Il diritto a fare schifo

Ieri mattina ero in sala professori quando il prof di storia (c’è qualcosa che danno in quella facoltà che noi non sappiamo? Com’è che i laureati in storia sono sempre dei fissati? Non ricordo se era la Soncini o Flaiano che diceva “Non so se per fare l’esame da giornalisti bisogna essere imbecilli o se lo si diventa esercitando la professione” o forse invece mi sbaglio e lo diceva il piadinaro intellettuale, che lavorava con me nelle mie estati liceali in cui vendevo gelati al chiosco, che ad un certo punto della giornata dopo aver ascoltato per la milionesima volta il tormentone estivo di quell’anno e l’ennesima battuta idiota del conduttore radiofonico, sbottava e metteva su Radio Radicale* e diceva “Non so se per fare il dj devi essere cretino o se a forza di fare il dj ci diventi cretino”- . Ragazzi, sto citando, da me solo apprezzamento per entrambe le categorie. Mio marito, molti anni prima di avere il mio nome scritto all’interno dell’anello che porta sulla sinistra, faceva il dj alle feste di compleanno. E senza giornalisti non saprei chi seguire su Twitter-  E credo che un parallelismo simile si potrebbe coniare pure per i laureati in storia. Bisogna essere dei fissati senza legami con la realtà per laurearsi in storia o ci si diventa dopo aver passato cinque anni con i fissati? Chissà. Detto questo, a me il prof di storia sta simpatico, con le sue manie e il suo camminare come il tizio di quel famoso video dei Verve) si gira verso di noi staccando gli occhi dal computer (evento rarissimo) per dirci: “Theresa May si è dimessa”. Nello sconcerto generale tra inglesi che mormoravano qualcosa di britannicamente simile a “Managgialapupazza” e stranieri che mascheravano compiacimento (“E mò pure voi vi beccate i governi che cadono in continuazione!”) con una smorfia grave di circostanza, ha aggiunto: “She got a bit emotional towards the end of her speech”.

“Beh, ci credo”, ho pensato io.

Insomma, ti stai dimettendo da un incarico delicato ed importantissimo e non sei riuscita a portare a termine il compito che ti avevano assegnato. Altro che piangere. Quando vi licenziate da un lavoro importante in mondovisione fatemi sapere come vi sentite, se vi sentite un po’ “emotional” o no.

Ma lì per lì non ci ho dato un gran peso.

Capirai, vengo da un Paese i cui governi cadono che è ‘na bellezz’, nella mia seppur breve vita (34 anni) ho già potuto sperimentare ben più di 48 governi (questo è il conto non aggiornato, credo risalga a circa cinque anni fa). E ciononostante non smettono di farmi tenerezza i popoli saldi e fieri che non sanno come reagire all’evenienza di non avere una maggioranza (Svezia, Australia, Spagna… e sempre e comunque quando io mi trovavo a soggiornare là. Io fossi nell’Interpol mi preoccuperei. No dai scherzo, lo dico perché è dal 2005 che la gente in Italia si beve qualsiasi cosa legga online, per cui metto le mani avanti). In testa mi risuona Manu Chao in una delle sue hit più famose “Welcome to Tijuana, tequila, sexo…” e sorrido: dai, benvenuti, bienvenidos, venite a divertirvi anche voi da questa parte, dal lato dell’instabilità politica.

Dicevo, lì per lì non mi è sembrato un gran problema. I governi vengono fatti, poi cadono, ci sono elezioni, si prendono della batoste, tutto si riconferma com’è, il giorno dopo su Twitter la gente frigna… insomma, normale amministrazione.

Certo, io con la Brexit non è che ho un rapporto di amicizia, eh.

(Ricordo che per colpa della Brexit, avvenuta proprio cinque giorni dopo che ero stata ammessa ad un master postlaurea qui nel Regno Unito per cui avevo passato un anno a studiare, ho dovuto rinunciare e partire per l’Australia.

Non è che la Brexit mi sia mai sembrata un’ideona eh, ma ammetto di avere pure un contenzioso personale.)

Insomma, finito sto siparietto in sala insegnanti, il prof di storia si ri-gira verso il suo amato computer, noi stranieri ci guardiamo facendo spallucce e io salgo a parlare con una delle mi prof preferite, perché dovevo controllare i compiti per la prossima settimana, insomma, per parlare di tutt’altro.

La trovo davanti allo schermo del computer sintonizzata sulla BBC. Esattamente la stessa immagine che aveva il prof di storia poco prima.

E’ infuriata.

Ah bellina, sta tranquilla. Mi sembra di essere entrata con uno zaino pieno di bistecche nella gabbia dei leoni.

Lei è mezza inglese e mezza svizzera per cui vederla arrabbiata mi fa un certo effetto.

“Che ti succede?” chiedo senza troppa convinzione perché temo la risposta ma soprattutto temo che mi porterà via due ore di vita che nessuno mi restituirà mai più. (In questi momenti, quando faccio questi pensieri, mi sento molto affine al prof di storia).

