Charlie e il bilinguismo

(Questo è un post che ho in canna da vario tempo, ma che non riuscivo a scrivere perché non trovavo la giusta dimensione tra una descrizione tecnica e una più umana. Alla fine ho scelto l’approccio umano, e se viene qui qualche ricercatore… pazienza, mi prenderò le mie!)

Ad aprile conosco Charlie, uno studente sedicenne della scuola dove stavo svolgendo il tirocinio.

Charlie mi colpisce perché è sveglio, intelligente e sembra avere passione per lo studio. Non solo, pur essendo uno di quelli “bravi” non è il tipico secchione: ama fare sport e ha un gruppetto di amici.

Bene, e allora se non è altro che un sedicenne normale come ce ne sono milioni, cosa ti ha colpito tanto, verrebbe da chiedersi.

Mi colpisce che Charlie si trova in una scuola internazionale dalla retta molto alta. La famiglia è francese, il padre si trova a Londra per lavoro e da quattro anni il giovane Charlie frequenta con profitto la scuola. Tra me e me penso che il padre abbia un bel lavoro, quindi uno stipendio più che adeguato per pagare una scuola così esclusiva, oppure lavori per una multinazionale che gli include l’istruzione privata dei figli tra i benefit aziendali.

Di ragazzini così ce ne sono molti, e io con questo lavoro ne ho incontrati parecchi, dalle provenienze più disparate, che proprio per una storia comune di traslochi familiari riescono ad integrarsi così bene in classi così miste.

Tra i compiti previsti dal mio tirocinio c’è l’osservazione delle lezioni di lingua, tra cui spagnolo, ed è proprio in una di queste che lo incontro e inizio a tenerlo d’occhio. E’ palesemente sopra la media della classe, e quando l’insegnante disperata mi confida che non sa come fare perché teme che lui e un’altra alunna si distraggano in una classe da livelli molto diversi (avevano raggruppato studenti al primo anno di spagnolo con altri come Charlie al quarto, oltretutto il povero Charlie, non solo studiava spagnolo da quattro anni ma proveniva anche da una madrelingua, il francese, molto più simile allo spagnolo del resto della classe composta da russi e anglofoni. – Prima che chi non è mai entrato in una scuola internazionale si spaventi, assicuro che è una pratica relativamente comune nelle scuole molto piccole soprattutto nelle lingue. L’insegnante è tenuto a fare lezione sullo stesso tema per tutti, ma prepara attività diverse per livello. Come come? Se è una faticaccia immane per l’insegnante e non è detto che funzioni? Sì, certo che sì, la risposta è sì,  ovvio che sì, sempre sì, ma ehy, abbiamo “un sacco di vacanze senza fare niente”!- )  le rispondo che, se è d’accordo, li posso prendere io questi due bravini, portarmeli fuori e fare lezione personalizzata, ad un livello più alto.

L’insegnante è riconoscente e i ragazzi sembrano contenti, forse anche solo per fare qualcosa di diverso. Li vedo attenti, si impegnano e fanno sempre tutti i compiti senza storie.

Nelle scuole internazionali c’è un certo tipo di studenti: essendo figli di famiglie benestanti, ci sono spesso casi di studenti svogliati, lassisti e con poca “fame” di sapere o curiosità. In quella scuola per esempio, c’erano vari studenti che arrivavano con l’autista e a casa avevano insegnanti privati per ogni materia, tanto che spesso i compiti glieli facevano loro. Il rischio in questo tipo di scuole non è tanto il bullismo o altri problemi tipici di scuole più “popolari”. A preoccupare gli insegnanti è la sfida continua per interessare gli alunni e coinvolgerli, in una competizione impari con un mondo che ha già tutte le porte spalancate per loro. Perché dovrebbero impegnarsi? Se poi tanto basta andare a casa e dire al precettore: fammi tu i compiti di francese perché ti pago… ? E se un domani mamma e papà mi pagheranno l’MBA?

