Donne (che lasciano il lavoro a 30 anni)

Questo è un argomento su cui rifletto da qualche mese, ma non sono sicura di aver ancora trovato la quadratura del cerchio né di essermi formata un’opinione del tutto convincente e decisa.

Si tratta di alcuni casi a me vicini di donne della mia età (dai 30 ai 35 anni) che hanno deciso di lasciare un lavoro importante e -per molti – invidiabile. E’ una scelta che mi lascia perplessa e che mi ha fatto pensare molto.

Parto dalle storie: a marzo vengo in Cile per accompagnare l’Orso in una trasferta di lavoro. Trovo molti colleghi nuovi (alcuni dimenticabili) e ne re-incontro altri che avevo già conosciuto in precedenti trasferte. Tra loro c’è Rossella*, ragazza più giovane di me che mi sta simpaticissima. Non lo dico per dire, ma perché mi sembra affine a me in molte cose: nel modo di viaggiare, nel vedere la vita di coppia (è fidanzata con un collega che però è impegnato altrove) e in generale ci faccio sempre delle chiacchierate piacevoli. E’ una che non si prende troppo sul serio e ci diamo appuntamento per luglio, quando sarei tornata in Cile di nuovo.

Poco tempo fa apprendo dall’Orso che Rossella ha cambiato lavoro. “Ma perché!?” chiedo io incredula. Non solo perché ora mi sarebbe mancata una valida “compagna di merende” in un ambiente molto maschile (inutile negarlo), ma anche perché mi sembrava sinceramente contenta del lavoro che faceva: un lavoro che fa viaggiare, con uno stipendio più alto della media, già arrivata in pochi anni ad un ruolo importante.

Qui devo precisare un mio punto di vista, non per forza condivisibile, ma io nutro una sincera ammirazione per le ragazze che a 18 anni scelgono di fare ingegneria o una qualsiasi facoltà scientifica. Nessuno mi ha mai vietato di fare altrettanto, ma essendo sempre stata brava in lingue, latino e italiano non ho mai preso in seria considerazione iscrivermi a qualcosa di diverso da Lettere. Con gli anni ho capito che siamo in molte e che forse non è stata una scelta così libera da condizionamenti come pensavo. Quando ho detto ai miei che volevo studiare Italianistica i miei non hanno battuto ciglio, nessuna delle mie amiche l’ha fatto, nessuno tra i miei professori (a parte quella di francese e quello di filosofia, che pensavano dovessi iscrivermi appunto a francese o a filosofia). Studiavo in un liceo linguistico, ero brava nelle materie di indirizzo, la scelta della facoltà è venuta di conseguenza. Poi, una volta là, ho scoperto che eravamo quasi tutte donne in facoltà, che i nostri docenti erano quasi tutte donne, che perfino il personale della facoltà (dai bidelli, alle addette alle pulizie o alla mensa, fino alla biblioteca e agli uffici di segreteria) era quasi interamente composto da donne. Non solo, anche gli eventuali sbocchi lavorativi (scuola secondaria, enti culturali, case editrici, cooperative sociali…) erano con una percentuale spiccatamente femminile. (Dottorati, assistenti dei professori e rappresentanti politici erano quasi sempre ragazzi- maschi però, e con questo chiudo una lieve nota polemica). Negli anni mi sono chiesta se quella scelta non fosse stata “obbligata” e io non mi sia sentita piuttosto “incanalata” in quella direzione piuttosto che completamente padrona del mio destino. Avessi detto che volevo fare, non dico fisica (in cui comunque non andavo malaccio) ma economia o ingegneria, avrei ricevuto la stessa approvazione? Non solo, c’è anche il fatto che io a 18 anni non sapevo minimamente cosa facesse un laureato in economia (lavora in banca forse?) o in ingegneria (fa i ponti forse? Ma allora gli architetti cosa fanno?) mentre sapevo benissimo che volevo insegnare italiano e Italianistica mi sembrava la strada giusta. (Poi avrei scoperto che l’insegnamento, più di tantissime altre, è una professione guastata dai desideri del governo di turno e che le regole per diventare insegnanti cambiano in continuazione e che quelli meno preparati ma con più faccia tosta e una sedia ben scaldata al sindacato passano prima di quelli che studiano; e con questo chiudo la seconda lieve nota polemica).

