque di mattina, tutti i nonni sono arrivati da qualche giorno, la borsa è pronta. Direi che sembra il momento giusto.

Uhm, però aspetta: questo dolore è continuo. Non si arresta e riparte. E’ una fitta lunga e basta. Ok, è ovvio: non sono contrazioni. Come hanno detto al corso: le contrazioni arrivano e se ne vanno, non è una fitta che prosegue. Certo che una cosa è certa: è come un dolore mestruale.

Inizio a camminare avanti e indietro, il dolore dura da più di un’ora. Guardo il numero della “Delivery Suite” (non è il tipo di camera che si trova all’ultimo piano dell’Excelsior, è la sala parto) e mi chiedo: chiamo o non chiamo?

Mi appoggio sul letto, mi sembra che stia passando, tamburello la pancia e Baby risponde. Ok, falso allarme: se si muove ancora vuol dire che non è in posizione.

Passa la giornata, io continuo a sentire questo dolore e dopo averne parlato con un paio di amiche e con le future nonne a casa decido di chiamare l’ospedale. “Massì, mi diranno che non è niente”. Infatti, scialli come sempre gli addetti mi rispondono prontamente che devo stare tranquilla, che non è niente, che non sono contrazioni. Spiego che non mi sento tranquilla, illustro la situazione, parlo del dolore della mattina. “Va bene, facciamo così” mi suggerisce accondiscendente l’addetta dall’altro capo del telefono: “Prenda due Panadol (un antidolorifico blando tipo Moment) con un bicchiere di acqua e ghiaccio e aspetti un’ora. Si stenda sul divano e se in quell’ora non succede niente, ci richiami”. Ok, approccio australiano alla cosa. I miei suoceri scendono a comprarmi il Panadol e io mi bevo la cosa più simile ad un cocktail che abbia mai bevuto negli ultimi nove mesi.

Mi punto la sveglia dopo un’ora ma non succede niente. Chiamo l’Orso: “Amore mi hanno detto questo e questo, vieni a casa”. Richiamo l’ospedale: “Buonasera, io non sento niente”. “Ok, senta, facciamo così: che ne dice di venire a fare un controllo?”E che ti devo dire? Ovvio che ti dico che va bene. “Prima di salire si fermi alla reception a registrarsi”.

In soggiorno i quattro futuri nonni ci guardano con apprensione mentre prendiamo le borse e gli snack dal frigo (“Mi raccomando portatevi degli snack per il partner!” Ci avevano ripetuto al corso pre-parto. Cioè io mi faccio nove mesi senza poter mangiare affettati, gorgonzola, pane bianco e cioccolato, e durante il parto gli snack… sono per il partner!? Ma questa è un’ingiustizia completa!) ma io rassicuro tutti dicendo: “Andiamo solo a fare un controllo, tra qualche ora torniamo a casa!”.

Una volta in macchina l’Orso per sicurezza mette il navigatore e io mi sento stranamente tranquilla. Forse ho esagerato al telefono, effettivamente non sento più il dolore della mattina, forse non ha neanche senso andare. Di sicuro sarà solo suggestione. In macchina parliamo d’altro, io dico che forse stiamo andando per niente, che se tutte facessero così intaseremmo gli ospedali. Beh, però ormai mi hanno detto di andare… un controllo male non fa, a questo stadio, no?

Arriviamo in ospedale che è quasi tutto buio, sono circa le nove di sera. Un signore dai modi gentili alla reception mi chiama per nome e cognome e mi dà alcuni fogli prestampati e già compilati con tutti i miei dati. Mi fa firmare e mi dice: “La aspettano al terzo piano”. Ah, ok. Ma non doveva essere solo un controllo? Perché mi fanno firmare tutta ‘sta roba?

Arrivo al terzo piano, nell’ambiente dedicato ai parti e ci sono quattro ostetriche così in relax che manca solo mi chiedano di unirmi al torneo di briscola.  Spiego la situazione, mi dicono che mi stavano aspettando e una di loro (Rachel, credo) accompagna me e l’Orso in una stanza che assomiglia alla sala parto che avevamo visitato durante il corso di preparazione alla nascita.

Mi fanno stendere su un lettino e mi mettono due piccoli apparecchi su due punti diversi della pancia, mi dicono che servono a monitorare il battito della piccola e che loro possono osservare lo stesso schermo dalla saletta della briscola, per cui ci lasceranno in pace. Ci consigliano di mangiare.

Io guardo l’Orso e dico: sgancia gli snack! Mangiamo dei babybel e un kitkat, e all’improvviso scatta un allarme. Entra l’ostetrica, controlla il battito e mi dice di stare tranquilla, che va tutto bene.

