Cara, dobbiamo parlare

Cara,

ci ho messo un po’ a scriverti questa lettera, forse la prima volta che parlo a tu per tu con te: ragazza, giovane, donna, signora, che vieni a leggere questo blog.

Prima di spiegarti quello di cui voglio parlare ti chiedo di metterti comoda, pc sulle gambe e sdraiata a letto o sul divano, o accoccolata sul sedile del treno, o telefono in mano e seduta sulla tazza del bagno… scegli tu la posizione in cui ti senti più a tuo agio.

Devo parlarti di un argomento che mi sta molto a cuore: di me. (Strano, no? In questo blog finora avevi avuto l’impressione che si discutesse di astrofisica e invece…). Ti parlerò un po’ di alcune cose banali, che sembravano banali anche a me.

 

La mia routine

Vedi, negli ultimi 13 anni, da quando cioè vivo fuori dall’Italia, ho cambiato parecchie abitudini, soprattutto alimentari. Se una volta mi piaceva farmi scorrazzare da papà in pasticceria prima di andare a scuola per un cappuccino e una pasta vuota (il pasticciere mi ha – letteralmente- vista crescere, tanto che quando mi sono sposata non ha esitato a farsi tre ore di macchina con il furgone e due aiutanti per venire a prepararci la torta, attraversando tre regioni. Un mito) , quando mi sono trasferita ho iniziato ad apprezzare la colazione salata.

Con alcune modifiche dovute al luogo in cui mi trovavo (in Spagna il “pincho de tortilla” e in Turchia il pane al sesamo col formaggio), devo dire che negli anni le abitudini si sono consolidate. E indipendentemente dal fatto che mi trovi in Australia, in Svezia o in Inghilterra, la mia colazione è così.

Mia dieta abituale prima e dopo

Sì, lo so, la Treccani dice che sopressa si scrive con due “p” ma non ce la faccio, mi dà l’impressione di perdere sapore…

Mia dieta abituale prima e dopo (1)

Queste alternative più tipiche delle mattine in Svezia o in Inghilterra. 

Sono colazioni ricche di grassi? Sì.

Sono colazioni per cui ci vuole un sacco di tempo, sia di preparazione che di digestione? Sì. (Devo ammettere però che a volte il panino me lo prepara l’Orso).

Me ne pento? Ma proprio per niente.

Con la vecchiai… ehm, con gli anni mi sono accorta che preferivo svegliarmi prima, preparare la colazione con calma, magari fare il doppio della porzione per portarmelo come pranzo, e bermi la tazzona di caffé guardando fuori dalla finestra, al posto di puntare la sveglia e scapicollarmi in bagno, bere un caffè di corsa e arrivare in metro o in autobus con gli occhi di fuori. Chiamami strana, ma si imparano tante cose, crescendo.

E prima di colazione mi è sempre piaciuta una doccia bollente. Di quel bollente che quando l’Orso entra in bagno gli si appannano gli occhiali (Orso, che nel fondo è un orso polare, invece ama il freddo. Tipiche le nostre conversazioni in vacanza  “Amore, stai attento che l’acqua della doccia non viene mai calda, ho provato per un sacco di tempo ma esce sempre tiepidina!”. Urla belluine dell’Orso:”Tesò, ma è bollente!”. Il “tiepidina” è per me un valore tra il 30 e i 35 gradi Celsius, per lui Fahrenheit).

Dopo la colazione mi vesto, sempre con relativa lentezza, metto il profumo (questo da almeno 5 anni) controllo la borsa due – tre volte, prendo le chiavi e l’abbonamento (che metto sempre nella stessa tasca, per evitare il balletto tuca-tuca che fa invece tutte le volte l’Orso quando deve prendere i mezzi pubblici, e infatti, prende la macchina per un motivo) e con un “Ciao orsacchiotto!” urlato dalla porta o un bacino se è già sveglio e intento a farsi la terza moka del mattino, saluto l’Orso e me ne vado a lavorare.

Certo, negli anni ci sono state ovvie modifiche a questa routine, in Svezia l’uscita dalla porta veniva accompagnata da una litania di imprecazioni contro l’Orso perché faceva freddo/ nevicava/ chi me l’aveva fatto fare, in Turchia non avevo né Orso né abbonamento e dovevo solo pregare che arrivasse il furgoncino (chiamarlo pullman mi sembra francamente eccessivo… era una specie di Kangoo ri-arredato con sedili, che si fermava sbracciandosi in mezzo alla strada) ad un orario decente per portarmi a scuola, in Inghilterra non avevo l’Orso e per quanto mi svegliassi presto, dovevo sempre fare in fretta a preparare i panini con la sop*ressa o i tramezzini con il salmone prima che arrivasse la temibile e famelica nipotina duenne in cucina, per evitare la scenetta “Anch’io vollio sandwich della zia!” e mia sorella: “Ma no amore, noi mangiamo il porridge!” e la bimba -giustamente – disperata: “Nooooo, io no vollio porridge, io vollio sandwich!!! Come la ziaaaa!!!” (E come si fa a darle torto!?).

Cara amica: ti sembra una dieta eccessivamente calorica? Beh, lo dici solo perché non hai ancora visto cosa entra ogni settimana nel mio frigo e nella mia dispensa, e come si compongono le mie cene e pranzi settimanali.

Mia dieta abituale prima e dopo (2)

 

Non ti sto mentendo, non sto esagerando, questo è quello che almeno una volta a settimana ci scofaniamo.  Essendo una coppia di DINK (double income no kids, definizione che ho appreso solo ieri sera) ogni tanto alla sera ci guardiamo e se non abbiamo ancora fame ci diciamo: “Uno spritz?”

E poi mi sono sposata con il maestro della carbonara, potrei mai vietargli il piacere di cucinarmela almeno una volta a settimana? No, non potrei.

Se ti stai chiedendo come faccia a trovare prodotti che sono tipicamente italiani anche abitando nell’altro emisfero, ti ricordo che in Australia c’è una foltissima comunità italiana e che nella nostra economia domestica SEI dollari per 100 grammi di sop*ressa sono assolutamente ben spesi.

Per l’alcol è un altro paio di maniche, essendo i prezzi proibitivi sia in Svezia che in Australia. Per quello nel tempo ci siamo dotati di una strategia: l’Aperol si compra solo in offerta, il prosecco pure e il vino rosso ogni tanto proviamo quello locale (il vino bianco neozelandese invece non è niente male).

Ti sembra ancora eccessivamente calorico?

Beh, come darti torto.

Il fatto è che chi si somiglia si piglia, e l’Orso mi conquistò con una cena a base di Amarone e gorgonzola (mia enorme debolezza). Non è che poi potessimo costruire una relazione improntata al veganesimo o alla cucina macrobiotica, ne converrai.