Quando conosco a ragazze piacevoli, divertenti, colte che hanno studiato in facoltà scientifiche la mia stima cresce a dismisura. Per me trovare stimoli culturali e nuovi romanzi da leggere è sempre stato facile, visto l’ambiente in cui mi trovavo e studiavo, ma per loro c’è voluto uno sforzo in più. Io mi sono stracciata le vesti per un anno e mezzo perché non riuscivo ad imparare tutti gli artisti famosi da Brunelleschi a Picasso e a riconoscere le 497 diapositive di opere d’arte, loro nel frattempo preparavano Analisi 1, Analisi 2, 3, 4, 5…

Quindi per me, che comunque ho sempre preso lo studio con impegno, conoscere persone che partivano dalla stessa base (età simile, stimoli simili, famiglie simili) e che si sono impegnate di più solo perché gli piaceva riempie di grandissima ammirazione e stima nei loro confronti. (“Queste hanno studiato più di me e guarda come sono fig*e” mi viene spesso da pensare) Voglio dire, io ho viaggiato molto perché mi piace e perché mi sono scelta dei lavori in posti diversi dall’Italia, loro hanno viaggiato perché il loro lavoro glielo chiedeva. Io le vacanze me le pago, loro se vogliono possono aggiungere qualche giorno ad una trasferta di lavoro e vedere dei posti meravigliosi spendendo molto meno di me. E magari pure con il volo pagato.

Lungi da me affermare che la vita del trasfertista sia tutta rose e fiori e viaggi fantastici. Lo so (non perché me l’abbiano raccontato, ma perché da nove anni convivo con uno che fa quel lavoro) bene che ci sono posti per niente magnifici dove l’unica cosa che ti tira su è arrivare la sera, buttarti a letto, chiamare il room service e guardarti una serie dalla tua camera d’albergo.  Che soprattutto per le trasferte lunghe se non hai un bel gruppo di lavoro ti deprimi e ti manca la tranquillità di tornare alla sera a casa tua, dai tuoi affetti, e alle tue abitudini.

Due anni fa l’Orso è andato spesso in Cina per lavoro, ogni volta stava via quasi un mese. E’ stata durissima, per lui perché comunque stare tanto tempo in un Paese così diverso non è come andare in vacanza a Shanghai cinque giorni, e per me che mi trovavo in Australia senza grandi riferimenti (di lavoro, di amici, di cose da fare) e da sola. L’ho anche accompagnato una volta, e siamo riusciti a prenderla un po’ più con leggerezza, ma rimane la convinzione che non sia una vita per tutti. Per fare un esempio banale: se solo avessimo avuto un cane a casa, sarebbe stato impossibile raggiungerlo. Per non parlare del fatto che io avevo la partita Iva e quindi potevo metterci le vacanze ma se avessi lavorato per una scuola “normale” me lo sarei scordata.

 

Ma torniamo a Rossella, l’Orso mi dice che si è dimessa e che è andata a lavorare in banca (Come quelli laureati in economia! pensa la me diciottenne). Ma perché, chiedo. E l’Orso: “Questa non è una vita che vada bene per tutti”. “Però” mi è venuto spontaneo rispondergli “Per te sì!”.

Quindi qual è il problema di Rossella? Non ha a casa qualcuno che la sostenga nel lavoro e sopporti le sue assenze come sono io per l’Orso? No, per quanto mi piaccia darmi dei meriti e delle arie, non si tratta di questo, perché Rossella sta con un collega, quindi una persona che sa perfettamente come funziona e che in teoria dovrebbe accettarlo più e meglio di altri. Allora qual è il problema? L’ambiente di lavoro è giovane, i capi comprensivi, i progetti avvincenti, io a meno di trent’anni mi sarei baciata la punta dei gomiti se avessi avuto una laurea in tasca in ingegneria ed un ruolo già importante in un’azienda del genere (senza dover costruire ponti, tra l’altro).

Ne ho parlato con una mia cara amica, che mi ha risposto con un sorriso stretto: “Sai cosa dice il mio fidanzato? Che in Italia, purtroppo, quando arrivi a trent’anni e sei donna sei costretta a fare una scelta“. Non le ho voluto dare retta, perché tra le colleghe dell’Orso ho conosciuto anche signore di una certa età, con figli grandi che sono riuscite a lavorare e a tirar su una famiglia, pur avendo ruoli dirigenziali. Eppure ha iniziato a risuonarmi in testa “Le donne a 30 anni in Italia sono costrette a fare una scelta“.

