Sobresaliente. Riflessioni sull’università (Studiare in un altro Paese, superata bellamente l’età dell’Erasmus)

(Cos’ho fatto in questi due mesi senza scrivere qui? Mi sono abilitata. Con sudore, insonnia, frequentazioni notturne e maniacali su Google Scholar e l’abbraccio della direttrice del master. Il percorso per niente facile mi ha portata a fare continui paragoni con l’università come la conoscevo, ovvero la triennale e la specialistica in Italia. )

 

Il 18 di giugno entravo in un’aula a “difendere” come dicono gli spagnoli, la tesi.

E’ stata una discussione diversa dalle due precedenti per vari motivi ma soprattutto per due, parecchio ovvi: mi trovavo in Spagna e l’ho tenuta in inglese.

Quando sono entrata a discutere la tesi della triennale ero, beh, come dire, molto più giovane, e ad ascoltarmi c’erano mamma, papà, l’amica dell’asilo, le coinquiline, le amiche dell’università, una coppia di amici di famiglia.

Quando ho discusso la tesi della specialistica c’era l’Orso, tre amiche, mamma e papà, la stessa coppia di amici di famiglia.

Quando ho discusso questa tesi c’ero io e basta.

Per la triennale avevo comprato un abito apposta, formale ma adeguato, stivali nuovi, cappotto nuovo. Eravamo andati a pranzo in un ristorante tra i più famosi di una delle città più turistiche d’Italia.

Per la specialistica avevo comprato un tubino e una giacca, girando senza sosta per settimane tutti i negozi del centro storico e scarpe col tacco abbinate al colore della giacca.

Per questa tesi ho comprato dei pantaloni da Zara all’aeroporto di Madrid Barajas due giorni prima della discussione nelle due ore di scalo e il giorno prima dei mocassini a 16 euro e una giacca da Sfera. La camicia l’ho riciclata, me l’aveva comprata l’Orso forse più di sei anni fa. Quando ho finito e i miei professori mi hanno fatta rientrare per dirmi che il mio voto era “Sobresaliente” fuori non c’era nessuno ad aspettarmi. Sono tornata nell’appartamento che avevo affittato per quella settimana camminando a due metri da terra. E sono andata a dormire. Alle 18. Dopo due giorni sarebbero arrivati l’Orso e i miei per la proclamazione ufficiale con tanto di toga e cerimonia.

 

Per la tesi della triennale avevo scritto 120 pagine, ma molto probabilmente nessuno a parte me le aveva lette. Negli ultimi mesi mi sono chiesta più volte perché. Perché il mio relatore non mi avesse fermata prima (mi aveva fermato, invero, una volta raggiunte le 120: “Signorina, questa non è una tesi di dottorato”) ma soprattutto perché non mi avesse guidata. Non avevo la più pallida idea di come si scrivesse una tesi, di come strutturarla, di come redigere una bibliografia.

Avevo scelto un tema ambizioso con analisi sul campo, ma il professore non mi aveva detto come fare. Ero andata avanti a tentoni. Ciononostante mi avevano permesso di discuterla ed in commissione c’era perfino un accademico della Crusca (beh, era abbastanza frequente in quell’università). E mi avevano pure dato 108.

Mi sono chiesta varie volte in questi ultimi mesi: perché? Perché il relatore non si preso mezz’ora per dirmi come funziona un’analisi sul campo? O semplicemente fotocopiarmi delle istruzioni, delle indicazioni da seguire per essere rigorosa? O magari dirmi come si scrive una bibliografia? Avevo scopiazzato il formato delle bibliografie dei libri che avevo consultato e incrociato le dita.

Nessuno mi aveva detto niente.

 

Per la tesi della specialistica avevo scelto un progetto meno ambizioso ma ugualmente impegnativo. La relatrice era stata molto più disponibile e gentile, ma non aveva aggiunto molto a livello di impostazione e passi da seguire. La ricordo con molto affetto, la discussione fu coinvolgente (almeno a detta degli astanti, che fuori mi dissero “Finalmente una discussione in cui si capisce di cosa si sta parlando!”) e alla fine venne privatamente a scusarsi per non essere riuscita a strappare la lode al resto della commissione.

Purtroppo però neanche in quel caso mi vennero date istruzioni. Solo alla fine, a tesi completata mi disse: ora la metti a carattere 12, Times New Roman, interlinea 1,5, margini tot (non mi ricordo che valore mi disse). E questa rimase l’unica indicazione di un certo rigore. Avrei potuto scrivere la ricetta della panzanella cento volte, applicando quel formato e nessuno avrebbe trovato niente da ridire.