Passano così circa due ore. L’Orso mi dice che avrebbe una riunione al telefono e mi chiede se può farla. Io ormai tranquillissima e rasserenata gli dico: ma certo, tanto vedrai che tra poco ci mandano a casa.

Appena l’Orso inizia la riunione entra una dottoressa, si presenta e mi dice che è la ginecologa e mi farà un’ecografia. Dopo poco entrano due ostetriche e un tizio (un infermiere? Un dottore?) in tuta bianca che si presenta e mi dice che “Baby is unhappy”. La dottoressa si scusa in anticipo “Ora ti farò male” e mi dice che procederà a rompermi le acque. Io, abituata da mille visite ginecologiche che iniziano con “Ora ti farò male, scusa” e poi in realtà è un fastidio minimo, sorrido e dico “Prego, faccia quello che deve fare”.

Credo che in confronto salire su una bicicletta senza sellino sia mille volte meno doloroso della grazia che ha usato la dottoressa nei miei confronti. Li mortacci.

Un’ostetrica alla mia sinistra mi preme un respiratore sulla bocca ripetendomi: “Respira questo, respira questo”. Capisco che mi sta facendo respirare il gas esilarante. A me però non viene affatto da ridere, la dottoressa mi sta facendo davvero male e il mio corpo ha una reazione che non riesco a controllare: tremo così forte da non potermi fermare. I denti, le spalle, le gambe, mi sta sbattendo tutto e non riesco a fermarmi. L’Orso mi si fa vicino e davanti ai miei occhi sbarrati mi dice che non sto ancora partorendo, di stare tranquilla, mi chiede perché sto tremando, se ho freddo.

Arriva anche un altro tizio in tuta bianca, se ne vanno tutti gli altri e il tizio che sembra appena uscito da un cartone animato (forse è coreano? Forse è vietnamita?) parla come una macchinetta e mi dice che lui è l’anestesista. Ci sono varie possibilità per sentire meno dolore durante il parto: il gas esilarante, la morfina e l’epidurale. Avendone già parlato con l’Orso in precedenza, so già cosa scegliere e gli spiego: vedi, io ho sempre avuto la pressione bassa e vorrei evitare una trasfusione in sala parto. Se serve va bene il gas esilarante, ma vorrei evitare la morfina e l’epidurale. Naturalmente però se è necessario, dammi tutto quello che c’è. Mi fa firmare il consenso informato e con altri sorrisi e senza smettere mai di parlare se ne va.

Ci guardiamo interdetti io e l’Orso, lui ha iniziato da poco la riunione al telefono. “Ma quindi mi fanno partorire stasera?”, neanche il tempo di pensarlo e in camera ripiombano la dottoressa, le ostetriche, l’anestesista e il tipo bianco. Il tipo bianco mi ri-dice che “Baby is unhappy”, la dottoressa dice che nonostante abbiano provato a rompermi le acque (E me ne sono accorta, chea vacca de to santoa), non sono abbastanza dilatata. Mi dicono che procederanno ad un cesareo e “Your baby is out in 10 minutes”. L’Orso diventa teso e chiede perché, a me vengono dati altri fogli da firmare.

Arriva di nuovo l’anestesista macchinetta che mezzo ridendo mi dice che mi farà un’iniezione sulla schiena (epidurale) e lì ci metterà dentro della morfina. Così io rimarrò vigile e sveglia ma non sentirò il dolore dell’operazione. Tutto contento mi ripete “Your baby is out in 10 minutes!”. Io guardo l’Orso, è allibito e sta balbettando ai colleghi al telefono che tra dieci minuti la moglie partorisce…

Entrano altri infermieri, in coro dicono “uno, due, tre”, mi piazzano su una barella e mi portano via. Non vedo più l’Orso.

Attraverso due corridoi, con la coda dell’occhio vedo l’Orso e sento che dice qualcosa come “Change management”. Il tizio bianco mi guarda spingendo la barella. Vedo nei suoi occhi compassione per me e disprezzo per mio marito. Lo so, sta pensando “Ma guarda che fetente questo che mentre ‘sta povera Crista sta per partorire continua a fare riunioni al telefono. Si aprono le porte di una saletta bianca bianca che sembra appena riverniciata. Vedo macchinari pulitissimi tutti attorno e luci al neon.

L’anestesista mi fa sedere sul lettino, mi presenta tutte le infermiere presenti, che cercano di farmi parlare, mi chiedono come si chiamerà la bambina, se avrà un nome italiano… io lo so che cercano di farmi parlare per allentare la pressione, sto al gioco perché so quanto è difficile fare il proprio lavoro, per tutti, soprattutto se le persone non collaborano. Ma non riesco a non pensare a quella frase: “Your baby is out in 10 minutes!”.