Nel giro di poco tempo, anche un’altra ragazza che conosco, con un lavoro simile a quello dell’Orso (trasferte internazionali prolungate, laurea in ingegneria in tasca) Federica, mi dice: “Ho deciso che lascio il lavoro. Sono stanca“. Così, a poco più di trent’anni, stanca. Senza un piano B, senza un secondo lavoro già firmato e pronto, senza rete di protezione. “Ma perché!?” le ho chiesto, e in quel volere risposte c’è tutta la mia ammirazione per chi ha studiato tanto, ha sgambettato in un mondo maschile molto più di me e “ce l’ha fatta”. Perché una donna che è riuscita dove io non ho neanche minimamente provato, forse consapevole della mia incapacità, perché una donna così, nel periodo lavorativamente più produttivo decide di lasciare tutto?

Una donna che ha la mia età, uno stipendio ben più alto, la considerazione dei colleghi e che fa un lavoro -immagino almeno che lo sia- ambito decide di mollare tutto senza un motivo concreto? (Non c’erano lutti in famiglia, parenti anziani da accudire, problemi personali da gestire…) Lei mi ha risposto che mi aveva vista così contenta nella scelta di lasciare il lavoro e così soddisfatta del master che stavo facendo che ha deciso di iscriversi ad un corso che voleva fare da tempo. “Al lavoro ci penserò più avanti“.

Wow, che libertà. Io però ho lasciato un lavoro a partita Iva, faccio l’insegnante, ho una laurea che hanno centinaia di migliaia se non milioni di persone in Italia e nel mondo, io non sono competitiva se non continuo a studiare, io non posso aspirare ad avere contratti regolari e stabili se non mi abilito. Ma tu!? 

Passano i mesi, le chiedo come va con il corso che sta facendo e mi svela l’arcano. “Vorrei avere un figlio” mi dice. Non l’ha detto esplicitamente ma si deve essere resa conto che con la vita di continui viaggi imposti dal lavoro questo desiderio non era compatibile.  “Le donne a 30 anni sono costrette a fare una scelta“.

E poi ci sarebbe la storia di Ilaria, con lo stesso lavoro, che a 35 anni ha deciso di mollare tutto, senza piano B e senza neanche un corso da studiare. “Ero stufa“, mi ha detto. E poi ci sarebbe la storia di Serena, a 34 anni e dopo due figlie ha deciso di non iscriversi al master che la porterebbe facilmente a fare il salto di carriera che desidera da anni, “Perché non ho tempo, non ce la faccio, chi mi terrebbe i bambini?“. E poi ci sarebbe Elvira, che a trent’anni, sposata e con casa appena acquistata non se la sente di lasciare il lavoro noioso per l’avventura lavorativa che da tanto tempo sogna e pianifica, perché “Le donne a 30 anni sono costrette a fare una scelta“.

Immagine correlata

E queste storie sono tutte vere (anzi, se vi riconoscete e volete che vi cancelli, basta scrivere un messaggio, naturalmente i nomi sono cambiati), di persone che conosco.  Non solo in Italia, ma anche in Australia.

Perché ad un certo punto molliamo tutto? O meglio, andiamo avanti a denti stretti solo se siamo single? E’ davvero impossibile combaciare una vita professionalmente appagante con una famiglia o anche semplicemente con il desiderio di farsela? Sono “scelte personali” o sono imposizioni?

Io ci ho pensato spesso e non sono riuscita a darmi una spiegazione convincente.

Perché queste storie mi hanno colpita così tanto?