“Ma non è salutare!” mi sembra di sentirti sbofonchiare, mentre cancelli l’ennesima newsletter della palestra. E lo so, amica, sono d’accordo con te. “Non è che nella vita si può sempre mangiare gorgonzola tutte le settimane” mi ha redarguito la mia magrissima e sportivissima sorella non più tardi di ieri pomeriggio. E io lo so, avete ragione, tutte e due.

Però devo ammettere che pur non avendo mai fatto sport ho esattamente le stesse misure che avevo alle superiori (testimoni gli abiti che ho buttato la settimana scorsa che ancora mi andavano bene, ma che ormai so non torneranno mai più di moda) e che a parte (come tutte credo) periodi di più pancetta o periodi di più magrezza, sono rimasta stabile. Il periodo in cui ho perso più peso in assoluto è stato in Spagna, ormai 10 anni fa, persi in un mese 9 chili senza accorgermene e non mi sentivo affatto bella. (Contrariamente a quello che avevo sempre pensato, che senza pancetta sarei stata una fi*a imperiale). Negli anni ho ondeggiato tra la 42 e la 44 e certo, quando mi rendo conto di essere più tonda mi do una regolata, ma non ho mai avuto problemi di salute: i miei esami del sangue sono a posto e il colesterolo è dove deve stare. Non ti preoccupare, è tutto sotto controllo. E poi, devo ammettere che nei lunghi anni da ritardataria (terminati ormai da tempo, quando ho avuto a che fare con fidanzati ben più ritardatari di me) ho appreso l’arte di camminare (molto) velocemente. Il mio record rimane Fortezza – Piazza Beccaria in 17 minuti. Negli anni ho inoltre acquisito uno spiccato fastidio per tutte le categorie di persone che mi rallentano, soprattutto quando i marciapiedi sono stretti e tocca mettersi dietro e fare la processione.

L’Orso è molto più sportivo di me, quindi, quando non mi torna a casa in stampelle per l’ennesimo tentativo di sentirsi giovane praticando uno sport che non gli si confa, spesso viene accompagnato in spiagge remote a fare kite, con il mio fido lettore elettronico carico e una tenda per ripararmi dal vento (come imparai a mie spese tanti anni fa osservando sgomenta i miei arancini impanati di sabbia a Mazara, si fa kite solo in zone dove il vento ti spezza le ossa).

Parlando di altre attività abituali personali e di coppia: mi piace leggere (e studiare, come si evince dal fatto che ho appena finito un master di un anno in inglese e spagnolo, all’urlo del “se non è difficile, non lo faccio”), scrivere e organizzare viaggi. Ho sempre una scheda aperta su Skyscanner e sono iscritta alle newsletter di tutte le compagnie aeree che mi interessano, da Norwegian e Finnair (che non tolgo per affetto ormai) a Qatar. Sia mai che esca un’offerta interessante? Nell’ultimo anno mi sono iscritta (merito della mia amica che me l’ha fatto conoscere) pure alla mail di Imoova, una compagnia di noleggio camper che permette di fare vacanze a prezzi stracciati. Sono pure iscritta agli aggiornamenti di almeno tre università, perché sia mai che mi venga il guizzo di conseguire un’altra laurea.

A casa non sono una persona molto ordinata, nel senso che se viene qualche ospite devo sempre considerare almeno quattro ore di pulizie, ma sono organizzata: le cose hanno un posto e un posto solo. Non esiste che la tazza della colazione venga messa dietro le altre tazze, così come i bicchieri devono stare in fila per tre e non per quattro o per due. La lavastoviglie la carico sempre nello stesso modo, e quando svuoto il bucato sullo stendibiancheria i panni seguono un ordine preciso: a destra i miei, a sinistra i suoi, le camicie in alto.

L’Orso in quanto occupato per tre quarti della sua giornata ad elaborare algoritmi per ottimizzare la pianificazione dei processi, ha provato varie volte ad ottimizzare la pulizia ed i mestieri di casa, stabilendo giorni destinati a camere diverse. Naturalmente sono tutti tentativi naufragati nel giro di tre minuti dall’enunciazione (perché, amore mio, a lavoro c’è una grande differenza: là ti ascoltano quando parli).

L’unica commissione che abbiamo standardizzato è la spesa: la facciamo il fine settimana, compriamo tendenzialmente sempre le stesse cose (e di sicuro il gorgonzola), le carichiamo in macchina e poi durante la settimana facciamo con quello che c’è. Il “mi fermo a comprare qualcosa per cena” è stato bandito dall’epoca della Svezia e ne ha beneficiato  il nostro tempo insieme e l’economia. Quattro spese al mese di importo simile sono più facili da calcolare e gestire di mille spese e spesucce improvvise di importo variabile.

Se proprio ci troviamo in estrema necessità (siamo tornati da un viaggio e il frigo è vuoto) ricorriamo sempre alla rete di aiuto che l’Orso in quanto campano riesce ad attivare in ogni Paese del mondo: c’è sempre un pizzaiolo di riferimento salernitano, casertano o napoletano abbastanza nelle vicinanze da non farci morire di fame. (Unica eccezione la Svezia dove il pizzaiolo di riferimento era di Pietralcina ma la pizza era stata approvata dall’Orso nel corso di lunghe e meditative sedute).

Una delle poche cose con cui non ho ancora fatto pace da quando vivo all’estero sono i vestiti. Mi ritrovo spesso con nostalgia a pensare a vestiti che mi piacerebbe mettermi quando è estate in Australia e so che sono rimasti a casa dei miei in Italia, e vivo con disappunto dover fare la selezione ogni volta che faccio la valigia o un trasloco. Nel tempo li ho regalati e dati in beneficenza, mentre continua ad essere difficile non pensare a certi abiti magari di qualità comprati anche anni fa e mai messi perché della stagione sbagliata o perché rimasti esclusi dai chili della valigia. Ogni volta che torno in Italia poi va sempre a finire che mi metto quello che ho in valigia, perché è più a portata di mano, è l’ultima cosa che mi ricordo e perché spesso non si presentano occasioni per mettere abbigliamento più “importante”.

 

Bene, ora ti starai chiedendo perché ti ho torturata finora con tutto questo cappello introduttivo sulla mia banale vita rituale e abitudinaria. Cosa sto cercando di dirti?

 

 

 

Ecco, sono incinta.

