Volere quello che si fa

Sono in Cile da qualche giorno.

Nel giro di quattordici ore sono passata da essere una studentella fuorisede cui la massima preoccupazione è arrivare preparata agli esami, ad essere moglie di bella presenza (Uahahahah, sì dai: era una battuta) che accompagna il marito in trasferta e sorride alle cene.

Indossando pure lo stesso paio di jeans.

Poi uno si chiede come si fa a non diventare schizofrenici.

Ieri sera mi sono ritrovata nell’ennesima situazione di ignoranza estrema che devo combattere guardando in su e col sorriso, perché se sei arrivato fino a quarant’anni con quella spocchia vanesia non sarò certo io a insegnarti come stare al mondo, ma che fatica.

Esempio solo di ieri sera, perché il più recente, mica perché il più rappresentativo. Tizio napoletano che nella vita ha studiato e fatto tutt’altro inizia a discettare sui dialetti e sulla sua conoscenza metalinguistica (nulla) del napoletano.

Io inizio a ribattere per spiegargli che non è proprio così che stanno le cose, e che essere nato a Napoli non fa di lui un esperto di lingua napoletana. I miei esami di dialettologia fanno tutti il tifo per me in piedi.

Tizio non capisce con chi ha a che fare, forse solo perché non passo la serata a dire: “Testina, sono sedici anni che studio i dialetti italiani, e specialmente il TUO” e inizia a blaterare in modo inconcludente e senza alcun fondamento scientifico. Gli danno man forte altri che nella vita forse sapranno molto di algoritmi ma (mi sembra) poco di come si sta al mondo e (apparentemente, almeno) pochissimo di dialettologia, cosicché decido di…

sorridere e tacere.

Ad un certo punto, nella vita di un’insegnante arriva il momento fatidico di chiedersi: “Mi stanno pagando?”. Se la risposta è no, che v’insegno a fare!?

 

A parte queste piccole incomprensioni e le frecciatine che non scaglio per mantenere un aplomb che non mi appartiene sto bene.

Ho visitato Valparaiso il giorno dopo essere atterrata e in generale quello che ho visto finora del Cile mi sta piacendo molto.

Purtroppo però non sono “veramente” una moglie mantenuta in vacanza (eppure avrei tutte le skills richieste, sento che sarei davvero portata per il ruolo!), perché questi sono i giorni in cui dovrei avanzare il più possibile con la tesi e con gli ultimi tre esami.

Ma aspetta questo esame e aspetta quella scadenza, alla fine era già  da più di un mese che non scrivevo.

Ed è un peccato, perché di cose di cui tenere memoria ne sono successe parecchie.

Non ho il tempo di mettermi qui a raccontare per filo e per segno (la tesi continua a tossire dalla quarantacinquesima scheda aperta e prima o poi dovrò passare a darle uno sciroppino) ma sono in un periodo felice e produttivo.

In questi due mesi trascorsi in Spagna ho imparato tantissimo.

Era da tanto che non vivevo da sola.

Certo, gli anni trascorsi con l’Orso non si possono definire anni in cui siamo stati appiccicati, anzi, visto che almeno una volta al mese si assentava. E per periodi più o meno lunghi (anche un mese intero, e spesso) siamo stati lontani.

Da quando siamo sposati siamo stati nello stesso posto forse sette o otto mesi in totale. E siamo sposati da un anno e mezzo.

Da quando è iniziato il 2019 siamo stati assieme dieci giorni.

Dieci giorni.

Oggi è il 12 marzo.

Un po’ pochino, no?

Senza contare che ogni volta che ci si vede a distanza di settimane ci si trova un po’ cambiati: una rughetta nuova all’angolo dell’occhio sinistro che prima non c’era, cinque peli bianchi in più in mezzo alla barba, tre chili in più appoggiati equamente tra le maniglie dell’amore e lo stomaco, una maglietta che non avevo mai visto prima, una ferita sul piede che non conoscevo.

(Questo non voleva essere un post per lamentarmi della distanza, ma se lo dovesse diventare, pazienza).

Nella mia classe del master c’è gente di tutti i tipi e di tutte le età. Si va dal neolaureato a quello che si è iscritto dopo vent’anni di lavoro perché si è deciso a cambiare vita.