Quindi davvero funziona così? Due mesi di yoga preparto, lezioni su lezioni di posizioni da assumere, mesi di esercizi di respirazione e musica rilassante e poi mi iniettano della morfina e “your baby is out in 10 minutes?”.

Chiedo all’anestesista dov’è l’Orso e lui mi dice che lo stanno vestendo e che sarà con me durante l’operazione. Mi fanno stendere. Mi prendono il braccio sinistro e ci infilano un ago (una flebo forse?) e quello destro, su cui mettono l’apparecchio per misurare la pressione. Mi sento crocifissa.

Sono le undici circa di sera.

Non posso muovermi. Posso solo girare leggermente la testa e finalmente alla mia sinistra arriva l’Orso vestito da puffo, con cuffia e camice azzurro. Gli dico che avevo temuto non interrompesse mai quella riunione, gli chiedo con chi stava parlando, mi risponde e mi dice che stava cercando di tagliare e mettere giù e quelli continuavano a chiedergli roba e gli infermieri ci interrompono.

“Your baby is out!”

Alzano la bambina e io vedo una neonata davanti a me, tenuta tra le mani di due infermieri.

E’ veramente nata?

Oddio, she is out!

Perché non mi viene da piangere? Perché non piange questa bambina?

Cosa sta succedendo?

Spostano la bambina alla postazione della pediatra, non sento piangere, c’è un orologio e vedo scorrere i secondi, piangi bambina mia, piangi, ti prego, perché non sento piangere? Urlo: “Perché non piange? Ditemi che sta respirando!” mi dicono che respira, che è tutto sotto controllo e finalmente sento una vocina timida che dice “Uè, uè” piano, quasi sottovoce, come un gattino. La sistemano e la avvolgono, io sono ancora crocifissa sul lettino e non mi posso muovere. La mettono in braccio all’Orso, che mi fa cenno che va tutto bene, mi urla che va tutto bene. Dopo poco arrivano e mi appoggiano la sua testina vicino alla guancia.

Eccola.

L’ho aspettata nove mesi, ho temuto il peggio nelle ultime ore e adesso è qui e non la posso neanche abbracciare. Mi viene da piangere dall’impotenza più che dalla gioia.

Passiamo pochissimi minuti tutti e tre così: guancia a guancia e ci fanno delle foto.  Vorrei sentirla più vicina ma posso solo strusciare la mia guancia sulla sua. Lei non piange, ci osserva con un fare un po’ sospetto e un po’ meravigliato. Io e l’Orso ci guardiamo. L’abbiamo fatta nascere noi ma adesso lei è del mondo intero. E guarda con questi occhioni il mondo con una certa filosofia. Abbiamo, dopo nove mesi di liste e discussioni, deciso il nome.

La alzano e mi spiegano che mi devono portare in un altro reparto per controllare che mi passi l’effetto dell’anestesia e farmi alcuni esami.

Mi dicono che è nata alle 23:39 del 3.3.2020. Una bella data.

Mi trasportano in barella e attraverso corridoi, luci al neon, porte antipanico, luci al neon, non capisco, non so dove sono, mi parlano cercando di rassicurarmi ma io non riesco a pensare a niente che non sia: “Dov’è lei? Perché me l’hanno portata via? Le daranno da mangiare? L’Orso sarà con lei?”.

Sono in una sala molto grande quasi completamente buia, ci sono due infermieri (o forse sono dei medici?) che si occupano di me. Mi pungono, mi controllano la febbre, la glicemia, mi parlano… ma soprattutto mi tamponano con del ghiaccio per verificare se ho ripreso la sensibilità sulla pelle.

Quando finalmente dico che sento freddo all’altezza del petto arriva un’ostetrica che ha in braccio la mia bambina.  Eccola. Me la dà e mi dice che devono verificare che si attacchi al seno. Si attacca, e rimaniamo lì, in questo presepe improvvisato, su un lettino d’ospedale, io con in braccio questa tatina nuova che ancora non conosco ma che mi sembra di conoscere da sempre, e l’ostetrica che mi tiene la mano e cerca di tranquillizzarmi: mi fa parlare della Svezia, del freddo, e io le dico “E’ bionda, è bionda!”.

Dopo una mezz’ora che mi rasserena e mi rimette in pace con il mondo, mi dicono che ci trasporteranno nella nostra stanza. Attraversiamo di nuovo corridoi e luci al neon, porte antipanico ma io questa volta ce l’ho in braccio. Mi fanno entrare in una stanza, spostano la tenda e finalmente vedo l’Orso. Ci fanno alcune raccomandazioni, mi attaccano una macchina ai polpacci che li fa tremare e dicono che sia un metodo per farmi passare l’effetto della morfina. Ci guardiamo.

E’ la prima volta che siamo noi tre.

 

 

 

 

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