Quant’ero stanca e quant’ero contenta.

Da venti giorni sono a Londra.

Siamo solo ad Aprile e quest’anno sono già stata in Spagna, Cile, Italia e Inghilterra. Ogni volta che ci penso mi sembra incredibile perché a parte cambiare lo scenario e il clima (freddo – caldo – freddino – tiepidino) ho sempre fatto le stesse cose: scrivere, studiare, scrivere, controllare compulsivamente la piattaforma online dell’università, scrivere, pensare, prendere appunti, scrivere.

E con tutto questo scrivere per propositi accademici non sono venuta a scrivere qui.

Solo accendere il computer e iniziare a digitare mi fa tornare in mente le mille scadenze e i milioni di cose che devo fare. E’ naturale che rimanga poco spazio per riflettere per iscritto.

Qui è tutto diverso. Diverso da come sono abituata, diverso da come ho impostato le giornate, diverso dalla mia sana, egoista routine di persona indipendente e autonoma.  E’ la prima volta che abito (nel senso proprio completo del termine: ci dormo, mi sveglio, faccio colazione, vado al lavoro, studio, scrivo, mi preparo, mi faccio la doccia, mi spalmo la crema idratante, giro la chiave nella toppa) in una casa in cui c’è un bambino.

E’ adorabile e sono felicissima di passare questo tempo che prima trascorrevo in silenzio meditando sul mondo e riflettendo sul mio futuro con persone della mia famiglia. Tra l’altro c’è pure bel tempo e andiamo spesso tutti assieme al parco.

Ma è diverso. Mi permette non solo di osservare com’è la vita e come cambia quando in una casa arriva un bambino, ma pure di farne parte.

Forse non ero pronta, e certo non voglio mettermi sullo stesso piano delle mamme che si sbolognano tutto questo tutti i santi giorni con pure il carico da novanta di senso di colpa e di responsabilità, ma, accidenti, è proprio vero che quando in una casa c’è un bambino non esistono più le altre esigenze.

Ci siamo messi a ridere una sera quando mia sorella ha trovato una vecchia lista di cose da fare: “Prima che nascesse la bimba facevo liste di cose da fare. Che tenera. Ora se riesco a farne una, mi sembra una giornata di grande successo!“.

Le scadenze dell’università, lo studio, il tirocinio, la tesi… è tutto organizzato in funzione delle esigenze della piccola. Se la nipotina dorme, si può avanzare di una, due, tre pagine. La settimana scorsa avevo un compito da consegnare, e l’ho scritto tutto di notte. L’ultima notte l’ho passata in bianco. Ho inviato le mie allegre 72 pagine (ripeto SETTANTADUE) alle sei e dieci di mattina. Sei e dieci di mattina. Quando mai sono esistite le sei e dieci di mattina? E’ un orario vero? Eppure sì, posso affermarlo con sicurezza. Dopodiché mi sono fiondata a letto, e alle sei e ventisette la baby allegramente faceva l’appello delle persone della casa: “Ziaaaaaaaaaaaaa, dove sei ziaaaaaaaaaaa?“.

Come detto, non mi paragono di certo alla fatica delle madri, ma porca vacca, quando vi dicono che “un figlio cambia tutto” non mi aspettavo si intendesse questo.

Ho sempre immaginato che la gente un po’ esagerasse, un po’ ci marciasse sopra e in fondo mi veniva automatico dire tra me e me: “E certo che cambia tutto, testina! Ma mica hai fatto figli solo tu!? Che generazione di persone poco votate al sacrificio!“.

Che ingenua.

I tempi cambiano, e quello che poteva essere vero per mia madre (con tre figli piccoli in campagna, nonna materna vicina, nonna paterna vicinissima, cognate a cinque metri e sorella  a cinque minuti, asilo nido a un chilometro, marito a casa tardi tutte le sere e spesso a lavorare anche il fine settimana e d’estate) non è più vero per mia sorella (una figlia piccola e uno in arrivo, nonna materna a due ore di volo, nonna paterna a due ore di volo – ma nell’altra direzione -, cognate in un altro Stato e che parlano un’altra lingua, sorella in un altro Emisfero, asilo nido a un chilometro, marito a casa presto tutte le sere e che non lavora il fine settimana) e non sarà mai vero per me (non ho figli, ma la situazione sarebbe: genitori materni e paterni in Italia a distanza di milleduecento chilometri l’uno dall’altro, sorella in Inghilterra, marito via per lavoro un mese intero ogni due).

Certo, vivere in città e in una città così dà anche tantissimi vantaggi: siamo andati al museo, a fare pic-nic in due parchi diversi, i parchi giochi per i bimbi sono ben tenuti e cancellati, all’asilo la bimba impara l’inglese.

Ma la sensazione mista a gratitudine, e felicità (le trovate che una bimba di due anni ha ogni tre secondi sono inimmaginabili e sempre divertenti, anche se talvolta estremamente pericolose) che provo di più è stanchezza.

Non riesco mai a dormire più di sei ore di fila, e quando lei dorme è il momento ideale per fare i compiti, scrivere, organizzarmi.

Questo master è stato una divina commedia completa: al momento mi trovo appena uscita dall’Inferno e sto provando ad accedere al Purgatorio. A fine giugno forse riuscirò a contemplare Beatrice, ma per il momento mi sembra ancora troppo distante.

Questo post non prevede grosse riflessioni (ma chi ha spazio cerebrale per farle!?) ma era soltanto per mettere un punto, per ricordarmene in futuro: quel periodo a Londra, quant’ero stanca e quant’ero contenta.

Buona Pasqua a tutti.

 

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4 pensieri su “Quant’ero stanca e quant’ero contenta.

  1. Valerio Vecchione ha detto:

    Ho letto le tue considerazioni velocemente. Ti posso assicurare che hai centrato il punto, come lo centrano tutte quelle persone che si trovano a diventare papà e mamma (soprattutto mamma). Io di figli ne ho 3, tutti maschi, tutti piccolini, 5, 5 e 3.
    Sono felicissimo di averli, ma se non esistesse mia moglie, probabilmente sarei da molto tempo gia in cura da qualche parte…e i bimbi chissà dove.
    Ecco perché prima di averne si dice sempre sia meglio essere pronti, sistemati e possibilmente anche risolti con se stessi.
    Un saluto da Milano

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