Dovrei dire che tutti mi hanno apportato qualcosa, che da tutti ho imparato. Ma sarebbe finto e, per piacere, qui dove leggo solo io e cinque altri impavidi di passaggio posso permettermi di dire la verità.

Ho imparato e stretto legami soprattutto con quelli della mia età: dai trent’anni ai quaranta.

Ci ho provato ad avere a che fare con i ventiduenni ma, mamma mia, abbiamo troppi riferimenti culturali diversi e curiosità diverse. (Per carità! “Aspetta che ti faccio vedere questo video con le frasi più divertenti di Rajoy!”)

Quando ho raccontato della nostra situazione matrimoniale, sparsa tra i continenti, quasi tutti erano affascinati. Alcuni (i più giovani) hanno commentato: “Che bello, così quando vi vedete avete ancora più voglia di stare assieme”.

Io, come col napoletano insolente di ieri sera, quando sento questo genere di commenti abbozzo, sorrido e dico “Sì sì”.

Quelli della mia età mi guardavano con un pizzico di apprensione. “Empatia”, si chiama.

Che lo scrivo a fare. Stare lontani è un casino.

Ci vogliono giorni interi per ri-abituarsi all’altro, e quando è passata una settimana bisogna già ri-salutarsi di nuovo.

Arriverà anche luglio, prima o poi, e noi saremo più forti, più belli, con più rughe, più invecchiati. Forse saremo ancora assieme.

(E vabbè, dai, tocchiamo ferro).

In questi due mesi di vita da sola mi sono presa qualche spazietto per me. Cose piccole, momenti privati, niente di stravagante.

Intanto ho capito che mi ci vuole tempo per ingranare.

Il primo mese l’ho passato in una bolla di diffidenza. “Potrò aprirmi veramente con i miei compagni?”

Poi, ci è voluto un esame scritto di tre ore perché mi girassi verso quelli con cui ero più in confidenza e gli dicessi: “Ora andiamo a bere”.

E lì è esploso il miracolo.

Me l’hanno detto pure loro, che non vedevano l’ora che mi sciogliessi un po’.

Forse pure un po’ troppo, visto che ho fatto uscire allo scoperto il matto del gruppo, ho ricevuto avances da ventiduenni, inviti a cene, a degustazioni, a serate, a mostre, a gite in barca…

Ci ho messo un po’ ma poi è stato bello sentirsi circondata da affetto e da persone simili a me, o che comunque sembravano gradire la mia compagnia.

Resto sempre un po’ perplessa quando scopro che la gente mi vuole bene. Eppure non mi sembra di fare niente per conquistarmelo.

Gli ultimi giorni ho ricevuto regali, torte fatte apposta per me, foto stampate e indirizzi.

Non so quanti rimarranno nel futuro, ma se me ne rimanessero anche solo un paio mi riterrei più che soddisfatta.

E poi c’è stata l’università.

Questo posto incredibile che ti permette di pensare, studiare, riflettere.

Un giorno mi sono fermata ad una conferenza di una dottoranda e mi sono ritrovata ad annuire e prendere appunti.

Per il suo progetto di ricerca si era recata in un centro minorile. Grazie ad incontri individuali con i ragazzi ospiti del centro era riuscita a farsi raccontare la loro storia.

Prima che lei prendesse la parola, il direttore/ preside dell’istituto ci ha tenuto a spiegarci come funziona.

Ma prima di iniziare a raccontarci la vita nel centro, ci ha letto questa frase:

“Ci sono uomini la cui missione in mezzo agli altri è di fare da intermediari; ci si passa sopra come su un ponte, e si va più lontano”.

Da “L’educazione sentimentale”, Flaubert.

E ci ha spiegato come si svolge un colloquio conoscitivo prima di accogliere uno di questi adolescenti.

“Vengono da noi molto confusi. Per questo noi abbiamo bisogno di essere molto chiari con loro”

“Io con loro uso un linguaggio realista e chiaro. Gli chiedo se hanno delle idee sul loro futuro.

Loro non si rendono conto del valore che ha la parola. Il modo in cui raccontano la propria vita è fatto di parole e frasi fatte limitate, hanno pochissimo vocabolario.

