Virgawards: cose belle da leggere e guardare che non c’entrano niente

Vi leggo nervosetti, e devo ammettere che pure io a pochi giorni dalla data presunta dal parto non è che mi senta tanto tranquilla (specialmente dopo i filmini che ci hanno mostrato al corso preparto, molto, ehm, come dire, espliciti… l’Orso si è girato a guardarmi dopo il primo video – parto vaginale – e per la faccia che avevo ha riso per mezz’ora incontrollatamente).

Una faccia più o meno così. (Donna che piange, Pablo Picasso)

Quindi, per non stare lì a pensare a cose che non possiamo controllare, ecco il mio contributo: cose belle, spunti interessanti, articoli scritti bene che ho letto o programmi che ho visto in questi mesi o libri che ho letto e che non c’entrano niente con i titoli, le notizie e i programmi dei giornali di questi giorni.

Non perché si debba nascondere la testa sotto la sabbia, ma perché è bene ogni tanto staccare e rivendicare il nostro diritto sacrosanto alla leggerezza. E perché ad un certo punto ci si rincretinisce pure davanti a Netflix.

 

 

Sotto i dieci minuti di tempo:

  • In italiano

–  Quando iniziai a lavorare mi venne imposta una “divisa”: servivo ai tavoli in un’enoteca parecchio chic che teneva aperto fino alle 3 di notte. Per distinguersi dagli altri locali più “informali”, il proprietario ci voleva vestiti di nero: maglietta nera col nome del locale e grembiule nero. A me, ancora adolescente, dava terribilmente fastidio. Ma io non posso mettermi ‘sta roba, ma che schifo! era il mio pensiero ricorrente.

Poi quando sono stata assunta in aeroporto mi hanno dato un indirizzo e mi hanno detto: “Vai qui a farti fare l’uniforme“. Prego? Un’uniforme? Una divisa? Io!?

E l’ho dovuta portare per tutti i dieci mesi in cui ho lavorato là. Naturalmente non mettevo mai la camicia informe del completo ma una sfiancata, mi ero fatta stringere ed accorciare la gonna e avevo tolto le spalline alla giacca, come gesti di ribellione anti-sistema (uahahahah, che patetica)… ma mi toccava comunque indossarla.

Quando mi presero ad insegnare in Svezia mi venne consegnato tra i vari documenti da studiare anche un “dress code”: niente jeans, niente abiti appariscenti, scollati o troppo attillati… insomma, pensavo di aver migliorato e invece nada. Oltretutto si trattava di un unicum in Svezia, dove a scuola generalmente ci si veste molto informali (almeno nelle scuole pubbliche in cui mi è capitato di lavorare e negli ambienti di lavoro che mi è capitato di frequentare).

Poi però scatta qualcosa. Dalla ribellione adolescenziale ci si ritrova un po’ alla volta sempre più a proprio agio nei vestiti “da lavoro”.

Come succede? Perché? Ecco un articolo che lo spiega.

Vestirsi da adulti – Cristiano de Majo

 

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Una robaccia del genere, e considerate che lei essendo bionda e carina la fa sembrare pure più decente.

 

 

– Ero in Australia da una decina di giorni, era lunedì e avevo deciso di uscire e scendere in spiaggia. Erano le 8 del mattino e c’ero io. Una tra le spiagge più famose del mondo, lunghissima, bianca, sotto il sole, il mare davanti e tutta mia.

Ero in Svezia da un anno e mi avevano assunta in una scuola a mezz’ora di metro da casa. Mi sentivo sopraffatta dalla sindrome dell’impostore, passavo giorno e notte  a preparare le lezioni e studiare i documenti scolastici e burocratici, mi sembrava di soffocare in continuazione, facevo a piedi la strada fino alla stazione della metro con il fiatone, mi fermavo al Seven Eleven a prendere il caffè e la brioche da asporto da consumare in treno, salivo correndo e mi sedevo a guardare fuori da finestrino.

Ad un certo punto del tragitto il treno attraversava un bosco. E in ottobre era come entrare in un tunnel di foglie rosse ed arancioni… e io mi emozionavo tutte le mattine.