Mi sono chiesta in questi mesi: perché? Perché facciamo laureare tante, tantissime persone con tesi di poco valore, poco curate, che non contribuiscono alla conoscenza e che non dimostrano un reale lavoro e studio?

 

Io sono sempre stata attenta allo studio e mai mi sarei permessa di presentare un lavoro fatto male (per quanto, ora me ne rendo conto, di sicuro inadeguato era) ma ho avuto compagne e amiche di università che si sono laureate con tesine di 20, 30 pagine, di revisione bibliografica neanche completa. Perché “Tanto non serve a niente“.

In questi mesi in cui ho scritto la tesi in inglese per il master, le istruzioni erano chiare e soprattutto consultabili fin dall’iscrizione: minimo 20.000 parole, la struttura può essere di due tipi A o B (seguiva struttura dettagliata), la bibliografia può essere scritta solo in formato APA. Punto.

Quando qualcuno si è sentito il fiato sul collo e per paura di non farcela ha chiesto alla commissione se le ventimila parole fossero proprio tassative, gli è stato risposto: “Le regole esistono per essere seguite. Chi decide di non farlo, se ne assume le conseguenze.”

Alleluja!

 

Quando ho spedito la tesi finita alla mia relatrice per l’ultima revisione, lei mi ha risposto: “Controlla le virgole nella bibliografia”.

Ripeto: controlla le virgole nella bibliografia.

Certo, perché secondo la sesta edizione APA le virgole vanno in un certo modo, e se hai seguito la quinta edizione magari le hai messe in un modo diverso.

Le virgole.

 

Sono passati molti anni dalle mie altre due discussioni (2007 e 2012) quindi magari adesso tutti i relatori in Italia si comportano in modo rigoroso e non ti fanno laureare finché non hai prodotto una tesi degna di questo nome, e io mi sto lamentando e sto criticando un sistema che nel frattempo è cambiato… ma qualcosa mi dice di no.

Io lo devo ammettere: tanto mi è costato scriverla, tante notti insonni ho passato, tanto ho levato alla mia vita privata, quanto mi è piaciuto e mi ha confortato sapere che c’era una disciplina da seguire e che quello che ci veniva chiesto era equo e chiaro per tutti. Difficile, certo, ma equo.

Nessuno si è presentato con una tesina da venti pagine strampalata “perché tanto per quello che serve“. Perché se si fosse presentato il relatore gli avrebbe detto: tu non puoi discutere, ritorna a casa e rileggiti le norme stabilite fin dall’inizio.

Perché non siamo così rigorosi anche noi?

 

Detto questo, pochi giorni dopo la proclamazione (e la notte brava passata a bere tequila come avessi dieci anni di meno e un fegato molto più resistente) ero alle terme con le mie amiche quando a tutti noi del master è arrivata una mail del rettore. Secondo l’ultimo ranking delle università, quella in cui mi sono appena abilitata è terza a livello europeo, dietro solo a Oxford e Cambridge.

Un po’ di rigore allora serve.

(Ciao università, un po’ mi mancherai. Grazie di tutto)

 

19 pensieri su “Sobresaliente. Riflessioni sull’università (Studiare in un altro Paese, superata bellamente l’età dell’Erasmus)

  1. Ella ha detto:

    Io sono reduce dalla penosa scrittura della correzione della tesi di dottorato in un’universita’ inglese di quelle sempre nelle prime 10 delle classifiche.
    E’ stata la roba piu’ penosa della mia vita. Se qualcuno mi avesse spiegato durante triennale e specialistica come si scrive una tesi o un documento scientifico forse la scrittura della tesi non sarebbe stata cosi penosa.

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    • virginiamanda ha detto:

      Innanzitutto: congratulazioni! Complimenti perché lo liquidi in poche parole ma non hai fatto una cosa da tutti, quindi non ti sottovalutare!
      Mi dispiace che sia stato così penoso, anche se condivido lo scoramento.
      E poi sai anche cosa mi dispiace? Che una delle basi della didattica sia dare compiti a casa o finali che rispecchino quello che si è visto in classe. E come mai questo principio tanto banale non viene applicato nelle nostre università? Se la tesi è “il compito finale” perché durante i cinque anni non si viene preparati per affrontarlo?
      Ho trovato molto utile durante il master un esame che si chiamava “Ricerca” e come compito finale prevedeva una tesi a metà. Ovvero dovevamo scegliere un argomento, impostare la tesi, scrivere l’introduzione, la revisione bibliografica e la metodologia che avremmo applicato, e basta. In questo modo tutti abbiamo potuto confrontarci con quello che significa scrivere un “documento scientifico” come dici tu e siamo arrivati più consapevoli alla stesura della tesi. Mi piacerebbe che un esame simile fosse obbligatorio anche da noi. (Anzi spero che ci siano università che lo fanno già di cui non sono a conoscenza).
      Fammi sapere come va la discussione!

