Tornare all’università a 34 anni.

Incredibile ma vero, ho 34 anni.

E sono tornata a studiare.

Studiare nel senso che viene subito in mente: sui banchi, con lo zainetto, l’astuccio con le penne e il quaderno degli appunti.

Proprio così.

Ci sono delle piccole differenze: lo zainetto è in pelle (di una marca impronunciabile che  comprò in un impeto di follia consumista l’Orso ad Honolulu. “Perché è risaputo che gli oggetti di marca alle Hawaii costano meno”, mi diceva mentre strusciava la carta e io ribattevo: “Amore, si ok, ma QUANTO meno? A me pare comunque tanto”,. “Ma è perché è in dollari americani, devi fare la conversione” cianciava con noncuranza lui, pensando di farla franca), l’astuccio è stato comprato a Buenos Aires al mercato e c’è Mafalda disegnata e le penne sono tutte di alberghi che abbiamo visitato (o meglio, dove abbiamo bivaccato) l’ultimo anno.

Anzi no, non tutte. C’è anche quella a forma di carota che ho comprato in Cina.

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(Perché non te ne puoi andare dalla Cina senza aver comprato una cinesata).

(E perché la maturità è comunque un concetto vago).

Quindi sì, non è vero che si torna ad avere tanti (quanti? Ho fatto il conto il primo giorno quando l’insegnante ha scritto la data. DUEMILADICIANNOVE. E io ho pensato: il 3 settembre 2003 mi immatricolavo. Sedici anni fa. Sedici) anni di meno.

Si torna a fare azioni familiari, a riprendere abitudini che per una tappa relativamente lunga della vita erano consolidate.

E poi sono state sostituite da altre.

Quindi sì, ha ragione la mia saggia sorella quando mi scrive: “Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”.

Di acqua ne è passata.

Eccome.

Alcune situazioni ora mi fanno sorridere e mi fanno capire che non sono più la ragazzina spaurita con i jeans a vita bassissima e a zampa d’elefante (Oh Mon Dieu!) che arrivava per la prima volta in una città diversa dalla propria.

Della sera in cui i miei genitori mi hanno lasciata nella mia nuova casa, la prima senza di loro, ho un ricordo nitido: loro due seduti sul letto (sul mio nuovo letto!) che lasciano trasparire una piccola emozione confusa. C’era orgoglio e timore.

Dopo poco li ho accompagnati alla stazione, per prendere il treno del ritorno.

E ho capito che si era appena chiusa una tappa e che ne iniziava un’altra.

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Quanto tempo è passato da allora, e anche se non sono così vecchia, beh, devo ammettere che sono proprio contenta che sia passato.

Sono felice (e anche da questo si nota che è passato il tempo: non ho paura ad usare questa parola, felice) di poter approfondire delle materie che mi piacciono tanto, e di farlo in un’università prestigiosa, e di farlo con le mie forze.

Non sono più la ragazzina che salutava i miei al binario.

Ma loro ci sono ancora, per fortuna e Dio me li conservi sempre, ad incoraggiarmi in questa nuova tappa così strana e così fuori tempo.

E invece di chiamare loro alla sera per dire che va tutto bene, chiamo mio marito.

Già, una delle differenze dal mio primo anno di università è che nel frattempo mi sono sposata.

Chi l’avrebbe mai detto?

 

Un’altra differenza è che l’altro giorno una delle mie insegnanti mi ha chiesto di rimanere dopo la lezione, perché voleva presentarmi una professoressa.

Io mi sono stupita, perché non avevo chiesto niente, sono rimasta sorpresa.

E questa professoressa universitaria si è presentata dicendo di aver chiesto di conoscermi, dopo aver sentito parlare di me.

 

Ecco, anche questa è una cosa che la ragazzina spaurita con la maglia dell’Onyx non sarebbe  riuscita a credere.

 

Oggi, una compagna di corso mi ha chiesto come uscire dall’impasse con un altro compagno che le piace.

“Come hai fatto tu con tuo marito?” mi ha chiesto.

E le ho riassunto la storia: ho dato per scontato che stessimo assieme e gli ho detto “Tu rimani”.

E questo, questo, soprattutto questo, risulterebbe  davvero incredibile alla ragazzetta con i pantaloni troppo bassi che finivano sempre sotto le scarpe e il diario pieno di pensieri sconclusionati, le notti in bianco a ricostruire i discorsi e rivalutarli da tutti i punti di vista e i pianti in bagno.

Io che dò consigli d’amore, da donna risolta.

 

Cambiano i tempi, cambiamo noi, e non rimaniamo giovani per sempre.

Ma non è per forza una brutta cosa.

(Questo è per chi, arrivato alla fine di questo post, si dovesse chiedere: “Eh vabbè, ma QUANTO bassa sarà stata questa vita bassa?”. Fidati amico, PARECCHIO bassa.)

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11 pensieri su “Tornare all’università a 34 anni.

  1. Solare ha detto:

    quindi secondo Lei signora a 34 anni non si è più giovani? Sapessi quanto ancora sei giovane…alla fine dei 40 se ne può iniziare a parlare..iniziare eh! Sei giovane, fidati e goditela.

    Piace a 1 persona

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