Non sanno che con la lingua si possono esprimere, possono ridere, offendere… come possono uscire dalla loro condizione con un vocabolario così scarso?

Come ci raccontiamo le cose, come ci raccontiamo la nostra vita è importante.

Io voglio che escano da quel colloquio raccontando la loro vita in un altro modo.”

La dottoranda ha spiegato che negli incontri con quegli adolescenti gli ha fatto raccontare la propria storia, per iscritto.

Sembrava impossibile, visto da fuori.

In realtà quei ragazzi avevano voglia di dire chi erano e da dove venivano.

Solo che non gliel’aveva mai chiesto nessuno.

“Pensano di non avere niente da dire”.

Negli incontri mensili i ragazzi venivano messi davanti ai loro scritti e li rileggevano, li discutevano, li modificavano.

Così tutti i mesi, per un anno intero.

Cosa voleva dimostrare la dottoranda* con la sua ricerca?

Che la scrittura è uno strumento di riflessione, ci aiuta a separarci dai nostri problemi. Ci obbliga a ordinare i pensieri, a vedere con più oggettività le cause e le conseguenze, ma soprattutto toglie peso ai problemi.

Una volta che il problema è descritto sulla carta, è un po’ meno pesante.

“Ayuda a separar el pensamiento de la subjetividad”, ha detto.

(Aiuta a separare il pensiero dalla soggettività).

Separar, separarse, ha ripetuto varie volte durante la sua esposizione.

Non l’avevo mai considerato un verbo positivo.

Eppure quando si scrive è questo che si fa: ci si separa dai nostri pensieri, li si affida alla carta, gli si dà una forma.

E loro diventano autonomi, indipendenti, diventano altro da noi.

 

Sarà per questo che in certi periodi scrivere mi diventa così difficile. Mi affatico a mettere in ordine le idee, e allora mi inganno, mi dico: dai scrivo un po’ così come viene, poi, magari più tardi, gli darò una forma.

Ma è una forma di tradimento.

La scrittura ha bisogno di ordine per essere non dico terapeutica (come nel caso di quegli adolescenti difficili) ma almeno reale.

Questa conferenza è stata un esempio di piccoli momenti per me, per riflettere, che prima non avevo o semplicemente non mi prendevo.

Che lusso potersi prendere del tempo per riflettere.

Così come è stato un lusso decidere da sola quando era il momento in cui mi sentivo pronta per uscire con gli altri.

Ho aspettato di sentirmi a mio agio, di non sentirmi “obbligata”.

Una mia cara amica (fino a che età si potrà dire “migliore amica” senza apparire ridicoli?)  diceva spesso che per funzionare in coppia bisogna “volersi”.

Rincarava la dose con una frase che per me è proprio diventata proverbiale “nella vita la vera libertà non è fare quello che si vuole, ma volere quello che si fa”.

Che sembra uno sciocco gioco di parole, invece rivela una grande verità.

Sarà questa la vera maturità?

Sapere come si è, e fare un atto di volontà per fare le cose, anche quelle faticose, anche quelle che ci piacciono poco, ma farle consapevolmente.

Anche l’amore è così.

Ad un certo punto bisogna volersi.

Non basta farsi sangue, non basta condividere la vita, gli spazi, i progetti, o ricordarsi di dire ogni tanto una frase dolce.

Bisogna “volersi”: essere consapevoli della nostra scelta.

Questo è forse il periodo più incerto della mia vita (visto da fuori).

Non ho più una casa.

Non so cosa scrivere quando mi chiedono l’indirizzo.

Non ho neanche più un numero di telefono. Il cellulare ha la scheda australiana ma non so quando smetterà di funzionare.

Non so se tra dieci giorni potrò iniziare il tirocinio. Non so dove dormirò nei prossimi mesi.

Starò in Inghilterra? Mi accetteranno? Dovrò tornare in Spagna?

Finirò in Italia?

Chi può dirlo.

E prima della discussione della tesi dove starò? Tornerò in Australia? Dovremmo cercarci una nuova casa?

Riusciremo a vederci prima di giugno?

Alzo le spalle.

Non so niente.