Forse perché anch’io, quando il gioco si è fatto duro ho preferito ripiegare su posizioni più comode, sul part time, sull’avere più tempo per marito e casa, sul mollare tutto e fare un master? Forse allora la storia che mi sono raccontata di libertà e indipendenza non è del tutto vera? Perché nel fondo non ho giocato tutte le mie carte, perché c’è sempre stata la consapevolezza che uno stipendio in casa arriva e quindi io posso pure “giocare“.  Nessuno ha trovato le mie scelte ripugnanti o semplicemente disdicevoli. Hai deciso di lavorare quattro giorni alla settimana per avere più tempo per tuo marito e per le incombenze domestiche? Certo, benissimo, fatto bene, magari potessi farlo io, “ah tu che te lo puoi permettere“: queste sono state le reazioni. Hai deciso di lasciare il lavoro, seppur lo considerassi soddisfacente, per iscriverti ad un master abilitante? Certo, bene, benissimo, come ti invidio, “ah che bello poterselo permettere“, che fortuna, hai fatto benissimo. Nessuno che mi abbia detto: “Ma sei scema!?

Eppure adesso ci penso. Se al posto mio ci fosse stato l’Orso? Se l’Orso avesse optato per un part time per avere più tempo per stare con me e gestire la casa? La gente gli avrebbe detto “Hai fatto benissimo, magari potessi farlo io?“. Se avesse lasciato il lavoro per iscriversi ad un master gli avrebbero detto: “Ah che bello poterselo permettere?“. Secondo me no. Gli avrebbero chiesto perché non avesse trovato il modo di farlo a distanza, o nei fine settimana, se al lavoro l’avrebbero ripreso, gli avrebbero chiesto se era veramente sicuro. (Terza nota polemica)

 

Poche settimane fa, non so perché sono capitata sulle pagine ufficiali del governo italiano, C’era la lista di tutti i governi che si sono succeduti dalla proclamazione della Repubblica fino ai giorni nostri. Avendo tantissimo tempo da perdere (e un profondo interesse) mi sono messa a leggerli tutti. Tutti i componenti: ministri e segretari.

Beh, non è una cosa che molti di noi siano disposti ad ammettere ma una presenza femminile di un certo peso inizia a farsi sentire solo con il primo governo Berlusconi. (Lo so, lo so, lo so). Perché anche se prima c’erano state donne con la carica di ministro (Susanna Agnelli, Rosa Russo Jervolino, Letizia Moratti…)  i loro gabinetti erano composti unicamente da uomini.

E allora, sempre perché sono una con un sacco di tempo libero, mi sono messa a cercare le biografie di queste donne che hanno fatto parte delle cariche più alte dello Stato (Sì, l’ho già detto che ho un sacco di tempo da perdere). Mi interessava vedere come ci erano arrivate. Madia, Gelmini, Carfagna, Boschi, Meloni, Bernini, Prestigiacomo, sono tutte arrivate ad essere ministre della Repubblica a trent’anni. Al di là della loro collocazione politica (non è di questo che sto parlando), sono persone che alla mia età ricoprivano tra i ruoli istituzionali più importanti del Paese. Come hanno fatto?

Ed ecco l’amara verità: vengono tutte o da famiglie ricche o hanno mariti ricchi. Esclusi pochi casi che conosciamo bene (Carfagna e Meloni, per esempio) si tratta di persone che non sono come me, come voi. Si tratta di donne che non rappresentano la donna italiana che a trent’anni lavora. Santanché che pure si è ritrovata a fare da sottosegretario in vari governi, non viene dal nulla, non si è fatta con il nulla. Non è arrivata lì solo con la sua intelligenza.

Questo è un discorso che io per prima non voglio fare, io per prima non voglio ammettere a me stessa. Ma in quei governi, anche in quelli dove il numero delle donne ministro era maggiore (Renzi e Letta, per esempio), c’erano un sacco di uomini dietro. Eppure in certi ministeri come l’Istruzione e le Pari Opportunità (giusto per rimanere bassi) ne sapranno molto di più le donne che gli uomini, no? Non solo, le donne di cui difficilmente abbiamo sentito parlare, quelle che disimpegnavano funzioni di sottosegretario, avevano doppi cognomi. Anche nei governi di sinistra.

E’ una colpa avere dei soldi e la strada spianata? Assolutamente no, così come non è una colpa essere belle o brillanti. Sono talenti che uno possiede e fa bene ad usarli nella vita. Per carità. Non voglio fare del classismo spicciolo, lungi da me.

Mi chiedo solo: quanto siamo rappresentate noi donne normali? Quanti veri role-model a cui ispirarci abbiamo?