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      • Ella ha detto:

        Oh grazie del supporto morale 🙂 e complimenti per il master! In realta’ ho gia’ discusso da un po’ e ho anche finito le correzioni che sono proprio l’ultimissimo sforzo. In UK da come ho visto c’e’ solo da fare un early stage assessment dopo 9 o 12 mesi dove va scritto un report e c’e’ un esame orale per controllare che lo studente e’ in grado di fare ricerca. Ma ovviamente scrivere 10 pagine di report non e’ proprio la stessa cosa che strutturare una tesi da circa 100 pagine. Sulle tesi di master, qua in UK seguono i candidati abbastanza ma non troppo (in realta’ un paio alla mia universita’ li seguo tutti gli anni, anche ora che lavoro), pero’ siccome qua gli esami sono scritti io trovo che sappiano articolare i concetti per iscritto meglio della media italiana. Io pero’ faccio ingegneria quindi non saprei come funziona in ambito umanistico.

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  2. Isa ha detto:

    Io per le mie due tesi mi sono impegnata tanto. Ho letto il solito “Come scrivere una tesi di laurea” di Eco, ho preso il “Manuale di stile” di Roberto Lesina e poi ci ho messo del mio. Però sono libri che ho trovato googlando “redazione tesi di laurea” e il mio professore non mi avrebbe di certo consigliato la bibliografia da seguire per la redazione della tesi.
    Io gliela mandavo mentre era ancora in fasce, lui scriveva “va bene” e basta. Per diamine! Avrei potuto scrivere il regolamento dei punti fragola dell’Esselunga e la risposta sarebbe stata sempre “va bene”. Anche per i miei compagni, con altri relatori, l’esperienza non era stata differente.

    Negli anni successivi, dopo la laurea, ho riaperto la tesi della specialistica e ho trovato un sacco di refusi (sia tipografici che espositivi). Mi sarei bocciata. Ma quella tesi l’ho letta solo io… è evidente.

    Quando lavoravo in azienda mi sono toccati 3-4 tesisti e ho dovuto leggere le loro tesi e non è che fossero redatte con cura, ma l’unica che obiettava ero io e se andava bene ai loro relatori…
    Uno dei tesisti aveva fatto un copia e incolla sfacciato per la prima parte (quella di teoria), presa da siti generici tipo skuola.net, senza neanche cambiare il font o il colore e ovviamente con continui cambi di ritmo e registro. Si vedeva lontano un miglio che era un patchwork di paragrafi riciclati. L’ho ridotto alle lacrime con le mie critiche. Parliamo di tesi specialistiche dei principali politecnici d’Italia. Di recente me n’è capitata sotto mano una di una facoltà umanistica di Roma ed era a livello di tesina di maturità. Imbarazzante. Ha preso 110.

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma sai che non ho fatto altro che annuire per tutto il tuo commento? Ho rivisto tutto, sia i refusi ad anni di distanza, sia il pressapochismo di certi laureandi. Posso solo darti ragione.
      Il fatto è che se ai tesisti viene permesso di scrivere in modo non scientifico, scopiazzando e senza nessuno che li imbecchi, la colpa non è del tutto loro.
      E’ che gli viene permesso. Come dicevo sopra nell’altro commento, ho trovato molto utile durante il master un esame che aveva come scopo quello di imparare a redarre un documento scientifico. Per molti è stato un incubo (come negarlo!?) ma io l’ho trovato utilissimo e sensato. Se l’università chiede un documento scientifico alla fine del percorso di studi, deve essere l’università a metterti nelle condizioni di saperlo fare. Non dovrebbe essere lasciato alla bontà individuale dei relatori, perché quelli che non hanno a cuore gli studenti o semplicemente sono oberati di lavoro finiranno sempre a rispondere “Va bene” come faceva il tuo.