Spesso le famiglie che stanno alle spalle di questi ragazzi sono del tutto disinteressati al loro profitto scolastico, perché “ti pago già una scuola carissima, cosa vuoi da me?” oppure al contrario, essendo quasi tutti professionisti, si aspettano dai figli un rendimento come i mercati: io immetto un investimento, il mercato mi risponde con un’impennata; io adesso iscrivo mio figlio a francese, tra un mese sarà come un madrelingua. Ovviamente tendono ad arrabbiarsi con gli insegnanti quando questi risultati non arrivano.

Per questo mi aveva colpito Charlie: in una scuola internazionale inglese la scelta della lingua straniera per molti ragazzi nella sua situazione (madrelingua francese, francese lingua parlata in famiglia, francese lingua di prima scolarizzazione) sarebbe ricaduta, senza battere ciglio, sul francese. Una materia da studiare di meno, una materia in cui si sarebbe raggiunto un voto alto senza nessuno sforzo.

E invece Charlie aveva scelto spagnolo, una lingua che per quanto simile al francese, richiedeva fatica. Ho capito, parlandoci assieme durante le lezioni, che la sua era una di quelle famiglie che “ci teneva” a dargli un’istruzione e all’impegno. Li ho ammirati.

Tra le varie lezioni che dovevo osservare, mi è capitata anche quella di inglese. Trovandoci in Inghilterra, era come assistere ad una lezione di letteratura da noi, o antologia. L’insegnante aveva preparato una lezione abbastanza standard nel mondo della scuola internazionale: introduzione di un tema con alcuni concetti chiave da far discutere agli alunni tra loro a gruppi, poi ripresa di quei concetti, discussione, approfondimento con testi scritti, discussione e compiti per casa. L’argomento era “Nature vs Nurture”, e la classe era quella di Charlie.

Con mia sorpresa Charlie non si era seduto tra le prime file, ma aveva scelto un defilato ultimo banco. Alla mia faccia interrogativa la professoressa di inglese aveva sussurrato: “Sai, lui ha bisogno del sostegno”.

Come come come? Come fa un ragazzo così sveglio e con una famiglia seria alle spalle ad aver bisogno del sostegno?

Poco dopo l’insegnante di sostegno si era sentita male e aveva dovuto lasciare l’aula.

La lezione era iniziata e l’argomento era interessante: nella vita ci condiziona di più il contesto in cui nasciamo e l’educazione che riceviamo (“nurture”) o la nostra indole, la nostra genetica (“nature”)? Un tema di sicuro adatto per adolescenti che si confrontano con realtà diverse dalle proprie (per via dei numerosi traslochi) ma sempre in una posizione privilegiata, in un’età in cui tanti tratti del carattere emergono prepotenti.

Ad inizio lezione Charlie alza la mano e chiede: “Mi scusi Miss, cosa significa nurture?”, l’insegnante, un po’ scocciata perché non vuole svelare subito il tema della lezione ma vuole che gli alunni ci arrivino da soli, dà una risposta sbrigativa che a giudicare dallo sguardo di Charlie non è molto chiara. Noto che digita qualcosa sul cellulare, immagino  cerchi la traduzione in francese. Rialza la testa con sempre più confusione.

Charlie non ha capito, non riesce a capire quel concetto perché non ne è mai venuto a contatto. Non riesce a partecipare alla discussione perché non ha chiaro di cosa si tratti e la sua lingua materna ha una traduzione per lui incomprensibile, perché non ha mai studiato filosofia né antropologia in francese. Si trova nella fascia di età in cui dovrebbe espandere i propri orizzonti ampliando le conoscenze ma si trova bloccato perché la lingua materna, il francese, non la conosce come uno studente liceale francese (che appunto, questi termini li studia a scuola e se li fa spiegare a scuola) e la lingua che usa tutti i giorni da quattro anni a scuola, l’inglese, non è sufficientemente raffinata da permettergli di capire di cosa si tratta.