Il mese scorso ero a casa da sola. Ogni tanto Baby scalciava e a volte faceva proprio male. Per calmarla mi sdraiavo a letto e mettevo “La nuova stella di Broadway” di Cesare Cremonini. E lei si tranquillizzava.

Momenti banali, senza senso se visti da fuori, ma che danno una grande pace.

Ecco, è quello che si descrive in questo post.

Poi. – Il club delle disfunzionali

Cloudy day at Bondi Beach, Sydney, Australia

Bondi. Foto di C’est Christine

 

 

– Convivere non è mai una passeggiata, e lo dico io che comunque ho delle frequenti vacanze dalla convivenza a causa delle trasferte dell’Orso, che mi permettono di tornare alla vita da single e gestire lo spazio come meglio mi aggrada. Ora, sono circa nove anni che conviviamo, e le litigate su chi deve fare cosa non le abbiamo mai avute, perché, grazie a Dio e al Politecnico, l’Orso se ne è andato via di casa a diciott’anni e da allora ha sempre dovuto pulire, fare lavatrici, cucinare da solo.

Purtroppo però non è così in tutte le coppie, ho amiche che per non litigare pagano una donna delle pulizie (mi sembra un’ottima soluzione), altre che piangono dalla stanchezza della gestione familiare e casalinga, altre che se ne fottono alla grandissima e vivono in un porcile felici.

Ma oltre alla divisione dei compiti domestici ci sono anche tantissime altre caratteristiche da considerare che possono far saltare i nervi anche se siete buonissime e pazientissime come me (seee, vabbé).

In questo post, datato ma sempre attuale, ne vengono elencate cinque, più una bonus. Io nei commenti all’epoca ne aggiunsi un’altra, che da anni è il mio indice per capire le persone, non solo compagni di vita ma pure conoscenti ed amici.

Da leggere se siete in coppia, per tirare un sospiro di sollievo al pensiero che il vostro compagno non abbia questi temibili difetti, ma anche se siete single, per ricordarvi che là fuori è pieno di gente brutta e che in fondo da soli non si sta così male.

Cose che non sopporto negli uomini e che il mio non ha (più bonus) – Verbasequentur

 

5 Thanksgiving Strategies For Singles (Or People In A Relationship With Mashed Potatoes)

E non dimentichiamo il grande vantaggio dell’essere soli: cucinare e mangiare quello che ti pare. Immagine di Cierra Miller/ Stylecaster

 

 

– Io Instagram non lo seguo, ho un account che non aggiorno da anni e spesso me lo dimentico pure. Poi però per qualche motivo me lo ricordo e quando ci torno  improvvisamente  mi è chiaro il motivo per cui non lo chiudo del tutto: la Soncini.

In questo post parla di uno dei miei (e chissà di quante altre persone) più reconditi desideri: avere una segretaria così efficiente da ricordarsi esattamente cosa mangio, quando lo voglio e come lo voglio. Un sogno.

Lunch in the office – Guia Soncini

 

 

  • In spagnolo

– Se siete appassionati di Spagna prima o poi vi siete imbattuti in Arturo Pérez – Reverte. Ammetto di non avere mai letto nessuno dei suoi numerosissimi libri e di aver avuto per molti anni un certo snobismo nei suoi confronti.  Il fatto è che quando vedo in libreria quei libri – mattone con la copertina lucida e una immagine di rovine medievali verdi o arancioni o dei contorni offuscati e filtrati mi viene sempre da pensare che non facciano per me.

 

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Questo tipo di copertine, intendo. (Foto di Sara Pintonello)

 

Poi ad un corso sulla proprietà di linguaggio e registro fatto al master ci fecero leggere un suo brano, in cui descriveva una rissa tra zingari in periferia e ne rimasi ammaliata. La capacità di rendere quel particolare accento in castigliano scritto, la dovizia di particolari che non appesantiva… mi è sembrato di leggere una pagina di alta letteratura.

Dopo pochi giorni da quella scoperta, facendo colazione in un bar mi sono ritrovata a sfogliare XL Semanal, un inserto culturale domenicale. E sono rimasta piacevolmente colpita nello scoprire che fosse lui una delle firme.

Se vi piace il Portogallo e se vi piace la Spagna, questo è il suo ultimo pezzo. Se invece come me, vi innamorate sempre più dell’Italia quando a parlarvene sono gli altri, allora il pezzo da leggere è questo. 