Trascurando per un attimo l’aspetto tecnico-pratico di come sia successo (sul quale ti credo edotta da tempo) e sull’aspetto emotivo dello sconvolgimento della scoperta (“Amore, sì” – “Sì cosa? Sì ti sono venute?” – “No, sono incinta” e l’Orso rimase con un sorriso paralizzato in faccia per tre minuti mentre io scoppiavo a piangere), ti chiedo di valutarlo alla luce di quello che ti ho raccontato: la mia vita finora.

Quella che ti ho descritto è stata la mia vita consolidata degli ultimi dieci anni buoni, ovvero il periodo di tempo che ho trascorso con l’Orso.

Avevamo naturalmente parlato di mettere in cantiere un orsacchiottino o una orsacchiottina, ma visto il mio master e le sue continue trasferte, avevamo considerato che fosse il caso di aspettare qualche mese. Non tantissimo, ma tr e- quattro mesi in modo da essere di nuovo entrambi nello stesso Paese (io quest’anno sono stata da gennaio in Spagna, Cile, Inghilterra, Australia, Cile di nuovo e Italia mentre l’Orso è stato da gennaio in Thailandia, Italia, Cile, Australia, Cile di nuovo, Australia di nuovo e Cile di nuovo. Ci siamo incontrati una volta ogni cinque settimane fino a giugno e sempre in Paesi diversi).

Ma la vita non va come la pianifichi (duro smacco per quello che fa il pianificatore di lavoro della coppia) e a giugno non appena ci siamo detti “Ciao!” ero incinta. Il giorno in cui hanno mi proclamata abilitata all’insegnamento internazionale… pum, ero incinta. (Way to celebrate!” ha commentato il mio sempre ironico  e adorato nonnino australiano).

Ora, cara lettrice, vuoi sapere la verità? Non ero preparata per niente.

In passato ho sempre pensato che la gravidanza fosse uno sconvolgimento per i pensieri che ti portava a fare, per l’ansia del futuro, per le preoccupazioni che non avevi mai avuto prima che ora iniziavi ad avere. Pensavo che la scoperta di aspettare un bambino ti portasse a riconsiderare tutto in funzione di quel bambino (o bambina, perché la coppia di pianificatori non ha la più pallida idea del sesso) , magari valutare nuove collocazioni geografiche, iniziare ad interessarsi a case più grandi, case con giardino, macchine più comode. Questo pensavo.

Avevo sottovalutato la gravidanza.

Sì, certo, come tutte, avevo sentito parlare delle nausee e della stanchezza ma essendo una di quelle fortunelle con dismenorrea, non mi sono mai fatta troppo impressionare: capirai, davanti alla prospettiva di non restare ricurva a letto e in bagno per una settimana al mese per nove mesi, mi sembrava gradevole pure la gravidanza. Che sarà mai di così sconvolgente?

Cara, io questo post lo scrivo per te, e anche per me. Circondate come siamo da persone che esaltano la maternità e minimizzano il sacrificio, siamo abituate a pensare che la gravidanza sia un periodo di nove mesi in cui sei più stanca, ti cresce la pancia e magari ti viene la nausea, e stop. Io ti voglio dire che non ne sapevo assolutamente nulla. Mi sono presentata all’appuntamento con la gravidanza come mi sarei presentata ad un’interrogazione a sorpresa di matematica: balbettando e senza sapere le risposte. (E cercando di impietosire la professoressa).

In primavera avevo abitato con mia sorella, agli sgoccioli della sua gravidanza e quindi pensavo di aver più o meno familiarizzato con i sintomi e i problemi di questo periodo. In realtà, non avevo capito niente. Come il tonto che guarda il dito e non vede la luna, mi stavo concentrando sul punto sbagliato e mi sono persa le cose importanti.

Praticamente quello che ho capito (finora, ma chissà quante altre sprangate sui denti prenderò ancora nei prossimi mesi) è che la gravidanza è un grandissimo segnale per farti capire che la vita che hai consolidato fino a questo momento te la puoi scordare.

E questo con effetto immediato.

Niente paranoie sul futuro, sulla casa più grande (nel nostro caso pure: DOVE sarà questa casa che abitiamo da mesi in continenti diversi!?), sulla macchina (nel nostro caso pure: QUALE macchina visto che l’abbiamo venduta a Natale?), sul giardino o sul mondo che stiamo lasciando per i nostri orsacchiotti… rimandate tutte a data da destinarsi. Non c’è tempo per soffermarsi a fare grandi riflessioni sul futuro, c’è qualcosa di immediato su cui agire da subito.

E questo si chiama: LE TUE ABITUDINI.

Ti ricordi quando ti parlavo della colazione salata di cui sono devota discepola da almeno tredici anni?

Ti ricordi quando ti parlavo del “Ci facciamo uno spritz?” prima di cena sussurrato con sguardo complice tra me e l’Orso prima che lui si dedicasse alla preparazione del suo cavallo di battaglia: la carbonara? Ti ricordi quando ti davo la misura della tazza Ikea per farti capire di quanto caffè avessi bisogno alla mattina? Ti ricordi quando ti dicevo che per fare colazione mi preparavo un panino con la sop*ressa? O un “pincho de tortilla” in Spagna?

Ecco cosa posso ingurgitare dal giorno uno della gravidanza.

Mia dieta abituale prima e dopo (3)

Mia dieta abituale prima e dopo (4)

Praticamente mi è rimasta solo la nettarina.

 

Beh che sarà mai“, mi sembra di sentirti dire.

In fondo, ci sono tantissimi altri alimenti che puoi mangiare, no?“, certo come no.  Vuoi un esempio di quanto rimane di quello che mangiavo abitualmente?

Mia dieta abituale prima e dopo (5)

 

Ora mi sembra di vederti sorridere. Pensi che stia esagerando. Pensi che adesso per un segno positivo sul test di gravidanza pensi che già mi voglia trasformare in una di quelle mommy blogger simpatiche e pasticcione, che cercano di aumentare i seguaci a suon di incomprensioni con il mondo che le circonda.

No, niente di più sbagliato. Anzi, mi permetto di darti del tu questa volta, per la prima volta in 12 anni di blog, perché non c’è cosa che mi sia più fastidiosa nella rete di quelle che mettono in mostra i figli e gli mettono in bocca parole che non direbbero mai o li riprendono o passano la vita a raccontarti di come sono brave a conciliare la vita di prima con i marmocchi, basta avere un pizzico di ironia!

Una sega, cara mia. Io pensavo di essere una persona molto ironica, e di essere una in grado di ridere davanti alle avversità. Lo ero, finché la ginecologa mi ha presentato la lista di alimenti da mangiare per i successivi nove mesi (e se ti stai chiedendo se poi passa, se dopo un po’ ci si adegua, ti dico solo che sono al quinto mese e senti con quale astio ne sto ancora parlando).