Il resto della lezione Charlie fa fatica a partecipare, non alza più la mano, prende appunti sul quaderno ma anche quando si fanno discussioni a gruppi o a coppie non interviene.

Io sono dispiaciuta per lui, dopo la lezione ho un breve colloquio con l’insegnante ma non voglio intromettermi nel suo metodo educativo. Mi limito a farle notare che Charlie ha partecipato poco perché gli mancava la parola chiave e poi passiamo ad altro.

Torno a casa e inizio a rimuginare su questo episodio. Se non avessi mai visto Charlie a lezione di spagnolo in classe con gli altri e poi come si comporta quando facciamo lezione individuale, forse l’avrei considerato uno studente svogliato o timido.

Ma invece io so che non è così: Charlie è capace, sveglio e volenteroso. Gli manca la lingua con cui esprimersi. E’ un ragazzo apparentemente bilingue: parla francese perfettamente perché in famiglia si è sempre parlato francese fin dalla nascita, e parla inglese senza accento perché nella fase dell’adolescenza si è trasferito a Londra e a scuola si parla solo inglese. Ha degli amici londinesi con cui esce e parla inglese, con le sorelle e i genitori parla francese. Charlie è il sogno di tantissimi genitori: due tra le lingue più diffuse e difficili del mondo già nelle sue tasche di sedicenne.

Charlie però non è un vero bilingue. Charlie avrebbe come lingua materna una lingua che ha fatto da ossatura alle scienze sociali europee. Molti concetti che noi studiamo sono tradotti dal francese. Ma questo Charlie non può saperlo né apprezzarlo perché nel linguaggio che si usa tra le mura domestiche non si parla di antropologia, pedagogia, filosofia, letteratura. In molte case non si parla neanche di politica. Questi temi si imparano a scuola, proprio all’età di Charlie. Che però si trova in un sistema scolastico completamente diverso da quello francese (le scuole internazionali possono usare parecchi approcci, alcuni più diffusi di altri, ma tendono ad essere molto diverse dai programmi ministeriali delle scuole statali nazionali), Charlie non dominerà mai certi concetti propri della sua lingua che invece i suoi coetanei francesi maneggiano e studiano tutti i giorni.

A diciotto anni, quando Charlie finirà il liceo avrà dalla sua il “bilinguismo” che di sicuro lo farà risaltare tra gli altri, ma avrà perso in comprensione del mondo.

Lo so che si dovrebbe affrontare questa questione in un modo molto più scientifico e non aneddotico, e io stessa ho studiato il bilinguismo per vario tempo. Mi dispiace non parlarne qui in modo più rigoroso, ma mi interessava riportare un caso che ho visto e seguito personalmente.

Un caso che mi ha fatto riflettere, anche alla luce di quanti investimenti i genitori facciano per dare “più opportunità” ai figli e spesso tra queste opportunità c’è una lingua straniera. In Italia e in Spagna la scelta ricade quasi sempre sull’inglese, ma non mancano casi di genitori eclettici che optino invece per il cinese, l’arabo…

Quando poi in sala insegnanti ho sollevato questa mia preoccupazione, mi è stato raccontato il caso di un ex alunno di quella stessa scuola. Il ragazzo aveva padre italiano e madre francese e in casa si erano sempre state parlate tutte e due le lingue. Aveva quindi una conoscenza molto alta di entrambe a livello parlato ma nello scritto, non essendo stato scolarizzato in nessuna delle due, faceva pena. Non era colpa sua, a scrivere si impara a scuola, e se non ci sei andato non è colpa tua se non lo sai fare. I genitori l’avevano portato a spasso per il mondo e quindi avevano scelto per lui un’istruzione internazionale, facendogli frequentare sempre scuole di lingua inglese. Il ragazzo, arrivato in quella scuola all’ultimo anno si trovava a dover scegliere in quale lingua affrontare l’esame di maturità. Ma non ne era in grado, perché all’età di diciotto anni non dominava nessuna delle tre lingue in modo completo (parlato, scritto, registro accademico).