Una donna che mi sembrava in gamba (anche qui, lo dico solo per la traiettoria professionale, non per la posizione politica) era la Mogherini. Finita relativamente giovane a ricoprire una carica molto importante in Europa. Wow. Con due bambine piccole. Wow. Con un marito che la supportava nei frequenti viaggi e trasferte e aveva messo in stand-by la propria carriera per avere l’agio di gestire la famiglia. Wow. Che invidia.

E che dispiacere quando ho scoperto che pochi mesi fa si è separata. I motivi della separazione li sanno solo loro, ma a me è caduto un po’ un mito: allora non è vero che “ce la si può fare”. Neanche così ce la si fa.

(Eppure adesso il mandato sarebbe finito e lei sarebbe tornata in Italia. Neanche così.)

Nella mia carrellata sui volti noti della nostra politica ho trovato anche alcune eccezioni: donne nate in famiglie umili, che hanno studiato e fatto militanza politica fin da giovanissime e si sono viste premiare l’impegno con un ruolo istituzionale. Non mancano gli esempi. Ma, duole dirlo, non sono la maggioranza. Per niente.

Quindi mi chiedo: è davvero, ancora oggi, così difficile scegliere liberamente la carriera? Siamo davvero “obbligate a fare una scelta“?

 

 

 

*I nomi sono tutti inventati.

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17 pensieri su “Donne (che lasciano il lavoro a 30 anni)

  1. C ha detto:

    Ci vuole ancora del tempo (e lotte), a mio avviso i tempi non sono ancora maturi. E’ come chiedersi un secolo fa “e’ possibile che noi donne non possiamo votare”?. Ci arriveremo secondo me, nei paesi scandinavi a mio avviso ci sono gia’ piu’ vicini di noi… ma c’e’ ancora della strada da fare…

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  2. C ha detto:

    Inoltre a mio avviso e’ femminista accettare ogni scelta delle donne. Io cerco di non giudicare ne’ le mie amiche che vogliono stare a casa (anche senza figli), sia le mie amiche che sono tutte carriera, sia la via di mezzo. Secondo me non esiste una soluzione migliore di altre. Ma e’ bello avere garantite le condizioni per essere supportate in qualsiasi scelta.

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    • virginiamanda ha detto:

      Mi sembra strano che si commenti usando le parole “femminista” e “giudizio”, quando mi sembrava nel post di non aver mai usato la parola “femminista” e di aver espresso perplessità, non un giudizio. Infatti la mia era una richiesta a capire punti di vista diversi, un modo per capire di più. Non mi sento sopra nessun piedistallo per poter giudicare altri o altre.

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  3. Ella ha detto:

    Io i 30 li ho appena raggiunti e lavoro in consulenza d’ingegneria dopo essermi sudata un dottorato, per una piccola azienda specializzata, ma non in un lavoro super internazionale. Qualche trasferta di lavoro capita e per il momento mi diverte ma in futuro lo farei se avessi famiglia? Non so, probabilmente dipenderebbe da cosa fara’ in quel momento mio marito e da chi guadagna di piu’. Qua alcune cose sono piu’ progredite che in Italia, per esempio c’e’ lo shared parental leave (i genitori si posso dividere fino a un anno di congedo parentale come preferiscono). Pero’ in generale nei settori di ingegneria (incluso dove lavoro) le donne al senior level di solito non hanno figli. Secondo me perche’ c’e’ parecchia misoginia. Ci sono anche un sacco di studi che dicono che il divario nel salario tra uomini e donne in pratica si crea tra i 30 e i 40 quando le donne fanno figli e rallentano la carriera passando al part time e gli uomini sono promossi in media un paio di volte.
    Pero’ di donne in politica ce ne sono di piu’ che in Italia e vengono da un po’ tutti i background, guarda Ruth Davidson (leader dei Tory scozzesi) o Jo Swinson (eletta capo del partito liberale).

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    • virginiamanda ha detto:

      Sono d’accordo con quello che dici, soprattutto sulla fascia 30/40 anni. E’ in quel periodo che si accelera sulla carriera e se le donne possono fare figli solo in quella fascia d’età (parlando dei Paesi industrializzati) sono per forza penalizzate.
      Ho per molto tempo pensato come te, ovvero: ognuno fa il suo meglio, poi ci arrangeremo quando sarà il momento e chi avrà lo stipendio più alto continuerà a lavorare, ma mi rendo conto che più si va a avanti più è comune che lo stipendio più alto ce l’abbia il LUI della coppia. Non fraintendermi, conosco coppie dove chi porta a casa la pagnotta è LEI, ma davvero non sono la maggioranza.