Mia dieta abituale prima e dopo (6)

 

Ho cercato di non abbattermi e ho pensato: aver studiato le lingue mi servirà pure a qualcosa, no? Di sicuro alle gravide francesi permettono il brie e i formaggi, e di sicuro alle gravide spagnole non levano il prosciutto! E mi sono messa a cercare sui siti per donne incinte scritti in spagnolo e in francese le limitazioni della dieta. E ho scoperto un’altra cosa importante.

Studiare le lingue non serve a niente.

Alle francesi non permettono né il vino né i formaggi, alle spagnole non permettono né il prosciutto né le birre. Era meglio se studiavo ingegneria.

E mi sono chiesta: ma come mai nei blog che seguivo di persone della mia età o con pochi anni in più che hanno atteso e avuto figli non si parla dello shock del dover rinunciare alle proprie abitudini alimentari?

E mi sono risposta: e grazie arcà, sono tutte sportive e abituate a mangiare poco e sano. Cioè, cara amica, a questo ti voglio preparare: se conduci già una vita triste e senza i piaceri della tavola, la gravidanza per te sarà quell’esplosione di gioia di cui tutti parlano. Se te piace magnà, accendi un cero a Sant’Antonio.

Tempo fa avevo letto un post della Zit, che soffriva del non poter fare sport con assiduità durante i nove mesi. L’avevo letto con un occhio solo, pensando: “Beh, io per fortuna questi problemi non li ho: non ho mai fatto niente in vita mia, a parte sollevare la forchetta!”. Credevo che l’aver sempre condotto una vita placida mi avrebbe tenuta al riparo dallo shock della gravidanza.

Ah. Ah. Ah. Ah. Ah. Lasciamo perdere.

 

Il test ha dato il responso positivo con un tempismo da record: una settimana prima di partire per il Cile per un mese. Un mese agognato, in cui sarei stata finalmente assieme all’Orso dopo più di mezzo anno passato a rincorrerci tra gli emisferi. La ginecologa non ha perso tempo: mi ha mandata a fare subito un’ecografia e ha commentato con la flemma che poi ho imparato a conoscere “Te poe capitare sia qua che là, vedi ti!” (“Può capitarti – la roba brutta – sia qui in Italia che là in Cile, fai tu!”). Per cui la prima volta che ho visto che dentro la mia pancia c’era qualcosa di diverso dall’indigestione è stato un giorno in cui sono arrivata correndo a fare l’ecografia, pochi giorni dopo il test, con l’ansia di dover decidere se partire o no. Le emozioni che descrivono le mammine innamorate ed entusiaste non ho neanche avuto modo di provarle, mi sono trovata catapultata dentro lo studio di questo ginecologo, a gambe aperte con un telecomando infilato dove non batte il sole e il dottore che mi dava informazioni numeriche e precise davanti alla mia faccia attonita. Mi ha fatto anche sentire il battito, ma scema come sono era convinta che fosse il mio e che il medico si fosse sbagliato. Quando mi sono rivestita mi ha annunciato che c’era un bambino, che corrispondeva alle settimane (sei) e che c’erano due piccoli problemini (nella scala della sfiga da 1 a 10, diciamo 4, non super preoccupanti ma abbastanza da farti pensare “Ma perché proprio a me!?”) ma che con una cura che ora mi prescriveva, non mi avrebbero impedito né di volare né di andare in Cile.

 

Sono uscita e sono scoppiata a piangere. Ho chiamato l’Orso e nei giorni successivi, con altre visite e altre rassicurazioni abbiamo deciso di partire lo stesso. Approfittando del fatto che l’Orso si trovava a casa dei suoi (e chissà quando ci sarebbe tornato), abbiamo deciso di dare in contemporanea la notizia alle nostre mamme e papà,  intimando minacciosamente di mantenere il riserbo fino allo scattare del terzo mese. Mi sono trattenuta anche dal dirlo ai miei fratelli. E con relativa serenità ci siamo imbarcati per il Cile. Pensavamo che sarebbe stato facile tenerlo nascosto, perché non essendo fisicamente in Italia nessuno avrebbe notato niente di strano e noi saremmo stati un po’ per conto nostro. Sì, beh, per conto nostro… il medico mi aveva detto: “Si astenga dai rapporti sessuali almeno fino al terzo mese”. Perché le gioie della vita meglio levarle tutte in un colpo, sopressa e letto, sia mai che ti rimanga una parvenza di allegria nella vita.

Tralasciando la difficoltà di reperire cibi adatti (ho passato un mese a mangiare riso in bianco e purè di patate), la settimana intera di nausea (il water era diventato il mio migliore amico) e le tre visite ginecologiche ed ecografie che ho fatto attraversando Santiago a bordo di taxi spericolati (di cui uno ha fatto pure un incidente con me sopra, senza avere la cintura regolamentare, per fortuna niente di che, ma sono scesa immediatamente urlandogli di tutto “Estoy embarazada, es Usted un irresponsable!“, vedi a volte sapere le lingue…), bene tralasciando pure tutto questo, c’è un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi.

Un aspetto che avevo sottovalutato completamente.

 

La PANZA

Da super ignorante quale ero, ero convinta che la pancia da gravidanza assomigliasse alla pancia per eccesso di chili, ovvero una pancetta prima piccola e facilmente nascondibile sotto abiti più ampi e poi una pancia sempre più evidente. Pensavo che avesse la stessa consistenza della pancetta, che fosse molle, e che con un paio di jeans di una o due taglie in più si potesse stare senza problemi.

Ho scoperto che non è così. La pancia da gravidanza è dura. Metterla dentro body, corpini, guaine, no funziona. Fa male. Bisogna usare pantaloni senza elastico e senza cuciture strette ad altezza della pancia, perché sennò si sente stringere e la sensazione non è quella dei jeans appena lavati che stanno appena più stretti ma poi si ammorbidiscono, la sensazione è quella del serpente velenoso che ti inghiotte stritolandoti tutti gli organi interni.

Anche qui mi sono chiesta: perché le blogger che seguivo non ne hanno parlato? Forse hanno avuto gravidanze estive e quindi bastavano gli abiti vaporosi? Poi mi sono spiegata il perché: sono magrissime. Avranno preso si e no tre chili. Ci credo che non si sono poste il problema del vestirsi premaman.

Ed ecco cara amica, che ad allontanare ulteriormente le paranoie del dopo (“sarà bello come la mamma e intelligente come il papà? O intelligente come la mamma e bello come papà?”, dove andremo a vivere? In quale emisfero? Che tipo di assicurazione sanitaria mi ci vuole per far nascere qualcuno a testa in giù in mezzo ai canguri? Che tipo di passeggini servono? Che macchina dovremo comprare?)  ci si mette pure la fatidica domanda del genere femminile: “Che cosa mi metto!?”