Eppure non sono mai stata più sicura e convinta di adesso.

Volere quello che si fa.

 

 

 

 

*La tesi non è ancora terminata né pubblicata, per quello non ho messo nomi e cognomi. In ogni caso, ho trovato un video in cui entrambi, dottoranda e preside, raccontano la ricerca (in spagnolo).

 

 

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15 pensieri su “Volere quello che si fa

  1. Maria Silvia Pigozzi ha detto:

    Sei forte, troppo forte, mi piace tantissimo quello che scrivi, la profondità con cui affronti “i casi della vita”! E non sono tua coetanea, probabilmente ho l’età di tua madre e ti seguo perchè ho un figlio, su tre, expat (in Svezia, da dove vuole fuggire dopo quasi 7 anni di studio e lavoro). Ti prego, scrivi ancora!
    Maria Silvia

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    • virginiamanda ha detto:

      Che bel commento Maria Silvia, e quanti immeritati complimenti!
      Fai un in bocca al lupo da parte mia a tuo figlio, la Svezia ha così tanti pro che si fa fatica a lasciarla, lo so bene…
      Ma ad un certo punto, se arriva veramente il momento, anche quei “pro” perdono di importanza e tuo figlio capirà come fare.
      Un abbraccio!

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  2. laformicascalza ha detto:

    Che bello leggere che sei in un periodo produttivo e felice; mi da coraggio nelle mie ricerche.
    Dicono tutti che i blog stiano morendo ma io spero che tu continuerai a scrivere perché sei una delle poche persone che vale ancora la pena leggere. Altro che influencer di instagram…
    Ad ogni modo, da insegnante e linguista, anche io sorrido e taccio normalmente di fronte a chi “mi spiega”. Imparo sempre qualcosa da queste persone, arroganza a parte…

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    • virginiamanda ha detto:

      Che bello ritrovare te, invece! Prima o poi riprenderai in mano il tuo blog? Io ci spero.
      Sì, hai ragione, anch’io imparo tanto dagli altri, oserei dire che le persone da cui imparo di più sono proprio quelle che hanno fatto una vita diversa e studi diversi da me. Anzi, quando devo preparare una lezione, soprattutto per gli adulti, cerco sempre di confrontarmi con persone che non hanno un background linguistico.
      E’ che dopo tanti anni ascoltare ancora certi discorsi sconclusionati sulle lingue e i dialetti mi fa passare tutti i sentimenti positivi :D.
      Tu come stai piuttosto?
      Cosa stai ricercando?
      Un abbraccio!

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      • laformicascalza ha detto:

        Non credo di riprendere il blog, non al momento. Se anche lo riprendessi probabilmente sarebbe qualcosa di totalmente nuovo, o almeno così vorrei che fosse.
        Il fatto è che anche il blog vecchio in questo periodo mi ricorderebbe che sono ancora quella di qualche anno fa (stesso paese, stesso lavoro, stessi amici, ecc.) e io invece sono alla ricerca di un cambiamento, solo che per pigrizia e per tanta insicurezza sono abbastanza bloccata e non mi muovo in nessuna direzione. Faccio un figlio e cerco un appartamento più grande? O mollo tutto e cambio paese/lavoro/fidanzato?
        Per ora non sono riuscita a prendere decisioni e sono qui a rimuginare nel mio angolino…
        Ma almeno mi rimangono ancora un paio di blog belli da leggere, al momento il tuo e quello di trentanniequalcosa…

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    • virginiamanda ha detto:

      Beh, a dire la verità questo era il tipico caso di vanesio che deve “tenere banco”: nella “platea” c’eravamo io, un’altra donna (sua superiore sul lavoro e più anziana, tra l’altro) e due uomini (un collega suo pari e un collaboratore, più giovane). Quindi non credo si possa considerare un caso di “mansplaining”, più mancanza di empatia e di comprensione del contesto. Io cerco sempre di stare zitta se non so di cosa si parla e se non so chi siano i miei interlocutori. Evidentemente c’è gente che non teme la figuraccia… 😀
      Crepi il lupo!
      Tu come stai? :*
      Ps: Se mi laureo ci facciamo una Pistocchi a quattro piani.

      Piace a 1 persona

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