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  4. isosteno ha detto:

    Questo post mi è piaciuto particolarmente. Mi chiedo perché la maggior parte delle donne (io ho qualche anno più di te) non comincino a farsi qualche domanda in più prima dei 30-35 anni… mi piacerebbe leggere la tua opinione al riguardo
    p. S. Laureata in materia scientifica con dottorato di ricerca, arrivata prima dei 35 anni in posti dirigenziali (all‘estero), ho famiglia e figli ( felicemente stabile). Si può, però dipende molto dalla propria determinazione e da chi si ha accanto.
    Baci Isa

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    • virginiamanda ha detto:

      Tu sei un caso da ammirare, e sono convinta come te che ci voglia determinazione sostegno di chi ci sta accanto, davvero! Anch’io mi chiedo perché le donne non si pongano qualche domanda prima dei 30/35 anni, e la risposta che mi sono data è che la società in generale dà un sacco di risposte confuse. Cioè da una parte si alimenta il mito della giovinezza perenne e dell’adolescenza ad oltranza, che spinge le persone a non fermarsi a pensare “forse è il momento giusto per fare un figlio?”, pensando che il momento giusto sia in un tempo imprecisato più avanti, sempre più avanti… Dall’altra ci sono certe carriere (come la tua immagino) che richiedono parecchi anni di studio nella decade 20 – 30, e mentre si studia è davvero difficile pensare ad una famiglia.
      Un po’ io credo che sia miopia personale, un po’ credo che sia un problema più globale, di scarsi aiuti e scarsa considerazione alla famiglia, continuando a pensarla come era 30 anni fa. Cosa ne pensi tu?

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  5. Isa ha detto:

    Io facevo quel lavoro lì e alla fine, quando ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito, ho deciso di dire no alle trasferte e questo ha condizionato il resto della carriera, finché non è finita (in Italia non ho più trovato lavori vicini e ben pagati, poi ero stanca di stare lì e siamo andati via). Anche mio marito ha fatto una scelta analoga nel suo campo, dopo vari anni da viaggiatore, e anche per lui c’erano solo contrattini per mansioni di ufficio generiche.
    I cantieristi/viaggiatori hanno spesso una doppia vita o famiglie sfasciate alle spalle. Nel migliore dei casi sono alienati dalla loro famiglia, che vedono ogni qualche mese.

    Ora faccio tutt’altro e a volte guadagno più o meno di prima (dipende dai mesi), ma sono con la persona che amo tutti i giorni e sento di avere messo la mia vita privata al primo posto. Per italico retaggio dell’Italia che lavora sodo, ci sono giorni in cui questiono la mia scelta perché ovviamente dire “ho fatto questo grande impianto in Brasile” fa molto più figo che dire “ho lavorato a delle diapositive sull’artrite/un sondaggio sulle merendine”. Detto questo, di sicuro cambia più il mondo un impianto di un power point, ne sono consapevole.

    Quando in Italia non riuscivo a farmi strada nel mio settore, mia mamma mi disse che avrei dovuto capirlo dall’università che era un lavoro per uomini (in effetti, ero l’unica femmina del mio corso). Certo, ci sono anche donne che fanno il mio ex lavoro e magari all’estero essere donna non sarebbe stato tanto un handicap. In Italia però ai colloqui mi chiedevano sempre della mia situazione personale. 😒

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    • virginiamanda ha detto:

      Io sono d’accordo con quello che dici e con la scelta che hai fatto. Anch’io pur amando il mio lavoro, ho scelto di passare più tempo con la persona di amo ed esserci il più possibile per lui e per noi.
      Detto questo, secondo me non esiste il “lavoro che fa più figo”, perché se la vita da trasfertista ti fa sentire un miserabile non te la recupera di certo dire che fai il super progetto in Brasile.
      Quello che mi lascia perplessa è vedere come, pur essendo naturale che ci siano tante persone (donne) come te che privilegiano la vita privata al lavoro, non ce ne siano altrettante che invece fanno il contrario, cioè mettono il lavoro al primo posto. Mi spiego: essendo il mondo grande e vario, mi aspetterei che ci fossero più tipologie di donne anche nei lavori più scientifici, sia quelle contente di lasciare, che quelle contente di continuare, che quelle pentite dell’una o dell’altra scelta. La mia perplessità derivava dal fatto di essere venuta a contatto soprattutto con la prima categoria. Sarà la mia bolla ad essere un po’ particolare?