E se finora era un gioco, una presa in giro a se stesse per autoconvincersi ad aver bisogno di un altro giro di shopping, con una panza dura che non vuole saperne di stare in nessun paio di jeans, la domanda diventa velata di sgomento. Dove li trovo dei jeans che contengano la panza senza stare male?

(Ricordiamo che tutto questo avviene senza che tu possa consolarti con uno spritz e un paninetto al salame mentre ci pensi e valuti. No, tutto questo avviene mentre tu puoi mangiare solo verdura ben cotta, pane integrale e frutta lavata col bicarbonato e sbucciata).

La risposta è una sola, cara amica che ora sei curiosa di sapere se esco avvolta con una tovaglia o ho trovato qualcosa, ed è: H&M.

Ebbene sì, la tanto vituperata (da me) Svezia è l’unica a soccorrere le gravide italiane. Mi aspettavo che in provincia non ci fosse un granché, ma sono rimasta senza parole quando entrando da Zara in Corso Buenos Aires a Milano la risposta acida della commessa è stata “Solo on line!”. Vorrei precisare alla simpatica commessa che on line non c’è più la linea premaman (sembra che una volta la facessero) ma solo degli abiti della linea base che essendo informi possono essere usati anche da signore con panza. Allora sono entrata da OVS, da Upim, da Mango, da Benetton.  La risposta è stata sempre la stessa: “Una volta facevamo la linea premaman, ora non più!“.

Evidentemente le donne gravide non sono un mercato interessante per le aziende di moda low cost. E lo posso capire, una gravidanza dura solo 9 mesi. Ma ci terrei a ricordarvi, care aziende di moda, che se le donne nel periodo in cui si sentono più fragili non vengono vestite adeguatamente, difficilmente torneranno a comprare da voi. Pensateci bene.

Comunque non è che da H&M ci sia questa sfilata moda mare Portofino, eh. I jeans che può indossare una donna con panza sono esclusivamente questi:

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Ti ricordi, cara, quando ti parlavo dei miei vestiti, sparsi tra Italia e Paese di adozione? Guarda a cosa si sono ridotti. A dei jeans con la panciera.  Riesci ad immaginare qualcosa di più antisesso? Io no, escludendo il ginecologo italiano che dice “si astenga dal sesso” e quello cileno che asserisce “No sexo” (che di tutta la visita in spagnolo, è stata l’unica frase che purtroppo ha capito perfettamente il povero Orso).

Ah, naturalmente allo scoppiare del pancione in tutta la sua evidenza ho pure avuto un battesimo e due matrimoni, occasioni in cui bisogna vestirsi bene. Ringrazio caramente Envie de Fraise, perché se non era per i francesi (e per gli svedesi) sarei rimasta a casa a piangere sul pancione.

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Questa è la mia dimensione attuale.

 

Ti ricordi? Io sì, purtroppo.

Ti ricordi quando parlavo della doccia bollente? Non più, in gravidanza la doccia può essere al massimo tiepidina (con i gradi dell’Orso, però, non i miei).

Ti ricordi del profumo che uso da cinque anni? Non lo posso più usare, perché mi danno fastidio tutti gli odori relativi a cosmetici, saponi, profumi… entrare in bagno è un’agonia.

Ti ricordi le mille newsletter di compagnie aeree con promozioni per andare in qualsiasi posto del mondo? Aprire la mail adesso è una tortura, quelle mail sono state sostituite da quelle di Pampers. (Sì, mi faccio abbastanza tristezza da sola, ma tu puoi pure ridere).

Ti ricordi quando ti parlavo dell’organizzazione con cui tengo le cose, dalla borsa alla cucina, dall’armadio allo stendibiancheria? Della passione per lo studio e la lettura? Eh, ne parliamo dopo.

 

 

Come mi sono preparata, vista l’ignoranza

Ho usato il metodo solito di quando non so qualcosa, cioè leggere.

Ehm, sarebbe meglio dire provando a leggere.

Questi i libri che hanno provato ad insegnarmi qualcosa.

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(Il primo, Il bello del pancione, mi è stato ovviamente regalato, figuriamoci se io acquisto consapevolmente un libro con un titolo del genere. Ma è di un’autrice australiana quindi mi è stato regalato con cognizione di causa).

Ma c’era un altro inconveniente che non avevo considerato.

 

L’assenza totale di concentrazione

Siccome non bastava l’assenza totale di girovita, la Provvidenza ha pensato bene di punirmi nel momento stesso in cui formulavo il pensiero: “Che bello, sono a casa, non devo lavorare, non ho incombenze di nessun tipo, posso finalmente STUDIARE” per togliermi tutta la materia grigia che possedevo.

Per rendere l’idea, questa è un’immagine rappresentativa del mio cervello prima: bello, scintillante, in ordine, all’ultima moda, tenuto pulito e pieno di materia grigia.

Questo invece è come si presenta il mio cervello adesso.

Praticamente la mia attenzione dura massimo due minuti, non riesco a leggere non dico un libro  (Uahahahahah, magari!) ma un articolo senza dovermi fermare per rileggere o per ricordarmi cosa ho letto.  Ne consegue che posso praticamente solo leggere le frasi su Twitter e i siti di pettegolezzi. Stop. Ciao intelligenza, non so quando riusciremo a rivederci. (Ti ricordi della passione per lo studio e la lettura?)

 

La maternità (chea v*ca de to mare) – 1

Mi sono iscritta ad un corso preparto (“Ma non è troppo prestoooo?” Cara amica, impara un’arte importante: annuire ad ogni commento e fare comunque di testa tua) che si divide in due parti: c’è una sessione informativa serale tenuta da professionisti (ginecologi, ostetriche, responsabili centro trapianti, poliziotti -per le normative sui seggiolini-, pediatri…) e una sessione mattutina tenuta da educatrice e ostetrica. In teoria il corso di gruppo della mattina serve per fare ginnastica ma lo scopo meno dichiarato è far fare amicizia alle componenti del gruppo, in modo che si mettano di loro spontanea volontà in un gruppo Whatsapp e condividano gioie e dolori della maternità.

Ok.

Alla prima sessione l’educatrice ha passato due ore (cioè dalle nove alle undici, non ho detto due ore tanto per dire, eh) a ripetere che “avremmo fatto una sessione di conoscenza reciproca e condivisione”. Solo che lo ripeteva e basta, sfinendoci di aneddoti sulla sua vita e ogni volta che qualcuna provava ad intervenire (e quello sarebbe stato lo scopo dell’incontro) la zittiva in malo modo. Alla fine, quando rimanevano 10 minuti ci ha fatto fare un giro di presentazioni, intimandoci di affrettarci perché mancavano APPUNTO solo dieci minuti.