“Non è possibile che lei si dimetta! E’ quanto di più lontano ci sia dalle mie opinioni politiche, ma dimettendosi fa solo il gioco degli uomini che poi potranno avere più argomenti per parlare male delle donne in politica! Fa malissimo alla causa femminile!”

Ohibò.

Nientepopòdimenoche.

La causa femminile?

Seriously?

Allora, tesoro, no.

Posso dirlo?

Ecco, io dopo tanto ragionare ci sono arrivata: non esiste la causa femminile.

Esistono tante cause femminili.

Perché siamo tante.

Continuare a dire che esiste una causa femminile è ridurre tutte le donne ad un’unica categoria che si chiama “donne”.

Secondo questo criterio io dovrei essere felice del successo politico di Giorgia Meloni, Virginia Raggi e Daniela Santanché perché sono donne.

Immagino che nessun uomo di destra avrebbe piacere a sentirsi accomunato a Renzi, Bersani e Cacciari perché sono uomini. “Vabbè dai, voi uomini, se non vi sostenete tra voi…”

Così come nessun uomo di sinistra avrebbe piacere di sentirsi accomunato a Berlusconi o Alemanno (sto facendo una faticaccia a nominare politici di destra senza sfiorare quelli al governo, perché sia mai che con una ricerca astrusa qualcuno possa permettersi di associare il mio blog a quella manica di manigoldi). “Vabbè dai, voi uomini, se non vi sostenete tra voi…”

Nessun uomo che si sveglia alla mattina, va a lavorare, torna a casa, ha dei figli e/o una compagna/ fidanzata/ moglie/ compagno sarebbe felice al sentirsi accomunare a Pacciani o a un assassino che ha ucciso i figli. “Beh ma siete tutti uguali voi uomini, vuoi spiegarmi tu che sei uomo come si fa ad ammazzare i figli?”.

Balbetterebbe inorridito, come faccio a dirtelo, io non lo so, io non li ammazzerei mai, ma come ti permetti!? Per magari sentirsi rispondere: “Beh, visto che sei uomo anche tu lo saprai!”

Ecco, alle donne succede questo, ed è questo che dovremmo combattere: di essere tutte considerate la stessa persona, con gli stessi desideri e le stesse aspirazioni perché siamo tutte “donne”.

E invece ci sono milioni di tipi di donne, come ci sono milioni di tipi di uomini.

Però le donne sono sempre “un mucchio unico” da prendere e trascinare ogni volta che un’esponente politico è donna, o succede qualcosa che coinvolge una donna, e i cretini attorno ti chiedono: “Dai, dimmi cosa ne pensi, tu che sei donna!”

Tra le donne ci sono anche le imbecilli e le oche.

E hanno tanto diritto di esistere quanto ne hanno quelle intelligenti e che lottano in piazza.

“Beh ma se stai a casa dal lavoro non fai bene alla causa femminile”.

“Beh ma se ti fai mantenere non fai bene alla causa femminile”.

“Beh ma se Rosy Bindi non si trucca non fa bene alla causa femminile”.

“Beh ma se Theresa May non riesce a portare a termine il mandato non fa bene alla causa femminile”.

“Beh ma se non sosteniamo il primo sindaco di Roma donna non facciamo bene alla causa femminile”.

E invece sì.

Abbiamo tutto il diritto di fare schifo.

Questo è l’unico diritto che ci dobbiamo prendere, e questo secondo me è quello che deve essere il femminismo oggi, garantire il diritto alla donne di essere mediocri, di fallire, di non essere al top.

Il diritto a fare schifo.

Non so se l’ho convinta, ma mi ha promesso che ci avrebbe riflettuto.

(Io comunque, almeno, non sono stata sbranata).

 

 

 

 

*Una prece.

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5 pensieri su “Il diritto a fare schifo

  1. chesognichefai ha detto:

    Ciao Virginia, capisco quando dici che le donne non sono un’unica categoria, non hanno tutte le stesse aspirazioni per il solo fatto di essere donne. Però non capisco quando dici che il femminismo dovrebbe garantire il diritto di fallire, di non essere al top. Io direi che quando una donna affronta un insuccesso (che sia la May o un’altra persona) non si dovrebbe attribuire la causa al suo essere una donna, così come non lo si fa per gli uomini. Ma credo che il femminismo dovrebbe garantire il diritto di poter essere al top per entrambi i sessi senza distinzioni, più che il diritto a fallire.

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  2. isosteno ha detto:

    Anche io la penso come „che sogni che fai“, fondamentalmente non si dovrebbe attribuire la scusa del suo insuccesso als suo essere donna… domanda (forse retorica), se fosse stato un uomo a commuoversi durante le dimissioni, ci sarebbe stato tutto questo putiferio intorno alle sue lacrime? ( in Germania l‘acce Sulle lacrime è stato fortissimo nei media)… molti uomini sostengono che le donne siano inadeguate alla politica proprio a causa della loro emozionalità

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  3. romolo giacani ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo con te. Queste generalizzazioni sono inutili e dannose. Riduzioni di complessità che servono solo ad alimentare luoghi comuni e subcultura da social network. Sui prof. di storia invece non concordo.secondo me i matematici ad esempio sono molto più strani. Ma essendo laureato in filosofia forse sono di parte!

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