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      • Isa ha detto:

        In un certo senso, sto facendo anche quello perché sono io che porto a casa la pagnotta e con il regime a cui giro adesso non ho tempo libero (lavoro tutti i giorni e quando non lavoro materialmente penso comunque al lavoro) per cui non avrei tempo per dedicarmi a un pupo e soprattutto se io dovessi stare in pausa forzata, non ci manterremmo, mentre non sarebbe vero l’opposto (peccato che l’utero ce l’abbia io). Ho lavorato duro per arrivare a questo livello di income ed è un lavoro duro mantenerlo. Una mia collega ha fatto la scelta opposta, ma lei ha un marito ingegnere che guadagna benissimo: per anni ci siano spalleggiate a vicenda, facendo corsi per espandere il nostro business, ma poi lei ha avuto due figli, ha preso una ragazza au-pair per farsi aiutare e dopo il parto del secondo figlio ha scoperto di volere stare più tempo con i bambini. Allo stesso tempo, suo marito sta facendo sempre più carriera ed è sempre più assente in casa. Ovviamente potranno continuare a prendere au-pair per gli anni a venire perché il lavoro di lui, ingegnere alla NASA, è su un altro livello completamente, con una serie di benefit (specie sanitari) che noi freelance non abbiamo. Quindi, io e la mia collega siamo uguali, ma LUI fa ancora la differenza sull’epilogo. Quando ho conosciuto mio marito era scontato che avremmo avuto figli, ma poi la vita ci ha portato dove siamo e restare incinta adesso sarebbe una disgrazia perché getterebbe in una situazione così pessima (economicamente) come non ci è mai succeduto prima. Conta che in questo paese neanche esiste l’aborto è molta gente ha figli perché gli capitano, ma io non voglio arrendermi a questa mentalità che mi sembra irresponsabile e molto poco socialmente avanzata. Ovviamente non mi riferisco al figlio venuto senza volerlo, ma alla gente che resta incinta “come la vergine Maria” ma con un partner casuale o ripetutamente anche se economicamente non possono permettersi neanche i figli che già hanno.
        Parlandoci schiettamente, io credo che se ci dovesse capitare, in un qualche modo ci arrangeremmo, ma so bene che quando hai un figlio, le priorità cambiano e (per ora) non sono disposta a giocarmi la tranquillità e il benessere che abbiamo raggiunto.

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    • Alice ha detto:

      Ok, non c’è moderazione, lol. Quindi il commento è andato perso, peccato. È che il post solleva un sacco di quesiti legittimi e con i quali credo ci siamo scontrate un po’ tutte noi tue lettrici trentenni e qualcosa. E avevo scritto un quasi-papiro a riguardo! 😛
      Però c’è anche da dire che non vedo con tanta sorpresa la voglia di cambiare un lavoro, anche quando è ben pagato, soddisfacente e appagante. Semplicemente a volte va così, a prescindere che lo si decida per la voglia di procreare o per fare un piccolo salto nel vuoto con un nuovo progetto che non implica occupazioni dell’utero. Quello che voglio dire è che a 30 o 40 o 50 anni, siamo sempre in tempo per dire “ciaone” a situazioni che per qualsiasi motivo non ci soddisfano più e provare a realizzarci in altro modo.

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      • virginiamanda ha detto:

        Sicuramente! Ed entrambe abbiamo fatto tante di quelle giravolte lavorative e non che certo non ci potremmo mettere qui a disquisire sulle scelte degli altri o delle altre!
        Quello che mi ha stupito che queste decisioni venissero tutte da un settore altamente maschile: è come se tutte queste persone ad un certo punto avessero detto: “Basta, io mollo!”. E’ questo che mi ha lasciato perplessa. Secondo me ci sono certi settori lavorativi in cui dovremmo far sentire le donne più ben accette, e non recluderle nel recinto di “quella caxxuta che rimane finché ha la tigna”, perché secondo me come società ci stiamo perdendo.

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