Ma ok, mettiamoci pure che magari io che sono del settore (formazione ad adulti) sia particolarmente critica con il lavoro degli altri. Va bene, ci sta.

Quello che ho trovato assolutamente fuori luogo e che mi ha fatto disertare i futuri incontri è stato quando una delle donne presenti (la più giovane, peraltro) si è inserita a fatica nel monologo della suddetta “educatrice” per raccontare al gruppo che ha scoperto durante la gravidanza che il bambino potrebbe avere ereditato una grave malformazione alle gambe che ha anche la madre, ma che lo sapranno con certezza solo alla nascita. E che dopo la disperazione iniziale, si è fatta forza, prendendo la madre come esempio, perché nonostante abbia convissuto con lo stesso problema è riuscita a fare una vita più che degna, lavorando, sposandosi, avendo dei figli sani…

Mentre ci raccontava questo, eravamo tutte sull’orlo delle lacrime e lei era l’unica con il sorriso che continuava a ripetere “Io sono tranquilla, so che mio figlio sarà sano, e se non lo sarà gli vorrò bene comunque e lo aiuterò ad avere una vita normale”.

Davanti ad un esempio così bello e sereno di mamma in difficoltà, l’educatrice si è permessa di intervenire con uno sfacciato “Adesso dici così, ma dopo il parto avrai un crollo anche tu!”.

Naturalmente il mio voto all’educatrice è e rimane ZERO, e ho smesso di andare al corso. Alla fine delle sessioni, sarà mia premura lamentarmi e farlo presente nel foglio di valutazione che ci hanno dato. Perché certo, il corso è gratuito (cioè pagato con le tasse dei contribuenti, eh) ma questo non vuol dire che si possa accettare qualsiasi cosa.

(Sappi, cara amica, che la gravidanza mi ha dato una particolare forza per non tacere più le ingiustizie e le cose che non mi piacciono. Anche se era una trasformazione già in atto da tempo).

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Il livello di simpatia dell’educatrice immaginatela un misto tra queste due.

La parte informativa tenuta da professionisti invece mi è piaciuta molto, ho preso appunti e ho imparato cose davvero utili come cosa succede in sala parto e in sala travaglio, che forse mi hanno aiutato a sentirmi più serena.

 

 

Maternità – 2. Quattro miliardi ma tutte uguali, no?

Al mondo siamo otto miliardi di persone, giusto?

E’ ragionevole pensare che i due sessi siano più o meno equamente distribuiti, per cui diciamo quattro miliardi di uomini e quattro miliardi di donne.

Ora, cara amica, pensa alle donne che conosci: la tua collega, le tue amiche, tua madre, tua cognata, l’ex del tuo fidanzato, la tua vicina, la fornaia da cui vai a prendere il pane, la tizia che tutte le mattine ti fuma in faccia, la tua direttrice, la cassiera scocciata, tua nipote, la tua ex compagna di classe che ti odia e non si sa perché, quella brava della classe che si è sposata con un pazzo e quella scarsa che invece adesso fa la manager, la cugina antipatica… ecco, anche solo nel tuo cerchio di conoscenze non ti azzarderesti mai a dire che sono tutte uguali, no? No, appunto, no. Pensa quattro miliardi di donne, potranno mai essere tutte uguali?

E invece no, a quanto pare la maternità è la vera livella (non la morte come diceva Totò), tutte le donne sono uguali quando rimangono incinte.

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Questo è un rebus. Soluzione P_ _ _ _ V_ _ _ _.

 

 

Porca vacca (questa era la soluzione!), questo mi ha mandato – se possibile- ancora più in bestia della mancanza di tatto dell’educatrice nell’episodio che ti ho raccontato prima. Durante la sessione -monologo la signora educatrice ha pensato bene di dire: “Nella vita vi siete realizzate, avete studiato, vi siete trovate un lavoro, avete trovato un compagno, ma solo adesso con la maternità la vostra vita è veramente completa!”.

Ecco, io non sono d’accordo. Non voglio togliere nulla alla magia di un momento straordinario e di sicuro poco paragonabile ad altre esperienze…

MA.

Ma io sono molto contenta della vita che ho vissuto, dei sacrifici e dei risultati che ho raggiunto, delle esperienze che ho fatto, dei luoghi che ho visitato e dei Paesi dove ho abitato, della relazione che io e l’Orso abbiamo costruito, dei rapporti che nel tempo sono riuscita a mantenere, dell’affetto delle mie amiche e dei miei famigliari. Per molto tempo ho pensato che non sarei stata in grado di fare figli (mi sembrava troppo grande e troppo complicato nel mondo in cui viviamo e nella vita che ho un po’ scelto e un po’ assecondato). Non mi sono mai sentita incompleta.

Ora, si è aggiunto un altro momento della vita, sono (siamo) entusiasta e spaventata in parti uguali, ma questo non getta delle ombre su quello che ho fatto finora.

Non mi sentivo meno persona o meno donna prima.

Sono troppo cinica? Tu cosa ne pensi?

Possibile che al mondo quattro miliardi di donne vivano tutte la gravidanza allo stesso modo?

 

 

 

Fortune

Bisogna essere onesti, in questo marasma di cambiamenti fisici e mentali (di quelli emotivi non ne parliamo proprio), devo ammettere che ho una serie di fortune.

  • Non devo lavorare. (Sono rimasta incinta il giorno in cui mi sono abilitata, quindi non ho neanche iniziato a cercare un lavoro). E considerando l’assenza di concentrazione non sarei proprio stata in grado di studiare, preparare le lezioni, dividere in gruppi, monitorare, gestire mille attività e la burocrazia… non ci voglio neanche pensare. Con la mia attuale stazza e cervellino non sarei stata capace. (Ma come fanno quelle che continuano a lavorare!?)
  • Sono ospite a casa dei miei genitori, il che significa che ho la mia stanza, il mio bagno, il mio studio ma soprattutto non devo fare la spesa, cucinare e pulire. E non devo pagarmi l’affitto (a meno che a fine mese i miei non mi presentino il conto…).
  • I miei genitori e quelli dell’Orso sono tutti felici e in buona salute, e hanno avuto reazioni varie, dal pianto (papà) al brindisi scomposto (suocero), all’offerta di aiuto incondizionato (suocera).
  • Sono rimasta incinta a giugno. Non ho dovuto fare grossi investimenti di vestiario perché non ho appunto avuto bisogno di cappotti e giubbotti con parecchi centimetri extra di copertura pancione.
  • Mi trovo in una zona d’Italia dove gli ospedali sono ottimi e poco frequentati. Non ho mai dovuto aspettare più di cinque giorni dalla telefonata al centro di prenotazioni alla visita/ esame.
  • Il medico di base mi conosce da quindici anni ed è felicissimo di avere a che fare per una volta con una nascita invece che con moribondi (si sa, l’età è quella che è da queste parti).
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La gioventù che mi accoglie ad ogni visita in ambulatorio.