 

1. El orden natural del las cosas – Arturo Pérez – Reverte

 

2- El ferroviario impasible – Arturo Pérez – Reverte

 

 

  • In francese

– Avete mai studiato francese? Anche solo un corsetto di poche lezioni? Ecco, allora anche voi conoscete bene la frustrazione di dover imparare come questa gentaglia ha deciso di chiamare i numeri, con calcoli astrusi quando bastava semplicemente dire: “Novanta”.

Ecco un modo per tirarsi su: pensare che pure loro quando imparano le lingue straniere si fanno le stesse domande e sbroccano proprio come noi.

 

 

  • In italiano ma sarebbe in francese

Nella vita c’è bisogno di poesia. Non per guardare il mondo con gli occhi all’insù e quindi schiantarsi dopo un metro, ma per ricordarsi che siamo fatti di altro, non solo carne e ossa e riunioni.

Una poesia celeberrima, che mi risuonò in testa un giorno in cui il ragazzino che mi piaceva mi aspettò fuori da scuola, solo per fare i cento metri dal portone della scuola fino alla macchina di mio padre, sotto la pioggia.

 

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Ps: Ora quel ragazzo mi dicono che faccia la drag queen.

 

 

Sotto i venti minuti di tempo:

  • In italiano

– Vasco Rossi può piacere oppure no, ma ognuno di noi riesce a cantare almeno una sua strofa a memoria, indipendentemente dal fatto che di solito ascoltiamo heavy metal reggae o musica classica. Questo secondo me è un merito.

Una volta mentre stavo ascoltando un’intervista alla cantante Noemi lei fece una riflessione interessante dicendo che secondo lei un cantante può sentire di aver assolto alla propria funzione se nella sua carriera è riuscito a fare tre canzoni indimenticabili. Ecco, nel caso di Vasco credo che questo sia successo e addirittura sorpassato.

Questo è un articolo di Paolo Madeddu, mio grande faro per capire l’intricata scena musicale attuale italiana: abitando all’estero non ho il “polso” di quello che si ascolta, e gli amici appassionati di musica ormai si sono gettati nelle braccia della trap, quindi a parte fare finta di assecondarli quando mi consigliano Ghali, se non leggo Madeddu non ho la più pallida idea di quello che si ascolta in Italia e poi quando torno faccio la figura di quella che non sa niente.

In questo post si prende la libertà di analizzare l’ultimo pezzo di Vasco, dal testo anomalo (parla di tristezza? Di depressione? Come potrebbe essere lo stesso Komandante che cantava Bollicine e vorrei possederti sulla poltrona di casa mia avere scritto qualcosa di cupo?). Anche se non siete appassionati del cantante in questione, è un interessante viaggio nella testa di qualcuno, che vi può tornare utile anche per capire i vostri amici e famigliari.

Quando Vasco poi alla fine non è morto – Paolo Madeddu

 

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Scelgo questa foto: un misto tra Babbo Natale e il nonno del vicino di casa dei miei. (Fonte Discogs)

 

 

  • In inglese

A volte mi chiedono come sia un volo intercontinentale. E per rispondere prendo sempre fiato e faccio un sospirone.

Come fai a descrivere il fatto di rimanere chiuso in una scatola di latta con centinaia di sconosciuti per sei ore e poi per altre quattordici, senza poter far altro che stare seduto?

Due volte sole in vita mia ho avuto il buon cuore verso me stessa di viaggiare in business class, e sì, devo ammettere che essere poveri è proprio brutto.

Ma soprattutto ho capito perché si viaggia in business: non per essere serviti e riveriti, non per essere accolti dall’hostess che sa il tuo nome e ti offre champagne, non per poter ordinare finalmente gorgonzola e abbinarci il vino bianco del Sudafrica che ti consiglia la sommelier di bordo, non per trovare il bagno sempre disponibile e pulitissimo, non per la cremina Armani in omaggio.

No.

Per dormire.

Il sedile diventa orizzontale e si può finalmente dormire.