Tornando a Charlie, la mia domanda è: stiamo davvero offrendo delle opportunità in più? O gliene stiamo togliendo? A che pro avere un figlio che sa comunicare in francese e in inglese se poi non riesce a parlare di concetti complessi, comuni per un ragazzo francese o inglese della sua età?

 

Come al solito, vorrei sapere cosa ne pensate voi, perché io non ho ancora trovato il bandolo della matassa.

 

 

*Charlie è, come sempre in questo blog, un nome di fantasia.

14 pensieri su “Charlie e il bilinguismo

  1. annaemme ha detto:

    Anche a me sembra uno spunto interessantissimo. Non sono insegnante ma sono linguista ed è assolutamente affascinante anche da un punto di vista culturale/psicologico. Il linguaggio che usiamo e che impariamo per primo fa da ossatura a tutta una serie di sviluppi cognitivi, ma un ragazzo che in piena età dello sviluppo usa due lingue senza realmente ‘appartenere’ a nessuna, che tipo di processi sviluppa?

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    • virginiamanda ha detto:

      Brava, è esattamente quello che mi chiedo io.
      Credo che nell’affrontare il bilinguismo dei “piccoli” intervengano troppe convinzioni del nostro apprendimento delle lingue “da grandi”, quando invece siamo riusciti ad impararle proprio perché ne avevamo una materna consolidata che ci permetteva di esplorare il mondo e fare eventuali collegamenti con altre.
      Il rischio in questo tipo di “vite” è che si finisca per togliere qualcosa (piena consapevolezza e capacità di espressione in almeno una lingua) invece che aggiungere.
      E’ tutto molto affascinante, ma come molte scelte educative ha alcuni “contro” che, almeno secondo me, non siamo ancora del tutto in grado di valutare…

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  2. Ella ha detto:

    Che storia interessante!
    Io non ho effettivamente una risposta – diciamo che forse un po’ di attenzione a casa sul bilinguismo aiuterebbe a smussare questi problemi. Però forse non li risolverebbe del tutto.
    Io ho solo degli altri aneddoti da raccontare.
    Il primo è un aneddoto di famiglia, la famiglia di papà si trasferì in un paese di lingua spagnola che papà aveva 7 anni e lui mi racconta che mia nonna faceva fare ai figli un dettato in italiano a settimana per non perdere la capacità di scrivere in italiano.
    Un altro aneddoto è su un’amica bilingue, lei è gallese e è più o meno completamente bilingue nel senso che fino al liceo frequentava scuole in cui si insegnava in gallese e con la madre e la sorella parlano gallese. Però poi ovviamente l’università l’ha fatta in Inghilterra quindi l’ingegneria la sa in inglese.
    E io pur non essendo completamente bilingue mi ritrovo con un problema simile, l’ingegneria la so in italiano perché l’università l’ho fatta in Italia, ma la statistica e alcune cose tecniche le so solo in inglese. Parecchi concetti legati alla finanza o alla gestione dei soldi o i nomi delle mosse di arti marziali li so solo in inglese. Mentre di metafisica non saprei dire molto (e non so nemmeno molti nomi di pesci). E poi per esempio ho conoscenze parallele che non si incontrano – cioè per esempio alcuni nomi di fiori magari li conosco in entrambi i linguaggi ma siccome ho sempre e solo letto i nomi nel testo e non ho idea di come siano fatti non ho mai connesso i due nomi e fatto l’equivalenza.
    Insomma penso che sia normale che il bilinguismo possa portare a una conoscenza imperfetta di tutte e due le lingue ma secondo me succede inevitabilmente anche se si impara una lingua da adulti, semplicemente perché non sempre le conoscenze nelle due lingue si sovrappongono.
    Insomma si diventa come dei digrammi di Venn no? Alcune cose si sanno solo in una lingua (per svariati motivi: concetti esistenti in una sola lingua, motivi di studio, casualità) e altre si sovrappongono in entrambe.
    Scusa il papiro.