 

Sfortune

  • L’Orso è via in trasferta. L’ho accompagnato al secondo mese ma poi non è più stato molto saggio volare, per cui per tutto il terzo e il quarto mese ci siamo visti solo una settimana, mentre il povero Orso incastrava aerei intercontinentali e giorni di ferie per riuscire a passare in Italia più tempo possibile. Va così. Tanta tristezza.
  • Non abbiamo più una casa. Né una macchina. La cosa ci ha dato (soprattutto a me, in preda a sbalzi d’umore notevoli) un’ulteriore fonte di stress dal nome: “Dove lo/a facciamo nascere?”.
  • Io non ho più un lavoro. L’ho lasciato per fare il master, convinta che appena abilitata mi si sarebbero aperti, macché dico aperti, spalancati,  i portoni dorati dell’impiego. Se da una parte è un sollievo non dover dare spiegazioni a presidi, colleghi e soprattutto alunni e non dover passare le giornate a preparare lezioni e correggere, è anche vero che non usufruisco del congedo di maternità, non ho uno stipendio e non so se e quando riuscirò a tornare a lavorare. Un’altra fonte di stress in un periodo in cui si vorrebbe solo stare sul divano a farsi riverire e sventolare.
  • Non conoscevo bene il sistema sanitario italiano né quello australiano. Ho dovuto farmi una cultura su entrambi per poter decidere dove trascorrere gli ultimi mesi di gravidanza e partorire. Non è stato facile studiarsi leggi, capire a quale istituzione corrispondesse cosa, capire a chi chiedere, destreggiarsi tra assicurazioni mediche, differenze tra pubblico e privato e capire quale fosse la scelta migliore per me e per noi.  In un momento in cui la mia concentrazione è inferiore a quella di un pesce rosso, è stata particolarmente dura, soprattutto perché ogni nuova informazione veniva processata dal cervello passando per l’anticamera del senso di colpa che diceva “E se poi te ne penti? E se succede qualcosa? Ti darai sempre la colpa di aver scelto un posto invece di un altro”.

 

 

Scusa Baby

Durante il primo mese, quando ero convinta che non sarei mai rimasta incinta, perché dai, al primo colpo è impossibile, ho fatto una serie di cose strettamente vietate in gravidanza. Scusami, futuro erede. Non volevo, non lo sapevo.

  • Bere tequila fino alle cinque del mattino per festeggiare l’abilitazione, come una ventenne qualsiasi.
  • Mangiare una tartare di manzo.
  • Mangiare uova crude.
  • Bere spritz.
  • Ordinare una bottiglia di bianco perché la bottiglia costava meno di tre bicchieri (e tanto figurati se ci bastano tre bicchieri).
  • Mangiare verdura fritta (e gnocco fritto e… un sacco di altra roba fritta).
  • Andare in motorino da Lambrate a Corso Buenos Aires sul pavé.
  • Alzare nipotini superiori ai dieci chili e prenderli in braccio.
  • Saltare una notte di sonno, una colazione e un pranzo per preparare la discussione.
  • Alzare valigie superiori ai venti chili.
  • Mangiare culatello.
  • Mangiare pesce spada.
  • Andare in una sauna.
  • Andare in idromassaggio.
  • Passare una notte in bianco in aeroporto, dormendo sui sedili del gate.
  • Cenare in ristorantini sulla spiaggia dove giravano copiosamente i gatti.
  • Bere birra.
  • Stare vicina a persone che fumavano.
  • Stare in posti con musica altissima.

 

Mi dispiace Baby, spero che tra tutte le cose per cui un giorno ce l’avrai con me, queste ti sembreranno meno gravi.

 

Spero che Baby

  • sia bello come mamma e intelligente come papà
  • o bella come papà e intelligente come mamma
  • che prenda da papà l’abilità con i numeri
  • che prenda da mamma l’abilità con le lingue
  • che prenda da nonno T. l’umiltà
  • che prenda da nonna T. la generosità
  • che prenda da nonno R. la passione per il lavoro
  • che prenda da nonna V. l’educazione
  • che prenda da zio I. il senso di responsabilità
  • che prenda da zio T. la cazzimma
  • che prenda da zio B. la precisione
  • che prenda da zia I. la disciplina, la costanza e l’ambizione
  • ma soprattutto che sia sano.

 

Cara amica, ti ho scritto una lunga lettera, spero che tu adesso capisca perché, ma erano veramente tante le cose da dirti.

Ti abbraccio, per quello che mi è possibile con questo pancione.

Tua Balena

BALENA_RENDER

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19 pensieri su “Cara, dobbiamo parlare

  1. Darth ha detto:

    Virgh!!! Ti pensavo in questi giorni e ora sono sul divano a leggerti di notte, ho un po’ di insonnia e cattiva digestione, non so se casuale (tre sere di fila!) o per via della gravidanza, e sono solo alla fine del secondo mese! Il tuo post capita a fagiuolo, alimentazione completamente stravolta anche nel mio caso, nel senso che prima mangiavo in maniera salutare, soprattutto legumi e verdure, mentre adesso mi danno il voltastomaco e non riesco neppure ad avvicinarmi ai fornelli, di conseguenza mangio male, soprattutto carboidrati e mi sento tanto in colpa, ma l’alternativa è il vomito continuo!
    Ma sai che del non fare sesso in gravidanza non mi ha detto niente nessuno? Bene, posso aggiungere una nuova cosa alla lista di cose che non avrei dovuto fare in gravidanza, oltre all’aver bevuto non so quanto Chianti e Montepulciano nella prima settimana in cui ero ancora ignara di tutto.
    Spero di leggerti ancora in questi mesi.