Purtroppo però, essendo ormai disoccupata e pure in attesa  di prole (quindi altri schei anca via par de lì) mi tocca volare in economy, trifolata in mezzo ad altri trifolati – nel senso dei funghi, sia per odore che per vicinanza- come me, maledendo l’orologio dello schermo che segna sempre che mancano dieci, otto, sette, sei ore all’atterraggio e sono sempre tantissime.

Insomma, ci si abitua? No, non ci si abitua affatto. E’ solo un male necessario.

E’ come quando ti lascia il fidanzato, e prima di lui ti hanno già lasciata.

Sei più forte? Più preparata? La accetti meglio? No, fa schifo uguale.

Ecco, questa è la descrizione più vicina alla realtà che mi sento di fare di un volo intercontinentale con scalo.

Qui invece trovate una descrizione fatta molto meglio e molto più spassosa.

Was there an apocalypse while I was asleep at the airport? – Brigid Delaney

 

Qatar Airways' A330 economy cabin.

Esprimi lo sconforto in un’immagine: la classe economy. (Fonte: Traveller)

 

Con almeno un’ora di tempo:

  • In italiano

– Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare di cambiamento climatico. E’ un tema che tocca tutti, a livelli diversi: salute (se gli incendi in Australia mi bruciano casa non solo mi tocca scappare – e mi scoccia non poco – ma anche respirare un’aria terribile), economia (se gli incendi durano cinque mesi, vuol dire che i soldi dati allo Stato sotto forma di tasse verranno impiegati per i pompieri e non per altri servizi come ospedali, scuole e strade),  turismo (se c’è l’acqua alta a Venezia sei mesi l’anno non si può visitarla per quei sei mesi), politico (se fa troppo caldo o non c’è abbastanza acqua per vivere le persone si spostano dove si sta meglio, e gli Stati devono essere pronti a gestire quelli che arrivano, che potrebbero essere tanti) etc etc etc.

Ma appena qualcuno nomina “il cambiamento climatico” parte una sagra di sopracciglia alzate, sbuffi e smorfie. Sembra un tema antipatico, difficile da capire, scomodo.

E invece ecco qua un programmino fatto bene, da un ragazzo giovane che si è preso la briga di viaggiare da ignorante e farsi spiegare cosa sta succedendo. Da guardare anche solo per invidiare uno a cui hanno dato carta bianca per viaggiare ovunque nel mondo.

Piacere Maisano – Il cambiamento climatico – Puntata 1

Rivedi il video 'Piacere Maisano - Il cambiamento climatico. Puntata 1' di TV8

Invidia, grande invidia.

 

 

Con almeno una settimana di tempo:

  • In inglese

Verso fine novembre ero così presa dal non  avere una mazza da fare che mi sono messa a spulciare blog e forum di libri. In genere non lo faccio, i libri mi capitano sotto mano per queste ragioni di solito: qualche mia amica li ha letti e me li consiglia, perché ho un’amica libraia (love you), o perché sono nella mia lista desideri da tanto tempo.

(O anche perché sono in offerta su Kobo e mi incuriosiscono senza appartenere a nessuna delle tre categorie succitate).

Poi però a fine novembre capito su un forum (che anche scandagliando la cronologia non sono più riuscita a reperire) e le lettrici stanno discutendo di tale Maeve Binchy, che non avevo mai sentito nominare. Una di loro dice che “Evening class” è molto fatto bene e certo, non è proprio il tipo di libro che ti permette di scoprire i segreti dell’universo, ma è un bel romanzo.

Benissimo, mi dico, accetto il consiglio, mi ci vuole proprio un bel romanzo senza pretese, speriamo non sia una cosa “stile Harmony” (e parlo di Harmony con cognizione di causa perché quando avevo otto anni mia zia pensò bene di scaricare la sua infinita collezione di Harmony a me e mia sorella, e io che ero una lettrice onnivora ne ho letti vari) .

In quel periodo ero infatti a casa dei miei, sollevata dalle quotidiane incombenze domestiche.

(Mia madre non ha mai voluto che noi figli a casa alzassimo un dito. Non gliene faccio una colpa, è una di quelle persone che ha bisogno di avere tutto sotto controllo ed incapace di delegare. Adesso che siamo tutti grandi, con famiglie a nostra volta etc, ancora si stupisce quando ci vede cucinare, pulire o spolverare. Credo sia perché sa di non avercelo insegnato lei ma soprattutto perché nel fondo pensa che lei lo farebbe meglio.