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    • Darthanto ha detto:

      Mi piace leggerti perché mi dai sempre spunti di riflessione, anche quando si tratta di temi che conosco poco.
      In merito a questo ho pensato, ma secondo te riguarda solo il bilinguismo? A volte credo che anche il tipo di scuola, ad esempio liceo o scuola professionale, possa creare un divario simile.

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      • virginiamanda ha detto:

        Ciao Darth! Sì, credo che tu abbia ragione: è probabilmente un discorso che si può estendere a tante altre scelte educative. Per forza di cose, quando scegliamo qualcosa, qualcos’altro viene escluso.
        A freddo direi che le scelte più inclusive (il liceo per esempio) siano sempre da preferirsi in un momento di formazione come quello dell’adolescenza, poi però “a caldo” non so cosa farei.
        (Ho conosciuto una ragazza bravissima a scuola che ha sempre voluto fare la parrucchiera e la madre si opponeva con tutte le sue forze perché voleva che facesse l’università. Lei si è impuntata e a suon di media dell’8 ha convinto la madre a farle provare a fare il tirocinio finché studiava. Ora ha il suo salone ed è felicissima).
        Io, ora, alla mia veneranda età, sono ben felice di aver frequentato un classico linguistico, trovandomi in terza media molto indecisa. Ma certo, se mi re-immedesimo nella me stessa di allora ricordo di aver pestato i piedi perché il professionale di taglio e cucito mi sembrava quello giusto!
        Detto questo, c’è da dire che con la scuola italiana noi siamo parecchio fortunati, perché sarà anche dura però permette anche agli studenti dei professionali (se si impegnano e studiano) di avere una preparazione in storia e in letteratura perché sono materie obbligatorie. In molti altri stati è lo studente a scegliersi cinque o sei materie da studiare dal 16 ai 18 anni e se non è adeguatamente seguito dalla famiglia o dalla scuola rischia di scegliere quelle più “facili” o meno impegnative.
        Non sto dicendo che sapere la letteratura e la storia siano fondamentali e che non si possa essere imbecilli pure sapendo la storia e la letteratura, però permettono di imparare ad argomentare e aiutano a capire il mondo e il proprio Paese.
        Per tornare a quello che dicevi tu, forse il “divario” di cui tu parli è innegabile e inevitabile, dal mio punto di vista però ci vedo sempre un po’ di colpa della famiglia e della scuola, perché l’adolescente per quanto cocciuto non è sempre padrone delle proprie scelte…

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    • virginiamanda ha detto:

      Ciao Ella, gli aneddoti che riporti sono tutti molto interessanti.
      La differenza con il bilinguismo che vivi sulla tua pelle (e anche io sulla mia), ovvero che per forza di cosa concetti e ambiti che hai approfondito in età adulta in una certa lingua non li sai/riesci a tradurre in un’altra, e quello di Charlie è che il tuo è stato una libera scelta di persona adulta già formata e con conoscenze consolidate nella propria lingua madre. Se tu volessi e avessi tempo e pazienza, potresti metterti a leggere degli articoli specifici di statistica in italiano e faresti i collegamenti con quello che sai (molto meglio) in inglese.
      Nel caso di Charlie, in un’età ancora di formazione è stato sbattuto ad imparare un’altra lingua e per sopravvivenza (per quello che si può considerare “sopravvivenza” per un ragazzino benestante francese che vive a Londra e frequenta una scuola privata) ha dovuto rimboccarsi le maniche e sostituire la sua conoscenza del mondo in francese con quella in inglese. Poi però, raggiunto il livello soglia della comunicazione e comprensione, si è trovato con dei buchi in entrambe le lingue.
      Se tu ti mettessi a riflettere sulla tua vita o volessi rilassarti probabilmente lo faresti in italiano o leggeresti qualcosa in italiano. Perché è la lingua in cui hai imparato a formarti delle opinioni, ad argomentare, a piangere. Non sono sicura che Charlie saprebbe quale lingua scegliere.
      Tu dici che ci vorrebbe più attenzione da parte della famiglia. Io ti posso fare l’esempio della mia: non è certo una famiglia di letterati, anzi (mio padre è contadino), ma in casa sono sempre entrati tre quotidiani al giorno e non sono mai mancati i libri. Abbiamo sempre parlato di politica e società a cena, spesso anche di fatti storici (papà è appassionato). Eppure nella mia prima lingua (il veneto) ci sono tantissimi concetti che non so esprimere, e devo ricorrere all’italiano, perché è la lingua in cui sono stata scolarizzata e istruita, quella con cui ho formato la mia conoscenza del mondo e quella che mi fornisce il vocabolario più vasto per argomentare. Per quanto una famiglia si impegni, rimane la scuola il luogo fondamentale dove sviluppare e affinare i propri processi cognitivi.
      Per quanto riguarda tuo padre, poverino a fare il dettato! Ne conosco varie di mamme italiane all’estero che ritengono saper scrivere “ch” e “gl” correttamente molto più importante di far passare un pomeriggio spensierato ai propri figli che già ne hanno abbastanza con adattarsi ad un sistema linguistico diverso a casa e a scuola!
      E lo dico da amante della lingua italiana, eh!
      Un abbraccio!

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  3. apoforeti ha detto:

    “Charlie però non è un vero bilingue. Charlie avrebbe come lingua materna una lingua che ha fatto da ossatura alle scienze sociali europee. Molti concetti che noi studiamo sono tradotti dal francese. Ma questo Charlie non può saperlo né apprezzarlo perché nel linguaggio che si usa tra le mura domestiche non si parla di antropologia, pedagogia, filosofia, letteratura. In molte case non si parla neanche di politica. ”
    Ecco perché io lo facevo a scuola e me ne sono andato in pensione appena ho potuto.

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  4. fughetta ha detto:

    Interessantissimo. Io me la cavo in una manciata di lingue (con competenze di diverso livello, sia chiaro) ma credo che la mia capacità di esprimere concetti anche complessi in olandese, o di parlare di transessualità al corso di conversazione di francese (yep!) siano legate al fatto che ho imparato a ragionarne in italiano, e l’ho imparato a scuola, dove abbiamo scritto tantissimo e discusso tantissimo. Per cui se un vocabolo non ti viene in mente, o se sbagli un congiuntivo, sei comunque in grado di argomentare, al massimo il parlante nativo ti correggerà (il mio ex adorava farlo!) ma il dibattito continua. Ho un’amica spagnola che arrivò in Italia dopo un crash course di 3 mesi. Inciampava allegramente sulle parole e chiedeva spessissimo “che è questo?, ma era chiarissimo da subito che aveva un acume e una capacità di analisi non comuni e ci siamo sempre capite.
    Avrò sempre un accento vagamente off, quello che fa dire alla gente “mmm, non riesco a capire da dove tu venga…” ma alla fin fine è davvero quella la cosa più importante?
    Come cantava Battiato, il giorno della fine non ti servirà l’inglese. 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Ciao Fughetta, che bello rivederti!
      Hai centrato proprio il punto: se hai imparato a ragionare e argomentare in una lingua poi non ti verrà così difficile farlo in altre.
      Ovvio che quando impari una lingua da adulto quello che chiamiamo comunemente “l’accento” è più difficile da perdere, ma io preferisco poter parlare di argomenti complessi in una lingua che “sembrare” madrelingua!
      Ti abbraccio, anzi, vi abbraccio: un abbraccio a te e uno a Battiato!

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