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      • Isa ha detto:

        Io al quarto o quinto anno avevo fatto un corso (facoltativo) di scrittura tecnica. La docente era una tipa molto in gamba di lettere e usava esempi della vita reale (presi dalla nostra facoltà tecnica) per evidenziare gli errori e le cose migliorabili. È durata due anni e poi quel corso facoltativo, magicamente è sparito da quelli a noi disponibili. Pare che qualche professore non avesse gradito essere usato come esempio di cattiva scrittura tecnica. 😬

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  3. romolo giacani ha detto:

    Ma noi non siamo rigorosi mai! Dimmi un campo nel quale noi italiani siamo rispettosi e scrupolosi nell’attenerci alle regole? Che siano di grammatica, di educazione civica, stradale, generale…siamo refrattari alle regole! E di conseguenza, meno ne abbiamo, meno siamo scrupolosi nell’applicarle e nel giudicarle. D’altra parte questo ha fatto sì che nascesse una sorta di buon senso generalizzato che ci impedisce di ammazzarci per strada e di convivere più o meno pacificamente fra noi

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma sai che io non sono del tutto d’accordo?
      Se esistesse davvero quel buon senso generalizzato che tu descrivi (a parte che anche il “buon senso” va insegnato, non è innato, e anche quello possiede delle regole) che ci permette di vivere pacificamente e fare tutti le cose giuste, perché gli italiani voterebbero soprattutto a destra? Il fatto è che bramiamo disciplina e rigore, e li andiamo ad esigere nei posti sbagliati.

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      • romolo giacani ha detto:

        Votiamo a destra perchè è più facile obbedire pedissequamente che essere responsabili delle proprie azioni. Ci lasciamo spesso portare in giro dal primo stronzo che promette di risolvere i problemi in maniera semplice. Il mascellone 100 anni fa prometteva vi darò un impero! Berlusconi un milione di posti di lavoro, Grillo il reddito di cittadinanza. Semplifico, è ovvio…ma il meccanismo è analogo

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  4. The Storyteller ha detto:

    La mia esperienza é totalmente opposta. Triennale e specialistica in Italia (per di più in due università poco note del centro-sud), molto più seguita e consigliata dalle mie due relatrici (soprattutto per la specialistica, perché era una persona competente, appassionata e professionale e la mia tesi, del tutto sperimentale, le stava davvero a cuore). Si, cum laude a tutte e due, una faticaccia per entrambe, ma quanta soddisfazione. Quest’anno tesi in francese per un Executive Master in Belgio, in una delle Business Schools più note della capitale: una tragedia. Tanti bei fogli di indicazioni, strutture, font e margini da applicare, ma i relatori (DUE) se ne sono fregati, mi hanno approvato il soggetto pur considerandolo inadeguato, non si sono degnati di aprire la tesi e darle uno sguardo in nessuna delle fasi di stesura, mi hanno semplicemente detto “ok vada avanti” per poi tirare fuori commenti perfidi in sede di discussione (che si dice “difesa” pure qui!) e penalizzarmi facendomi passare con il minimo. Dopo un anno di esaurimento nervoso, ci sono rimasta da schifo. Credo di aver chiuso con le tesi qui 😉

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    • virginiamanda ha detto:

      Mi dispiace per la tua recente esperienza, e invece mi rincuora sapere che in ben due università italiane tu sia stata ben seguita e consigliata, evviva, un punto a favore delle nostre università!
      Ma mi chiedo come mai i tuoi due relatori ti abbiano approvato l’argomento anche se lo ritenevano inadeguato? Non ti hanno proposto delle alternative? Che delusione, però, lo capisco bene.
      Intanto goditi la fine del master che anche se ti hanno dato il minimo hai comunque passato e via, verso nuove avventure!

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      • The Storyteller ha detto:

        A saperlo! Dovevamo presentare, a Gennaio, un modulo di approvazione del soggetto ai relatori, cosa che ho fatto. L’hanno approvato senza batter ciglio, semplicemente dicendomi di tagliare una parte che secondo loro era troppo teorica… e quindi io ho continuato a scrivere. I commenti rispetto al fatto che secondo loro fosse un argomento inadeguato sono usciti solo alla discussione! Mai più 🤦🏻‍♀️

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  5. Lucy the Wombat ha detto:

    Complimenti! 🙂 Quoto un po’ lo storyteller qui sopra. Due tesi in Italia, seguita bene, anche le virgole (fermo restando che mi hanno lasciato ampia autonomia ma in senso buono, quanto amore ♥️), in Australia per quello che sto vedendo si fissano su min***ate di linee guida che non vogliono dire niente, pagine e pagine di indicazioni, poi va a finire che scrivi un paragrafetto e ti danno del genio perché il livello medio è peggio che infimo.

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