Per fare un esempio, nel periodo in cui ero a casa, un giorno stava cuocendo il baccalà alla vicentina, che, come tutti quelli che cucinano o guardano Masterchef sanno, una volta messo in pentola non va mescolato ma “pipato”, cioè si scuote un po’ la pentola tenendola per i manici. Questo movimento viene meglio se accompagnato dallo sculettamento, ma è solo una mia aggiunta al processo.

Bene, mamma aveva messo sul fuoco la pentola. Io ero sul divano a sfogliare il giornale, quando con la coda dell’occhio noto che spegne tutto.

“Mamma ma perché hai spento tutto?”, ho chiesto perplessa, sapendo che la cottura richiede varie ore. “Perché sto per uscire”.

Non so se è chiaro: ho 35 anni, abito -e quindi cucino- da sola da 16 anni, e neanche per scuotere una pentola in sua assenza mia madre si sarebbe fidata.

Ho insistito e alla fine ha ceduto, ma a malincuore, mandandomi messaggi e tornando prima del previsto.  Poi hai voglia a parlare del carico mentale delle donne.)

 

E a forza di non fare niente e leggere libri sulla gravidanza, avevo voglia di qualcosa di diverso. Avevo letto da poco un libro esilarante: Il club delle lettrici di Renate Dorrestein.

Il club delle lettrici eBook by Renate Dorrestein

 

E mi aveva trascinato via dai pensieri del quinto mese, in cui ad ogni visita veniva aggiunta una preoccupazione nuova. Mi ha fatto ridere e mi ha trasportata nella testa di queste vecchiette molto stravaganti.

Cercavo un’altra lettura leggera ma non inconsistente, e così mi sono decisa a leggere il primo romanzo in inglese della mia vita senza essere obbligata da nessuno.

Evening Class eBook by Maeve Binchy

Il vantaggio dell’ereader è che non vedi le copertine. Io un libro con questa copertina in libreria l’avrei scartato subito.

 

E’ stata una grande soddisfazione leggere in un’altra lingua e capire! L’ho letto sull’ereader e questo ha contribuito a farmi proseguire senza inceppi perché potevo facilmente ed immediatamente controllare la traduzione di qualche parola che non conoscevo.

Ma veniamo alla storia: in una scuola di periferia viene fatto partire un corso serale per adulti di italiano.

Si iscrivono persone per i motivi più disparati: passione, noia, possibilità di lavoro…

Ma la parte più interessante non è il racconto del corso in sé, quanto l’impostazione del libro: ogni capitolo è dedicato ad uno degli studenti, ci fa conoscere il suo passato, ci spiega perché è arrivato a quel corso ma fa anche continuare la storia dal suo punto di vista.

La mia preferita è Connie, un personaggio davvero particolare che mi ha fatto riflettere molto sulle relazioni, com’erano negli anni novanta, quanto poco siano cambiate e come sia necessario, anche dentro il più evidente degli amori, mantenersi scaltre.

Beh, io  che non conoscevo Maeve Blinchy, ho scoperto un’autrice prolifica (e purtroppo non più di questo mondo). Da quello che ho letto in giro, sembra che abbia raggiunto il massimo con questo romanzo, quindi non leggerò altro per evitare di rimanere delusa.

Non nascondo che molto del piacere che ho provato nella lettura potrebbe essere stato dato anche dalla soddisfazione di riuscire a seguire la storia in un’altra lingua, magari se l’avessi letto tradotto non mi avrebbe fatto lo stesso effetto, chissà! (Un po’ come quando si ride più forte per le battute in un’altra lingua, perché il nostro cervello ci manda la doppia gratificazione di aver capito la battuta assieme a quella di aver capito cosa si diceva).

Comunque, io lo consiglio.

 

Bene, io la mia opera di divulgazione di “roba che non c’entra niente” l’ho fatta.

Spero di aver dato degli spunti interessanti.

(Per favore, se avete letto o visto qualcosa di bello, condividetelo. Così ci imbruttiamo tutti un po’ di meno in questo periodo di notizie allarmanti.)

6 pensieri su “Virgawards: cose belle da leggere e guardare che non c’entrano niente

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