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    • virginiamanda ha detto:

      Intanto Congratulazioni! No no no no no no no, tu il sesso lo puoi fare! Il ginecologo l’aveva proibito a me, per via di un paio di problemini che mi avevano individuato con un’ecografia precoce (alla sesta settimana!). Tu per favore continua! Come sta andando? A me hanno detto di evitare i carboidrati bianchi e preferire quelli integrali perché più ricchi di fibra e più facili da digerire, ma se a te li hanno concessi (siamo tutte diverse!) Strafogati pure per me! Un abbraccio e non sentirti in colpa, tanto con il parto si perde tutto il grasso in eccesso! Anzi, più che abbraccio, brindisi di panze! ♡

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  2. Frou Svedese ha detto:

    E ci credo che ci voleva questa lunga lettere: congratulazioni cara!
    Certo che come inizio è stato bello incasinato ma spero che il proseguimento sia più tranquillo.
    Ma come mai tutte quei divieti sulle cose da mangiare? Ok per la sopressa e il gorgonzola mascarpone (e l’alcool, ovviamente) ma il resto mi sembra solo una cattiveria!
    In bocca al lupo e devo dire che, anche se con meno problemi, ti capisco per tanti aspetti. Sono incinta anche io, data prevista d’arrivo 26 Febbraio. Vorrà dire che ci faremo forza (o magari meglio una risata!) una con l’altra.
    Un abbraccio,
    Frou

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    • virginiamanda ha detto:

      Daiii! Congratulazioni! Ma siamo a pochi giorni di differenza! Che bello! ♡
      Le limitazioni si spiegano con il peso che avevo all’inizio della gravidanza, superiore a quello normale. Mi ha detto di non prendere più di un chilo al mese, ma tante privazioni hanno fatto in modo che ora pesi otto chili di meno rispetto al peso previsto per la mia costituzione al quinto mese. I medici mi hanno detto che va tutto bene, quindi sopporterò ancora un po’ a denti stretti. Poi mi farò portare sopressa e gorgonzola in sala parto! Ma tu hai deciso dove partorire? Inghilterra immagino! Ancora tanti auguri! Un brindisi di panze anche a te!

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      • Frou Svedese ha detto:

        Non avevo idea di questo tipo di imposizioni per il peso. Credo che qui in Inghilterra abbiamo un approccio molto più “don’t worry, be happy” oppure, semplicemente, non si pongono proprio il problema (io ho dovuto fare notare all’ostetricia che il salame non lo potevo mangiare!).
        Sì, io partorirò qui in Inghilterra, anche perché abitando qui fissi sarebbe molto scomodo farlo altrove. Credo mi abbia contagiato il loro spirito del “don’t worry”, siamo fiduciosi che in qualche modo andrà tutto bene 🙂
        Congratulazioni ancora a te e a presto!

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  3. mocaliana ha detto:

    congratulazioni!!! che bello!
    Anche a me sembrano francamente esagerate tutte queste proibizioni alimentari, a meno che dipendano da un problema preciso tuo, io ho tre figli e ho sempre mangiato tutto ciò che mi pareva.. In effetti col terzo ho avuto molta nausea ma non è durata tutta la gravidanza, fino al quarto/quinto mese direi.

    L’educatrice veramente negata, hai fatto bene a smettere di andare agli incontri, e a voler far presente la cosa.

    E no, non viviamo tutte la gravidanza nello stesso modo, e tanto meno è quella che ci fa sentire donne/realizzate/complete, ma che siamo impazziti?
    Ti auguro che i prossimi mesi siano più tranquilli e felici.
    Tienici aggiornati!
    un abbraccio!

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  4. Veropanico ha detto:

    Ce la puoi fare, anzi, ce la farai sicuramente! Anche io all’epoca delle mie gravidanze rimanevo stupita da chi raccontava delle gioie di quel periodo mentre io di gioie non ne vedevo e non ne ho viste mai. Impari solo (pur maledicendolo) a gestire il tuo corpo che cambia e, dopo il lieto evento ( sappi che di lieto non c’è proprio niente), sarai quasi rassegnata ai cambiamenti indipendenti dalla tua volontà, andrai avanti in modo quasi automatico, perdendo memoria della vita precedente, perché, si, sappilo, c’è una vita prima e una vita dopo i figli, entrambe piene, ma completamente diverse…in bocca al lupo!

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  5. Elizabeth Sunday ha detto:

    Che bella notizia! E che bell’articolo!
    La nostra colazione è la stessa (era?) ma senza avocado. Però potrei cominciare ad aggiungerlo a tè, yogurt, pane e formaggio o miele.
    Che dire su tutto il resto? Congratulazioni e continuerò a leggere le tue avventure da futura mamma 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie! Io in Inghilterra e nell’inverno australiano adoravo il té col latte, soprattutto té gusto créme caramel e latte di mandorla o di soya. Te li consiglio! Grazie per le congratulazioni, speriamo vada tutto bene. Tema di diventare una di quelle mamme che ad ogni rimprovero esordisce con “E pensare che non ho mangiato sopressa per nove mesi!”, ma speriamo di no! Un abbraccio!

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      • Elizabeth Sunday ha detto:

        ahaha! Ma perché non puoi mangiare la sopressa? Io pensavo che giustamente non si potesse mangiare solo ciò che a sentirne l’odore ti viene la nausea. Si vede che non ho figli, eh?
        Riguardo al tè col latte, lo bevo quando sono in Oman, si chiama chai karak ed è un tè fortissimo con latte evaporato e aggiunta di cardamomo o zenzero. Il problema è – a parte creare dipendenza perché buonissimo – che mi faceva venire la tachicardia perché molto forte e a volte mal di pancia. Forse non tollero il latte. Un abbraccio anche a te!

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        • virginiamanda ha detto:

          Ah ma quindi è bevanda già completa? Cioè te lo servono già preparato con il latte? Prova con i tipi di latte alternativi come mandorle e riso (non so se in Oman ci sia molta soia quindi non so se si trova il latte di soia). Io non mai amato il latte e infatti ho provato tutte le alternative! La sopressa non si può mangiare (come tutti gli altri affettati) perché anche se salata e pepata, rimane carne cruda e potrebbe contenere dei batteri. I tipici batteri che normalmente non ti fanno niente ma purtroppo in gravidanza possono essere dannosi. Ma l’Orso è già avvertito: appena esco dalla sala parto un Amarone Riserva e un panino con la sopressa! 🙂 Ti abbraccio.

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  6. isosteno ha detto:

    Congratulazioni e tieni duro. La gravidanza, checchè se ne dica, non è una passeggiata. Io al secondo parto spaghetto allo scoglio due ore dopo 😜. E mi sono rifiutata di mettere quella roba immonda come i Jeans con l’elastico. Vestitini tutta la gravidanza (per esempio quelli a portafoglio crescono con la pancia, e li riusi anche dopo se vuoi..). Ti abbraccio. Isa

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    • virginiamanda ha detto:

      Spaghetto allo scoglio? Ma tu sei un mito! Che nostalgia… Sì ho anch’io dei vestitini che adesso che ho fatto l’investimento di 25 euro a paio di leggins (non farmi parlare!) posso tornare ad usare! Ricambio l’abbraccio! :*

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